
Il sole inondava la stanza frugando indiscreto in ogni angolo, rubando fuggevoli bagliori dai ricci scomposti sui drappeggi, facendo rifulgere di una calda luce lo splendido incarnato di Elisa, che si attardava pigramente tra i sentieri muschiati del suo sogno lieve.

Fabrizio, seduto al margine del letto, si crogiolava nella contemplazione di quelle forme armoniose. Era reticente ad interrompere le leggiadre fantasie che animavano il suo volto in una dolce espressione.
Elisa allungò una mano indolente alla ricerca di un contatto, destata all’improvvisa realtà del suo amore, quasi a cercarne la rinnovata conferma.
Incontrò un’altra mano rassicurante, pronta ad accogliere la muta richiesta con un tocco leggero.
Aprì gli immensi occhi da gazzella accennando un sorriso infantile e accattivante;

Fabrizio colse quel richiamo e quel bocciolo vermiglio che gli si concedeva senza opporre resistenza alcuna.
- Quanto mi sei mancata …- aspirò la sua fragranza - Quando ti ho saputa in pericolo mi è sembrato di perdere il senno, ho compreso quanto sciocco fossi stato …non posso Elisa, non voglio fare a meno di te, fosse pure… per un giorno.– le aveva preso il volto tra le mani, fissandola con intensità.

Elisa, piena di speranza, sentiva che la difficile prova che li aveva tenuti separati volgeva al termine. L’amore che li incatenava da sempre, aveva finito per trionfare su tutte le loro riserve, avrebbero superato ogni ostacolo insieme, ancora una volta.
- Non riuscirete tanto facilmente a liberarvi di me, signore….credo che alla fine chiederete venia! – lo punzecchiò mentre si avvolgeva un ricciolo ribelle attorno alle dita sottili, in un gioco ozioso.
- Non scherzare, ho vissuto in preda ai più atroci tormenti – le carezzava una guancia pensoso.
- A dire il vero avresti meritato di peggio, per la tua indisponente arroganza…..- indugiò un attimo – credi ora che la mia curiosità possa venir soddisfatta se ti chiedo come sei riuscito, la scorsa notte, a trovarti nel posto giusto, al momento giusto? –

- Non pensare di essere l’unica ad avere magici poteri, streghetta – disse di rimando il conte Ristori. Poi il suo sguardo ridivenne d’un tratto serio – credo di aver setacciato come una furia ogni locanda, ogni strada, ogni stazione di posta. Le tracce del vostro passaggio sono state, fortunatamente, ben visibili ovunque. Le informazioni di un certo signor Trétignac si sono rivelate utilissime. Ho capito che dovevi essere fuggita…e ho benedetto il cielo per avermi concesso quella chance.
- Il resto è stato relativamente semplice; conosco come ragioni, quando ti metti in testa di sfuggire alle avances di un corteggiatore insistente! –

Sembrò perdersi in un piacevole ricordo – A proposito, avrai la compiacenza di dirmi dov’è finito il cavallo del signor Trétignac, o credo che egli otterrà la mia testa!- le sue labbra tremarono in un sorriso.
- Credo che sia rimasto docilmente legato alla staccionata, davanti all’ultima locanda in cui ho sostato! – rispose la contessa con aria innocente.
- Oh, era dunque quel ronzino malconcio….i tuoi gusti sono notevolmente peggiorati, amor mio, mi deludi. – una luce ironica accendeva il suo sguardo.
- Non potevo certo andare troppo per il sottile…poi, è stato un fortunato caso che Victor Bénac si trovasse sulla mia strada, gli devo la vita…-
Fabrizio parve assorto in un pensiero martellante, disse in tono distratto:
- Sì, un fortunato caso davvero…Questo mi riporta alle buone nuove che ho da darti: Victor sta molto meglio oggi, ha ripreso conoscenza, anche se la febbre non lo ha ancora abbandonato. Il medico è venuto all’alba e ha rinnovato i suoi rosei pronostici… –
Elisa lo interruppe:
- C’è ancora una cosa che vorrei chiederti. Ieri sera ho come avuto la curiosa impressione che la presenza di monsieur Bénac non fosse per voi …una sorpresa inaspettata….-
- Sì, ci sono cose che vanno dette…è tempo ormai che tu venga messa al corrente dei fatti. In caso contrario, chissà in quale altra apprensione mi farebbe piombare la tua irriducibile ostinazione. Ho potuto constatare, ampiamente, a mie spese, quanto il tuo candore sia insidiosamente ingannevole –

Il sorriso canagliesco che lei tanto amava, riapparve ad animargli i bei lineamenti, uno scintillio malizioso gli si insinuò nello sguardo - Abbiate la bontà di rivestirvi, signora, e di raggiungermi nella stanza di monsieur Bénac, prima che il vostro atteggiamento licenzioso mi induca ancora ad azioni poco rispettabili – la canzonò con un inchino, richiudendosi la porta alle spalle.
Gli abiti che Amelia le aveva inviato erano stati provvidenziali, ne scelse uno di mussola leggera impreziosito dai ricami di una minuta fantasia floreale, su varie tonalità d’azzurro. Un ultimo sguardo allo specchio le restituì l’immagine di una giovane donna attraente, gli occhi sfavillanti di gioia. Non ricordava nemmeno più da quanto tempo non stava così bene, i loschi intrighi di corte non erano nulla in confronto ai tormenti che aveva dovuto patire in quegli anni, lontana da Fabrizio. Ora che si erano ritrovati tutto le appariva in una prospettiva meno tragica. Si sentiva imbattibile.
Si avviò a passi di danza alla camera di Victor mentre i suoi pensieri facevano festose capriole. Bussò lievemente, un invito gentile la persuase ad entrare. Cercò di contenere i battiti accelerati del suo cuore e di adeguare il suo portamento alla circostanza..
Victor era sostenuto da diversi cuscini, il suo volto rivelava un pallore diffuso, ma appariva perfettamente lucido, non molto diverso dal solito. Sorrise di rimando ad Elisa che gli rivolgeva uno sguardo di gratitudine; tentò di sollevarsi per accogliere il suo ingresso con la dovuta cortesia, ma una fitta lancinante gli strappò una smorfia ed un gemito di dolore. La contessa accorse al suo capezzale:
- Non dovete accennare neppure a sollevarvi, mio caro Victor – disse in tono affettuoso sistemandogli un cuscino che minacciava di scivolare per terra – vi assicuro che è stato più che bastevole il modo eroico in cui vi siete comportato, incurante del pericolo. Non vorrete farmi morire ancora d’affanno! – gli strinse con calore la mano adagiata sul letto.
Victor trascinava le parole a fatica : - E’ stato un onore per me, Elisa, lo sapete bene. Non dovete più ringraziarmi… -
- Non sforzatevi di parlare, amico mio, non è assolutamente necessario.- ribadì premurosa.
Fabrizio osservava la scena, indulgente, le mani appoggiate all’indietro, sul piccolo scrittoio di ebano. La luce proveniente dalla finestra, alle sue spalle, gli indorava i capelli e la marsina.

- L’intervento di Victor ha del miracoloso, stavo appunto dicendoglielo- la voce del conte era calda come il chiarore diffuso che lo circondava. Elisa si volse a guardarlo mentre il suo cuore ribelle si abbandonava a una palpitazione fuori luogo. Cercò di contenere l’emozione; si sentiva sciocca come una ragazzetta al primo appuntamento galante. Fabrizio proseguì con un tono più austero che predisponeva inevitabilmente il suo pubblico alle rivelazioni che stava per fare:
- Ti ho fatto venire, Elisa, per parlarti di questioni della massima segretezza. -
La contessa spostò rapidamente lo sguardo dall’uno all’altro, presagendo qualcosa. Fabrizio sembrò cercare le parole giuste per esprimere i suoi pensieri:

- Come hai tanto prontamente intuito, Victor non si trova casualmente in questi luoghi – fece una pausa – egli fa parte, da tempo ormai, dell’organizzazione segreta ai danni del re di Savoia che fa capo… alla corona di Francia e a me…- quelle parole, sulla bocca di un uomo che un tempo era stato il più devoto difensore del sovrano, suonavano in modo curioso. Proseguì - Anzi, aggiungerei che Victor è uno dei nostri più fidati collaboratori…-Elisa corrugò la fronte nel tentativo di comprendere. Fabrizio fece un gesto significativo in direzione di Victor, che annuì : - E’ lui che fa da corriere tra la Francia e il Piemonte, il suo commercio costituisce un alibi e un’ottima copertura che gli consente di agire indisturbato…- s’interruppe.
Una domanda salì alle labbra di Elisa, quella che aveva fatto a se stessa un numero infinito di volte: - … Faccio fatica a comprendere che cosa può essere accaduto, quattro anni fa, da spingerti ad agire in un modo così estremo. Che cosa ha fatto di te un ribelle, un nemico della corona? –

Egli esitò un attimo, sembrò sprofondare in cupi ricordi….Quando riprese a parlare la sua voce era appena riconoscibile.
- Quella fatidica notte - l’immagine era ancora dolorosamente vivida nella sua memoria. – ero andato a chiedere udienza al re nella speranza di un ultimo colloquio risolutivo e…ascoltai senza volerlo una conversazione privata tra il sovrano e il marchese Salvati. Il re lo ringraziava per i servigi resigli e per la sua discrezione. Dapprima faticai a comprendere, a credere che quell’orrore potesse essere possibile! Via, via che il senso delle parole diventava più chiaro…mi resi conto di essere l’inconsapevole testimone di un atroce delitto. Ma non era ancora tutto…-

Mentre Fabrizio parlava ogni particolare del racconto si imprimeva a forti tinte nella mente degli ascoltatori:
- …Sua Maestà disse al marchese che quel bambino andava trovato, era l’ultimo ostacolo da eliminare affinché la sua reggenza non fosse più minacciata. Pian piano tutto divenne comprensibile. Anni addietro la corte era stata teatro di trame che avrebbero rischiato, con la loro ripercussione, di suscitare uno scandalo di proporzioni enormi.
Il vecchio re aveva una giovane consorte di salute cagionevole che, dopo una serie di aborti, era divenuta incapace, di dargli un erede…finché un giorno, finalmente la regina Anna Cristina Luisa di Baviera lo aveva allietato con la notizia della sua gravidanza.
Tutto sembrava procedere sotto i migliori auspici ormai, ma la gestazione andava avanti a fatica, tra mille complicazioni. Appena iniziarono le doglie premature del travaglio…. la regina venne portata in una delle tenute dei possedimenti reali. Il sovrano non poteva rischiare di non garantire una discendenza alla corona, che in caso contrario sarebbe forse passata nelle mani dei pretendenti francesi. Il suo orgoglio giovanile gli impedì comunque di riconoscersi vinto. Nelle sue terre, una giovane contadina, con cui aveva avuto una relazione, aveva dato alla luce, da pochi giorni, un robusto figlio maschio. Sua Maestà aveva fatto in modo che la ragazza sposasse un onesto artigiano garantendogli una dote consistente.
Si doveva essere pronti a far fronte ad ogni imprevisto! Quella notte in effetti la regina riservò a tutti… una sorpresa. Qualcosa doveva essere andato storto, ma non fu chiaro che cosa…forse il neonato aveva una tremenda anomalia. Ad ogni modo avvenne lo scambio. La regina costretta a quel sacrificio infame e indebolita dal parto, morì pochi giorni dopo.
Carlo Emanuele III si risposò molto presto. In capo a pochi mesi la nuova regina gli diede un figlio maschio; egli tremò sotto quel colpo, ma non vi era altra scelta possibile. La farsa avrebbe dovuto essere portata a compimento. Il re fu costretto ad attuare il suo audace piano, non avrebbe potuto confessare al mondo quel tremendo misfatto; avrebbe messo sul trono il suo figlio naturale, un impostore…l’uomo che sta portando il Piemonte alla rovina con la sua reggenza ottusa e
inflessibile!- concluse le ultime parole in un ruggito d’indignazione. Trovare quel bambino, quell’uomo, il vero figlio del re, era diventata un’ossessione per lui.
Elisa lo aveva ascoltato in stupefatto e incredulo silenzio e, persino dopo che Fabrizio ebbe finito di raccontare, stentava a trovare le parole.
Fissò smarrita un punto indistinto della camera con occhi colmi d’orrore:

- Era questo dunque..– riuscì a dire – tuttavia…. manca ancora qualche tassello per completare il quadro, perché Vittorio Amedeo ordinò la morte di suo padre? -
Le labbra del conte si contrassero in una piega amara.
- ….Perché, mi chiedi? Ma perché suo padre era il testimone più scomodo…da ciò che ho potuto intuire, durante la malattia Carlo Emanuele III aveva avuto modo di riflettere, i rimorsi cominciavano a farsi sentire, ebbe dei ripensamenti. Guardava quel figlio e sembrava presentire che non sarebbe stato un buon re. I due ebbero un acceso confronto durante il quale il vecchio re gli urlò in faccia tutto ciò che pensava di lui, gli rivelò le sue oscure origini e le sue perplessità, arrivò a schiaffeggiarlo…il resto va da sé.

- Vittorio Amedeo, però, non aveva fatto i conti con l’imprevisto, non si sarebbe certo aspettato di trovare ancora una volta il conte Ristori a sbarrargli la strada, fu un colpo per lui scoprire che avevo ascoltato tutto. Per questa ragione dovetti scomparire dalla scena…–
Elisa si coprì il volto con le mani:
- E’ orribile. Quell’uomo è il peggior ribaldo mai esistito…. Ma tu, che prove hai in mano per smascherarlo? –
Il viso di Fabrizio sembrava spento, affaticato:

- ….Niente, non ho che un pugno di mosche in mano. Sono quattro anni che cerchiamo degli indizi, una prova schiacciante…quella famiglia di contadini sembra scomparsa nel nulla, senza lasciare tracce...-
Una voce flebile richiamò la loro attenzione, Victor si levò leggermente facendo un cenno con la mano:
- No….non è detta l’ultima parola, conte, non bisogna disperare …non ho ancora avuto modo di parlarvi delle mie ultime scoperte…non ve n’è stato il tempo.- riprese fiato - Le notizie che vi porto gettano nuova luce sul mistero…-
Al colmo dello stupore, Fabrizio ed Elisa si volsero verso di lui in trepidante attesa

FINE DELLA PUNTATA
(Continua)

All’arrivo dei visitatori notturni, il Castello d’Anvau aveva aperto immediatamente i suoi cancelli. Un servitore aiutò il conte Ristori a sorreggere il ferito conducendolo su per la scalinata, fino all’ampio atrio.
Elisa ebbe così modo di incontrare il vero conte, rampollo della pregevole casata, che aveva garantito a Fabrizio la sua doppia identità. Era un uomo alto e dinoccolato, dai bei lineamenti aristocratici, i cui occhi scuri scintillavano sotto le sopracciglia ben disegnate, lasciando intuire un acume fuori dal comune. Diede il benvenuto ai nuovi arrivati inchinandosi alla contessa e salutò cordialmente Fabrizio con cui sembrava avere un rapporto privilegiato. Il suo sguardo cadde subito sull’uomo ferito, i suoi occhi stupiti cercarono una risposta in quelli dell’altro gentiluomo:
- Monsieur Bénac? Non lo attendevamo che per domani…- esclamò senza riflettere.
Fabrizio lo guardò in tralice: - E’ stato colpito in uno scontro a fuoco mentre tentava di proteggere la contessa dall’agguato del duca Liberati, è ferito gravemente….bisogna chiamare un medico al più presto! –
Elisa era frastornata, non le era sfuggito lo scambio d’occhiate d’intesa tra i gentiluomini, né l’implicazione delle parole del conte d’Anvau. Quest’ultimo sembrava conoscere perfettamente Victor. Che cosa poteva mai avere a che vedere un ricco borghese, commerciante di vini, con i loschi complotti legati alla corona?
L’emergenza della situazione la costrinse a rinviare le sue perplessità. Il medico arrivò tempestivamente, si intrattenne a lungo con il ferito e, dopo avergli estratto il proiettile ed essersi prodigato in cure circostanziate, si pronunciò in termini che lasciavano ben sperare:
- La pallottola ha miracolosamente sfiorato gli organi vitali. Tuttavia monsieur Bénac è ancora in condizioni critiche, ha perduto molto sangue e la sua convalescenza sarà inevitabilmente lunga, ma sento di potermi esprimere ottimisticamente, sembra un uomo forte e robusto – si asciugò le mani dopo essersele lavate nella bacinella che un servitore gli aveva allungato - ora è sotto sedativo, lasciatelo riposare, domani tornerò a visitarlo ancora. –
La buona notizia venne accolta da tutti con notevole sollievo, in particolar modo da Elisa che si sentiva profondamente responsabile per quell’incidente infausto.
Ora che le paure si allontanavano, e che il sostegno fittizio della tensione veniva a mancare, ella cominciava a sentire tutto il peso della stanchezza crollarle addosso. La testa le pulsava tremendamente e gli occhi le bruciavano nel vano tentativo di tenerli aperti.
Il conte d’Anvau si era congedato con discrezione lasciando gli ospiti da soli, non senza prima aver dato le ultime istruzioni per la notte.
Ad Elisa non era sfuggito che Fabrizio aveva spiato preoccupato ogni sua reazione. Ricambiò il suo sguardo con un debole sorriso che si sforzava di essere rassicurante, ma i suoi tentativi non sortirono l’effetto sperato.
Suo marito le fu subito accanto, le prese le mani dolcemente portandosele alla guancia in un gesto infinitamente tenero:
- La mia impavida eroina…- questa volta non c’era traccia di rimprovero nella sua voce, solo un misto d’ironia e di ammirazione sincera – riesci sempre a sorprendermi, è questo che mi rende pazzo di te. Non devono essere stati momenti facili….-

- Devo ammettere di aver vissuto un’esperienza penosa, sgradevole, ma tu… come hai fatto a trovarci, come sapevi che…? - Fabrizio le pose delicatamente un dito sulla bocca dischiusa zittendola con prontezza, la sua mano si soffermò in una carezza leggera.
Elisa lo guardava negli occhi profondi e si smarriva in quel mare di onde avvolgenti, soavemente cullata; dimenticò il suo malessere. Egli interruppe l’incanto:
- Non ora, domani …verrà il tempo delle spiegazioni. Ora bisogna arrendersi alla notte….- completò la frase in un sussurro evocativo.
Elisa si lasciò guidare docilmente ad una stanza che era stata preparata per lei, un’ampia vasca in legno di cedro era posta accanto al camino con tutto l’occorrente per un bagno, una cameriera attendeva fuori dalla porta.
Il conte indugiò ancora sul viso stanco di sua moglie, si voltò, con una mano già sulla maniglia, fece per uscire: - Ti auguro la buonanotte, principessa delle fate…- la sua voce era infinitamente carezzevole. Qualcosa reagì dentro di lei d’impulso: - Fabrizio…- era stato un soffio appena percettibile – Egli lo udì, si volse in attesa. Elisa si sentì pronunciare le parole che seguirono come se non provenissero da lei:
- Rimani, te ne prego…l’oscurità ridesta immagini spaventose…-
Il conte obbedì, definitivamente vinto da quella supplica. Si appressò alla moglie sedendosi sull’immenso letto a baldacchino, le prese ancora le mani in una stretta gentile:
- Temo di non riuscire ad essere padrone delle mie azioni, se rimango…- la frase rimase incompiuta.

Elisa gli sfiorò le labbra con le dita, negli occhi un’espressione timidamente incerta:
- Non sono sicura di volere che lo siate, conte. – disse con velata complicità.
Quel richiamo bastò; vide, come in un sogno il viso di lui che si avvicinava inesorabilmente,

Adesso erano le dita di Fabrizio che seguivano lentamente il contorno della sua bocca appena dischiusa, in una carezza dolce e voluttuosa che le diede un fremito, poi, le sue labbra la travolsero in un bacio, dapprima lieve, quindi così intenso da toglierle il fiato. Elisa rispose con impeto ai baci, alle carezze inquiete di suo marito, lasciandosi trascinare senza più riserve. Il suo respiro breve, interrotto dall’affanno, tradiva un’impazienza crescente. Ella si scostò, per un attimo, si curvò all’indietro sciogliendosi i capelli in una movenza aggraziata della mano, cominciò a spogliarsi con movimenti lenti e conturbanti, come in una danza propiziatoria.
Egli rimase smarrito a fissare quel corpo flessuoso che si rivelava pian piano, offrendosi a lui alla luce soffusa delle candele.

Il seno acerbo e ben disegnato, i fianchi snelli e armoniosi, il ventre morbido e piatto, la vita sottile.

Non paga dell’effetto che sapeva di suscitare, Elisa si immerse nell’acqua tiepida della vasca continuando la seducente esibizione; senza il minimo imbarazzo. Ogni suo gesto era una ferita struggente che gli toglieva il respiro. Non vi era donna al mondo che riuscisse a dargli emozioni simili, quella combinazione perfetta di candore e sensualità lo faceva impazzire, era sempre stato così.
Minuscole lingue di fuoco ondeggiavano dentro ogni piccola perla sospesa sul suo corpo nudo. Si avvicinò a lei stordito dal desiderio, allungò una mano esitante a racchiudere un seno che lo provocava con insistenza. Ora era lui che si abbandonava alle carezze audaci di sua moglie, gli occhi dischiusi in una dolce resa.

Elisa sganciava i bottoni ad uno ad uno, scoprendogli il torace virile e ben tornito, sentiva palpitare d’aspettativa i muscoli di suo marito al contatto della sua mano avida ed esigente, la sua bocca morbida si soffermava sul collo, sulla ferita della spalla, torturandolo deliziosamente. Improvvisamente egli non riuscì a contenere più la sua smania. Quei gesti carichi di erotismo avevano scatenato la sua frenesia portandolo ad un punto di non ritorno. La prese con decisione all’esile vita tuffando i suoi occhi in quelli di lei quasi in un’implorazione: - Basta…vieni qui, seducente incantatrice…
-Poi si lasciò andare ad un insieme sconnesso di slanci incontrollabili e intensi. La sua voce convulsa le ripeteva sommessamente – Solo tu Elisa…solo tu, amor mio…per sempre…-
Ancora una volta i loro corpi si unirono trascinati dalla passione, dimentichi del resto del mondo.

Era stata una lunga notte. Elisa si rifugiò tra le braccia di suo marito e si lasciò vincere finalmente dalla stanchezza. Un sorriso estatico si dipingeva sul suo volto. Sentiva che nulla avrebbe potuto
minacciare quel senso di sicurezza ritrovata. Il domani, con le sue insidie, era lontano da quel presente da favola.

(Continua)

Elisa si appiattiva contro il dorso del baio nel tentativo di schivare i colpi che la sfioravano sibilando, rassegnata ormai all’inevitabile.
Gli zoccoli dei cavalli degli inseguitori riecheggiavano inesorabilmente più vicini, sì da vanificare tutto il vantaggio che lei e Victor avevano guadagnato nella fuga. I gemiti rochi dell’amico ferito la raggiungevano di tanto in tanto, appena percettibili nel frastuono degli spari. Sicuramente stava perdendo molto sangue, e se non si fosse intervenuti per fermare l’emorragia, presto sarebbe stato troppo tardi. Pensieri convulsi si facevano strada nella sua mente. L’amara consapevolezza che entro pochi secondi sarebbe finita, ancora una volta, nelle mani del duca la sgomentava. Il sacrificio di Victor sarebbe stato inutile…
Improvvisamente si udirono altri spari, questa volta sembravano provenire da più lontano, come se un nuovo sicario si fosse unito al gruppo. Elisa non fece in tempo a comprendere cosa stesse accadendo, che lo schianto di un assalitore colpito a morte, la colse di sorpresa; l’uomo rovinò per terra in un tonfo sordo. Qualcosa non tornava, se non si trattava di un altro aggressore, allora chi poteva mai essere?
Il nitrito di un cavallo imbizzarrito scosse l’aria, l’altro inseguitore, quasi alle sue spalle, sembrò perdere terreno, esitare, anch’egli spiazzato da quell’agguato fuori programma.
La luna, temporaneamente occultata dietro una nube, riduceva la visibilità. Tuttavia la sagoma indistinta di un cavaliere si delineò su un rialzamento del terreno, poco distante, simile a quella di un vendicatore nella notte.

La sua pistola lanciava luccichii poco rassicuranti.
Una voce metallica vibrò sferzante come una frusta: - Voltatevi, duca Salvati, o vi sparerò alle spalle come meritereste, da quel vile che siete! -
Elisa aveva tremato, come sotto un colpo, a quelle parole, tirò le redini e si voltò di scatto con il cuore in gola. Fabrizio era dunque riuscito a rintracciarla prima che accadesse l’irreparabile. Era lì per lei, ed ora rischiava ancora una volta di perderlo per sempre. Le sembrò di rivedere, come in un incubo, la scena del duello tra suo marito e il duca Ranieri. I secondi che seguirono sembravano scorrere con lentezza esasperante.
Un ghigno perverso risuonò in risposta, quello del duca era un riso crudele, quasi inumano.
Egli girò il cavallo a fronteggiare il temibile avversario che rimaneva impassibile ad attendere. Ora che la luna era sbucata da dietro la nube, i lineamenti del conte, contraffatti dall’odio, apparivano perfettamente illuminati. Una tensione palpabile aleggiava tra i due rivali. - Posso chiedere con chi ho l’onore di parlare?- il tono della voce del duca era chiaramente insultante.
- Sono certo che lo sappiate già, ma ve lo ripeterò ancora, perché non abbiate a dimenticare il nome e il volto dell’uomo che vi spedirà all’inferno. Sono il conte Fabrizio Ristori di Rivombrosa e giuro che avrò la mia vendetta per le vostre offese infamanti!- Aveva scandito le parole una ad una come per assaporarne l’effetto, esse suonarono come un monito, una sentenza senza appello.

Sua Grazia, perfettamente conscio del pericolo imminente, volle sfidare la sorte. Approfittando di un attimo di distrazione dell’altro, estrasse la pistola dall’impugnatura d’oro tentando di colpirlo a tradimento; l’urlo disperato di Elisa sembrò squarciare l’aria. Dei lampi seguiti da due esplosioni violente, si susseguirono con brevissimo scarto, Fabrizio sussultò portandosi una mano al braccio, il duca barcollò a sua volta, poi cadde a terra riverso, in un ansito smorzato. Il suo sauro terrorizzato si levò sulle zampe posteriori, poi si allontanò galoppando nella notte, i suoi nitriti risuonarono sempre più lontani.
La scena rimase come sospesa per brevi istanti, nessuno sembrava trovare il coraggio di muoversi. Infine Fabrizio si avvicinò con cautela al suo avversario aspettandosi forse un ultimo tiro mancino, ma la fissità innaturale dei suoi occhi rovesciati appariva fin troppo eloquente.
Il conte torse le labbra indugiando in una smorfia di disprezzo: - Avete avuto la fine che meritavate, duca,.. codardo fino alla morte… - si portò ancora la mano al braccio, fortunatamente era stato colto solo di striscio.
Elisa era rimasta paralizzata tutto quel tempo, ora sentiva allentarsi d’un tratto la tensione; il suo corpo era percorso da un tremito incontrollabile. Fabrizio le si avvicinò rapidamente, apprensivo:
- Stai bene, Elisa? – chiese in un mormorio vibrante di emozione. Nell’oscurità, ella percepiva intensamente i suoi occhi preoccupati su di sé e avrebbe voluto gettarsi tra le sue braccia in uno slancio incontenibile. Invece rimase immobile : - Io sto bene, ma Victor… credo sia ferito gravemente…temo per la sua vita…- la voce le morì in gola.
Un nuovo gemito sommesso, arrivò in risposta alle parole di Elisa. Victor, incapace di tenersi oltre in sella, si lasciò scivolare per terra. D’un balzo, Fabrizio fu su di lui, il debole chiarore della luna gli consentiva di scorgere a malapena attraverso le tenebre. Spostò il mantello per controllare dove era stato colpito. Una macchia scura gli si allargava implacabilmente sulla stoffa della marsina, alla base del collo, respirava a fatica: - Vi salverò….Elisa….dovesse essere l’ultima….cosa al mondo….che faccio…- riuscì a dire nel delirio.
Fabrizio lo tastò ancora per rendersi conto della gravità della ferita: - Non temete amico mio, vi porterò in salvo, ho un debito notevole nei vostri confronti…non permetterò che moriate…- il tremito della sua voce, tradiva l’ansia che lo invadeva. Si fece aiutare da Elisa ad issarlo di traverso sul cavallo, in modo da causargli meno disagio possibile, prese le redini con fermezza:
- La tenuta d’Anvau dista poco da qui, siamo fortunati!- aveva pronunciato quelle parole come per farsi coraggio.

Le tre figure si avviarono spedite verso quel porto sicuro. Le loro silhouettes incerte avevano qualcosa di lugubre sotto la volta scintillante delle stelle…
******
Nello stesso momento in cui Elisa sfuggiva alle grinfie del duca Liberati, a Parigi, madame Lavoulère, ancora all’oscuro di tutto, attendeva istruzioni nella sua camera, alla locanda del “Cervo grigio”.
Mentre era intenta sorbire il brodo caldo della sua cena solitaria, la bella bocca sensuale ebbe un moto di dispetto, lo stesso che le era consueto ogni qualvolta un impedimento osava ostacolare i suoi piani. Il duca Liberati avrebbe dovuto dare sue notizie già da tempo. Cosa poteva mai essere accaduto? Detestava quella condizione di impotenza.
Agitò nervosamente un campanello d’argento e domandò al servitore, affacciatosi alla porta, se qualcuno avesse chiesto di lei. Appena le venne risposto che non vi erano stati né visitatori né messaggi, spinse da parte il piatto con un gesto stizzito della mano dichiarando che quell’intruglio era imbevibile. Il valletto, abituato ai capricci immotivati di quel tipo di clientela, non osò contraddirla, si limitò a sparecchiare ed a sgombrare il campo prima che il temibile sguardo della signora trovasse altri pretesti per reclamare.
Eléonore indirizzò una rapida occhiata allo specchio sulla toletta. Era un vero peccato che nessun altro potesse condividere con lei l’ammirazione del suo abito di satin, perfettamente in tono con il verde dei suoi occhi da gatta.
Era ancora sprofondata nella poltroncina accanto alla finestra, ad interrogarsi su eventuali decisioni da prendere, quando si udirono dei colpi lievi alla porta. La giovane donna trasalì appena, il servitore recava finalmente la lettera tanto attesa.
Prese il biglietto dal vassoio d’argento che le veniva teso e ne ruppe rapidamente il sigillo. I suoi occhi lessero d’un fiato le parole buttate giù in una grafia frettolosa. Eléonore corrugò la fronte e rimase un attimo a fissare i ghirigori sulla carta, come per assimilare il senso della missiva. La notizia appena ricevuta sconvolgeva ogni programma precedente.
La gentildonna diede sbrigative istruzioni alla sua cameriera personale e, in capo a pochi minuti, si accingeva a lasciare la locanda per salire su un’elegante carrozza di piazza. Era troppo assorta nei suoi pensieri per accorgersi che il marchese Salvati, nascosto nell’ombra, aveva spiato ogni sua mossa…