30 Sep, 2006
LA VENDEMMIA – 30/9/06
Fine settembre.
Fine dell’estate (ma oggi non si direbbe proprio!), fine delle ragazze semi-svestite nei locali all’aperto, fine delle vacanze e delle città deserte.
E, per quel che più mi riguarda da vicino, inizio della vendemmia.
Sicuramente molti di voi già si saranno imbattuti/ubriacati in una delle locali sagre dell’uva. Che dalle mie parti è rigorosamente lambrusco (lambrusco e popcorn/e via sopravvivere/perché prima e dopo il sogno c’è/la vita da vivere, vivere. Ligabue, attento cantore della nostra terra). Temo però che, nonostante la grande partecipazione popolare a questi eventi, ai più ne sfugga finanche il passaggio principale: come si faccia il vino! Più in generale molti rituali della società contadina, dalla quale tutti discendiamo, vanno perdendosi: e così vedi le scolaresche in visita alle fattorie, ed i bambini non riuscire più a distinguere un gallo da un tacchino, una prugna da un’albicocca. E via dicendo. E’ un processo in atto da tempo, così che siamo alla fase successiva della riscoperta della natura, della vita all’aria aperta. Ma non è assurdo? Il nonno contadino ha fatto studiare il figlio, che ha fatto l’impiegato, ed il nipote oggi fa dei corsi a pagamento per imparare quello che il nonno gli potrebbe facilmente spiegare. E TRAMANDARE. Per me c’è qualcosa che tocca, comunque…
Così oggi è molto cool darsi arie da sommelier, girare per cantine/enoteche/mescite varie, addirittura crearsi la propria cantina.
Approfitto della mia duplice esperienza in materia per fare l’avvocato del diavolo e sfatare alcuni luoghi comuni:
N°1: vendemmiare non è affatto una cosa piacevole. Spero che a nessuno sfugga che il vino si ricava dalla pigiatura dei grappoli di uva, che appunto vanno colti, vendemmiati, dalla vite. Premesso che ci sono mille attività prodromiche alla raccolta (dalla potatura in inverno con un freddo che ti gelano le mani, all’irrigazione estiva viceversa con un caldo bestiale, ai trattamenti anticriptogamici – cioè dare dei veleni alla pianta per debellarne le malattie); se anche il nostro neofita venisse calato nel vigneto solo il giorno stesso della raccolta, comunque dovrebbe guardarsi da:
- api/vespe/tafani, cioè tutti quei simpatici insetti che non gradiscono il fatto che tu vada a portargli via il cibo. E quindi ti pungono (attenzione ai mortali choc anafilattici);
- insidie del terreno, che vanno dalla pendenza dello stesso – in collina l’uva “fa più gradi”, quindi teoricamente un vino più buono – e ciò incentiva a piantumare veri e propri calanchi; per finire con la vegetazione che ricopre il terreno stesso: quest’ultima può risultare assente (scuola di pensiero di chi tiene i filari arati/zappati), e quindi in caso di pioggia trasformarsi il terreno in una palude; o essere eccessiva e fastidiosa (ortiche, ma soprattutto ogni genere di erbe che ti si attaccano addosso)
- altezza del vigneto: vi garantisco che vendemmiare una pianta alta 50 cm da terra è mortale. Schiena kaputt. Al contrario se la pianta è troppo alta serve sistematicamente la scaletta ed è una cosa un tantino faticosa.
N°2: l’uva non costa niente: finito il tempo delle vacche grasse, siamo al limite di un’attività antieconomica! Assestatosi sui 30 euro al quintale il prezzo corrente dell’uva lambrusco doc (pochi anni fa eravamo sulle centomilalire) a fronte di spese crescenti per produrla; somme pagate dalle cantine (sempre che non falliscano nel mentre) ai soci conferitori un anno per quell’altro. La verità è che c’è troppa uva rispetto alla richiesta del mercato di vino lambrusco (in campagna va spesso così: se qualcosa – ciliegie piuttosto che kaki – un anno dà buone rese, tutti a piantare quel genere di frutta. Peccato che questi impianti non entrino in produzione l’anno dopo, ne servono almeno 3. E a quel punto magari il mercato è già saturo!); Prova ne sia che la Comunità Europea sta approvando contributi per chi decide di espiantare vigneti: io sono già in fila..
N°3: vinificare: se pensate alla pubblicità del Tavernello dove belle ragazze sgualciscono a piedi nudi nel tino, siete completamente fuori strada: A parte che ha poco senso per un contadino produrre lambrusco (tranne che per auto-consumo, s’intende), quando la cantina cui conferiamo le Ns uve ne produce uno ottimo a neanche 2 euro a bottiglia, mentre io vedo che quello dei miei vicini, pur costando un filo meno, fa letteralmente schifo e non è meno “chimicamente manipolato” del vino industriale: ma qui passiamo al rilievo 3 bis
N°3bis: il vino del contadino non è genuino. Tutti oggigiorno si avvalgono di un enologo il quale, avvalendosi dei prodigi della tecnica (leggi addizionare il composto con sostanze chimiche ad hoc), riesce a ricavare anche da uva marcia un vino comunque bevibile. Per tacere di quanti spacciano per lambrusco (o pignoletto, trebbiano, souvignon) il loro prodotto, pur avendo “importato” l’uva da zone non doc, quindi dalla malsana pianura. E quanti si fanno infinocchiare, magari pagando cifre assurde per l’illusione di bere un vino “fatto come una volta”!
Rileggendo, credo di aver reso l’idea di cosa realmente accada in campagna, depurandolo dalla visione bucolico-georgica che i mass-media vorrebbero attribuirle. Da ciò consegue che io passi per fesso a scannarmi tra campagna e ufficio per un’attività poco redditizia: è il rilievo che tutte le mie ragazze, ma anche semplici conoscenti, finora mi hanno fatto. Dopo una prima fase di ammirazione del lavoratore indefesso, tutte a chiedersi se valga la pena sottrarre tempo ed energie al lavoro (e, fatalmente, a loro) per questo che viene percepito come un hobby o poco più. Io non so dare una risposta razionale, del resto è chiaro che quel che faccio è per passione. E’ altrettanto chiaro che a non dare mai ascolto a chi ti sta accanto si finisce per restare soli. Ma questa è un altro paio di maniche. Io una vita ufficio-casa-famiglia non la voglio. E fare il contadino a tempo pieno è un delirio. Quindi continuo a far convivere le due cose, finche non farò un botto che lo sentiranno in Venezuela. (“Maracaibo, mare a forza nove, fuggire sì ma dove. Zazà”. Mitica Lou Colombo)
NUOVA RUBRICA: cosa succede in città
A suggerirmi questa idea è la stagione delle re-inaugurazioni dei locali al chiuso. Merc sera siamo andati al S&T di ReggioEmilia: per i miei più assidui lettori è, sic et simpliciter, il M. al coperto. La variante è che qui non si balla ma nemmeno ci si muove: il posto è angusto, la gente tanta e, se non altro, di bella presenza. Se decidete di andare, ricordate che comunque sarete i meno firmati ed abbronzati… io sono sopravvissuto uguale, ma se volete abbordare una ragazza, una lampada me la farei. Non si sa mai!