2° puntata
Correva l’anno 1965 circa, la Città di Porto Torres in quel periodo era per lo più concentrata al centro, dove ancora oggi si vedono alcune abitazioni di quel periodo, altre invece sono state sostituite da nuove costruzioni di dubbio gusto, i quartieri oggi popolarissimi tipo: Viale delle Vigne; Villaggio satellite; Villaggio Verde, Oleandro; li Lioni ed altri non esistevano proprio, La via Ettore Sacchi la stavano asfaltando e dove oggi si trova il Distributore della IP c’era una grossa buca di discarica, la maggio parte delle strade erano sterrate, tanto è, che era solito vedere per le strade dei cumuli di pietre scaricate dalle TUMBARELLE, e un gruppo di persone ,( solitamente anziane) sedute per terra con del cartone, i quali con una piccola mazzetta spaccavano le pietre, per poi riempire le buche che si creavano con le piogge o con il passaggio dei carri, se non ricordo male l’unica strada asfaltata risultava la Via Sassari, tra l’altro con un catrame diverso da quello che si usa oggi, in estate con il calore del sole diventava piuttosto morbido.
Nel mio quartiere il traffico non esisteva proprio, tranne la sera al rientro dei carro matto (carro trainato da cavallo con quattro ruote di cui due sterzanti) i quali venivano presi di assalto da noi ragazzi, attaccati dietro per un tratto fino alle stalle, situate in piazza Verdi , Piazza Verdi era una piazza di circa sessanta metri per venti in terra battuta, che da un lato confinava con la via Sassari i resto da file di case basse e vecchie, sull’estremità alta c’era una fontana circondata da quattro alberi di cui uno grosso e tre piccoli, la fontana veniva utilizzata dalla comunità per l’ approvvigionamento dell’acqua (quando c’era) e dissetare i cavalli, per dissetare i cavalli mettevano un grosso secchi per terra ed aprivano il rubinetto, erano talmente assetati che il secchio non si riempiva mai. Ma torniamo alla piazza la quale più che una piazza per noi era un po’ come un pianerottolo condominiale, in quanto ci si svolgevano tutte le attività di una comunità ad esempio, per noi ragazzi era il campo di giuoco:
si cercava di fare delle squadre di calcio quando si recuperava il pallone, (quasi mai) solitamente chi possedeva il pallone si arrogava il diritto di decidere chi giocava, anche se di solito era sempre il più sfigato, allora se veniva escluso qualcuno succedeva il casino e la partita finiva anzi tempo. Un’altro giuoco molto diffuso era quello dell’acetilene, il quale consisteva nel far saltare per aria dei barattoli, per fare questo, bisognava recuperare delle pietre di carburo, (a quei tempi abbastanza comune, si usava per le lampade) si praticava una nicchia per terra, si riempiva di acqua, poi si mettevano a bagno le pietre di carburo le quali iniziavano a friggere, a quel punto si prendeva un barattolo, tipo pelati e si praticava un foro dal lato chiuso, si poggiava sulla nicchia e si chiudeva ermeticamente con il fango, dopo di ché si appoggiava la fiamma sul foro praticato precedentemente, e se il barattolo era saturo di gas saltava per aria altrimenti si accendeva una fiammella, a quel punto bisognava ripetere il tutto.
La domenica di solito si sentiva un’aria di festa, non perché c’era qualcosa da festeggiare ma semplicemente perché nella piazza condominiale succedeva questo:
Chi aveva la radio, la sintonizzava sul canale rai Sardegna il quale trasmetteva canzoni in Sardo per tutta la mattina , e ovviamente chi possedeva la radio la metteva a tutto volume per esibire la loro emancipazione, altra cosa caratteristica della domenica era l’odore dell’arrosto che si cucinava per strada con il braciere, alle volte erano sardine , altre volte zerri oppure zimino ma comunque piatti poveri, del tipo tanto fumo e niente arrosto.
Le attività della comunità del quartiere erano le più normali di quel periodo, se non mi ricordo male c’erano alcuni che lavoravano al porto, qualche muratore il calzolaio , mio padre falegname qualcun’altro lavorava in campagna come bracciante, poi c’erano quelli che lavoravano a chiamata , per meglio specificare al porto o in Comune solo quando necessitavano, altrimenti cacciavano e pescavano di frodo, insomma si arrangiavano come potevano. Poi c’era sig. Gavino che aggiustava le biciclette, anche se non erano in tanti ad averla però lui oltre al quartiere serviva anche il resto della Città, c’era un negozio di generi alimentari che era gestito da due coniugi di Sennori, eco perché si diceva (vai da lu Sinnaresu a piglia lu pani)
I pagamenti avvenivano a libretto, il libretto solitamente era nero, probabilmente per manifestare meglio la situazione economica dell’individuo, una delle attività più prolifere era sicuramente LU VINDIOLU (bettola) perché, nonostante la miseria alla sera tutti gli uomini, all’uscita del lavoro facevano la prima sosta alla bettola a bere vino e mangiare uova bollite con il sale, ovviamente più uova mangiavi e più si tracannava. Quindi ad una certa ora si poteva notare nell’oscurità delle strade queste ombre barcollanti da una parte all’altra, i personaggi erano i più singolari , c’era chi cantava a squarcia gola sempre la stessa frase (FORZA TURRIS ALE) altri che se la facevano addosso ancora prima di arrivare a casa, quelli più fortunati gli accompagnavamo noi ragazzi, tutti in gruppo a sorreggerli , ma soprattutto per vedere la moglie che quando si presentava sull’uscio, lo agguantava per il bavero della giacca e lo scaraventava dentro, ovviamente non per cattiveria ma per evitare l’imbarazzo, premetto che questa situazione apparteneva al novanta per cento delle famiglie.
Avevo promesso di parlare di CABBU DI LEGNA ma pur sintetizzando al massimo non sono riuscito a descrivere il quartiere in due parole.
Spero di riuscire in futuro a sintetizzare ancora di più per far si che non diventi troppo palloso il racconto.