edr versione alternativa XI PUNTATA seconda parte

Rivombrosa sembrava crogiolarsi oziosamente sotto il tiepido sole di quella giornata d’aprile inoltrato. Ogni cosa, sia pure inanimata, appariva serenamente partecipe in quella solenne celebrazione alla vita.

L’edera avvolgeva con indolenza le pareti compiacenti del castello in un abbraccio di smeraldo, mentre i cespugli ben curati prorompevano allegramente in piccoli boccioli dai colori smaglianti.
La contessa Anna Ristori si trovava in quel momento presso una spalliera di rose, intenta a recidere i primi fiori che apparivano nell’intrico di foglie e di rami. Sembrava felicemente ignara del suo aspetto un po’ trascurato. Il bordo dell’abito di seta color lavanda, era macchiato dalla terra del parco, e i capelli castani, frettolosamente raccolti in un morbido chignon sulla nuca si gonfiavano in un’onda piena intorno al viso delicato. Si portò istintivamente la mano al ventre impercettibilmente rigonfio in un gesto dolce e significativo, quasi a voler rendere la vita nascente partecipe di ogni moto intorno a lei.
Sentirsi parte integrante di quel miracolo le dava una sorta di ebbrezza nuova, una sensazione di gioia che non provava più da tempo. La voce cantilenante di Martino, proveniente dalla biblioteca, inframmezzava di tanto in tanto la quiete del mattino con la declamazione dei versi di Catullo, senza tuttavia turbarne l’armonia.
Dacché Elisa era partita, Anna aveva dovuto farsi carico di tutte le responsabilità relative alla tenuta e all’educazione del nipote. Le frequenti assenze di Antonio, di sovente assorbito dalle sue sperimentazioni innovative in campo medico, avevano reso più arduo quel compito che gravava talvolta in modo insostenibile.
Quando Bianca venne ad annunciarle la visita del prefetto Terrazzani, distogliendola dalla sua attività bucolica, la donna levò il capo sorpresa. Cercò di rassettarsi alla meglio sperando di non dare un’impressione esageratamente trasandata e si affrettò a riceverlo.
Non poté fare a meno di nutrire una certa apprensione in merito alla ragione di quella visita. Il prefetto, uomo integerrimo e degno di fiducia, era pur sempre un rappresentante della giustizia regia.
Fu con questo stato d’animo d’ansiosa incertezza che raggiunse il suo ospite nel salottino che dava sul retro, dove aveva pregato la cameriera di farlo attendere.
L’uomo era ritto al centro della stanza, i suoi movimenti nervosi e il suo sguardo sfuggente non sembravano promettere nulla di buono. Si inchinò rapidamente alla gentildonna che rispose cortesemente al saluto, il cuore stretto in una morsa, quindi parlò con voce in cui vibrava l’imbarazzo:
- Sono spiacente di comunicarvi, contessa, che Sua Maestà Vittorio Amedeo ha ritenuto opportuno riaprire inaspettatamente il caso dell’omicidio di monsieur Armand Bénac.- deglutì a fatica - pare siano state trovate delle prove sospette a carico di vostro nipote Martino… –

Prima ancora che egli concludesse la frase, Anna lanciò uno sguardo allarmato alla pergamena che egli le tendeva; sul candore della carta spiccava, come una sentenza, lo scarlatto del sigillo reale. Prese il foglio con una mano tremante, mentre con l’altra agitava un campanellino dorato; Bianca si affacciò subito alla porta:
- Manda subito a chiamare il dottor Ceppi, Bianca, di’ che si tratta di una cosa della massima urgenza! – quindi volse il capo verso l’uomo, che era rimasto in piedi, sforzandosi di darsi un contegno.: - A che cosa dobbiamo questo rinnovato interesse da parte del sovrano? – la sua voce era carica di sarcasmo - Non è stato dunque sufficiente il modo oltraggioso in cui ci ha già umiliati? Dopo tutto quello che il conte Ristori ha fatto per la corona! –
Il prefetto abbassò gli occhi cercando di evitare lo sguardo cupo della gentildonna:
- Non sono in grado di rispondervi contessa, in questo frangente non sono che un retrivo esecutore della legge, sapete bene quanto io stimi la vostra casata…-
Anna levò una mano – Sì, prefetto, ne sono perfettamente consapevole, non è contro di voi che dovrei sfogare il mio sdegno – le sue mani esili ruppero il sigillo, le bastarono pochi istanti per
appropriarsi delle fatali parole della missiva. Per un attimo la vista le si annebbiò, fece uno sforzo notevole per riacquistare il controllo.

Nella sala calò un silenzio penoso, la contessa si allontanò di un passo e volse il capo verso il paesaggio, di là dai vetri. Quei colori intensi, che solo pochi minuti prima l’avevano incantata, sembravano divenuti intollerabilmente importuni nel grigiore che si impadroniva di lei. Numerose parole le si affollavano alle labbra, parole di rabbia, di collera, di frustrazione, di dolore: non poté pronunciarne una sola. Riuscì a dire soltanto con una voce atona che pareva non fosse la sua:
- Molto bene allora, fate quello che dovete, ma permettetemi, prima, di parlare da sola con Martino. –
- Certamente signora, ve lo devo. -
La donna uscì dalla stanza con incedere dignitoso. Terrazzani rimase ad attendere a lungo, anch’egli intimamente turbato. Vi erano stati anni in cui era stato fiero di affiancare il re, di farsi portavoce delle sue idee. Ora non provava che un amaro senso di inadeguatezza, si sentiva costretto ad azioni vili che non rispondevano in nulla ai suoi ideali. L’età d’oro della corte torinese sembrava tramontata per sempre.
Il ragazzo che varcò la soglia poco tempo dopo, aveva un’ espressione di altera fierezza, che la sua giovane età sembrava smentire. Gli anni di sofferenze e di soprusi lo avevano fatto maturare anzitempo.

Un odio furibondo andava crescendo dentro di lui, dandogli una profonda sete di vendetta. Martino disse a se stesso che il momento della resa dei conti sarebbe arrivato prima o poi, non intendeva però mostrare la codardia di sottrarsi davanti a quell’arresto, per quanto ingiusto. Si consegnò quindi nelle mani del prefetto con malinconica rassegnazione:
- Sono pronto. Possiamo andare.- poi si volse verso Anna come per tranquillizzarla – non temere zia, i Ristori riusciranno ad ottenere giustizia! –
Dopo un ultimo lacerante saluto, Anna lo guardò allontanarsi circondato dalle guardie come un comune malvivente, e si sentì sopraffare dalla disperazione. Lacrime di rabbia le rigavano il viso senza che riuscisse a contenerle. Vide da lontano il calesse di suo marito avvicinarsi incrociando la carrozza reale e pensò tristemente che anche quella volta era arrivato troppo tardi.

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Ad oriente apparivano i primi raggi del sole ad incendiare un cielo di lapislazzuli. Sottili pennellate color ambra si stiracchiavano lungo la linea incerta dell’orizzonte. Ancora una volta la luce vinceva la sua eterna sfida contro le tenebre.
Le scuderie del castello d’Anvau erano un viavai affaccendato di servitori e scudieri. In mezzo a quel trepestio il conte Ristori, la superba ed imponente figura elegantemente racchiusa in una marsina color champagne, impartiva le ultime istruzioni prima della partenza per Parigi. Si muoveva a passi scattanti e decisi, con un’altera sicurezza che rivelava, al primo sguardo, le sue origini aristocratiche. Di tanto in tanto la sua mano si contraeva intorno al frustino manifestando l’impazienza crescente che lo animava in vista dell’incontro con madame de Marguéry.
Un’esile figura femminile, avvolta in un’ampia mantella bordata di passamaneria d’oro, si fece avanti sul selciato, a passetti rapidi e impetuosi. Il conte si volse lentamente, le labbra increspate in un sorriso represso; non gli era sfuggito lo scintillio battagliero negli occhi di sua moglie.

- Se speravi di fare a meno della mia presenza – disse la contessa in pericoloso tono di sfida – colgo il pretesto per disingannarti, mio insidioso marito. Non riusciresti a tenermi in disparte nemmeno con la più sensata delle motivazioni…-
Il conte sollevò una mano, nel tentativo di arginare quel fiume di parole minacciose, contemplandola dall’alto in basso con sguardo ostentatamente canzonatorio:
- Mi duole deluderti, amor mio. Sarei rimasto, al contrario, notevolmente sorpreso di non vederti giungere. Mi lusingo di conoscere molto bene la caparbietà di mia moglie! –

Un piedino impaziente, elegantemente calzato, batteva ritmicamente per terra. Elisa lanciò al conte un’occhiata ancora carica di diffidenza:
- Bene allora, non pensare di raggirarmi con le tue arti subdole. Non ci riusciresti. -
Per tutta risposta Fabrizio la attirò a sé con un gesto morbido e seducente. Elisa si sentì pericolosamente vulnerabile.
- Diventi assolutamente irresistibile, mia cara, quando ti arrabbi – le sussurrò all’orecchio, carezzevole – mi viene in mente quanto di meno rispettabile possa esserci al mondo ma, ahimè, è gioco forza rinviare ogni cosa –
- poi con gesto inaspettato aprì lo sportello della carrozza, invitandola a guardare all’interno – potrai notare tu stessa che avevo dato disposizioni affinché tutto fosse sistemato in modo tale da rendere più confortevole il tuo viaggio. –
Sul sedile di seta azzurra facevano capolino morbidi cuscini di raso ed una coperta finemente ricamata. Elisa parve infine disarmata da quell’evidenza schiacciante.

Un sorriso luminoso le rischiarò il viso mentre offriva candidamente le labbra al bacio appassionato del marito, incurante di tanti sguardi indiscreti.
Dopo aver dato il tempo alla contessa di sistemarsi opportunamente, Fabrizio salì a sua volta sulla carrozza, accanto a lei. I cavalli mordevano il freno e scrollavano con impazienza le belle criniere, e il selciato risuonava del loro scalpitare. Appena venne dato ai postiglioni l’ordine di partire le bestie irrequiete balzarono in avanti piegando verso i grandi cancelli in ferro battuto.
In capo a poco tempo la carrozza, con lo stemma della casata d’Anvau, un leone rampante blu su campo dorato, percorreva le strade della capitale francese, lasciandosi alle spalle le polverose vie di campagna.
La contessa Ristori scostò per un attimo la tendina posando uno sguardo distratto sugli eleganti edifici di rue Saint Honoré, quindi adagiò nuovamente il capo sulla spalla compiacente del marito, che le sfiorò la guancia stringendola dolcemente a sé.
La speranza del colloquio con quella che era stata la dama di compagnia della regina, metteva entrambi in uno stato d’animo di fiduciosa, per quanto incerta, aspettativa.
Dopo qualche minuto, ignari dei tristi eventi che funestavano Rivombrosa, il conte e la contessa Ristori si accingevano a scendere davanti all’immenso portone bugnato del palazzo “de Marguéry”.





