Ads by Google   Login

[ ELISA DI RIVOMBROSA: IL ROMANZO ] 26 Agosto, 2007 16:17

Se mai Anna avesse potuto scorgere in uno specchio magico quel che accadeva a Parigi, in quei giorni,  alla cognata, vi avrebbe visto immagini che l’avrebbero, in parte, alleggerita dalle sue ansie.

Ma non era certo in suo potere leggere nel destino e nulla pareva, d’altro canto, avere la facoltà di placare i pensieri di inquietudine che la turbavano.

Quel pomeriggio, nella Galleria del primo piano, sullo sfondo di una delle grandi finestre a riquadri che si aprivano sul parco di Rivombrosa, in un abito di seta leggera dai toni spenti che sembrava sottolinearne lo stato d’animo malinconico e sgomento, Anna Ristori parve ad Antonio irresistibilmente vulnerabile e, forse proprio per quella ragione, ancor più desiderabile. L’espressione di tristezza assorta che soltanto la piega amara delle labbra dava ad un viso altrimenti morbido, sembrava aver raggiunto i grandi occhi luminosi. La osservò abbandonare la fronte contro il vetro freddo della finestra, e intrecciare con forza le mani sulla bocca. Trattenne il respiro e le si fece silenziosamente vicino, poggiandole due mani incerte sulle spalle, in un gesto protettivo che era quasi una carezza.

Anna rimase immobile, quasi a voler deliberatamente ignorare la sua presenza. Non riuscì tuttavia a reprimere un breve tremito rivelatore.

-         Hai freddo? – si sentì chiedere. Vi era una nota di apprensione  nella voce dolce di Antonio.

Anna rabbrividì ancora, ma cercò di riaversi:

-         No – disse attendendo ancora qualche istante prima di volgersi – non ho freddo …tuttavia, non credo di essere ancora pronta a …comprendere le tue ragioni …- le parole le salirono alle labbra d’impulso, aspre e penose a un tempo.

Adesso gli occhi di sua moglie apparivano più duri, e la bocca più risoluta, nel volto pallido.

-         Sei molto severa, Anna. – replicò –  e credo, in parte, di meritarlo. Ma non sono sicuro di riuscire a reggere a lungo il gelido mutismo che hai innalzato contro di me. Ritengo che dar voce alle nostre emozioni, farebbe bene ad entrambi … -

un profondo senso d’impotenza s’impadroniva di lui. Anna aveva distolto ancora lo sguardo e, attraverso il tessuto impalpabile che le ricopriva le belle spalle erette, egli poteva sentire la tensione di ogni suo muscolo - Non saprei che altro dire a mia discolpa, se non che le mie azioni sono state dettate da una profonda devozione. Non potevo rompere il giuramento fatto a tuo fratello... -

-         …E hai potuto invece tollerare di vivermi accanto, nella menzogna, per tutto questo tempo?– si premette rabbiosamente una mano, chiusa a pugno, sulla bocca - Per quanto mi sforzi, non riesco ad impedirmi di volertene per le tue calcolate dissimulazioni, per le “vostre” cospirazioni, sorde al dolore di tante persone.. – disse con voce spezzata.- e adesso…che a tutto questo si aggiunge anche l’ansia per le sorti Elisa e Fabrizio, credo proprio di non riuscire a sostenere…- lacrime di sconforto, e contenuto rancore, le salivano finalmente agli occhi.

Antonio le prese il volto tra le mani fissandola con intensità, avrebbe dato qualunque cosa per riuscire a far breccia nel muro di desolato riserbo che sua moglie gli opponeva:

 

-         Davvero desideri continuare ad affrontare da sola ogni cosa, e tenermi lontano da te? – una luce di vinta rassegnazione gli accendeva ora lo sguardo – Non sopporto di vederti soffrire ancora per causa mia, se è questo quello che vuoi…non ti rattristerò più con la mia  presenza! –

 Si scostò da lei in un gesto brusco e doloroso, prese a percorrere lentamente la galleria, poi a scendere l’austera scala di marmo. Fu allora che un rapido susseguirsi di passi lo fece voltare e, prima che fosse in grado di comprendere, Anna era già tra le sue braccia, il volto nascosto tenacemente tra le pieghe della cravatta di pizzo. Nessuno meglio di lui sapeva quanto doveva esserle costato mettere da parte il suo orgoglio e corrergli dietro. Antonio carezzò con tenerezza la nuca inerme di sua moglie, sussurrandole all’orecchio parole dolci e appassionate. La strinse a sé con forza, le sollevò il mento con un dito, indugiando con le labbra sulle belle palpebre socchiuse, poi i sussurri e le scuse si persero in un bacio che suggellava, finalmente, la pace ritrovata.

 

[ ELISA DI RIVOMBROSA: IL ROMANZO ] 26 Agosto, 2007 16:03

 

 (Continua)
[ ELISA DI RIVOMBROSA: IL ROMANZO ] 26 Agosto, 2007 16:00

La carrozza sfrecciava a tutta velocità per la via che conduceva alla porta sud di Parigi; a quell’ora tarda, si sarebbe detto che fosse inseguita dai briganti.

Una fioca luce lunare illuminava la strada  al cocchiere, che diveniva sempre più impaziente di varcare la barriera. Più di una volta lo staffiere si era affacciato all’interno dell’abitacolo per accertarsi che tutti quegli sbalzi non creassero alcun fastidio alle tre passeggere. Certo, era stato di una temerarietà folle, da parte della giovane contessa, intraprendere un viaggio così lungo, senza una scorta adeguata, ma non era compito suo giudicare le scelte della nobildonna.

D’altro canto, il movente che aveva spinto Elisa ad un gesto così estremo, non aveva nulla a che vedere con i dettami della saggezza, né tanto meno della ragione. La rivelazione che Fabrizio viveva e che era in pericolo, era stato un motivo più che sufficiente per indurla a dimenticare qualsiasi richiamo alla prudenza.

A quell’ora, la capitale francese appariva deserta e ostile. Solo  lo scalpiccio degli zoccoli sul selciato  rompeva il silenzio delle strade. Di quando in quando, mentre la carrozza procedeva ad un’andatura più lenta, la luce balenante di un fanale o di una torcia ne illuminava l’interno lasciando intravedere, ora un volto paffuto di bimba abbandonato nel sonno, ora una mano inguantata. Ad  una certa distanza risuonò la voce cadenzata della ronda. Il postiglione si affrettò a raggiungere la locanda del “Cervo d’oro” indicatagli per la notte, alloggio adeguato per una signora dell’alta società.

                              ******    

Nello stesso momento, intanto, alla corte sabauda si svolgeva un’interessante conversazione tra il re e il marchese Montiglio, suo consigliere:

-         Vostra Maestà  ho una cattiva nuova da comunicarvi…sventuratamente il piano per l’eliminazione del marchese Salvati è fallito, qualcuno deve avere organizzato la sua fuga.

-         Com’è potuto accadere? – ruggì il sovrano, non era la prima volta, negli ultimi tempi, che gli sfuggiva la situazione di mano e l’orribile sensazione di essere stato raggirato gli faceva perdere il senno - Dannazione…marchese, mi avevate dato la vostra parola che non vi sarebbero stati più intralci!- lo fulminò con lo sguardo- …E invece, mi deludete tristemente ancora una volta. La vostra imperdonabile mancanza di lungimiranza ci mette in una situazione estremamente incresciosa. Adesso abbiamo un potenziale testimone nelle mani del nemico.  Vorrei che rammentaste che, se la Corona  verrà coinvolta in uno scandalo, sarete il primo a piangerne le conseguenze!!! – la sua voce era raggelante – In verità, comincio a chiedermi che cosa mi induca ad usarvi tanta clemenza…-

Il suo consigliere gli restituì uno sguardo di ironica tranquillità:

-         Forse l’irrefutabile consapevolezza che io sia il solo a condividere con voi degli oscuri segreti che potrebbero portarvi alla rovina, Sire?- questa volta sfoderava un’insolente sicurezza che non mancò di colpire il bersaglio.

Le narici del re fremettero pericolosamente:

-         Non vi conviene lasciarvi andare a queste basse insinuazioni, mio caro marchese! - nella sua voce vibrava una collera che minacciava di esplodere da un momento all’altro.

-         Dovete aver mal compreso, Sire.- rispose con voce morbida l’altro gentiluomo - Intendevo soltanto dire che, al momento, ci troviamo accomunati dalla stessa sorte, incerta e misteriosa, tanto nel bene, quanto nel male. Del resto, Vostra Maestà non ha mai avuto motivo di dubitare della mia profonda devozione.-

Il re parve gradatamente riacquistare il controllo di sé, si sedette sulla poltrona e si appoggiò lentamente all’alto schienale rivestito di broccato:

-         La vostra sicurezza mi dice che avete già pensato ad un piano alternativo. Vi ascolto con il più vivo interesse..-

-         Se mi permettete di darvi un suggerimento, a questo punto non rimane che una possibilità, Sire, rintracciare il vostro più temibile avversario,  l’unico che potrebbe avanzare dei diritti sulla corona, e liberarsene definitivamente, questa volta. -

Sua Maestà sospirò stancamente, la rabbia aveva ceduto il posto ad una profonda inquietudine:

-         Anche su quel fronte, pare che le ricerche non abbiano sortito gli effetti sperati, sappiamo solo che venne affidato ad una famiglia di contadini, che si trasferì, poi, nei pressi di Venezia. Malauguratamente il desiderio di disfarsi in fretta delle prove,  ha fatto perdere le tracce della famiglia in questione. Tuttavia… non bisogna demordere …se trapelasse qualcosa, se il segreto finisse tra le mani della persona sbagliata…sarebbe la catastrofe! Nessuna nuova del misterioso infiltrato? -

-         Nulla Sire, chi indaga agisce con notevole astuzia…c’è di più, i pochi indizi trovati, sembrano stati intenzionalmente lasciati da qualcuno che desidera farsi beffe di noi!! -

-         Intendete forse dirmi, caro marchese che, un piano che ha richiesto anni di caute e ingegnose macchinazioni, rischia di venir vanificato a causa di una banda di incompetenti senza nome? Deve pur esservi un modo …–

La sua mano era chiusa spasmodicamente ad artiglio intorno al ben tornito bracciolo della poltrona.

Tacque a lungo, sembrando perdersi dietro a un suo segreto pensiero:

-         Eppure, già da tempo mi sorprendo a pensare…conosco una sola  persona  che sarebbe capace di simile spregiudicatezza, e che avrebbe il movente per agire così, il conte Fabrizio Ristori di Rivombrosa! Se non fosse morto anni fa, avrei più di un motivo per sospettare di lui…non capisco in che modo…le indagini del duca Liberati e di Madame Lavoulère hanno portato a qualcosa ? – lo incalzò.

-         Non ancora…la contessa, così come il dottore, sembrano ignari di tutto. -

-         Non fidiamoci marchese …non molliamo la presa, con la dovuta discrezione, beninteso! Non dimenticate che la contessa Elisa Ristori, con la sua aria innocente, ha già sventato una volta i nostri piani… Non intendo permettere, ancora una volta, ad una vile servetta, di prendersi gioco di noi! – le sue labbra si torsero in un’espressione di animoso disprezzo.

-         Al momento, Vostra Maestà, siamo ad un punto morto, pare che la contessa sia partita per far visita ad una parente, a Lione…la durata della permanenza non è stata ben precisata. –

Vittorio Amodeo si voltò di scatto a fronteggiare il suo interlocutore. Dal suo sguardo traspariva una irremovibile determinazione:

-         Non bisogna lasciarsi sfuggire alcun particolare, anche se apparentemente trascurabile, scoprite dov’è andata…e se è ancora la famiglia Ristori a mettere il naso negli affari della Corona, questa volta non sarò tanto indulgente.. -

[ ELISA DI RIVOMBROSA: IL ROMANZO ] 24 Agosto, 2007 22:06

Immersa tra i grossi volumi di  “Araldica”, che aveva tratto dagli scaffali più alti della biblioteca, la contessa scorreva con occhi  ansiosi i titoli altisonanti che ricoprivano le pagine ingiallite dal tempo.

Un intero pomeriggio dedicato a quell’alacre attività di ricerca, era valso a restituirle un equilibrio mentale che nessuna riflessione avrebbe potuto darle, e le aveva parzialmente pacificato lo spirito, slegandola da vani  rancori, così poco confacenti alla  sua natura.

L’attitudine che la animava, però, era tutt’altro che mite e rassegnata; quell’ultima rivelazione aveva, semmai, contribuito a  renderla ancora più  pervicace e combattiva. Se tutto cospirava contro di lei, ebbene, avrebbe dimostrato quanto era arduo tenerla in un cantuccio e indurla alla resa!

Di colpo, il suo indice si fermò sullo stemma che affiancava la casata d’Anvau - un leone rampante blu su campo dorato - .

Si trattava quindi di un titolo legato ad un’illustre famiglia  parigina! Era ben poca cosa, ne era consapevole, ma aveva fatto una promessa a se stessa: mai più nulla si sarebbe messo tra lei e Fabrizio. Il suo tentativo di proteggerla non sarebbe servito neanche questa volta!

Ricordava un tempo in cui aveva lottato da sola contro l’impossibile, contro una sentenza che non lasciava speranze. Eppure la sua tenacia, il suo amore, avevano trovato la strada…

Rammentava momenti terribili, in cui aveva creduto di aver perso per sempre suo marito. Il dolore l’aveva annientata, un dolore talmente sordo e divorante, da non lasciare più nulla di vitale in lei. Non era stata, per mesi, che un corpo inerte, privo di impulsi, incapace di vivere il presente. Negli scarsi momenti di lucidità si era chiesta che cosa la trattenesse dal mettere fine ai suoi giorni; la risposta era sempre lì a riscuoterla dal suo delirio: la piccola Agnese.

Ora, la consapevolezza che nemmeno la morte aveva potuto separarla da Fabrizio, le dava nuova forza. I pericoli, gli ostacoli, per quanto oscuri e temibili, non sarebbero riusciti ad impedire il loro amore. Una nuova paura, tuttavia, la assalì:  “E se qualcun altro, come lei, fosse arrivato alle sue stesse conclusioni, risalendo alla falsa identità del conte Ristori?”

Questa volta sarebbe stato molto più arduo, per lei, lottare contro un nemico senza volto!

I suoi presentimenti non erano del tutto privi di fondamento…c’era già chi agiva nell’ombra, un’ombra molto più vicina di quanto Elisa potesse sospettare…

Allo scalpiccio di zoccoli sul selciato, la contessa chiuse di scatto il librone e si avvicinò alla vetrata scostando i tendaggi. Non avrebbe esitato, in seguito, a riconoscere l’irrequieto tiro a quattro che aveva appena varcato i cancelli della dimora.

Il cocchiere, in livrea nera e oro, tirò le redini davanti all’ingresso principale e la dama elegante che occupava la carrozza, scese con grazia ineffabile, seguita da un gentiluomo in marsina color prugna che Elisa non fece fatica a identificare come il duca Liberati, medico di fiducia di Sua Maestà dopo l’allontanamento del marchese Salvati, e non meno intrigante del suo predecessore.

Quell’avvenimento bizzarro non faceva che aggiungersi alle tante, inspiegabili fatalità che continuavano a  scandire, di recente, le sue giornate.

Mosse verso l’ingresso in un fruscio di seta.

-         Cara contessa Ristori – esclamò la gentildonna, andando incontro alla sua ospite retriva – perdonate la nostra intrusione inopportuna, in realtà il duca Liberati, ha cercato a lungo di dissuadermi dal recarvi visita senza alcun preavviso, ma vedete, la vita di corte è talvolta talmente noiosa, che sono certa vorrete essere magnanima! Il mio slancio è dettato, ve ne assicuro, dalla più sincera amicizia!– concluse con assoluta naturalezza,  sembrando ignorare del tutto l’eccentrica  stravaganza della sua condotta.

La contessa non riuscì a dissimulare una certa stupefatta sorpresa:

-         Siete la benvenuta Signora…-

Madame Lavoulère scosse i celebrati capelli corvini, che la brezza primaverile scomponeva appena, le labbra piegate in un sorriso di soave insolenza. Continuava a parlare seguendo la contessa nel salottino “blu di Prussia” che si affacciava sull’ampia terrazza. Elisa cominciava a interrogarsi mentalmente sullo scopo di quella visita.

Lo sguardo rapace ed i modi intriganti della gentildonna la tenevano costantemente in stato di allerta e l’atteggiamento cerimonioso del duca, per quanto sempre rispettoso dell’etichetta, non le era mai piaciuto, lo giudicava un ipocrita e un opportunista.

Mentre conversavano del più e del meno scambiandosi convenevoli, la contessa aveva spesso la sensazione che gli occhi del gentiluomo spiassero le sue mosse e la scandagliassero, come per carpire i suoi segreti.

Gli ospiti si trattennero a lungo, compiacenti e salottieri; il duca Liberati si spinse persino a far mostra di una smisurata ammirazione per il suo collega – il dottor Ceppi - e si dichiarò curioso di conoscere in modo più approfondito, i risultati di tanti anni di ricerche e di infaticabili studi.

L’espressione inappropriata di Antonio lasciava comprendere quanto egli si  prestasse controvoglia alle attenzioni di cui era oggetto. L’unica persona capace di reggere amabilmente il gioco era Anna. 

Apparentemente ignara dell’atmosfera insidiosa e grottesca che avvolgeva  ogni parola e ogni gesto, nella sala, ella sembrava perfettamente a suo agio. Rideva garbatamente e rispondeva ai vuoti motteggi con assoluta presenza di spirito e una naturale cortesia.

Alla fine della visita Elisa si sentiva sfibrata e nervosa, lo sforzo che si era imposta per apparire allegra e loquace, aveva esaurito le sue ultime risorse d’energia. Sentiva che doveva agire,  muoversi in fretta, anche se non le era ancora ben chiaro in quale direzione.

Fu mentre osservava la carrozza sparire oltre la barriera di olmi che cingevano la cancellata, che venne folgorata di colpo “dall’idea”.

 (Continua)
[ Generale ] 19 Agosto, 2007 15:14

Antonio sedette sul bordo arrotondato della fontana e fissò lo sguardo su Martino, appoggiato alla balaustra e curiosamente assorbito dalla lettura del volume di “Filosofia Antica” che reggeva tra le mani. Proprio in quel momento, Elisa passò alle spalle del figlio, gli rivolse un saluto distratto e continuò a scendere la scalinata di pietra, dirigendosi a passo spedito verso le scuderie, senza tuttavia notare la presenza dell’amico, né che egli facesse alcun gesto per richiamare la sua attenzione.

Quella di ozioso spettatore dell’altrui adoperarsi, era un’occupazione alquanto insolita per il dottor Ceppi;  l’espressione amara che gli incupiva lo sguardo sarebbe, d’altronde,  bastata a rivelare, in lui, pensieri tutt’altro che lievi e indolenti.

Socchiuse gli occhi e abbandonò il capo all’indietro, chiedendosi quale avrebbe potuto essere la reazione della cognata, se avesse potuto sospettare, sia pure in minima parte, ciò che si celava dietro la sua lealtà inossidabile.

Da più di quattro anni Antonio si dibatteva, con un atroce senso di rimorso, tra il vincolo indissolubile del giuramento fatto all’amico di sempre, e il debito di fedeltà nei confronti delle persone che gli erano più care. La scelta si era rivelata ardua, eppure necessaria e irrevocabile.

Quando Fabrizio lo aveva reso, per la prima volta, partecipe di quelle che, allora, gli erano apparse solo come delle assurde farneticazioni, cercando di coinvolgerlo nel piano folle che prefigurava la propria sparizione dalla scena, aveva provato in tutti i modi di dissuaderlo.

 (Continua)