Un silenzio greve si fece tra loro. Elisa rifletteva sulla verità di quelle parole, eppure faticava a trovare la forza di perdonare la memoria di suo padre. La voce stanca dell’anziana donna la riportò al presente:

-         Credo che questo rimorso abbia contribuito a portarlo alla morte..!

Elisa alzò gli occhi di scatto, un altro pensiero le indugiava nella mente. Esitò qualche attimo prima di infliggere quello che, sapeva bene, sarebbe stato un colpo letale:

-         No…non il rimorso. Suo figlio….tuo figlio. Il re Vittorio Amedeo..ha commissionato la morte del Re – sibilò.

-         Egli…non può essere stato capace di tanta perfidia..- si coprì il volto con le mani.

-         Non mentire a te stessa, sai bene di cosa è capace…perché fuggivi? -

Erano infine tornate all’interrogativo irrisolto che aveva scandito l’intera conversazione:

-         La levatrice…- ebbe solo il tempo di dire.

Anche per quella volta sembrava che quella domanda fosse destinata a rimanere senza risposta. Dei pesanti colpi vibrarono alla porta. Una voce imperiosa tuonò dall’esterno rimbombando nella stanza, i colori delle giubbe dell’esercito saettarono attraverso le tendine semichiuse:

-         Aprite, in nome del re! -

Sua madre levò uno sguardo smarrito da animale braccato:

-         Elisa devi scappare, se ti trovano qui… E’ me che vogliono…Fuggi! -

-         Perché,  che cosa sanno….rispondimi! – la scosse con veemenza senza ottenerne risposta.

La porta crollò dietro le spinte possenti dei soldati. Sul vano apparve la figura sdegnosamente altera del consigliere del re.

Percorse con un rapido sguardo lo spazio intorno a lui, si fermò un attimo sulla contessa, inarcò impercettibilmente un sopracciglio sorpreso, poi tornò sulla popolana:

-         Vi dichiaro in arresto per l’omicidio di Domenica Boccardo…-

Elisa sussultò, ebbe l’impressione di aver già sentito quel nome, le ci volle qualche istante per ritrovare il dato nella memoria. Si trattava della donna che giaceva strangolata sull’argine del fiume e che avevano visto al loro passaggio. Ma non comprendeva che cosa mai potesse avere a che vedere con sua madre. L’anziana donna deglutì a fatica, pallida come un cencio:

-         Non avrei mai potuto…sono stata sempre qui… è accaduto a  più di un giorno da…- lasciò la frase in sospeso rendendosi conto che quelle parole l’avevano tradita.

 Erano riusciti ad incastrarla. Un sorriso crudele apparve sulle labbra sottili del marchese Montiglio:

-         Bene, bene, vedo che la notizia  dell’assassinio non vi giunge nuova, non negate quindi nemmeno di aver conosciuto la vittima! –

La donna lanciò uno sguardo furtivo alla porta sul retro, il gentiluomo sembrò cogliere il moto inconsulto:

-         Abbandonate l’idea di fuggire, buonadonna – pronunziò quell’appellativo sottolineandolo quel tanto che bastava per farne un insulto -…la casa è circondata dalle guardie! –

Gli occhi del marchese indugiarono nuovamente su Elisa, che era rimasta paralizzata fino a quel momento.

-         Guarda, guarda cosa abbiamo. Contessa Ristori, cosa vi porta dunque da queste parti? Vi pensavamo dalla vostra parente, a Lione. In verità cominciavamo a chiederci quando, infine, ci avreste rallegrato con il vostro ritorno -  disse con evidente sarcasmo – la vostra presenza qui è alquanto sospetta, avrete la bontà di seguirci, così potremo verificare quanto sia in realtà casuale! – uno strano luccichio gli illuminava lo sguardo.

 

Inaspettatamente la porta sul retro si aprì , in uno schianto stridente, come sospinta da una folata di vento. Apparve dinanzi a loro, nel circoscritto quadro di luce della cornice, l’immagine inappropriata di un’imponente scrofa che grufolava imbizzarrita. A quella vista, il marchese Montiglio, disorientato oltre ogni dire, non mancò di portarsi, con eleganza, un fazzoletto profumato alle narici. Sembrava, d’altronde, che l’animale adducesse il gruppo a pretesto delle sue ire; indugiò brevemente, quindi si lanciò alla carica nella mischia, come se qualcuno l’avesse aizzato con un gatto a nove code.

I soldati sembrarono dimenticare la ragione solenne che li aveva condotti in quel luogo; si scansarono inorriditi da quel bolide inferocito, catapultatosi  verso di loro come una palla di cannone, e finirono assai  poco dignitosamente a gambe all’aria. D’un tratto, tuttavia, il suino arrestò la sua corsa, distratto da alcune patate che erano rotolate a terra nell’urto. Tutto accadde nella frazione di qualche secondo.

D’altronde, era quanto il conte Ristori aveva astutamente previsto. Immobile, padrone di sé e in perfetto equilibrio sull’architrave, egli sovrastava maestosamente il gruppo, un sorriso beffardo dipinto sul volto;  attendeva il momento giusto per lanciarsi. L’acciaio della sua spada lampeggiò  brevemente alla luce del sole.

Dal lucernaio dischiuso penzolava una grossa fune, la cui estremità era saldamente stretta nella mano del nostro eroe, a suggerire a chiunque levasse accidentalmente lo sguardo, il modo rocambolesco in cui egli contava di portare a buon fine quel mirabile progetto.

Il caso volle, naturalmente, che fosse la nostra eroina a sollevare lo sguardo dei suoi occhi da gazzella. Occupata nella difficile impresa di appropriarsi di uno schioppo che indugiava occasionalmente alle sue spalle, ella scorse l’ombra felina in agguato e ne ebbe un violento tuffo al cuore. Lui era lì, i muscoli contratti per la tensione, splendido in quella posa scattante.

Animata da un nuovo ardimento, imbracciò l’improbabile arma e la puntò risolutamente contro la tempia del marchese:

-         Deponete le armi, marchese, e ordinate immediatamente ai vostri soldati di fare altrettanto!–

Un fremito di sdegno fece tremare le labbra di sua signoria il marchese Montiglio:

-         Cosa credete di fare, contessa Ristori, rischiate solo di rendervi ridicola …- la sprezzante alterigia con cui parlava fece rabbrividire la popolana, non sicuramente la nostra eroina, che continuò a rimanere impassibile - sapete bene che la casa è circondata dalle guardie, non riuscirete mai a farla franca da sola e con quell’ arnese inverosimile! –

Una voce sarcastica riecheggiò nell’aria al di sopra di loro:

-         Vi sbagliate marchese, non da sola…-

Il consigliere di Sua maestà levò lo sguardo e s’irrigidì, aveva sentito fin troppo parlare della leggendaria figura del conte per non riconoscerne i contorni, nel temibile avversario che lo dominava dall’alto. Non fece in tempo a proferire sillaba che l’altro, d’un balzo, gli fu di fronte, la lama affilata contro la sua gola e gli occhi gelidi in una maschera impenetrabile. Per un attimo i due si affrontarono in silenzio.

-         Sono desolato di correggervi – ripeté alla fine il conte, imperturbabile – la contessa è accompagnata da uno spettro …sempre che abbiate l’ingenuità di credere ancora ai fantasmi! - un ghigno ironico gli contrasse la bocca.

-         Siete dunque il conte Ristori…? – la domanda era retorica.

-         Non ho alcun motivo di dubitarne, marchese Montiglio – il nome suonò come un insulto velato.

-         Rischio di ripetermi, conte, non avete scampo: la casa è circondata…! – la frase rimase in sospeso sulle labbra contratte.

-         Ne siete così certo? Mi rincresce dovervi disilludere ancora una volta, consigliere, purtroppo temo che le vostre guardie siano state, momentaneamente, rese inoffensive! –

-         Che ne avete fatto, ribaldo…? – sibilò.-         Fossi in voi starei molto attento a soppesare le parole. Non mi sembra siate nella posizione di insultare chicchessia. –

Mentre parlava si serviva di una grossa corda per immobilizzare le mani del marchese, quindi passò a legare e imbavagliare i soldati che non si erano ancora del tutto ripresi dallo stupore – vedete, io, al contrario di quanto vi riguarda, non sono affatto un assassino! –

-         Cosa credete di ottenere con questa messinscena da farsa, conte! Ricordate, se mi lasciate in vita starò sempre un passo dietro a voi: pagherete questo affronto !– la minaccia vibrò, sospesa nell’aria per qualche secondo.

Il conte lo degnò appena di uno sguardo, levando un sopracciglio divertito quindi si affrettò a completare la sua opera certosina : quando ebbe terminato il marchese penzolava dal soffitto in una postura assai grottesca, con un bavaglio a sigillargli le labbra. Il suino sembrò emettere un grugnito di soddisfazione.

-         Per una volta, amico mio, sarete voi a rendervi ridicolo –

Si diresse alla porta sul retro accompagnato dalle due donne esterrefatte – Ah…quasi dimenticavo! Non mancate di consegnare questo, come definirlo…degno esemplare a Sua

Maestà – già con la mano sulla maniglia,  indicò la bestia che grufolava rosicando le patate sparse sul pavimento – con gli omaggi del conte Ristori! –

E, dopo un profondo inchino, si richiuse tranquillamente la porta alle spalle lasciando sui volti delle vittime un’espressione di stupefatto orrore.

                     FINE DELLA PUNTATA