Ancora una volta la notte aveva adagiato il suo drappo impenetrabile sugli affanni e le ansie del giorno. La tempesta continuava a imperversare al di là delle mura del castello di Pollenzo, turbando lievemente, con i suoi tumulti, i sogni di chi vi dimorava. Una luna sfocata, appena visibile, attraverso la leggera foschia che ammantava ogni cosa, conferiva al paesaggio un aspetto cupo e spettrale.

Ad un attento viandante notturno, che avesse indugiato con lo sguardo sui contorni d’inchiostro delle torri merlate contro il grigio nebuloso del cielo, non sarebbe certo sfuggito il tremolio accennato di una luce dietro la vetrata ogivale di uno dei torrioni, unico sfolgorio in quell’ordito di tenebra.

A quel che sembrava, all’interno del castello, c’era chi stentava ancora a prendere sonno malgrado l’ora tarda. 

Il bagliore intermittente di un  candeliere a due bracci traeva dalla penombra della stanza, gli incerti particolari degli affreschi della volta, ora una figura sinuosa  di donna che tendeva le mani affusolate verso un’immagine affondata nell’oscurità, ora le teste ghignanti di fantasiosi animali araldici in pose plastiche e singolari.

Elisa sospirò brevemente e raccolse le ginocchia contro il petto, chinando il capo su un lato. La luce esitante del candelabro alle sue spalle, sembrava racchiudere i suoi capelli in un contorno danzante di fiamme brunite, s’insinuava qua e là attraverso la chioma scomposta, incendiandola di caldi bagliori. Fabrizio fissava incantato quella cascata prorompente di soffici ricci e pareva meditare.

-         Il fatto che il duca ci abbia offerto il suo aiuto è indubbiamente un passo avanti. La sua reazione è andata al di là di ogni immaginabile aspettativa…-

Mentre riandava col pensiero alla scena del colloquio con il duca di Chablais, il conte aveva la sensazione di rivivere in prima persona le emozioni contrastanti che avevano animato il suo interlocutore: egli era passato, in capo a breve tempo, da una circospetta diffidenza all’incredulità, dal più disarmato sbigottimento ad una rabbia furibonda. Rivedeva le sue dita affusolate che reggevano la pergamena ingiallita  dal tempo, il suo sguardo ansioso che scorreva il documento quasi alla ricerca di un elemento che smentisse le infami insinuazioni.

Si era riavuto presto dal colpo, l’ostilità che lo contrapponeva al fratello maggiore, era cosa nota negli eleganti salotti della corte sabauda. Dacché Vittorio Amedeo era salito al trono, i loro rapporti erano considerevolmente peggiorati; il duca di Chablais, progressista e illuminato, non vedeva di buon occhio le riforme accentratrici e restrittive del sovrano, e non aveva mancato di farlo notare in più di un’occasione. Aveva tuttavia dovuto rassegnarsi a vivere un’esistenza nell’ombra, il più possibile lontano dai tumulti della corte, mantenendo con il re un rapporto freddo e cortese, come richiedeva la rigida osservanza del protocollo.

Fabrizio aveva sempre nutrito una profonda stima per quell’uomo austero e solitario, a cui si sentiva accomunato dai medesimi ideali, ed ora finalmente, vedeva in lui il miraggio della sola possibile alternativa ad un regno rovinoso, fondato sull’impostura.

I due gentiluomini avevano conversato a lungo nell’immensa biblioteca circolare, come vecchi compagni d’arme, mentre le ultime luci cupe di quel giorno tempestoso svanivano stancamente nella sera. Un tacito accordo era stato suggellato, fatto d’intese e complicità inespresse, un’alleanza che non aveva avuto bisogno di parole.

Elisa diede voce ai suoi pensieri, la fronte segnata da una ruga appena avvertibile:

-         Adesso, dunque, abbiamo la fiducia del duca….ciò nonostante, persino il ducato di Chablais fa parte del regno di Savoia, non dimentichiamocene. Non oso nemmeno pensare a quale potrebbe essere la reazione del re di fronte ad una minaccia di cospirazione! -

Fabrizio levò una mano ad accarezzare una ciocca ribelle che ricadeva languidamente sulla spalla scoperta di sua moglie, persino in quel momento di profonda apprensione non riusciva a rimanere insensibile di fronte al potere di quel fascino inconsapevole.

-         E’ proprio per questo che occorre agire tempestivamente, egli si aspetta intrighi, subdole cospirazioni, non certo il colpo di scena che ho in serbo per lui. Gli daremo scacco prima di quando possa immaginare, non avrà nemmeno il tempo di parare i colpi! -

Elisa giocherellava assorta con il pizzo candido del negligé concedendosi di buon grado alle attenzioni indolenti del marito.

-         Il tuo sguardo misterioso mi dice che hai già un piano preciso in mente…- rimase con le labbra dischiuse, in attesa che egli desse forma alle intuizioni imprecise che balenavano nella sua mente.

Fabrizio la trasse a sé avvolgendola  con le braccia, nello slancio rassicurante e tenero che gli era consueto. Adagiò un bacio delicato su una palpebra abbassata.

-         Sì….Elisa, ho un piano, qualcosa che è andato lentamente prendendo forma, un piano di cui nessuno è a conoscenza. Sono stato io a volere che fosse così …. – la guardò a lungo, negli occhi eloquenti una tacita richiesta. Le prese il volto tra le mani. – Ti  chiedo solo di fidarti di me e di non farmi domande, per ora. E’ assolutamente indispensabile che io giochi da solo l’ultima mano di questa partita…e poi, desidero che il gran finale lasci senza fiato anche te.- sorrise brevemente, con tenerezza:

 

- Giuro che ti renderò giustizia agli occhi del mondo, amore mio…come meriti! –

Il tono appassionato della sua voce vibrante bastò ad indurla alla resa. Si perdeva disarmata nell’azzurro dei suoi  occhi penetranti e, stranamente, non si sentiva affatto ferita da quell’esigenza di riserbo. Quell’uomo fiero, irriducibile, dall’animo nobile, le apparteneva incondizionatamente ed Elisa sapeva che il segreto della loro unione speciale era racchiuso, anche, nella fiducia discreta e paziente che sa farsi da parte per concedere spazio ai voli solitari. Allungò una mano esitante a sfiorargli con dolcezza uno zigomo deciso.

-         Sai bene che l’unica cosa che conta per me è la stima delle persone che hanno appreso ad apprezzarmi come ‘Elisa Scalzi’, senza lasciarsi condizionare dalle mie umili origini.  Ma se questo è quello che TU vuoi… che sia, allora! – disse sommessamente – Solo….non riesco a impedirmi di tremare per te! Sei proprio sicuro di quello che fai, Fabrizio? –

Egli posò una mano su quella di lei con fermezza e dolcezza a un tempo, intrecciò le dita affusolate alle sue:

-         Credo di non essere mai stato più sicuro di qualcosa in vita mia, fuorché del mio amore per te, naturalmente- un sorriso faunesco gli si dipinse per un attimo sul volto, per lasciare subito il posto ad un’espressione più dolorosa- …Avrò cura di me, non dubitare, non intendo rinunciare ancora una volta a te… né tanto meno alla mia esistenza… ho atteso troppo a lungo per riappropriarmene…- la sua voce vibrava di ricordi penosi, si riscosse – ho inviato un messo fidato a dare la notizia del nostro arrivo a Rivombrosa. Attendo presto sue notizie…-

Elisa socchiuse gli occhi, perdendosi in piacevoli fantasticherie:

-         Non vedo l’ora di riabbracciare tutti: Anna , Antonio, Martino – pronunciò quel nome con un fremito d’affetto - …è un uomo fatto, ormai, ed ogni giorno che passa ti somiglia sempre di  più, la stessa fierezza, lo stesso portamento aristocratico…stenterai a riconoscerlo…-

 

Fabrizio l’ascoltava riandando con il ricordo ai momenti intensi che aveva condiviso con il figlio, e un’angosciante sensazione di perdita lo coglieva,  per tutti quegli anni di esilio costretto a rimanere lontano da casa:

-         Anche questo pesa sulla bilancia, tutto il tempo che ci è stato rubato, e che nessuno potrà mai restituirci! – disse con voce roca.

 

Elisa gli sfiorò il mento con le labbra, nel tentativo di sottrarlo ai pensieri molesti. La stanchezza di quella giornata interminabile cominciava a farsi sentire con insistenza:

-         Ora, mio impavido e bel cavaliere, credo che la notte avanzi i suoi diritti…! –

-         Impavido io? – esclamò il conte simulando uno stupore esagerato – Al tuo confronto la mia impresa non è stata che un timido esempio di temerarietà. Non eri forse tu, l’indomita sovversiva che imbracciava con cotanto spregio del pericolo, quel temibile schioppo? – la canzonò – credo proprio che non mi convenga provocarti, se ho a cuore la mia incolumità…- concluse, agitando con sarcasmo un severo dito  ammonitore.

Elisa rise di gusto a quel ricordo:

-         Sono stati istanti impagabili, sento ancora il brivido della sfida che mi brucia nelle vene!-

 

-         Mia battagliera e impareggiabile moglie, chissà quali altri imprevisti mi riserva la vita al tuo fianco. Finisci sempre col sorprendermi…- sorrise.

Una luce carezzevole gli accendeva lo sguardo mentre la contemplava ammirato, solo allora si avvide del volto tirato di Elisa che tentava eroicamente di vincere lo sfinimento; delle ombre leggere le appesantivano gli occhi, rendendoli più grandi e profondi.

  

-         Sono un orso insensibile! E’ stata una lunga giornata, densa di avvenimenti, vieni qui…ci sarà ancora tempo domani per gli assilli e le chiacchiere. –

 

Si allungò con indolenza tra le lenzuola ricamate e la attirò teneramente tra le sue braccia cercando, in modo encomiabile, di frenare le pulsioni che nascevano in lui ogni qualvolta il suo corpo veniva in contatto con quello desiderabile della moglie, a dispetto della stanchezza e degli affanni.

Spense rapidamente le candele e ogni particolare della stanza piombò nell’oscurità, lo slancio aggraziato della figura femminile raffigurata sulla volta rimase improvvisamente sospeso, in attesa che le timide luci dell’alba ridessero vita a quella danza che si perpetuava all’infinito. Elisa si rannicchiò contro il petto ampio e virile di suo marito e si sentì pervasa da un profondo senso di sicurezza.

-         Stringimi più forte, Fabrizio, mi sembra quasi che l’ansia svanisca tra le tue braccia. E’ sempre stato così… – sussurrò.

Egli l’avvolse allora con rinnovata fermezza, lasciando che lei adagiasse il capo nell’incavo accogliente della sua spalla. Le sfiorò con piccoli baci delicati la fronte di madreperla, le labbra vellutate, e reprimendo il desiderio ardente che gli infiammava il sangue, attese paziente che le membra di lei si abbandonassero al sonno.

 

Rimase per un po’, gli occhi sbarrati nel buio, ad ascoltare il respiro leggero di Elisa farsi sempre più cadenzato, finché anche i suoi pensieri non cedettero il posto alle ombre indistinte della notte.

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Le foglie del rampicante intorno al piccolo gazebo fremevano lievi all’aria capricciosa di quel giorno di primavera, proiettando ombre volubili e nitide sul viso e sull’abito della figura aggraziata che sedeva eretta, intenta a dipingere. La contessa Anna Ristori rabbrividì appena e cercò di trattenere il fichu di seta che era scivolato su un lato, scoprendole le spalle. Riusciva a stento a contenere l’agitazione crescente che si impadroniva di lei. Anche il debole tentativo di trovare un’occupazione, che la distogliesse dalle sue instancabili elucubrazioni, era risultato vano. Socchiuse gli occhi cercando di cogliere l’effetto finale della sua tela e scrollò il capo, in un gesto di stizza.

Aggiunse a quell’improbabile cielo in tempesta una pennellata più chiara, che sembrava accendere un sole inatteso nella tenebrosità del paesaggio, quindi depose il pennello e asciugò i colori con un tocco spazientito delle dita.

Proprio in quel momento il suo sguardo cadde sul gentiluomo che le veniva incontro percorrendo il tappeto erboso con passo spedito, ella si alzò lesta e si protese verso di lui con trepidazione.

-         Antonio, finalmente sei qui, grazie al cielo! Mi è sembrato quasi d’impazzire mentre aspettavo, che novità mi porti? –

 

Lo sguardo di attesa fiduciosa, che il dottor Ceppi lesse negli occhi della moglie, gli diede una stretta al cuore, avrebbe voluto regalarle il mondo su un piatto d’argento, e rivedere il suo bel volto illuminato da un sorriso, invece era costretto ad arrendersi anche lui, impotente, dinanzi agli ultimi eventi ineluttabili. Le prese le mani nervose tra le sue, traendola lievemente a sé, in un gesto carezzevole e protettivo:

-         Buongiorno a te, amor mio. Anch’io ero terribilmente ansioso di rivederti. – la schernì prendendo tempo - Pare che i festeggiamenti in occasione del fidanzamento della principessa Maria Clotilde di Sassonia con il principe ereditario del Piemonte ci diano qualche giorno di proroga  – disse cercando di far mostra di una calma che non gli apparteneva – il processo verrà riaperto solo in seguito. –

-         …E Martino, come ti è sembrato? Sa già che…?-

-         Sì, gli ho detto che suo padre è in Sabaudia, questa notizia l’ha tirato un po’ su – un sorriso velato di tristezza gli apparve sul volto al ricordo dell’espressione fiera e raggiante del nipote –… E’ molto fiducioso… suo padre è un eroe ai suoi occhi! –

Antonio si astenne dall’esprimere apertamente tutti i suoi pensieri, non disse alla moglie che anche lui avrebbe voluto nutrire lo stesso ottimismo di Martino, invece dei cupi presentimenti che gli gravavano nel petto. Lanciò uno sguardo preoccupato ai grandi occhi neri e cerchiati di Anna; da qualche giorno andava soggetta a degli improvvisi malesseri che non lasciavano presagire nulla di buono per la sua gravidanza. Cercò di condurre la conversazione su un terreno meno malsicuro, e si soffermò per un attimo a contemplare il dipinto della moglie,  ostentando una smaccata ammirazione:

-         Stai diventando un’eccellente  artista, mia cara, i miei complimenti! –

 

  Non ti prendere gioco di me, Antonio. Sai bene che non ho alcuna inclinazione per l’arte pittorica! - guardò la tela di sottecchi, con scarsa convinzione – del resto, poco importa. E’ stato solo un tentativo malriuscito di tenermi occupata! –

Ora Anna guardava fissamente il paesaggio artificiale dinanzi a sé senza più vederlo, un pensiero si faceva strada nella sua mente. Si lasciò cadere stancamente sulla poltroncina di broccato a fiori:

-         Non oso immaginare quale sarà la reazione di Fabrizio quando saprà…Ho atteso così tanto tempo per riabbracciarlo ed ora, questo momento è già avvelenato…-

Antonio le sfiorò la guancia là dove indugiava una breve pennellata di colore, sfuggita all’occhio distratto dell’artista. Si fece forza e diede alla sua voce un’inflessione più determinata e incoraggiante:

-         Sono sicuro che, ora che Fabrizio è tornato, troveremo un modo per venire fuori da questa situazione. Stasera, dopo l’imbrunire, andremo da lui e…-

Non fece in tempo a completare la frase: una carrozza dalla livrea nera e oro, varcava proprio in quel momento gli imponenti cancelli di Rivombrosa. Mentre Antonio e Anna stavano ancora interrogandosi sull’identità misteriosa del personaggio venuto a recar loro visita, un vezzoso cappellino a cupola alta s’intravide attraverso la trasparenza dei vetri.

A fugare ogni dubbio rimasto agli spettatori bastò il piedino elegantemente calzato che apparve sul predellino abbassato. La scarpina di raso blu, sovrastata da morbide piume scarlatte, con un alto tacco riccamente tempestato di zaffiri, non poteva che appartenere a colei che aveva lungamente fatto chiacchierare di sé il bel mondo, per la sua appariscente eleganza. Madame Lavoulère emerse infine dalla carrozza sfoggiando la più estrosa delle tolette ed uno smagliante sorriso visibilmente affettato:

-         Dottore, mia cara amica, in fede mia sono secoli che non vi si vede a corte! – disse in tono ingannevolmente amabile – Così mi sono detta che non vi avrei assolutamente permesso di isolarvi tanto impunemente dal bel mondo..ed eccomi qua! –

-         Che dire? La vostra è una visita inaspettata, signora – esclamò Anna sconcertata da tanta sfrontatezza – pensavamo che gli ultimi scandalosi accadimenti ci avessero reso sufficientemente infrequentabili da giustificare le nostre assenze in società. Devo aver inteso male…ad ogni modo è bene che voi  sappiate che la vostra amicizia con il sovrano, vi rende l’ospite meno gradita, in questo momento, a Rivombrosa –

 Un lampo si sorpresa passò negli occhi di Antonio. Madame Lavoulère vacillò appena; nessuno dei due si era atteso la brutale schiettezza che aveva intessuto le parole della contessa. L’ospite si riebbe

presto, con estrema naturalezza lasciò cadere la maschera di finta cortesia che aveva indossato fino a quel momento e sul suo viso si dipinse, con altrettanta disinvoltura, un’espressione di beffarda incredulità:

-         Trovo i vostri modi esecrabili, cara contessa. Lasciatevelo dire..!- inarcò elegantemente un  sopracciglio – Tuttavia non temete, vi libererò presto dalla mia presenza. Non appena avrò raggiunto lo scopo per il quale sono venuta. – disse suadente, ravviandosi le pieghe della gonna.

-         Immaginavo dovesse essercene uno. Ebbene? – chiese Anna sfiancata da tutti quei giri di parole.

Mme Lavoulère continuò la sua crudele farsa ad uso e consumo degli ascoltatori. Il tono scortese della contessa non sembrava averla per nulla smontata. Si sedette languidamente su una delle poltroncine del gazebo, intrecciò pigramente le mani in grembo e lanciò all’altra uno sguardo di aperta sfida:

-         Sono certa che voi sappiate che il conte Ristori è miracolosamente vivo, e che adesso si trova da qualche parte non lontano da qui – tacque brevemente osservando compiaciuta l’espressione allarmata dei suoi interlocutori – Molto bene, vedo che sono finalmente riuscita ad ottenere la vostra attenzione.. Dicevo? Ah si...Si dà il caso che il conte abbia in mano qualcosa di estremamente ‘caro’ al sovrano. D’altro canto sembra anche che Sua Maestà possegga a sua volta qualcosa di estremamente caro al conte…Va da sé che sarebbe nell’interesse di vostro fratello prendere in considerazione l’idea di uno scambio …e adesso, cari ospiti – disse con velata ironia, alzandosi di scatto dalla poltrona e dirigendosi in un fruscio di seta verso la carrozza, dove un servitore in livrea attendeva davanti allo sportello aperto – vi lascio alle vostre amene meditazioni, certa che il messaggio raggiungerà presto l’orecchio attento e la mente sagace della persona in causa. Una buona giornata a voi..!-

E con queste parole si dileguò, lasciandosi alle spalle un profondo senso di sollievo e una lunga scia di profumo alla violetta.