Con un movimento sicuro ed elegante, il conte Ristori rinfoderò  la spada dall’impugnatura finemente cesellata. Candidamente incurante delle implicazioni rischiose di ogni suo gesto, egli sembrava, al contrario, provare un sottile compiacimento per quella sfida deliberata. Sprangò la porta con movimenti agili e lanciò un breve sguardo d’intesa ad Elisa che celò prontamente tra le pieghe del mantello la pistola che egli le aveva allungato:

-         Credo che questo scherzo ci varrà una persecuzione dichiarata.- disse Fabrizio - Dobbiamo muoverci in fretta, non passerà molto tempo  prima che tutto venga scoperto…-

I suoi occhi provocatori lampeggiarono pericolosamente, carichi di sarcasmo, poi la sensazione esaltante dello scacco cedette il posto ad un interrogativo assillante che esigeva un chiarimento immediato, si volse allora verso la popolana:

-         Perdonate la mia deplorevole indiscrezione, signora.  Tuttavia mi sembra giunto il momento di mettere fine ad ogni riserbo, se vogliamo evitare inutili errori…-

L’anziana donna, per cui lo sguardo penetrante del conte, era sempre fonte di profondo disagio, arrossì con veemenza cercando di darsi un contegno.

-         Credo di aver compreso a cosa alludete, conte. Spero di soddisfare la vostra curiosità dandovi la mia parola che non ho niente a che vedere con la morte di quella donna – deglutì a fatica – Ma…la conoscevo, Menica Boccardo è la levatrice che aiutò Elisa a venire al mondo – tacque aspettando che gli altri due assimilassero il senso di quella nuova informazione, l’espressione di sorpresa sui loro volti  le disse che non avevano sospettato nulla fino a quel momento – E’ la pura verità…io, stavo solo cercando di fuggire prima di fare la stessa fine di quella poveretta, quando…siete arrivati voi. Il resto lo sapete già…-

Fabrizio aveva ascoltato assorto il resoconto della popolana, soffermandosi distrattamente sui suoi movimenti impacciati; diede un’ultima occhiata furtiva tutt’intorno, per accertarsi che nessuno spiasse i loro movimenti, che ogni cosa andasse secondo i piani, quindi tornò a guardare le sue interlocutrici:

-         Quindi il Re sa. Questo, almeno, ci permette di giocare a carte scoperte, ma rende ancora più rischiosa ogni nostra mossa. E’ necessario essere ancora più prudenti e non lasciare niente al caso. - pronunziò quell’ultima frase, quasi parlando a se stesso – ‘Sua Maestà’ – una smorfia di disprezzo gli contrasse le labbra - sta cercando di eliminare ogni prova, ogni testimone…- rivolse uno sguardo carico di ansia alla contessa - …e tu, Elisa, sarai, senza ombra di dubbio, il suo prossimo bersaglio. Ma se crede di poterti stringere tra le sue grinfie, si sbaglia di grosso…Non ci resta che dileguarci, se non altro fino a quando non saremo pronti per un nuovo affondo…-

Ora, la sua espressione impenetrabile, gelida, lasciava presagire inquietanti macchinazioni.

Se pure fossimo disposti a pagarlo a peso d’oro, non v’è  più un angolo in tutto il regno dove sfuggire alla furia del “re”…- un’eco d’apprensione incrinava la voce di Elisa, a dispetto della calma che si sforzava di ostentare.

-         No, amore mio, un posto forse c’è…- un sorriso enigmatico apparve ad increspargli la bella bocca - ma, ti racconterò tutto dopo. Non c’è tempo, ora, per discutere. Seguitemi signore, dobbiamo raggiungere la carrozza al più presto, Orsolina si è già unita al resto del gruppo. Un’ultima raccomandazione ….- si volse alle due donne che attendevano - cerchiamo solo di non dare nell’occhio! –

Il conte sprofondò in un inchino galante e scanzonato, quasi nel tentativo di riportare la fuga ad una dimensione meno drammatica, quindi i nostri eroi si catapultarono spediti nel dedalo di vicoletti striminziti che si snodavano per il paesino.

Una mezza dozzina di ragazzini sommariamente vestiti, intenti a giocare in una viuzza,  si sparpagliarono ai due lati per consentire la briosa passeggiata, restando poi fermi a contemplare con occhi sbarrati l’avanzare di quello strano gruppo di viandanti. Zaffate maleodoranti esalavano dall’acqua sporca e dai rifiuti gettati senza cura nei rigagnoli, investendo le narici. Le case, edifici angusti e aggettanti, erano per lo più in rovina: alle pochissime finestre che ancora conservavano un’apparenza dignitosa, i vetri rotti o mancanti dovevano costituire uno schermo alquanto inadeguato contro i gelidi spifferi dell’inverno. Ogni cosa  nell’aria greve intorno a loro suggeriva un’idea  di miseria e di squallore. L’altra faccia della medaglia, quella della povertà, si celava dietro l’apparenza ridente e bontempona della piazza, dove nulla doveva turbare gli sguardi sensibili di certi avventori. Non era che un piccolo assaggio di quanto, la cattiva reggenza del nuovo sovrano, avesse influito su ogni aspetto dell’economia del regno.

L’escursione forzata ed istruttiva ebbe termine, infine, in una zona un po’ fuori mano, dove attendeva la carrozza, già pronta alla fuga. Dopo un cenno di reciproca intesa, Fabrizio ed Elisa montarono a cavallo, consentendo al resto del gruppo di sistemarsi alla meglio nello spazio esiguo dell’abitacolo. Il conte incitò vigorosamente la cavalcatura scalpitante d’impazienza:

-         Al castello di Pollenzo! –  ordinò perentorio al cocchiere, quindi si lanciò in avanti.

                                               *****

I nostri eroi cavalcavano ormai da qualche tempo, senza sosta. Fabrizio, tuttavia, non sembrava dare segni di stanchezza;

 chiuso in un mutismo denso di pensieri, osservava fissamente la strada innanzi a sé, sostenuto dal desiderio di raggiungere il suo segreto obiettivo.

Un vento sferzante batteva ora la vallata, modellava incalzanti cavalloni sulle distese palpitanti dei pascoli, insinuava le sue dita algide tra le rupi e i rami vibranti, e recava ai viaggiatori una nenia infinita di mormorii indistinti che si sperdevano nell’aria guizzante del tardo meriggio.

Un cielo basso, velato da nuvole gonfie, sembrava comprimere i contorni dell’orizzonte in una morsa di piombo. A qualche distanza, saette baluginanti, fendevano la tenebra innaturale che faceva da sfondo ai boschi, accendendo improvvisi profili di luce; visioni fugaci che sprofondavano presto nel grigiore indefinito del paesaggio.

Elisa si strinse rabbrividendo nel mantello, e si augurò che la meta fosse ormai prossima. Se non avessero trovato un riparo in breve tempo, sarebbero stati investiti da una tempesta di proporzioni allarmanti. Il sibilo incessante del vento aveva reso difficile ogni conversazione  con il conte, e lei si era infine rassegnata a trarre da sola le dovute conclusioni, sulla base delle poche informazioni a sua disposizione.

Il sontuoso castello di Pollenzo era la dimora ufficiale del duca di Chablais, secondogenito di Carlo Emanuele III, figlio della seconda regina: Polixena Cristina di Hesse. Quel semplice dato, sarebbe stato quindi, di per sé, più che sufficiente a far luce sull’intenzione del conte di chiedere protezione

e asilo all’ancora inconsapevole erede alla corona, in cambio delle preziose rivelazioni in suo possesso.

 I lineamenti di Fabrizio si distesero appena in un breve sorriso, tese una mano ad indicare un punto verso ovest e alzò la voce, sì da farsi udire attraverso il frastuono della bufera:

-         Ci siamo, finalmente!-

Davanti a loro, oltre l’oscura cortina di ombre proiettate dalle nuvole, si svelava lentamente la sagoma caratteristica del castello, con le sue svettanti torri rosse, che dominava il piccolo borgo. Il nastro argentato del Tanaro si svolgeva ai suoi piedi facendo da cornice a quel quadro a fosche tinte. Se tutto fosse andato secondo i piani, avrebbero finalmente trovato un rifugio che mettesse fine, almeno per il momento, a quel viaggio interminabile.

                                                 *****

La figura di Vittorio Amedeo si stagliava minacciosa contro la luce bianca della trifora, una mano chiusa ad artiglio intorno all’elegante calamaio, che faceva bella mostra di sé, sulla scrivania di palissandro.

-         Questo affronto è più di quanto sia pensabile tollerare. Basta con i giochetti sottili! Il conte Ristori vuole dunque la guerra? - nei suoi occhi aleggiava uno sguardo inequivocabilmente omicida, per un attimo sembrò che volesse scagliare il pesante oggetto contro la parete, pure alla fine lo depose fremendo - Che guerra sia, allora! Non più tardi di domani, avrà luogo l’esecuzione di Martino Ristori…e vedremo chi avrà l’ultima parola…- sibilò tra i denti.

Madame Lavoulère scosse il capo e trattenne brevemente il respiro accarezzandosi le labbra piene e conturbanti,  seguendo con le dita le incantevoli volute dei riccioli corvini, in uno di quei gesti in lei consueti, quasi ella volesse sottolineare per gli altri e per se stessa, la realtà ineffabile, della propria persona. Non era donna che rifuggisse dal parlar chiaro. Tuttavia voleva essere certa di trovare i termini giusti per non urtare la sensibilità del sovrano. Alienarselo era l’ultimo dei suoi desideri.

-         Vi invito a riflettere, Vostra Maestà.- lo guardò un istante di sottecchi, quindi proseguì rassicurata - Il conte Ristori è più astuto di quanto pensassimo…ogni sua mossa sembra accuratamente studiata. La sua tracotante spavalderia ci dice che egli, ora, ha tra le mani qualcosa di decisivo contro di voi, o non avrebbe osato tanto! D’altro canto, con molta probabilità non è ancora a conoscenza dell’arresto del figlio, ma anche se ne fosse stato informato, dubito che il suo comportamento sarebbe stato molto diverso. Sa perfettamente che avete le mani legate: se uccidete suo figlio, decretate la vostra condanna. Nulla potrà più placare la sua furia….ma se giocate bene le vostre carte, il figlio del conte potrebbe rivelarsi una preziosa merce di scambio! – tacque aspettando l’effetto delle sue parole sull’interlocutore.

La logica  del discorso non aveva mancato di colpire il sovrano, che si soffermò a lungo a seguire con il dorso della mano inanellata, le linee armoniosamente fluide della scrivania.

-         Come sempre, la vostra sagacia non cessa di sorprendermi, Eléonore. Tuttavia dimenticate che, non molto tempo fa, la sua smania di eroismo ha mandato a monte i nostri disegni di gloria. Nemmeno la minaccia della decapitazione ha potuto farlo desistere dai suoi propositi…non vi è peggiore risma di quella degli idealisti! – concluse sprezzante.

-         Ricordo bene quell’episodio, Sire. Tuttavia insisto, ora la posta in gioco è ben diversa. Il conte può anche aver deciso di sacrificare la PROPRIA vita, per un ideale…- fece una pausa significativa – non certo quella di suo figlio! – gli occhi di lei lo fissarono con improvvisa risolutezza.

Il sovrano trasse un profondo sospiro di resa:

-         Qualcosa mi dice che avete visto giusto, mia preziosa amica – un sorriso crudele gli apparve sulle labbra – non ci resta che anticipare le sue mosse. Eccoci infine giunti al punto nodale: quale potrà mai essere il piano del nostro Don Chisciotte ? –

-         Credo che le strategie del conte siano tutt’altro che prevedibili. Lo ha dimostrato ampiamente. Tuttavia saremo noi, sire, a stanare la preda, e con un’esca niente affatto trascurabile – tracciò l’ennesima linea immaginaria lungo il contorno del suo viso, dall’ovale perfetto – mi pare proprio sia giunto il momento di rinverdire il legame d’amicizia con la nostra comune amica, la contessa Anna Ristori. Le visite di cortesia sono sempre le più istruttive! – ingiunse, mentre  un sorriso indefinibile le indugiava sulle labbra.