“Il Codice Gargantua”, capitolo 1
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Quel giorno d’estate, il sole malato vomitava luce annebbiata e l’aria era plastificata ed immobile, riempita di gas di scarico di varia natura. “Niente di peggio del sole cocente perenne ottuso e testardo, giorno dopo giorno, uguali sempre” disse il Glorioso. “A certa gente piace” gli fece eco Guerrin con una smorfia.
Così, era l’inizio del cammino, insieme a Guerrin Deportivo. La strada era oscura ed incerta, fangosa e confusa. Si ricordò che un tempo aveva la pantagruelina, tratta dal pantagruelione trattato. Dove l’aveva messa?!
Dalle finestre aperta per strada si vedevano dei programmi televisivi. Erano trasmissioni di programmi di cucina.
INTERMEZZO TELEVISIVO. 1
C’era un uomo molto grasso con il berretto da chef, attorniato da un codazzo di riverenti e servili apprendisti che ne leccavano i piedi, che pontificava su tutto e tutti mentre spiegava le ricette. C’erano delle presentatrici televisive che dovevano far finta di mettere in pratica le istruzioni dello chef e che sbagliavano sempre. Lo chef aveva seco un secco nerbo, un frustino, col quale bacchettava le presentatrici non appena sbagliavano, cioè le bacchettava sempre. Mentre lui bacchettava, banchettavano degli ospiti del programma, che dovevano nutrirsi dei piatti “sopraffini” cucinati dalle presentatrici controllate dallo chef parlante. Il tavolo del banchetto era pieno di digestivi ed un equipe medica era vicinissima al tavolo stesso, intorno al quale una miriade di convitati si contorceva orribilmente, mettendosi la mano sullo stomaco. Qualcuno spesso si alzava di scatto e cercava di correre in bagno a vomitare, ma quasi sempre non ce la faceva e vomitava per terra. Il vomito doveva essere subito pulito, ed accorreva la squadra delle polizie che però scivolava sul vomito e cadeva per terra, spargendo il vomito per la sala che, sempre più vomitevole, si sarebbe detto essere una scuola di pattinaggio su ghiaccio, perché la troupe stessa cominciava a cadere sul vomito sparso. Il risultato era che, a casa, si vedeva la scena della trasmissione e poi, improvvisamente, il soffitto: era il cameraman che era caduto su del vomito. Il problema era che i piatti si susseguivano a ripetizione e quindi il vomito degli ospiti, dei convitati, si susseguiva senza fine. Dopo qualche ora di trasmissione il pavimento era tutto vomitato e l’odore nella stanza era molto sgradevole. “Aprite la finestra!” urlò lo chef. Il codazzo di apprendisti si precipitò ad aprire la finestra, lottando l’uno contro l’altro in sanissima competizione, l’anima del capitalismo. Si vedeva questo grumo di gente che si mordeva, si graffiava, s’insultava, e questo grumo si avvicinava alla finestra, finché una mano aprì la finestra. Seguì una risata. Poi, tutto il grumo prese chi aveva aperto la finestra e lo gettò fuori. Seguì un grido. Poi un tonfo. Il grumo tornò verso il Grande Chef, Sua Indistinta Disgustosità, sempre mordendosi, graffiandosi ed insultandosi, ma stavolta di tanto in tanto qualcuno scivolava sul vomito. Sennonché la finestra era aperta. Seguiva un urlo. Seguiva un tonfo.
“Prendete della pasta e buttatela” disse Sua Indistinta Disgustosità il Grandissimo Chef. La presentatrice (present’attrice) televisiva si mosse, pattinò sul vomito verso la finestra e buttò fuori dalla finestra stessa la pasta. Ritornò dallo chef, che, arrabbiatissimo, le disse: “Deficiente! Imbecille! La pasta si butta nell’acqua che bolle! E’ un modo di dire, deficiente!”. Prese la present’attrice e la buttò nell’acqua che bolliva. “Un po’ di carne non ci farà male” disse. “Ora, dovete aggiungerci gli odori” continuò rivolto alla telecamera, fissa ma con improvvisi movimenti verso l’alto. L’altra present’attrice lì presente, prese il profumo che si era portato appresso per profumarsi ogni secondo, e l’aggiunse all’acqua bollente. Sua Esimia ed Indistinta Vomitevolezza il Grandissimo Super Chef si arrabbiò e con un ceffone la spinse nella pentola bollente. “Un po’ di carne non ci farà male” disse. Al che il codazzo servile cominciò a grattarsi sotto le ascelle, a pulirsi i piedi puzzolenti. Con il succo mellifluo estratto ed accumulato così, intinsero molliche di pane, che gettarono nella pentola. “Banda d’idioti!” disse il Super Chef, Sua Incomparabilità Culinaria.
In quel momento l’orologio dello studio fece “don”! Il tempo era scaduto. Scene di panico si susseguivano e il codazzo doveva spostare il pentolone bollente per portarlo agli ospiti vomitanti. Il grumo di gente toccava a turno il pentolone ma si scottava e quindi lo spostava di poco, ma erano così tanti che riuscì ad arrivare al tavolo degli ospiti vomitanti, mentre l’animale dell’orologio si liberava. Com’è noto, gli orologi delle trasmissioni di cucina spesso hanno qualche forma di animale, un gallo, una mucca, raramente una pecora, ma insomma un animale culinario. Qui l’animale era una pantera, a digiuno da mesi, che, liberatasi, cominciò ad azzannare il codazzo di adoratori del ventre, mentre il grumo umano imboccava gli ospiti vomitanti recalcitranti. Questi ultimi presero a vomitare il doppio di prima, imbrattando il pavimento peggio di prima.
Seguivano urla. Seguivano tonfi.
Riscossosi dall’ipnotismo televisivo, il nostro protagonista riuscì, col suo fido amico, ad arrivare al mercatino d’infima categoria dove c’era quel camion. Tutto era trascurato, abbandonato, sporco nel mercatino, ma non tanto dal punto di vista strettamente igienico, quanto per la trascuratezza e l’abbandono mentali caratteristici di chi vi passava.
Curiosando qua e là, chiedendo
l’elemosina e con qualche spicciolo di euro comprandosi dei lupini da
sgranocchiare ed un pezzo di formaggio di giugno, un forgiugno, e difatti era
fine giugno, guarda chi ti vede? Un vecchio amico dell’agenzia investigativa,
con il quale un tempo collaborava spesso, in giacca e cravatta, completo
costoso, profumato e che si atteggiava dandosi molte arie. Aveva la “erre
moscia” per darsi dei quarti di nobiltà che, ovviamente, non aveva per niente.
“Ué! Girolamo di Geronimo, come va? Da quanto tempo!”. “Dannato Allocco! Hai
fatto una gran brutta fine, eh? Me l’aspettavo, deficiente come sei!”. Il
Glorioso già cominciava ad inquietarsi. Girolamo di Geronimo, allora, gli dice:
“Fermo lì! Ho una tua vecchia cosa, te la do subito se vieni con me, così la
prossima volta noi non ci conosciamo!” “E cos’è?!” chiese stupito il Glorioso.
“Ti ricordi di quella Gallina?” “Gallina?” “
Il capo dell’Istituto del Gioco
della Pallacorda era il Presidente Shub, Shub Niggurath. Entrarono nella
prestigiosa costruzione dell’Istituto, un enorme grattacielo, con uffici
marmorei e costosissimi. Di Geronimo li fece entrare garantendo per loro.
Arrivarono al decimillesimo piano, dove c’era l’ufficio di Girolamo il servo.
Nella sede c’era un enorme frigorifero stracolmo di cose. Nel freezer c’era
Immediatamente furono fuori nei giardinetti attorno al mastodontico grattacielo odontotecnico, matotecnico, tecnoepilettico, epilodermico, ortodattilo, datteroeteroencefalopatico ed otorinolaringoiatra (cioè uno iatra torinese che mangia l’aringa), iatrotecno (un tipo di musica tecno che cura i sani, facendoli diventare irreversibilmente malati), artoepiloeteroentroendoscopoitterogastrotorinorinocerononceroceriecereglutammatoicastocastroetilospondilo (che cosa sia questa cosa qui non chiedetemelo: come autore non posso rispondervi, se vi va, potete chiedere ai personaggi; anzi, chiedo io per voi[1]).
Seduti sulla panchina, i due videro che, sull’altra panchina, c’era un homeless con un piccolo televisore che trasmetteva una trasmissione di cucina.
INTERMEZZO TELEVISIVO. 2
C’era uno chef che insegnava la cucina italiana a Cinesi e Giapponesi che dicevano sempre di sì ed a Scandinavi che sembravano molto interessati. Difatti, interrompevano spesso lo chef, dal pesante oleoso accento napoletano, rotondetto e flatulente di tanto in tanto, facendogli delle domande sull’architettura di Firenze o Venezia. Da buon italiano, non sapeva che rispondergli e si mangiava un pezzo di pizza.
“Manciaro italiani è molti facilo” riprendeva imbarazzato dalle domande degli Scandinavi o Scanditreni. “Aveto capite?” chiedeva a Cinesi e Giapponesi, che rispondevano. “Sì”. “Non aveto capite?”, chiedeva loro di nuovo. “Sì”. “Aveto capite e non capite all’istesso tembo” continuava. –Sì” risposero. “Potreste capiro, Peròn”. E loro: “Sì”. “Sbagliato. La risposta ciusta iè: Isabbbeliiita, ci-oè la moglièèra di Peròn. Aveto sbagliate”. Entrava così, per punizione, una masnada di napoletani che mangiavano pomodori e che iniziarono a starnazzare. Presero poi le armi e cominciarono ad uccidere gli orientali sotto gli sguardi attoniti degli Scandinavi, che presero a dire: “Eh, ma questo non si fa. Eh, ma glielo avete chiesto? E’ una patente violazione della libertà individuale. I soliti Italiani!”. Sterminata una massa di Cinesi e Giapponesi, lo chef prese a dire loro “Ore, voio sapeta… o sapeti … E’ prulare, quinti si debbe diro sapeti, ci-oè sa, artichelo in sarto, la linqua dei sarti, ppiù ‘peti’, le scorreccie. Ma torniame a noi. Bbeno. Ore fato voi. Provata voi a ccucinaro italiane”. I Cinesi si alzarono e cominciarono a discutere sempre più animatamente con i mocassini in mano, furenti, finché volarono sberle e mosse di kung-fu nella cucina insieme a forchette, piatti e quant’altro, in una scena degna di un film di Bruce Lee (o Bruzio Leo), mentre i Giapponesi, messi in fila, cantavano una canzoncina dell’asilo battendo le mani e sorridendo, mentre il loro capo canzoncina li tiranneggiava e li riempiva di sberle, ridendo.
“Ore, caro telespett’attrici, vi dirò issegreti della cucina italiano”. Continuò: “Manciaro italiani è molti facilo. Si prende una serie caotica d’Italiani e li si fa votare. Sono già pronti”. Applausi.
“Ma non è tutto. E’ ci-oè poco”. Applausi. “Che ne pensa della Cattedrale di S. Marco” chiede uno scandinavo, uno svedese (si vedeva dal fatto che nella busta aveva due litri esatti di liquore). Rispose lo chef: “La pizzo è issegreto. Pizza mattino, pomeriggi e ssere. Anghe a ccolazione, nel llatte. Si prende una fette di paizza e la s’indinge nella suppa di latto. Poi pizz’appranz. Eppoi pizz’accena. Stato apposti. Di tando in dando, shpachetti appomodoro appranz. Eppoi, sembre pomodori, pomodori, pomodori, pomodori, suttutto, dappertutto, a ccolazzione et in qualsiasi momendo”. Applausi scroscianti. Tutto sembrava andare per il meglio quando improvvisamente lo chef scolorò, sbianchì come un fazzoletto bianco lavato con un detersivo sbiancante e poi messo nella calce (scalciato). Prese a contorcersi. Entrò subitaneamente un’equipe medica. “Ci scusiamo con i telespettatori, ma lo chef Ermanarico Esposito ha subito una crisi d’astinenza da pomodori”. Gli fornirono una cassetta intera di rossi pomodori che Ermanarico, lo chef mendico, addentò come un naufrago l’acqua dolce. Poi, lo misero a letto in diretta e gli presero a fare delle flebo di succo di pomodoro annacquato. Lo chef era rinvigorito. Intanto, i suoi due assistenti, Cecilio Ceci e Ciccio Ciano, mangiavano pizza stravaccati su due poltrone ridendo sguaiatamente.
Seguivano sponsor vari e rumorosi, ai quali poi seguiva l’appuntamento più atteso: la puntata n°1293464929847849839032094374578404328047841404844434848989444193534324327325785675467347823484764894567348947841894184321984321832904328939342847857858494321934210324329414385485785278524032490438956876894903290239310210121872373838329202857843783030532985278528759042304370832905389689489231320832702319089578547859024311032190421895238949032083190320943894389532894902390732903295485475298049032490328953532908953209324190431932530301830193095548467864786590413904214219835784893590803940921059295531214553958153954286357863825540853253215509 della telenovela “Un Pasto al Sale”.
I due si risvegliarono
dall’ipnosi televisiva e decisero di cambiare panchina, dicendo: “Nemmeno qui
si sta in pace”. “E’ una vera e propria persecutio
temporum” aggiunse Guerrin. “Vuoi
dire consecutio temporum”. “Quel che è giusto è ingiusto” rispose allusivamente
Guerrin. E si sedettero su di un’altra panchina, soli, sotto una frondosa bella
pianta ed alta. “Dobbiamo aprire
Sventrarono
Si sedettero su di una panchina,
sotto gli alberi non troppo frondosi, ed aprirono la bottiglietta di
pantagurelina. “Non ho mai assaggiato la pantagurelina” disse Guerrin. “Cos’è
in effetti, la pantagruelina? Taluni affermano che non sia altro che Maria
Giovanna”. “Maria Giovanna …!?” “La marijuana”. “Ah! Beh no, nient’affatto. Chi
afferma questo ha equivocato: la pantagruelina è l’estratto del pantagruelione,
che è un’erba che non è la marijuana né lo hashish, anche se comprendo che una
tale idea sia potuta venire a qualcuno, che non ha colto il valore simbolico e
metaforico della pantagruelina e si è fissato su quello materiale. Colgo
l’occasione, però, per parlare delle erbe che danno l’ebbrezza, delle quali il
pantagruelione non fa parte, perché
illumina ma non dà l’ebbrezza. E’ un punto importante da sottolineare questo.
Quanto alle erbe che danno l’ebbrezza, un vecchio autore il cui libretto ho
portato con me assieme al testo più grosso, notava che: ‘Il mondo occidentale
conosce un numero ristrettissimo di piante allucinogene. In particolare,
l’Europa è ferma alle sostanze che richiamano alla mente i ricettari magici del
Medio Evo’[2]. Di
seguito, aggiungeva che le piante allucinogene, cioè le piante dell’ebbrezza,
in Europa sono soltanto cinque, se si aggiunge l’Asia diventano quindici o poco
più, e se ci mettiamo l’Africa altre tre, più due o tre funghi della Nuova
Guinea e del Nord Australia. Ben poco in confronto alle Americhe: ‘Il Nuovo
Mondo, cioè le due Americhe, è la vera e propria patria delle piante
allucinogene. Il ruolo di queste sostanze (…) è rilevante [o: era, in venticinque
anni le cose sono cambiate parecchio] soprattutto in Messico e nell’America del
Sud. Altrove, cioè nelle Antille e nell’America del Nord, la loro diffusione è
pressoché inesistente’[3].
Alcune delle piante allucinogene hanno svolto un ruolo di primo piano nella
cultura eurasiatica, come l’amanita muscaria, l’ovulo malefico, che però è
da tempo affondata in un mare di vodka, che l’ha sostituita. Insomma, nessuna
di dette sostanze allucinogene europee viene più usata per scopi di ebbrezza,
ma o si hanno le droghe sintetiche, che distruggono la mente, o qualcuno lo si
usa per scopi medici. Una sola si è continuata ad usare per l’ebbrezza: la
marijuana e lo hashish. Di qui l’idea – ma sbagliata
– di chi ha suggerito quell’interpretazione che hai citato, Guerrin”. “Perché
il nome di ‘muscaria’. Ha a che fare
con le mosche?”. “Precisamente. Il nome nasce a causa ‘dell’uso che n’è stato
fatto nel corso attraverso i secoli: si lasciavano questi funghi dentro un
piatto in cucina. Le mosche venivano attratte, s’intossicavano e cadevano
morte!’[4]. Di
qui viene il nome. Ma tanto l’amanita che la datura, in particolare la datura stramonium, sono di provenienza asiatica. Tra l’altro, la yerba del diablo di Don Juan negli
scritti di Carlos Castaneda è da lui stesso identificata con una specie di
datura, ma probabilmente si tratta di datura
inoxia, americana, mentre quella
usata in Asia ed importata in Europa è la datura
stramonium, da cui viene lo stramonio”. “Quali sono le specie nostrane,
davvero europee?”. “A parte l’ergot,
cioè il fungo parassita della segale dal quale si è poi estratto l’LSD, ma
siamo fuori dal campo degli allucinogeni vegetali per entrare nel regno,
pericolosissimo, degli allucinogeni chimici, che andrebbero banditi e basta, di
qualsiasi tipo, perché dannosi comunque, l’Europa, la nostra terra, ha
conosciuto solo e soltanto questi cinque allucinogeni: l’acoro, il rosolaccio –
pianta simile al papavero selvatico -, blandi, e poi i tre davvero importanti:
la belladonna, o atropo, che contiene l’atropina, il giusquiamo, e la
principessa delle erbe allucinogene europee, la pianta che ha un peso culturale
importantissimo nel Medioevo e nel Rinascimento, fino al Barocco: la
mandragora. Non erano soltanto queste le erbe che avevano un tempo importanza,
giacché, per farti un esempio, si possono citare le cosiddette ‘erbe di San
Giovanni’, il Battista: iperico, artemisia, verbena, ribes, aglio. Erano
raccolte nella notte di S. Giovanni Battista, il 23 giugno, notte magica che
dava a tali erbe proprietà particolari, ma nient’affatto ‘allucinogene’. Tra
l’altro, l’iperico era detto ‘cacciadiavoli’. La cosa interessante sulla
mandragora è questa: a parte le proprietà effettivamente allucinogene, c’erano
molte storie sulla sua stessa operazione di raccolta. ‘Per estrarre la
mandragora si ricorreva ad un rituale incredibile: si doveva cercare la pianta
di notte, poi la si faceva estrarre da un cane (che subito dopo moriva). C’era
poi chi, nel buco che restava per terra, deponeva moneta e pane. Plinio, nelle Storie, consigliava di scavare con vento
contrario, guardando ad Occidente, dopo aver fatto tre cerchi in terra con la
spada. Inutile dire che una siffatta pianta si prestava alle più varie truffe’[5]. Le
si attribuivano, infatti, proprietà afrodisiache oltre che allucinogene,
pertanto era molto ricercata, ma non è affatto comune”. “Perché rivolti ad
Occidente? Perché il cane?” chiese Guerrin. “Perché il cane è animale lunare,
di Ecate, il volto malefico, ineliminabile, di Diana,
“Prima di bere” disse Guerrin “mi spieghi qualcosa di quell’orrido Istituto”. “Senz’altro, ma dopo. Ora beviamone il succo”. Svuotarono la bottiglietta di pantagruelina nel corno vichingo, facendo un piccolo blot non neopagano. In altre parole, riempirono il corno di pantagruelina versandone un po’ sopra una piccola microcollinetta formata da qualche mattonella della pavimentazione del marciapiede, mattonelle che l’incuria e il tempo avevano staccato dal fondo. Ma non invocarono affatto antiche dimenticate divinità pagane. “Perché non invochiamo tali divinità?” chiese Guerrin. “Perché, come spiega Sant’Agostino nel De Civitate Dei, esse sono divenute ormai demoni”. “Ed allora, perché facciamo un blot, Glorioso?”. “Perché, se non s’invocano demoni, è come la cerimonia del the. In altre parole, è un momento di pace, calma e meditazione, in cui il tempo si allunga e la vista può cercare di andare oltre le cose materiali. Per questo lo facciamo”. Misero, allora, una sull’altra le mattonelle, alla bell’e meglio, per formare un piccolo rialzo, un microdosso, imago della Montagna Sacra. Versarono, come si diceva, un po’ di succo sulla microcima, ma senza invocare i gòdar. Poi ne bevvero il succo. L’effetto sarebbe venuto qualche tempo dopo. Avrebbero dovuto anche fare un piccolo good falò, alla maniera selvaggia, ma in mezzo alla città li avrebbero subito arrestati, specialmente in Italia o Multa-land. E’ infatti ben noto che qui se si fa un delitto o un torto grandi e gravissimi non c’è problema, ma se si commette una piccola infrazione l’intero sistema ti azzanna e t’insegue come un cagnaccio rabbioso. C’è solo un delitto lieve che si può fare senza problemi: far latrare dalla mattina alla sera i cani, si può fare senza problemi. Scocciare i vicini con i cani è uno sport molto diffuso, e i cinolatri sono una vera e propria maledizione del Multa-land.
Attendendone l’effetto, Guerrin
chiese al Glorioso qualche ragguaglio sulla pantagruelina. “Essa si estrae
dall’erba pantagruelione, ma trattandola in modo tale da mantenere tutte le
proprietà del pantagruelione, però attutite, meno forti. In tal senso,
l’effetto anti-jella della pantagruelina si dispiega più lentamente, tuttavia
in modo più costante nel tempo. E’ per questo che è consigliabile sentitamente
a chiunque abbia esperito i capricci della fortuna. E chi non ne ha subito
qualcuno? Tutti, dunque, hanno bisogno, chi più chi meno, della pantagruelina,
per San Fiacre di Brie”. “Chi è?”. “Il protettore del brie. Ma torniamo a noi. La pantagruelina si prepara unicamente
nell’equinozio d’autunno, sotto il segno della Bilancia, adatto alla
complessione singolarmente equilibrata di detta squisita ed incomparabile
bevanda. Una tra le molte sue caratteristiche è quella di scacciare parassiti
d’ogni genere e tipo, su qualunque piano si situino, giacché i capricci della
fortuna stimolano emozioni sbagliate negli esseri umani e quindi tutta una
serie di parassiti. Del pantagruelione crudo si adornavano i sacerdoti di
Iside, o Isiaci, ed i Pastofori, cioè i sacerdoti egizi antichi che nelle
solennità portavano in giro i simulacri degli dèi, non diversamente come si fa
nel Sud ancora nelle processioni, ma i simulacri erano chiusi dentro splendide
nicchie dorate. Se le processioni si fanno ancor oggi, ahinoi più non si usa il
pantagruelione. Come dice il libro che ho portato con me: ‘Mediante quest’erba
le sostanze invisibili vengono visibilmente fermate, prese, rattenute e quasi
imprigionate; e grazie a questa presa e tenuta, le grosse grevi mole girano
agevolmente’ (Gargantua e Pantagruele, Libro III, cap. 51). C’è
la varietà di pantagruelione trifoglio e quella detta pentafilla, perché ne ha
cinque. I suoi nomi sono: Ombelico di Venere, Tino di Venere, Castel Venere,
Barba di Giove, oppure Occhio di Giove, Occhio di Horus, Onniveggente Occhio,
Sangue di Marte, Sangue di Drago, Dita di Mercurio, Ali di Mercurio (le ali ai
piedi, quindi è detto anche ‘pedali’). Infine, last but first, una certa specie di pantagruelione, quella con
cinque foglie, assai difficilissima da ritrovarsi come il quadrifoglio, non può
essere consumato dal fuoco. Se distillata per trarne una bevanda, la
pantagruelina, vino supremo di Dioniso stesso, ecco che si ha letteralmente
‘acqua di fuoco’. Già, perché la natura ignea della pantagruelina di detta varietà
fa sì che non possa essere arsa dal fuoco stesso. E così, nel finale Diluvio
Purificatore di Pyr che ci attende
non più fra tanto tempo, tutto arderà - Igne
Natura Renovatur Integra -, ma non la pantagruelina, cioè aqua ignis.
Cosa dedurne se non che la pantagruelina è il precipitato del fuoco della
stessa natura, omoousios, del fuoco
che rinnoverà
[1] Oh, il Glorioso e Guerrin Deportivo: sapete cosa
significa l’aggettivo cortissimo di cui sopra? “Quale?” “Quello di qui sopra”.
“Sopra dove?” “Sopra nella pagina”. “Non abbiamo letto nulla”.
Commento dell’autore. Non lo sanno perché non possono leggere la pagina
che conoscono soltanto l’autore ed il lettore, ma che i personaggi – sempre che
vogliamo chiamare così due tipi strambi come il Glorioso e Guerrin – non possono leggere. La pagina la
leggiamo il lettore e me. Dal che si può vedere quant’è brutta la sorte dei
personaggi, all’oscuro della pagina.
[2] Daniel S. Worthon: Conoscere
le piante allucinogene, Savelli Editori 1980, p. 13.
[3] Ibid., p. 59.
[4] Ibid., p. 54.
[5] Ibid.,
p. 24.
