Le parole di Florence, come frecce scagliate da un arco teso, vibrarono nell’aria con solenne gravità, per un brevissimo istante, poi colpirono fulminee il bersaglio.

Elisa vacillò disarmata. Il conte Ristori, intento ad osservare, un punto indeterminato del giardino, oltre la vetrata, alzò di scatto sulla donna uno sguardo stupefatto.

 

Non parve tuttavia lasciarsi smontare da quella rivelazione inaspettata. Tacque per un lungo momento perdendosi in una tortuosa riflessione, mentre la sua  mano distratta accarezzava un’elegante tabacchiera ricoperta da sottili foglie d’acanto, in lamina d’oro.

-         Avete ragione, signora. La nuova scoperta cambia totalmente i nostri programmi – constatò quietamente  – ma non per questo li vanifica!-

Attese l’effetto di quell’affermazione sul suo uditorio. Gli occhi increduli e disorientati che si fissarono su di lui, gli dissero che le due donne annaspavano ancora nella più completa oscurità.

-         Cercherò subito di essere più chiaro. – tolse via dalla manica un invisibile granello di tabacco -  Carlo Emanuele III ebbe, dalla seconda regina – Polixena Cristina di Hesse- Rheinfels – un secondo figlio maschio, se ben ricordate…- uno strano luccichio accese il suo sguardo - Ebbene, sono certo che egli riterrà estremamente istruttive le confidenze che avremo da fargli. – ancora una volta attese le reazioni del suo pubblico.

Elisa annuì con aria di approvazione, eppure sul suo volto continuava ad apparire un’espressione  perplessa:

-         Inizio a comprendere le tue intenzioni. Questo piano, senza alcun dubbio, risolverebbe il problema dell’eredità alla corona…. Tuttavia non sarà semplice riuscire nell’impresa senza suscitare i sospetti del “re”, non dimenticare che ci ha sguinzagliato addosso i suoi spregevoli accoliti, solo allo scopo di liberarsi definitivamente di noi. Non penso proprio che vorrà arrendersi di buon grado a cedere lo  scettro. –

Lo sguardo del conte si fece più penetrante, le sue labbra si contrassero:

-         Non ho mai detto che sarebbe stato facile, amor mio… ma sta’ pur certa che farò tutto ciò che è in mio potere, per vincere l’ultima mano di questa pericolosa partita… – disse con voce mutata, sprezzante, parlando quasi a se stesso.

Gli occhi allarmati di Madame de Marguéry lo distolsero bruscamente dalle sue torve meditazioni

La piega aspra della sua bocca cedette allora il posto ad un sorriso più disteso, che si sforzava di essere rassicurante. Rivolse un inchino appena accennato a Florence.

        Non dovete temere nulla, Madame, da questo momento in poi, voi siete sotto la nostra protezione. Proprio per questo….- tamburellò con le nocche sulla superficie del piccolo scrittoio di mogano - ritengo che voi e la vostra famiglia non siate più al sicuro qui, chiunque altro potrebbe seguire le vostre tracce…- lasciò la frase in sospeso, con un tono carico di cupe implicazioni - vi suggerisco di affrettare i preparativi e di seguirci altrove, in un luogo dove vi saprò lontana da inutili rischi mentre noi… - un ampio gesto andò da lui ad Elisa - saremo tornati in Piemonte –  concluse.

Aveva  pronunciato quelle frasi con un tono estremamente cortese, eppure la ferma risolutezza che traspariva dalle sue parole sembrava non lasciare spazio ad alcuna  alternativa.

Le sue dita chiusero di scatto il coperchio della tabacchiera con cui giocherellava oziosamente, e di colpo ricordò:

-         Ah, quasi dimenticavo la cosa più importante….mi consentite, signora, di dare uno sguardo al documento che avete gelosamente custodito per tutti questi anni? Non ci auguriamo certo che finisca nelle mani sbagliate.. – asserì con vigore – oltre ad essere l’unica prova irrefutabile di un crimine, ci sarà utile a  ritrovare quella donna. …e a renderle finalmente giustizia come merita! – concluse il monologo sottolineando con cristallina solennità l’ultima frase.

 Florence annuì di rimando. Aveva seguito con estrema attenzione la logica del suo ragionamento e qualcosa le lasciava intuire che poteva fidarsi del conte Ristori; abbandonare finalmente i suoi affanni in altre mani le dava un immenso senso di sollievo. Si disse che forse, gli spettri che venivano a visitarla, di frequente, nelle sue notti insonni, avrebbero cessato di tormentarla.

Uscì dalla stanza a passi leggeri camminando rapidamente sul mirabile tappeto di Aubusson, il fruscio di seta che accompagnò i suoi movimenti, fu l’unico suono a interrompere la sacralità di quel silenzio.

                                     ******

Il sottilissimo filo argentato di una tela di ragno riluceva oscillando adagio, attraversato da un insolente raggio di sole. Rannicchiato in un angolo della sua cella maleodorante, Martino fissava, come ipnotizzato, l’industrioso animaletto avvicinarsi inesorabile alla sua preda: un piccolo insetto sprovveduto si dibatteva con caparbietà nel vano tentativo di liberarsi. Parve persino al giovane  di cogliere una luce crudele saettare nei minuscoli occhietti pazienti dell’aracnide. 

Una sorta di inspiegabile rassegnazione lo indusse ad assistere immobile alla conclusione ineluttabile di quell’agguato, che racchiudeva in sé un’elementare filosofia di vita. L’eterna legge del più forte trionfava ancora una volta con la sua logica spietata.

Non poté fare a meno di interrogarsi sul suo futuro sempre più incerto. Nonostante i suoi sforzi di vedere le cose in maniera ottimistica, l’immagine lugubre del boia incappucciato continuava ad assillarlo con insistenza. Se il re in persona aveva chiuso i suoi artigli affilati intorno a lui, per un’imperscrutabile trama, chi mai avrebbe potuto trarlo da quell’impiccio?

Le volgari provocazioni degli altri galeotti, pendagli da forca dai volti devastati dal vizio, lo raggiungevano a tratti nel silenzio ostinato in cui si era chiuso da ore.

-         Il figlio bastardo del conte Ristori, ha avuto finalmente ciò che meritava – una risata raccapricciante scosse l’aria greve della prigione – si dava arie il signorino, nei suoi begli abiti eleganti! Ecco che cosa si ottiene a voler rinnegare le proprie origini..- l’uomo sputò per terra senza ritegno – I viscidi ratti tornano, prima o poi, nelle fogne da cui sono venuti…- i suoi occhi colmi di ottuso livore lo fissarono in attesa di una reazione.

Gli altri prigionieri, i visi alterati da smorfie ripugnanti, si volsero con trepidazione verso quella promessa di svago. Le bagarre erano il solo modo di dare sfogo a tutto l’odio sordo che impregnava quell’antro dimenticato dal mondo.

Un clangore inatteso di chiavi smorzò la tensione crescente dell’atmosfera. Il prefetto Terrazzani, accompagnato da un altro gentiluomo, spinse da parte  il pesante cancello di ferro che dava accesso alle numerose segrete. Ognuno finse indifferenza ritornando a rannicchiarsi  senza indugio nel suo angolo sordido.

La voce familiare di Antonio Ceppi richiamò l’attenzione di Martino riportando un soffio di vita nel grigiore dei suoi pensieri. Al dottore bastò un solo colpo d’occhio per intuire lo stato d’animo del nipote; un tempo non molto lontano, anche lui aveva provato sulla sua pelle le stesse umiliazioni, lo stesso senso di impotente frustrazione.

Conosceva molto bene il potere insidioso di tante oziose elucubrazioni, che rischiavano di trascinarti giù in una voragine senza fondo! Gli afferrò saldamente la spalla, attraverso la grata, in  una stretta amichevole :

-         Non ti abbattere Martino – la sua voce era calda, rassicurante. Antonio lo guardò a lungo nel tentativo di comunicargli la volontà di reagire - te lo dice qualcuno che ci è passato, non devi perdere mai la speranza, o rischi di impazzire, ti tireremo fuori di qui! – esclamò con convinzione credibile – Del resto ci sono buone notizie…- la frase rimase in sospeso. Il ragazzo gli rivolse uno sguardo in cui vibrava la speranza. Antonio si girò intorno con aria furtiva, quindi abbassò la voce fino ad un sussurro complice:

-         Non ti inganno Martino, la notizia ti lascerà senza fiato… mi dispiace potertela dare solo ora e in queste tristi circostanze… Tuo padre è vivo! – esclamò cercando di contenere l’emozione che gli gonfiava il petto.

Incapace di proferire sillaba, Martino lo fissò incredulo, un’espressione accigliata gli si dipinse in volto. Il gentiluomo gli lasciò il tempo di assimilare l’informazione, quindi proseguì:

-         Ci sono misteri  e segreti che spiegano quello che adesso ti sembra impossibile da credere…. io ed Anna… abbiamo dovuto mantenere un assoluto riserbo sulla faccenda, per ragioni che comprenderai senza difficoltà. Elisa è assieme a lui, ora…- sottolineò le parole con un gesto vago.

Man mano che faceva sua l’implicazione di quelle parole, l’espressione sbigottita di Martino lasciava il posto ad uno scintillio radioso:

-         Mio padre è vivo! – proruppe in un grido soffocato – com’è possibile, dov’è ora? Perché è scomparso tutto questo tempo? – chiese martellante.

-          Ogni cosa a suo tempo. Non posso raccontarti tutto nei dettagli, adesso. Anche perché nemmeno io sono a conoscenza di tutti i risvolti. Sappi, però, che gli ho già inviato una missiva per informarlo degli ultimi accadimenti. Puoi stare sicuro che non ti lascerà a marcire in prigione senza agire – asserì con convinzione - lo conosci, non si darà per vinto tanto facilmente. Credi forse che capiti tutti i giorni che qualcuno rinasca a seconda vita? – il tono della sua voce era diventato scanzonato – un uomo che riesce in tale impresa, può raggiungere qualunque scopo…! –

Risero insieme di quella facezia, dimenticando per un attimo il luogo in cui si trovavano.

Un po’ più tardi quel pomeriggio, dopo che Antonio se n’era era andato via,  Martino fissava il cantuccio di cielo visibile attraverso la minuscola grata, il volto illuminato da una fiducia nuova.

                                        ******

Fabrizio prese tra le mani il foglio piegato accuratamente, ingiallito dal tempo, che Florence gli tendeva con mano esitante.

Ancora una volta una fatale missiva reggeva le fila delle loro vite, si disse. Quel contatto gli procurò un brivido lungo la schiena, come se le sue dita avessero ridestato antichi fantasmi sopiti nell’ombra.

La firma della regina campeggiava in fondo al documento con il suo tratto malfermo. Ogni parola tracciata a fatica sulla carta sembrava prendere vita, sotto lo sguardo di brace di Fabrizio, rievocando una voce lacerante, una scena struggente, quelle stesse immagini che perseguitavano Florence nelle sue notti bianche, senza lasciarle scampo.

La lettera sembrava conformarsi a quelle che erano state  le sue aspettative iniziali, la struttura ritracciava perfettamente lo schema di tanti documenti ufficiali. Solo che…a un certo punto qualcosa lo colpì, come una sferza in pieno viso. Egli rilesse più volte, la fronte aggrottata nello sforzo di comprendere, quindi sollevò uno sguardo stupefatto:

-         Non….non è possibile…!- riuscì a dire attonito

Elisa aveva seguito appassionatamente la lettura di Fabrizio, cercando nei suoi occhi le risposte a tante domande confuse. L’espressione che vi trovò, d’improvviso, le diede un fremito. Qualcosa di assolutamente sconvolgente, nel contenuto della confessione, doveva aver turbato Fabrizio oltremisura.

Rimase paralizzata ad attendere il verdetto. Egli si riscosse, infine, e riuscì a parlare con voce sufficientemente serena:

-         Deve sicuramente trattarsi di una bizzarra coincidenza, tuttavia … -

Sollevò la pergamena alla luce della finestra continuando ad osservare fissamente i ghirigori sulla carta, sotto gli sguardi impazienti delle due donne, animate da emozioni differenti. Mentre la contessa era terribilmente combattuta tra la curiosità di sapere e l’indefinibile timore di conoscere la nuova verità, Florence sembrava, al contrario, solo ansiosa di scoprire quale particolare, in quelle parole a lei note, poteva aver creato tanto scompiglio.

-         Per l’amor del cielo, Fabrizio, che accade?- chiese infine sua moglie.

-         La bambina venne affidata ad una famiglia che viveva nelle tenute del regno, in cambio del figlio naturale del re, quello che aveva avuto da una relazione con una giovane contadina….-

-         Sì, sappiamo bene che fu così…questo non aggiunge nulla alle nostre conoscenze..-

-         No, hai ragione, “questo” non aggiunge nulla, in verità, a ciò che sapevamo già .– ripeté quasi meccanicamente – E’ il nome della famiglia che getta nuova luce sui fatti -  egli trascinava curiosamente le parole, quasi come se volesse prendere tempo. Elisa insisté ancora:

-         Ebbene Fabrizio, qual è dunque il nome della famiglia? – chiese sempre più anelante.

Ancora una volta, una curiosa sensazione s’impadronì di lei, la stessa che aveva provato poco prima che Victor svelasse l’identità della dama di compagnia scomparsa. Anche allora aveva sentito confusamente che la rivelazione la toccava, in qualche modo, da molto vicino. Fabrizio la guardò disarmato poi disse in un soffio:

-         Scalzi….questo è il nome che viene indicato nella confessione – le parole aleggiarono nella stanza per qualche istante. Il cuore di Elisa diede un balzo violento.

 

-         Non…non capisco – disse con voce strozzata, studiandosi di riprendersi – deve assolutamente trattarsi di un errore…Scalzi è un nome diffuso in Piemonte..-- 

 

        Sì, è quanto io stesso mi sono detto, in un primo momento..- riuscì ad articolare – il nome dell’artigiano Francesco Scalzi, sembra però non lasciare spazio ad alcun dubbio…tutto coincide! – sentenziò mostrando il foglio a riprova di quanto diceva.

Mme de Marguéry guardava dall’uno all’altra, senza riuscire a comprendere. Fabrizio proseguì, dando voce definitiva alle mezze intuizioni, a quella verità fino ad allora solo parzialmente accennata:-         Elisa…- la donna vacillò come sotto un colpo a quel richiamo vibrante di struggimento -  sei proprio tu quella bambina che venne privata, ventisei anni fa, della sua legittima eredità… per oscure trame di potere! Sei tu la figlia di Carlo Emanuele III!

 

Elisa ebbe l’impressione di vivere uno di quegli incubi angoscianti in cui ci si trova in bilico sull’orlo di un abisso. Qualcuno, alle sue spalle, la spingeva di sotto con prepotenza, e lei, senza più appiglio, si sentiva precipitare giù, sempre più giù…e si chiedeva quando si sarebbe schiantata.

Un grido le morì in gola, chiuse gli occhi nel tentativo di rimuovere quel presente inaccettabile, molesto, che rimetteva in discussione i punti fermi della sua vita.

Il conte Ristori, conscio del dramma interiore che la travolgeva, le si avvicinò dolcemente prendendole una mano tra le sue, incapace di trovare le parole giuste.

Sentiva la piccola mano inerte di Elisa abbandonarsi passivamente alla sua stretta gentile e cercò inquieto una risposta in quegli immensi occhi da cerbiatta ferita. La luce vitrea e inespressiva che vi trovò, lo disorientò. Si sentiva in grado di lenire il dolore, di calmare la rabbia divampante, ma era  privo di armi di fronte a quella pericolosa corazza d’indifferenza.

 

Fu Florence a rompere quel silenzio carico di imbarazzo, era riuscita faticosamente a mettere insieme i pezzi del mosaico e pareva emergere, infine, dalle sue fantasticherie ad occhi aperti. La sua voce argentina rivelava che aveva recuperato il suo invincibile buonumore:

-         Ma certo, come ho fatto a non capire prima! – sembrava seguire il filo logico di un suo segreto pensiero – ecco perché ho sempre provato la curiosa sensazione di avervi già conosciuta, i vostri occhi immensi e trasparenti….sono quelli di vostra madre! – proruppe.

Vinta dalla commozione, Florence veleggiò su Elisa, che, al contrario, era al colmo dello smarrimento:

-         Questo spiega lo slancio istintivo che ho subito provato per voi, amica mia! Voi…- proseguì madame de Marguéry con voce spezzata – avete la stessa indole fiera e leale, lo stesso animo sensibile della regina Anna Luisa Cristina…e tale eredità vi fa onore. Non capite….è lei che vi ha guidato fino a me, perché io potessi riparare a tutto il male…- un nodo dolente alla gola le impedì di andare avanti. -         Io…io, perdonatemi Florence. Ho bisogno di un po’ di tempo per abituarmi all’idea che nelle mie vene scorre sangue reale – un povero sorriso desolato le apparve sulle labbra esangui – ho vissuto tutta la vita con la ferma certezza di essere Elisa Scalzi, figlia di un onesto artigiano… questa certezza mi ha resa sempre orgogliosa delle mie origini, per quanti sacrifici e umiliazioni mi siano costate, ed ora …- si coprì il viso con le mani.

Il ritrovato ottimismo di Mme de Marguéry sembrava non voler retrocedere di fronte a tanta cupa austerità. S’interpose energicamente al discorso della contessa senza attenderne la conclusione:

-         Ed ora, mia cara….nulla è mutato, siete e sarete sempre Elisa, una donna forte e combattiva che non si è fermata davanti agli stupidi pregiudizi di una società asfittica…- le sue parole sincere erano colme di affetto - che ha guadagnato la stima di chiunque l’abbia incontrata –

Lo sguardo adorante del conte non faceva che confermare quelle affermazioni. Egli proseguì il panegirico con voce appassionata:

-         … che ha sempre avuto il coraggio di lottare per quello in cui credeva, incurante dei pericoli, una donna indomita,  d’animo nobile e d’incomparabile bellezza che ha conquistato irrimediabilmente il mio cuore… la mia Principessa. – terminò gli elogi con un profondo inchino, che sembrava voler sdrammatizzare la gravità della situazione.