Quella mattina Florence sedeva nel salottino ocra, il capo dolcemente chino sul ricamo a mezzo punto che le esili dita eseguivano con grazia e precisione. Nella cornice della porta-finestra appariva l’immagine luminosa del giardinetto fiorito, con l’elegante fontana di pietra, sormontata da un’immagine di Minerva cacciatrice. Graziosi zampilli fuoriuscivano tutt’intorno rifrangendo sulle foglie degli alberi  fantasiosi e mutevoli barbagli, come piccole gemme sfavillanti ad impreziosire quel quadro primaverile.

I tendaggi alle finestre erano stati cambiati di recente, secondo il desiderio della padrona di casa, particolarmente sensibile ai volubili dettami della moda. La tonalità tenue del  nuovo tessuto, di una

seta impalpabile color paglierino importata dall’ India, avvolgeva ogni oggetto della stanza in un pallido splendore. 

Madame de Marguéry non amava ricamare, il ricamo era l’amaro ricordo di un tempo remoto, che pure tornava ad impigliarsi tra le pieghe della memoria con ostinata prepotenza. Gli anni vissuti

nella frenesia delle serate parigine non erano riusciti a cancellare il passato doloroso, per quanto ferma risultasse la sua determinazione a vivere fino in fondo il ruolo di frivola e infaticabile frequentatrice del bel mondo.

Riaffioravano frammenti scomposti di emozioni, di immagini caparbiamente restie a scivolare nell’oblio: due occhi supplici in un volto diafano, messaggero di morte; due mani tremanti e tenaci che si aggrappavano alle sue,  e parole strazianti come lame affilate che penetravano l’anima.

Il rinnovato dolore della perdita di una persona a lei tanto cara non era bastato, vi si era aggiunta l’angosciante consapevolezza di essere custode di un atroce segreto, la paura di sentirsi braccata.

A quel tempo la fuga da Torino era sembrata la soluzione migliore, la più prudente.

Era riuscita a raggiungere Parigi dove degli amici di fiducia l’avevano accolta cercando di lenire le pene di un’esistenza triste e vuota. Il matrimonio con monsieur de Marguéry, anziano e valoroso ex-ufficiale dell’esercito francese, le era parso, allora, il proponimento più assennato. Quell’unione basata sulla reciproca stima, priva tuttavia dell’intensa passione che aveva provato per il suo primo

marito,  le aveva restituito una certa stabilità interiore e un posto di riguardo in società. I figli erano arrivati tardi ad allietare la sua quieta vita coniugale, quando aveva ormai perduto ogni speranza di diventare madre.

 Malgrado non fosse più giovanissima, Florence conservava una figura snella e gradevole, un’apparenza fresca e gaia e un’irriducibile voglia di vivere che incantavano chiunque avesse la fortuna di incontrarla.

Monsieur de Marguéry l’aveva sempre amata in silenzio, di un amore profondo e discreto a un tempo; e in silenzio l’aveva lasciata libera di mescolarsi al turbinio chiassoso della vita mondana, perfettamente conscio che quello era l’unico modo per tenerla legata a sé. Da esperto conoscitore del mondo, aveva compreso sin dall’inizio che qualcosa di oscuro e doloroso si nascondeva dietro i modi frivoli e ostentatamente spensierati di sua moglie, ma aveva ritenuto ben più saggio non indagare.

Per un attimo Florence aveva distolto l’attenzione dal suo ricamo, l’ago sollevato a mezz’aria in una posa bizzarra. I suoi occhi assenti, si posavano su ogni cosa intorno a lei senza vederla, spalancati su un paesaggio interiore che si animava pian piano di fantasmi.

Fu una ben strana coincidenza che proprio in quel momento un valletto in livrea azzurra entrasse ad annunciarle la visita della contessa Ristori e del conte “d’Anvau”. La donna non poteva certo sapere quanto quell’evento contingente fosse legato al suo passato.

 

D’un tratto il volto di madame de Marguéry riprese vita, un’espressione di lieto stupore accese i suoi occhi maliziosi. Il ruolo di cupido era quello che forse più le si confaceva - si disse -.  Sapere ora insieme due persone che aveva sempre pensato di legare l’una all’altra, le dava un senso di compiaciuto trionfo.

Appena la contessa ebbe varcato la porta del salottino, Florence veleggiò su di lei già dimentica dei torvi pensieri che l’avevano adombrata:

-         Elisa, amica mia, non immaginate neppure che immenso piacere mi faccia rivedervi. Vi credevo ormai in Piemonte.- cinguettò - E voi conte, qual buon vento! La mia giornata sembrava dover scorrere irrimediabilmente all’insegna della noia e invece…mi allietate con la vostra visita inaspettata! –

 

Elisa ricambiò con calore la stretta affettuosa della sua ospite, sebbene la sua espressione tradisse un certo affanno. Fabrizio s’inchinò leggermente, rimanendo imperscrutabile. A madame de Marguéry fu sufficiente una rapida occhiata al volto dei suoi visitatori per intuire che la ragione della visita doveva essere tutt’altro che amena. Il conte fu il primo a parlare:

-         Vi chiederete, signora, che cosa conduca qui me e la contessa. Cercherò di soddisfare come si conviene la vostra legittima curiosità. E’ estremamente difficile, vedete, trovare le parole giuste per esprimere quello che sto per dire…temo che non ci sia un modo indolore – proruppe – … mi studierò, perciò, di farlo nella maniera più schietta possibile…-

Gli occhi sbigottiti di Florence lo fissarono incerti:

-         Dovrete perdonare la mia mancanza di acume, conte, continuo ad essere all’oscuro … –

  

Il conte Ristori raddrizzò assorto una coppia di danzatori di porcellana di Dresda che giacevano dimenticati sulla mensola del camino:

-         Cercherò allora di essere più preciso.Vi chiedo di fare un notevole sforzo di memoria, signora, e di tornare indietro, diciamo, di ventisei anni…-

Sempre più sbalordita la donna si lasciò crollare nella poltroncina più vicina intrecciando con forza le mani in grembo: - Non…non capisco cosa vogliate intendere, io…- farfugliò.

Elisa vinta da un incontrollabile istinto di protezione le fu subito accanto, le prese le mani dolcemente e fissò i suoi occhi luminosi in quelli spaventati di lei:

-         Non dovete temere nulla, amica cara, il conte ed io siamo qui in veste di amici. Imploriamo il vostro aiuto. Mi rendo conto di quanto tutto debba apparirvi deplorevolmente indelicato da parte nostra, ma confido nella vostra infinita capacità di comprensione. So già che una persona come voi, quale io ho avuto la fortuna di conoscere, non può rimanere insensibile dinanzi a questa supplica…-

Florence interruppe il discorso appassionato dell’amica con un cenno della mano, negli occhi uno sguardo di sconfitta:

 

-         Non offenderò la vostra intelligenza provando a negare con inutili raggiri.- disse infine con improvvisa risolutezza -  Dunque è stato vano ogni tentativo di lasciarmi tutto alle spalle, di essere dimenticata …ditemi allora, sono in pericolo?-

-         Posso solo rassicurarvi dicendovi che se lo siete, non è da noi che dovete guardarvi. – Elisa parlò con la sua calma abituale- e allo stesso tempo devo aggiungere, sperando però con questo di non mettervi in allarme, che tutti noi siamo in grave pericolo, la nostra salvezza è nelle vostre mani…-

Ella narrò con dovizia di particolari tutta l’oscura storia , senza ometterne i dettagli più sordidi, né quelli relativi alle vicende personali. Florence ascoltava immobile stringendo spasmodicamente i braccioli della poltrona.

 

-  Mio dio..- mormorò, le labbra livide  – cosa ho fatto, la mia codardia ha rischiato dunque di rovinare le vostre vite…-

Il conte s’interpose al suo sfogo con tono perentorio, appoggiando sul dorsale di una sedia una mano ornata da un grande zaffiro rilucente.

-         No, signora, non ditelo nemmeno. Non è vostra la responsabilità di quanto è accaduto. La decisione di andarvene è stata, come dire, saggia e necessaria. Se non foste fuggita, forse adesso non sareste qui… e non potreste offrirci il vostro prezioso aiuto. Il sovrano è un uomo spietato e senza scrupoli che si circonda di persone abiette, accomunate dalla stessa sfrenata sete di potere. Il bene del regno occupa l’ultimo posto nei loro ambiziosi pensieri. Eppure …. qualcuno deve fermarli - decretò con vigore - o finiranno col distruggere quanto di buono rimaneva nel cammino illuminato, intrapreso dal nostro beneamato Carlo Emanuele III, malgrado  le zone d’ombra della sua reggenza. – fece una pausa significativa, la piega dura delle sue labbra dava a tutto il suo volto un’espressione inflessibile –  Un profondo senso di giustizia nei confronti del vero erede alla corona ci impone di non tacere.

-          Faccio appello alla vostra onestà…visto come stanno le cose adesso, solo voi avete il potere di gettare luce sugli aspetti poco chiari della vicenda….e di mettere la parola fine a questa storia infausta. Sempre che ne abbiate le prove? – nel suo tono interrogativo vibrava una nota di speranza.

Madame de Marguèry aveva taciuto tutto quel tempo gravemente assorta nei suoi pensieri. Fu con voce alterata dall’emozione che rispose:

-         Sì, conte, il vostro intuito non vi ha ingannato…conservo le prove di quella viltà. La regina mi rivelò, poco prima di spirare tra le mie braccia, la triste verità e ….mi consegnò una confessione scritta.  – un sospiro di sollievo accolse quelle parole. Florence proseguì più calma – Mi trovate d’accordo con voi su tutta la linea, anche se devo apportare una correzione alle vostre fiduciose previsioni, se non altro per un piccolo particolare, che mi sembra,  tuttavia, sensibilmente rilevante per completare il quadro. Temo non sia possibile confidare nell’eventualità di una sostituzione dell’impostore con il vero erede, per il semplice motivo che si trattò in effetti di una femmina….-

                              FINE DELLA PUNTATA