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Il Codice Gargantua e coccodè

27 Jul, 2006

“Il Codice Gargantua”, capitolo 1

Generale — Inviato da oldrim @ 14:39

Qui di seguito continua da “Il Codice Gargantua”, seguito di “Coccodè in Grattacielo”: http://coccode-in-grattacielo.splinder.com/archive/2006-05

Qui di seguito, continua “Il Codice Gargantua”, da:

http://coccode-in-grattacielo.splinder.com/archive/2006-05

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Quel giorno d’estate, il sole malato vomitava luce annebbiata e l’aria era plastificata ed immobile, riempita di gas di scarico di varia natura. “Niente di peggio del sole cocente perenne ottuso e testardo, giorno dopo giorno, uguali sempre” disse il Glorioso. “A certa gente piace” gli fece eco Guerrin con una smorfia.

Così, era l’inizio del cammino, insieme a Guerrin Deportivo. La strada era oscura ed incerta, fangosa e confusa. Si ricordò che un tempo aveva la pantagruelina, tratta dal pantagruelione trattato. Dove l’aveva messa?!

Dalle finestre aperta per strada si vedevano dei programmi televisivi. Erano trasmissioni di programmi di cucina.

INTERMEZZO TELEVISIVO. 1

C’era un uomo molto grasso con il berretto da chef, attorniato da un codazzo di riverenti e servili apprendisti che ne leccavano i piedi, che pontificava su tutto e tutti mentre spiegava le ricette. C’erano delle presentatrici televisive che dovevano far finta di mettere in pratica le istruzioni dello chef e che sbagliavano sempre. Lo chef aveva seco un secco nerbo, un frustino, col quale bacchettava le presentatrici non appena sbagliavano, cioè le bacchettava sempre. Mentre lui bacchettava, banchettavano degli ospiti del programma, che dovevano nutrirsi dei piatti “sopraffini” cucinati dalle presentatrici controllate dallo chef parlante. Il tavolo del banchetto era pieno di digestivi ed un equipe medica era vicinissima al tavolo stesso, intorno al quale una miriade di convitati si contorceva orribilmente, mettendosi la mano sullo stomaco. Qualcuno spesso si alzava di scatto e cercava di correre in bagno a vomitare, ma quasi sempre non ce la faceva e vomitava per terra. Il vomito doveva essere subito pulito, ed accorreva la squadra delle polizie che però scivolava sul vomito e cadeva per terra, spargendo il vomito per la sala che, sempre più vomitevole, si sarebbe detto essere una scuola di pattinaggio su ghiaccio, perché la troupe stessa cominciava a cadere sul vomito sparso. Il risultato era che, a casa, si vedeva la scena della trasmissione e poi, improvvisamente, il soffitto: era il cameraman che era caduto su del vomito. Il problema era che i piatti si susseguivano a ripetizione e quindi il vomito degli ospiti, dei convitati, si susseguiva senza fine. Dopo qualche ora di trasmissione il pavimento era tutto vomitato e l’odore nella stanza era molto sgradevole. “Aprite la finestra!” urlò lo chef. Il codazzo di apprendisti si precipitò ad aprire la finestra, lottando l’uno contro l’altro in sanissima competizione, l’anima del capitalismo. Si vedeva questo grumo di gente che si mordeva, si graffiava, s’insultava, e questo grumo si avvicinava alla finestra, finché una mano aprì la finestra. Seguì una risata. Poi, tutto il grumo prese chi aveva aperto la finestra e lo gettò fuori. Seguì un grido. Poi un tonfo. Il grumo tornò verso il Grande Chef, Sua Indistinta Disgustosità, sempre mordendosi, graffiandosi ed insultandosi, ma stavolta di tanto in tanto qualcuno scivolava sul vomito. Sennonché la finestra era aperta. Seguiva un urlo. Seguiva un tonfo.

“Prendete della pasta e buttatela” disse Sua Indistinta Disgustosità il Grandissimo Chef. La presentatrice (present’attrice) televisiva si mosse, pattinò sul vomito verso la finestra e buttò fuori dalla finestra stessa la pasta. Ritornò dallo chef, che, arrabbiatissimo, le disse: “Deficiente! Imbecille! La pasta si butta nell’acqua che bolle! E’ un modo di dire, deficiente!”. Prese la present’attrice e la buttò nell’acqua che bolliva. “Un po’ di carne non ci farà male” disse. “Ora, dovete aggiungerci gli odori” continuò rivolto alla telecamera, fissa ma con improvvisi movimenti verso l’alto. L’altra present’attrice lì presente, prese il profumo che si era portato appresso per profumarsi ogni secondo, e l’aggiunse all’acqua bollente. Sua Esimia ed Indistinta Vomitevolezza il Grandissimo Super Chef si arrabbiò e con un ceffone la spinse nella pentola bollente. “Un po’ di carne non ci farà male” disse. Al che il codazzo servile cominciò a grattarsi sotto le ascelle, a pulirsi i piedi puzzolenti. Con il succo mellifluo estratto ed accumulato così, intinsero molliche di pane, che gettarono nella pentola. “Banda d’idioti!” disse il Super Chef, Sua Incomparabilità Culinaria.

In quel momento l’orologio dello studio fece “don”! Il tempo era scaduto. Scene di panico si susseguivano e il codazzo doveva spostare il pentolone bollente per portarlo agli ospiti vomitanti. Il grumo di gente toccava a turno il pentolone ma si scottava e quindi lo spostava di poco, ma erano così tanti che riuscì ad arrivare al tavolo degli ospiti vomitanti, mentre l’animale dell’orologio si liberava. Com’è noto, gli orologi delle trasmissioni di cucina spesso hanno qualche forma di animale, un gallo, una mucca, raramente una pecora, ma insomma un animale culinario. Qui l’animale era una pantera, a digiuno da mesi, che, liberatasi, cominciò ad azzannare il codazzo di adoratori del ventre, mentre il grumo umano imboccava gli ospiti vomitanti recalcitranti. Questi ultimi presero a vomitare il doppio di prima, imbrattando il pavimento peggio di prima.

Seguivano urla. Seguivano tonfi.

Riscossosi dall’ipnotismo televisivo, il nostro protagonista riuscì, col suo fido amico, ad arrivare al mercatino d’infima categoria dove c’era quel camion. Tutto era trascurato, abbandonato, sporco nel mercatino, ma non tanto dal punto di vista strettamente igienico, quanto per la trascuratezza e l’abbandono mentali caratteristici di chi vi passava.

Curiosando qua e là, chiedendo l’elemosina e con qualche spicciolo di euro comprandosi dei lupini da sgranocchiare ed un pezzo di formaggio di giugno, un forgiugno, e difatti era fine giugno, guarda chi ti vede? Un vecchio amico dell’agenzia investigativa, con il quale un tempo collaborava spesso, in giacca e cravatta, completo costoso, profumato e che si atteggiava dandosi molte arie. Aveva la “erre moscia” per darsi dei quarti di nobiltà che, ovviamente, non aveva per niente. “Ué! Girolamo di Geronimo, come va? Da quanto tempo!”. “Dannato Allocco! Hai fatto una gran brutta fine, eh? Me l’aspettavo, deficiente come sei!”. Il Glorioso già cominciava ad inquietarsi. Girolamo di Geronimo, allora, gli dice: “Fermo lì! Ho una tua vecchia cosa, te la do subito se vieni con me, così la prossima volta noi non ci conosciamo!” “E cos’è?!” chiese stupito il Glorioso. “Ti ricordi di quella Gallina?” “Gallina?” “La Gallina di Cioccolato…?! Ti fu regalata. Non ti ricordi?” “Aaaah!! Sì, ora sì!” disse il Glorioso. “Beh, vieni da me, che te la devo dare. L’ho conservata in frigo”. “Beh, grazie”. “Ma che grazie! Un tuo amico mi manda un mensile sostanzioso per conservartela”. “Ed allora, perché me la dai, venale come sei?”. “Perché, se te lo consegno, e debbo mandargli la foto autenticata per poter ritirare il premio, mi paga più che se ti tenessi per cinquant’anni la Gallina di Cioccolato”. “Ma è cioccolato cioccolato?” “Perché la terrei in frigo se fosse una gallina che si mangia, un pollo?” e si mise a ridere. Il Glorioso non gradì l’aria di sufficienza: Girolamo di Geronimo con l’apache Geronimo non aveva niente a che vedere, né per aspetto né per carattere. Girolamo disse: “Vieni con me”. Al che, il Glorioso chiese a Girolamo: “Dove stiamo andando” “Nel mio ufficio, Allocco” rispose Girolamo. Precisò Guerrin: “Comunque, Girolamo di Stefano, di Gerardo, di Genoveffa o come diavolo ti chiami: il mio amico non si chiama più Allocco Senzacasa ma il ‘Glorioso’. Questo per te sia Vangelo, articolo di fede”. Non si dissero più una sola parola fino alla sede dove lavorava Girolamo di Geronimo: l’Istituto per l’Esportazione della Democrazia-Pallacorda.

Il capo dell’Istituto del Gioco della Pallacorda era il Presidente Shub, Shub Niggurath. Entrarono nella prestigiosa costruzione dell’Istituto, un enorme grattacielo, con uffici marmorei e costosissimi. Di Geronimo li fece entrare garantendo per loro. Arrivarono al decimillesimo piano, dove c’era l’ufficio di Girolamo il servo. Nella sede c’era un enorme frigorifero stracolmo di cose. Nel freezer c’era la Gallina di Cioccolato. Di Geronimo la consegnò al Glorioso, che gli disse: “E come facciamo ad uscire, Di Geronimo?”. “Vi fornisco io un pass, valido solo e soltanto per quest’unica volta. Non fatevi più vedere!”. “E chi si fa vedere!” disse Guerrin con una smorfia. Se ne andarono via al più presto, con Guerrin che toccava il corno vichingo e il Glorioso il bastone ritorto.

Immediatamente furono fuori nei giardinetti attorno al mastodontico grattacielo odontotecnico, matotecnico, tecnoepilettico, epilodermico, ortodattilo, datteroeteroencefalopatico ed otorinolaringoiatra (cioè uno iatra torinese che mangia l’aringa), iatrotecno (un tipo di musica tecno che cura i sani, facendoli diventare irreversibilmente malati), artoepiloeteroentroendoscopoitterogastrotorinorinocerononceroceriecereglutammatoicastocastroetilospondilo (che cosa sia questa cosa qui non chiedetemelo: come autore non posso rispondervi, se vi va, potete chiedere ai personaggi; anzi, chiedo io per voi[1]).

Seduti sulla panchina, i due videro che, sull’altra panchina, c’era un homeless con un piccolo televisore che trasmetteva una trasmissione di cucina.

INTERMEZZO TELEVISIVO. 2

C’era uno chef che insegnava la cucina italiana a Cinesi e Giapponesi che dicevano sempre di sì ed a Scandinavi che sembravano molto interessati. Difatti, interrompevano spesso lo chef, dal pesante oleoso accento napoletano, rotondetto e flatulente di tanto in tanto, facendogli delle domande sull’architettura di Firenze o Venezia. Da buon italiano, non sapeva che rispondergli e si mangiava un pezzo di pizza.

“Manciaro italiani è molti facilo” riprendeva imbarazzato dalle domande degli Scandinavi o Scanditreni. “Aveto capite?” chiedeva a Cinesi e Giapponesi, che rispondevano. “Sì”. “Non aveto capite?”, chiedeva loro di nuovo. “Sì”. “Aveto capite e non capite all’istesso tembo” continuava. –Sì” risposero. “Potreste capiro, Peròn”. E loro: “Sì”. “Sbagliato. La risposta ciusta iè: Isabbbeliiita, ci-oè la moglièèra di Peròn. Aveto sbagliate”. Entrava così, per punizione, una masnada di napoletani che mangiavano pomodori e che iniziarono a starnazzare. Presero poi le armi e cominciarono ad uccidere gli orientali sotto gli sguardi attoniti degli Scandinavi, che presero a dire: “Eh, ma questo non si fa. Eh, ma glielo avete chiesto? E’ una patente violazione della libertà individuale. I soliti Italiani!”. Sterminata una massa di Cinesi e Giapponesi, lo chef prese a dire loro “Ore, voio sapeta… o sapeti … E’ prulare, quinti si debbe diro sapeti, ci-oè sa, artichelo in sarto, la linqua dei sarti, ppiù ‘peti’, le scorreccie. Ma torniame a noi. Bbeno. Ore fato voi. Provata voi a ccucinaro italiane”. I Cinesi si alzarono e cominciarono a discutere sempre più animatamente con i mocassini in mano, furenti, finché volarono sberle e mosse di kung-fu nella cucina insieme a forchette, piatti e quant’altro, in una scena degna di un film di Bruce Lee (o Bruzio Leo), mentre i Giapponesi, messi in fila, cantavano una canzoncina dell’asilo battendo le mani e sorridendo, mentre il loro capo canzoncina li tiranneggiava e li riempiva di sberle, ridendo.

“Ore, caro telespett’attrici, vi dirò issegreti della cucina italiano”. Continuò: “Manciaro italiani è molti facilo. Si prende una serie caotica d’Italiani e li si fa votare. Sono già pronti”. Applausi.

“Ma non è tutto. E’ ci-oè poco”. Applausi. “Che ne pensa della Cattedrale di S. Marco” chiede uno scandinavo, uno svedese (si vedeva dal fatto che nella busta aveva due litri esatti di liquore). Rispose lo chef: “La pizzo è issegreto. Pizza mattino, pomeriggi e ssere. Anghe a ccolazione, nel llatte. Si prende una fette di paizza e la s’indinge nella suppa di latto. Poi pizz’appranz. Eppoi pizz’accena. Stato apposti. Di tando in dando, shpachetti appomodoro appranz. Eppoi, sembre pomodori, pomodori, pomodori, pomodori, suttutto, dappertutto, a ccolazzione et in qualsiasi momendo”. Applausi scroscianti. Tutto sembrava andare per il meglio quando improvvisamente lo chef scolorò, sbianchì come un fazzoletto bianco lavato con un detersivo sbiancante e poi messo nella calce (scalciato). Prese a contorcersi. Entrò subitaneamente un’equipe medica. “Ci scusiamo con i telespettatori, ma lo chef Ermanarico Esposito ha subito una crisi d’astinenza da pomodori”. Gli fornirono una cassetta intera di rossi pomodori che Ermanarico, lo chef mendico, addentò come un naufrago l’acqua dolce. Poi, lo misero a letto in diretta e gli presero a fare delle flebo di succo di pomodoro annacquato. Lo chef era rinvigorito. Intanto, i suoi due assistenti, Cecilio Ceci e Ciccio Ciano, mangiavano pizza stravaccati su due poltrone ridendo sguaiatamente.

Seguivano sponsor vari e rumorosi, ai quali poi seguiva l’appuntamento più atteso: la puntata n°1293464929847849839032094374578404328047841404844434848989444193534324327325785675467347823484764894567348947841894184321984321832904328939342847857858494321934210324329414385485785278524032490438956876894903290239310210121872373838329202857843783030532985278528759042304370832905389689489231320832702319089578547859024311032190421895238949032083190320943894389532894902390732903295485475298049032490328953532908953209324190431932530301830193095548467864786590413904214219835784893590803940921059295531214553958153954286357863825540853253215509 della telenovela “Un Pasto al Sale”.

I due si risvegliarono dall’ipnosi televisiva e decisero di cambiare panchina, dicendo: “Nemmeno qui si sta in pace”. “E’ una vera e propria persecutio temporum” aggiunse Guerrin. “Vuoi dire consecutio temporum”. “Quel che è giusto è ingiusto” rispose allusivamente Guerrin. E si sedettero su di un’altra panchina, soli, sotto una frondosa bella pianta ed alta. “Dobbiamo aprire la Gallina di Cioccolato e mangiarcela perché il caldo già sta cominciando a scioglierla” fece il Glorioso.

Sventrarono la Gallina di Cioccolato e mangiarono tutto il cioccolato. Al che ovviamente si sporcarono le mani. Si pulirono alla bell’e meglio con dell’erba, ma non era sufficiente. Glorioso additò a Guerrin un laghetto con fontana che c’era lì di fronte. Corsero a perdifiato gettandosi vestiti nell’acqua. Colsero l’occasione per lavarsi e farsi un bagno, finalmente, dopo un anno. La fontana faceva scrosciare fresca dolce acqua sulle loro teste. Piacevolissimo nella calura orrida umidiccia ed opprimente delle città italiane, quando ecco un allarme suonare. Una masnada di poliziotti privati con cani pastore tedesco sbucarono dall’Istituto. I due presero a darsela a gambe all’aria, tornando sui loro passi. Il Glorioso si era dimenticato la bottiglietta di pantagruelina che c’era nella Gallina di Cioccolato. La raccolsero lì dov’era rimasta, che fortuna! Aveva comunque il bastone e Guerrin il corno vichingo. Lasciarono i giardinetti dell’Istituto ed eccoli per strada, sotto gli alberi di un viale, finalmente puliti.

Si sedettero su di una panchina, sotto gli alberi non troppo frondosi, ed aprirono la bottiglietta di pantagurelina. “Non ho mai assaggiato la pantagurelina” disse Guerrin. “Cos’è in effetti, la pantagruelina? Taluni affermano che non sia altro che Maria Giovanna”. “Maria Giovanna …!?” “La marijuana”. “Ah! Beh no, nient’affatto. Chi afferma questo ha equivocato: la pantagruelina è l’estratto del pantagruelione, che è un’erba che non è la marijuana né lo hashish, anche se comprendo che una tale idea sia potuta venire a qualcuno, che non ha colto il valore simbolico e metaforico della pantagruelina e si è fissato su quello materiale. Colgo l’occasione, però, per parlare delle erbe che danno l’ebbrezza, delle quali il pantagruelione non fa parte, perché illumina ma non dà l’ebbrezza. E’ un punto importante da sottolineare questo. Quanto alle erbe che danno l’ebbrezza, un vecchio autore il cui libretto ho portato con me assieme al testo più grosso, notava che: ‘Il mondo occidentale conosce un numero ristrettissimo di piante allucinogene. In particolare, l’Europa è ferma alle sostanze che richiamano alla mente i ricettari magici del Medio Evo’[2]. Di seguito, aggiungeva che le piante allucinogene, cioè le piante dell’ebbrezza, in Europa sono soltanto cinque, se si aggiunge l’Asia diventano quindici o poco più, e se ci mettiamo l’Africa altre tre, più due o tre funghi della Nuova Guinea e del Nord Australia. Ben poco in confronto alle Americhe: ‘Il Nuovo Mondo, cioè le due Americhe, è la vera e propria patria delle piante allucinogene. Il ruolo di queste sostanze (…) è rilevante [o: era, in venticinque anni le cose sono cambiate parecchio] soprattutto in Messico e nell’America del Sud. Altrove, cioè nelle Antille e nell’America del Nord, la loro diffusione è pressoché inesistente’[3]. Alcune delle piante allucinogene hanno svolto un ruolo di primo piano nella cultura eurasiatica, come l’amanita muscaria, l’ovulo malefico, che però è da tempo affondata in un mare di vodka, che l’ha sostituita. Insomma, nessuna di dette sostanze allucinogene europee viene più usata per scopi di ebbrezza, ma o si hanno le droghe sintetiche, che distruggono la mente, o qualcuno lo si usa per scopi medici. Una sola si è continuata ad usare per l’ebbrezza: la marijuana e lo hashish. Di qui l’idea – ma sbagliata – di chi ha suggerito quell’interpretazione che hai citato, Guerrin”. “Perché il nome di ‘muscaria’. Ha a che fare con le mosche?”. “Precisamente. Il nome nasce a causa ‘dell’uso che n’è stato fatto nel corso attraverso i secoli: si lasciavano questi funghi dentro un piatto in cucina. Le mosche venivano attratte, s’intossicavano e cadevano morte!’[4]. Di qui viene il nome. Ma tanto l’amanita che la datura, in particolare la datura stramonium, sono di provenienza asiatica. Tra l’altro, la yerba del diablo di Don Juan negli scritti di Carlos Castaneda è da lui stesso identificata con una specie di datura, ma probabilmente si tratta di datura inoxia, americana, mentre quella usata in Asia ed importata in Europa è la datura stramonium, da cui viene lo stramonio”. “Quali sono le specie nostrane, davvero europee?”. “A parte l’ergot, cioè il fungo parassita della segale dal quale si è poi estratto l’LSD, ma siamo fuori dal campo degli allucinogeni vegetali per entrare nel regno, pericolosissimo, degli allucinogeni chimici, che andrebbero banditi e basta, di qualsiasi tipo, perché dannosi comunque, l’Europa, la nostra terra, ha conosciuto solo e soltanto questi cinque allucinogeni: l’acoro, il rosolaccio – pianta simile al papavero selvatico -, blandi, e poi i tre davvero importanti: la belladonna, o atropo, che contiene l’atropina, il giusquiamo, e la principessa delle erbe allucinogene europee, la pianta che ha un peso culturale importantissimo nel Medioevo e nel Rinascimento, fino al Barocco: la mandragora. Non erano soltanto queste le erbe che avevano un tempo importanza, giacché, per farti un esempio, si possono citare le cosiddette ‘erbe di San Giovanni’, il Battista: iperico, artemisia, verbena, ribes, aglio. Erano raccolte nella notte di S. Giovanni Battista, il 23 giugno, notte magica che dava a tali erbe proprietà particolari, ma nient’affatto ‘allucinogene’. Tra l’altro, l’iperico era detto ‘cacciadiavoli’. La cosa interessante sulla mandragora è questa: a parte le proprietà effettivamente allucinogene, c’erano molte storie sulla sua stessa operazione di raccolta. ‘Per estrarre la mandragora si ricorreva ad un rituale incredibile: si doveva cercare la pianta di notte, poi la si faceva estrarre da un cane (che subito dopo moriva). C’era poi chi, nel buco che restava per terra, deponeva moneta e pane. Plinio, nelle Storie, consigliava di scavare con vento contrario, guardando ad Occidente, dopo aver fatto tre cerchi in terra con la spada. Inutile dire che una siffatta pianta si prestava alle più varie truffe’[5]. Le si attribuivano, infatti, proprietà afrodisiache oltre che allucinogene, pertanto era molto ricercata, ma non è affatto comune”. “Perché rivolti ad Occidente? Perché il cane?” chiese Guerrin. “Perché il cane è animale lunare, di Ecate, il volto malefico, ineliminabile, di Diana, la Luna. Rivolti ad Occidente perché è la direzione infera, e il cane anche ha una natura infera, è l’animale mangiatore di morti. Si diceva che la radice della mandragora, con forma d’uomo o di donna, umana insomma, avesse delle proprietà profetiche. Ciò che voglio dire, ribadendo che la pantagurelina non ha niente a che vedere con la marijuana, è che tutto ciò è collegato ad un mondo che, nella civiltà occidentale, si ricollega in un modo o nell’altro al Medioevo ma che, in effetti, è perdurato molto più a lungo, fino al XVIII secolo, che fa da spartiacque. Fino a quell’epoca, il Settecento, astrologia, magia ed alchimia erano considerate un importante strumento di conoscenza con lo scopo di avere un’immagine unitaria del Cosmo, in questo in opposizione alla scienza moderna, che si vuole quantitativa e parcellizzata e che quindi è costitutivamente incapace di proporre un’immagine unitaria del Cosmo. La scienza moderna è caratteristica della modernità, cioè non si ritrova in altre epoche, ma, come si è visto, poiché la modernità nasce dall’‘autunno del Medioevo’, XIV-XV secoli, c’è stata un’epoca della modernità in cui la scienza-tecnica moderna, che si sa e si vuole parcellizzata, anti-unitaria, e che teorizza che una conoscenza unitaria è impossibile, conviveva con il mondo precedente. Ancora Newton, nel XVIII secolo, coltivava questi interessi, con lo scopo, per l’appunto, di ricercare un’immagine unitaria che lo studio analitico della fisica non gli poteva fornire, e lui lo sapeva bene”. “Cos’ha a che vedere questo con il cosiddetto ‘new age’?”. “Quest’ultimo è una parodia del vero interesse di quelle discipline. Poiché non ha una vera conoscenza di dette cose, ecco che le sopravvaluta e le sottovaluta insieme, non comprendendone il vero motivo, che è sempre di conoscenza, ma unitaria. Per loro mezzo, il sapiente o l’adepto d’un tempo non cercavano di risolvere i loro ‘nodi’ psicologici, anche se questi ultimi erano inevitabilmente affrontati - ma non come scopo, piuttosto come ‘sottoprodotto’ della Cerca -, ed in questo differendo profondamente dai seguaci orbi e ciechi del ‘new age’. Essi cercavano di arrivare alla comprensione profonda delle leggi che governavano il Cosmo, di sondare il Mysterium Magnum della nascita, ed anche di comprendere le ragioni profonde del proprio destino così come del destino umano in generale. Si partiva dall’assunto che le filosofie così come le religioni ‘positive’, a tutti note, non erano in grado di giungere a tanto, per quanto ce la volessero ‘mettere tutta’. L’‘Arcadia’ settecentesca fu, per così dire, il ‘canto del cigno’ di quel movimento di pensiero, con anche quel qualcosa di oscuro che il cigno porta con sé. L’‘Arcadia’ si ritrova, in qualche sprazzo, nelle Regge settecentesche europee”. Un po’ di vento fresco fece stormire le fronde: era l’effetto della pantagruelina.

“Prima di bere” disse Guerrin “mi spieghi qualcosa di quell’orrido Istituto”. “Senz’altro, ma dopo. Ora beviamone il succo”. Svuotarono la bottiglietta di pantagruelina nel corno vichingo, facendo un piccolo blot non neopagano. In altre parole, riempirono il corno di pantagruelina versandone un po’ sopra una piccola microcollinetta formata da qualche mattonella della pavimentazione del marciapiede, mattonelle che l’incuria e il tempo avevano staccato dal fondo. Ma non invocarono affatto antiche dimenticate divinità pagane. “Perché non invochiamo tali divinità?” chiese Guerrin. “Perché, come spiega Sant’Agostino nel De Civitate Dei, esse sono divenute ormai demoni”. “Ed allora, perché facciamo un blot, Glorioso?”. “Perché, se non s’invocano demoni, è come la cerimonia del the. In altre parole, è un momento di pace, calma e meditazione, in cui il tempo si allunga e la vista può cercare di andare oltre le cose materiali. Per questo lo facciamo”. Misero, allora, una sull’altra le mattonelle, alla bell’e meglio, per formare un piccolo rialzo, un microdosso, imago della Montagna Sacra. Versarono, come si diceva, un po’ di succo sulla microcima, ma senza invocare i gòdar. Poi ne bevvero il succo. L’effetto sarebbe venuto qualche tempo dopo. Avrebbero dovuto anche fare un piccolo good falò, alla maniera selvaggia, ma in mezzo alla città li avrebbero subito arrestati, specialmente in Italia o Multa-land. E’ infatti ben noto che qui se si fa un delitto o un torto grandi e gravissimi non c’è problema, ma se si commette una piccola infrazione l’intero sistema ti azzanna e t’insegue come un cagnaccio rabbioso. C’è solo un delitto lieve che si può fare senza problemi: far latrare dalla mattina alla sera i cani, si può fare senza problemi. Scocciare i vicini con i cani è uno sport molto diffuso, e i cinolatri sono una vera e propria maledizione del Multa-land.

Attendendone l’effetto, Guerrin chiese al Glorioso qualche ragguaglio sulla pantagruelina. “Essa si estrae dall’erba pantagruelione, ma trattandola in modo tale da mantenere tutte le proprietà del pantagruelione, però attutite, meno forti. In tal senso, l’effetto anti-jella della pantagruelina si dispiega più lentamente, tuttavia in modo più costante nel tempo. E’ per questo che è consigliabile sentitamente a chiunque abbia esperito i capricci della fortuna. E chi non ne ha subito qualcuno? Tutti, dunque, hanno bisogno, chi più chi meno, della pantagruelina, per San Fiacre di Brie”. “Chi è?”. “Il protettore del brie. Ma torniamo a noi. La pantagruelina si prepara unicamente nell’equinozio d’autunno, sotto il segno della Bilancia, adatto alla complessione singolarmente equilibrata di detta squisita ed incomparabile bevanda. Una tra le molte sue caratteristiche è quella di scacciare parassiti d’ogni genere e tipo, su qualunque piano si situino, giacché i capricci della fortuna stimolano emozioni sbagliate negli esseri umani e quindi tutta una serie di parassiti. Del pantagruelione crudo si adornavano i sacerdoti di Iside, o Isiaci, ed i Pastofori, cioè i sacerdoti egizi antichi che nelle solennità portavano in giro i simulacri degli dèi, non diversamente come si fa nel Sud ancora nelle processioni, ma i simulacri erano chiusi dentro splendide nicchie dorate. Se le processioni si fanno ancor oggi, ahinoi più non si usa il pantagruelione. Come dice il libro che ho portato con me: ‘Mediante quest’erba le sostanze invisibili vengono visibilmente fermate, prese, rattenute e quasi imprigionate; e grazie a questa presa e tenuta, le grosse grevi mole girano agevolmente’ (Gargantua e Pantagruele, Libro III, cap. 51). C’è la varietà di pantagruelione trifoglio e quella detta pentafilla, perché ne ha cinque. I suoi nomi sono: Ombelico di Venere, Tino di Venere, Castel Venere, Barba di Giove, oppure Occhio di Giove, Occhio di Horus, Onniveggente Occhio, Sangue di Marte, Sangue di Drago, Dita di Mercurio, Ali di Mercurio (le ali ai piedi, quindi è detto anche ‘pedali’). Infine, last but first, una certa specie di pantagruelione, quella con cinque foglie, assai difficilissima da ritrovarsi come il quadrifoglio, non può essere consumato dal fuoco. Se distillata per trarne una bevanda, la pantagruelina, vino supremo di Dioniso stesso, ecco che si ha letteralmente ‘acqua di fuoco’. Già, perché la natura ignea della pantagruelina di detta varietà fa sì che non possa essere arsa dal fuoco stesso. E così, nel finale Diluvio Purificatore di Pyr che ci attende non più fra tanto tempo, tutto arderà - Igne Natura Renovatur Integra -, ma non la pantagruelina, cioè aqua ignis. Cosa dedurne se non che la pantagruelina è il precipitato del fuoco della stessa natura, omoousios, del fuoco che rinnoverà la Natura intera dell’ormai stanchissimo ed acciaccatissimo nostro vecchio globo?”.



[1] Oh, il Glorioso e Guerrin Deportivo: sapete cosa significa l’aggettivo cortissimo di cui sopra? “Quale?” “Quello di qui sopra”. “Sopra dove?” “Sopra nella pagina”. “Non abbiamo letto nulla”.

Commento dell’autore. Non lo sanno perché non possono leggere la pagina che conoscono soltanto l’autore ed il lettore, ma che i personaggi – sempre che vogliamo chiamare così due tipi strambi come il Glorioso e Guerrin – non possono leggere. La pagina la leggiamo il lettore e me. Dal che si può vedere quant’è brutta la sorte dei personaggi, all’oscuro della pagina.

[2] Daniel S. Worthon: Conoscere le piante allucinogene, Savelli Editori 1980, p. 13.

[3] Ibid., p. 59.

[4] Ibid., p. 54.

[5] Ibid., p. 24.


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