edr versione alternativa XIV PUNTATA terza parte

La sera regnava mite e incontrastata intorno al castello di Pollenzo, una luna sfavillante si delineava già nella luce morente del crepuscolo, stendendosi lieve sulle merlature e i profili imponenti delle sue mura fortificate.
L’elegante carrozza varcò il cancello, percorse l’ampia corte interna, e si fermò brevemente, sì da permettere ai passeggeri di raggiungere agevolmente l’ingresso principale.
Appena un servitore ebbe abbassato il predellino, ne discesero due gentiluomini alti e dinoccolati accompagnati da una dama dall’incedere elegante e leggero. Il mantello alla Watteau, che scendeva armoniosamente dalle sue spalle e si prolungava in un lieve strascico, le conferiva un aspetto altero e dignitoso. Il gruppo svanì rapidamente attraverso l’immenso portone bugnato, dove attendevano dei valletti in livrea blu e oro.
In capo a pochi minuti, un’altra carrozza fece il suo ingresso al seguito della prima, lo scalpiccio del tiro di bai risuonò brevemente sul selciato di ciottoli regolari, quindi cessò del tutto.
Si sarebbe detto che un evento mondano avesse attratto quei visitatori notturni al castello, tuttavia nessuna musica interrompeva il silenzio della sera con le sue note fluide e carezzevoli, e uno sguardo meno superficiale ai movimenti circospetti degli ospiti, avrebbe potuto, piuttosto, inequivocabilmente suggerire un segreto convegno notturno.L’instancabile e cauto viavai di messi dei giorni precedenti, tra il castello, la tenuta di Rivombrosa e la prestigiosa locanda dello “Chasseur”- dove erano scesi, in incognito, gli altri tre viaggiatori appena giunti dallo Champagne - sarebbe stato di per sé sufficiente ad insospettire il sovrano su ciò che si tramava alle sue spalle, nel ducato di Chablais. Ma Sua Maestà era troppo altezzosamente sicuro di sé per preoccuparsi di ciò che gli accadeva intorno, troppo boriosamente convinto di avere tra le mani la carta vincente che gli avrebbe garantito un regno solido e duraturo…
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Il conte Ristori percorse con una disinvoltura non priva di una certa ostentazione, la distanza che lo separava dal palazzo reale. Immagini dolorosamente nitide si susseguivano nella sua mente traboccante di livore: il volto commosso di Anna che lo stringeva spasmodicamente tra le sue braccia, gli occhi ansiosi di Antonio che sembrava vacillare sotto il suo sguardo inquisitore, e poi quelle parole che avevano risuonato come spari nell’atmosfera già greve della grande sala. Suo figlio Martino era prigioniero di quel miserabile che aveva ancora la sfrontatezza di farsi chiamare “Re”! Quando era stato ormai certo di avere in pugno quella vile canaglia, di liberare il Piemonte dalla sua morsa infame, tutto veniva rimesso in discussione. Era stanco – si disse - di quei cauti giochetti orchestrati nell’ombra. Non intendeva più nascondersi, il re lo voleva al suo cospetto? Ebbene l’avrebbe fronteggiato apertamente e alla luce del sole, fosse pure a rischio della propria vita.

Assolutamente irremovibile nella sua determinazione a mantener fede al suo piano, egli procedeva impassibile sotto gli sguardi curiosi che si posavano su di lui, dando mostra di iniziare a riconoscere quel volto dai lineamenti aristocratici, dove due occhi gelidi come l’acciaio sembravano sfavillare di une luce tagliente.
Poco prima della scalinata antistante all’ingresso, le guardie reali incrociarono le lance in un clangore metallico che non ammetteva repliche:
- Nessuno può entrare a palazzo senza essere annunciato. Di grazia, avete forse un’udienza o un regolare invito? – chiese la guardia reale, lievemente intimorita dallo sguardo altezzoso che lo esaminava dall’alto in basso.
- Sono il conte Fabrizio Ristori, non sono munito di nessun invito, ma ho l’assoluta, irrefutabile certezza di essere atteso da sua Maestà! –
Egli aveva scandito ogni singola parola, sottolineandola con tale sdegnoso compiacimento, da far indietreggiare la guardia, che rimase a bocca aperta, mentre i suoi occhi cominciavano a ravvisare le fattezze del gentiluomo di fronte a lui.
- Ma, deve esserci un errore…il conte Ristori è morto anni fa! – proruppe incredulo.
- Nessun errore, come potete vedere – egli indicò la sua persona a riprova delle sue parole, in un gesto languido e provocatorio -….mi lusingo di non avere alcun dubbio in merito alla mia identità. – le sue labbra ebbero un tremito sardonico – E ora volete avere la bontà di lasciarmi passare? –

Piuttosto che far luce sull’enigma, quelle parole finirono col gettare la guardia in uno stato di completa confusione. Non riusciva a decidersi sul da farsi e sembrava curiosamente attendere, paralizzato, che una qualunque illuminazione gli suggerisse la via da seguire.
Tutt’intorno si fece uno stupefatto silenzio, i gentiluomini e le gentildonne che sostavano distrattamente sulla scalinata interruppero d’un tratto le loro conversazioni amene, e rimasero a contemplare in maniera estatica quel magnifico fantasma dalla figura dinoccolata. Nessun dubbio
poteva ormai sussistere nella loro mente, che non si trattasse in effetti del leggendario conte, morto anni addietro, in un agguato del duca Ranieri.
Sembrava tuttavia che quegli sguardi continuassero a non toccare per nulla il nostro eroe, tanto egli rimaneva disinvoltamente imperturbabile. Fissò sull’ufficiale uno sguardo infastidito e disse con un accenno di impazienza:
- Pensate di lasciarmi tutta la giornata ad attendere, o mi scorterete dal sovrano, alla fine?
- Certo signore, scusate… -
La guardia parve riscuotersi, infine, e decise che la determinazione più saggia era quella di seguire il suggerimento del gentiluomo, se non voleva rischiare di incorrere nelle furie del re. Il conte venne scortato, attraverso le gallerie di quadri e i sovrabbondanti stucchi dei corridoi del palazzo, fino alla sala delle udienze, dove venne annunciato, con voce malferma il suo nome:
- Il conte Ristori chiede di parlare con voi, Vostra Maestà – un silenzio carico d’imbarazzo calò tra gli astanti.
Il sovrano sgranò gli occhi in un moto di sorpresa indispettita, quindi si affrettò a congedare bruscamente i presenti, con una curiosa quanto inaspettata inosservanza delle regole della comune cortesia.
Un mormorio crescente cominciò a levarsi dai gruppi di persone che facevano capannello nell’anticamera, e le nuove congetture presero presto il posto dei vuoti pettegolezzi che avevano sostenuto, fino a quel momento, le svariate conversazioni.
Infine la porta venne richiusa alle spalle del conte, assieme al chiacchierio sommesso della fitta schiera di nobiluomini e nobildonne. Il re attendeva, rigidamente impettito, sul suo trono sovraccarico di intarsi e pietre preziose. Ogni suo impercettibile movimento, il modo stesso in cui si studiava di far mostra di un’assoluta indifferenza, non facevano che tradire l’impazienza e la rabbia che si impadronivano di lui. Il conte Ristori, conscio della propria sfrontatezza, sprofondò in un inchino tanto esagerato da fare apparire il gesto, un insulto:
- Vostra Maestà – le sue narici fremevano di sdegno contenuto a fatica.
- Come avete osato mostrarvi , in pubblico con tanta impudenza! – ruggì
La collera del sovrano procurava al conte un piacere sottile, prese deliberatamente tempo e riuscì a dire con una voce morbida:
- Non era questo che volevate, forse? Credevo di aver ricevuto un monito piuttosto chiaro! –

- La vostra arroganza è insultante, conte. Siamo stati più che tolleranti con voi… è finito il tempo della clemenza!- tuonò ancora.
La voce del conte si fece ancora più gelidamente morbida, la calma studiata con cui si rivolse al suo interlocutore, rendeva insopportabilmente irritanti le sue provocazioni:
- Vedete Sire, mi è impossibile simulare un rispetto che non nutro e che non nutrirò mai, per un impostore e un ribaldo quale voi siete! – giocherellò distrattamente con il bastone da passeggio.
Quelle parole vibrarono nell’aria come una sferza, sembrò quasi che Vittorio Amedeo volesse reagire alla provocazione, si protese in avanti, poi cambiò improvvisamente idea e si adagiò comodamente sui cuscini, fissando l’altro con aria di sfida:
- Malauguratamente, conte, temo che, volente o nolente, dovrete rendermi omaggio ancora a lungo! –
Fabrizio contorse le labbra in un’espressione di disgusto:
- Ebbene, vedo che siamo giunti, alla fine, al punto nodale. Fatemi dunque la vostra spregevole offerta. Per quanto, io sia certo di immaginare già le ributtanti macchinazioni che la vostra mente malata è in grado di partorire..! -
- Mi deludete conte, mi sarei atteso una maggiore remissività da voi, vista la situazione delicata in cui vi trovate. Non dimenticate che la vita del vostro ‘bastardo’ è appesa a un filo. Basterebbe solo che io schioccassi le dita e potreste dimenticarvi per sempre di rivederlo….-
Un fremito di furore percorse il conte, i suoi occhi balenarono brevemente di una luce omicida prima che egli riuscisse a ritrovare il controllo di sé.
Il sovrano lo osservò ancora, soddisfatto dell’effetto delle sue parole. Questa volta sembrava fosse riuscito a trovare i termini giusti per metterlo efficacemente a tacere.
- Molto bene, così va meglio. Dopo tutto…sembra che non siate così sprovveduto. Ora che abbiamo lasciato cadere ogni velo, ditemi, come avete fatto a scoprire la verità sul mio passato ? –
Fabrizio dovette fare uno sforzo notevole per non saltargli alla gola, si volse verso la trifora dandogli intenzionalmente le spalle mentre rispondeva in un sibilo:

- La dama di compagnia, quella che voi avete cercato per anni, custodisce una confessione schiacciante, vergata dalla mano della defunta regina. –
- Se solo l’avessi stanata anni addietro…adesso non dovrei preoccuparmi di risolvere questo spiacevole problema!-
Sua Maestà vide che la mano del conte si stringeva inconsapevolmente a pugno.
- Immagino che l’avreste fatta uccidere, così come avete fatto con la levatrice, facendo poi ricadere la colpa sulla vostra stessa madre, ma questi sono solo particolari trascurabili per voi! – la rabbia gli impediva quasi di parlare.
- Un piano perfettamente congegnato, non trovate? Stavo per liberarmi in un colpo solo di tre pedine scomode…se non fosse stato per il vostro inopportuno intervento!-
- Siete un essere ripugnante … - le sue labbra serrate erano diventate esangui - Avreste avuto il coraggio, senza farvi il benché minimo scrupolo, di uccidere vostra madre e vostra sorella…! –Era il sovrano, ora, ad avere la meglio in quel duello verbale senza esclusione di colpi. Aveva infine portato il suo avversario dove voleva, e adesso osservava con un moto di soddisfazione i suoi muscoli contratti.
- Già, dimenticavo mia sorella, la principessa ingiustamente defraudata della sua legittima eredità, l’impareggiabile eroina di sangue reale che tutti hanno sempre creduto una miserabile popolana, e che, ahimé, non avrà mai modo di riscattarsi agli occhi del bel mondo!- lo fissò ancora, provocatorio - Vedete conte…i legami di sangue non sono, a volte, che un inutile impedimento. I sentimentali non otterranno mai la gloria, né il prestigio. Saranno sempre costretti ad accontentarsi dell’ombra, come la mia sorellastra, come voi… -
- Molto bene, che ombra sia, allora. Non intendo sprecare altro fiato…veniamo al dunque! -
- Avete le prove con voi? Datemi! – e tese una mano avida.
Il conte sorrise, d’un sorriso crudele:
- Pensavate forse che tutto sarebbe stato così semplice? So fin troppo bene che appena avrete tra le mani quelle carte, non attenderete un solo istante per decretare la fine della casata Ristori…..per questo ho pensato bene di cautelare i miei interessi..-
- Non avete molta scelta, conte! –
- Nemmeno voi , Sire, se volete continuare a stringere il vostro prezioso scettro! –
- Vi ascolto…! –
- Come potrete intuire le prove non sono qui.- Fabrizio lo guardò di sottecchi - Aspetto che arrivino dalla Francia da un giorno all’altro. Nell’ istante esatto in cui stringerete in mano la confessione, io e la mia famiglia, Martino compreso, saremo già lontani…non ho certo l’ingenuità di pensare che mi lascerete la mia tenuta e la mia esistenza, con la minaccia persistente di una cospirazione ai vostri danni! Del resto in questi luoghi, sotto la vostra reggenza, l’aria è diventata infetta! -
Vittorio Amedeo eluse quell’ennesima provocazione, scrollò il capo, ancora poco convinto:
- Neanche io sono uno sprovveduto, conte .Chi mi assicura che le carte che mi saranno consegnate, siano quelle autentiche, e non una copia contraffatta? E che sia tutto quello che custodite?-
- Vi do la mia parola d’onore che nel momento in cui avrete tra le mani quei documenti, non vi sarà alcun raggiro. –

Il re lo osservò a lungo, quindi trasse un profondo sospiro, sapeva che la parola del conte Ristori, aveva una certa valenza.
- Sarà così, allora. Da quel momento in poi sarete guardato a vista come un nemico della corona, vi sarà sufficiente varcare i confini della Sabaudia per decretare la vostra morte e quella della vostra famiglia. Da allora il nome dei Ristori non sarà che un’ombra infame tra gli araldi del regno. Quando e come avverrà lo scambio? -
Vittorio Amedeo sentiva, finalmente di aver piegato alla sua volontà quell’uomo pericoloso e irriducibile. Un’ondata di puro piacere lo invadeva:
- Vi manderò presto un messaggio, per informarvi…- disse il conte di rimando.
- Così da darvi il tempo di cospirare ancora? Già una volta mi avete raggirato…-
- Ricordatevi che mio figlio è in mano vostra. Dietro le impenetrabili sbarre delle vostre segrete reali… –
- Nel frattempo, vi farò sorvegliare ogni istante. Dove potrò trovarvi? -
- A Rivombrosa…naturalmente. Non ho più alcun motivo di nascondermi. Non credete? Almeno fino ad allora, ricomincerò a frequentare il bel mondo. Sarebbe singolarmente sospetto che una persona che ha appena ottenuto udienza presso di voi, cadesse improvvisamente in disgrazia. L’eroe che ha liberato la corona da una pesante minaccia quale il duca Ranieri, merita, almeno per il momento, di essere acclamato con tutti gli onori…se volete guadagnarvi la simpatia di ogni suddito del regno. Nel frattempo penserete a come far ricadere sulle mie spalle un’ignobile cospirazione che possa farmi improvvisamente additare per alto tradimento. La fantasia non vi manca …-
I due si fronteggiarono ancora un po’ in silenzio, due uomini forti in cui la collera, a lungo repressa, bruciava con una forza troppo intensa per consentire altre mistificazioni. La luce obliqua proveniente dall’ampia vetrata bagnava i loro volti contratti. Per un attimo il re pensò che il conte volesse sfoderare la spada e prendersi la vendetta personale che aveva, da tempo, agognato, invece, girò di scatto sui tacchi e si congedò bruscamente.

Sua Maestà sorrise e si appoggiò all’alto schienale traendo un profondo sospiro, socchiuse pensosamente gli occhi. Presto, molto presto, il conte Ristori non sarebbe stato che uno spiacevole ricordo, sbiadito dal tempo….
FINE DELLA PUNTATA





