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Il Codice Gargantua e coccodè

27 Jul, 2006

“Il Codice Gargantua”, capitolo 3

Generale — Inviato da oldrim @ 14:44
Qui il Terzo Capitolo de “Il Codice Gargantua”.

“Il Codice Gargantua”, capitolo 3


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3.

Lo Scoglio

Salirono, infine, sullo scoglio di Pantagruele, Rockall. Lo scoglio era l’ultimo rimasuglio di Bresail e delle terre scoperte, ma mai più ritrovate, da Niccolò Zeno: si tratta dell’ultimo lembo di Friesland ed Estotiland. Zeno parlò anche di una terra che tuttora esiste: Islant, cioè l’Islanda. Per il resto, tutto è franato e sull’ultimo lembo rimanente da quei tempi mitici vive in rorido romitaggio Pantagruele, che salutarono sentitamente.

Partendo da sotto, una scala intagliata nella roccia viva faceva salire i viaggiatori su di un piccolo pianoro al centro del quale c’era l’abitazione di Pantagruele, accompagnato solo da qualche servo, necessario a rendergli piacevole il soggiorno. Il piccolissimo pianoro era fra due cime, una leggermente più alta dell’altra, ma l’altezza massima sarà stata di 28-30 metri. Nei tempestosi inverni atlantici spesso le onde più alte, che talvolta superano i 15 metri d’altezza, rompendosi sullo scoglio, lo sommergevano praticamente tutto. Ma vediamo com’era fatto il rifugio. Era costruito come solo un’ala del castello di Tin Tin, solo l’ala destra rispetto a chi vede, con sopra l’elegante costruzione ramata col tettuccio. Il castello di Tin Tin è stato imitato nella zona della Loira dal castello di Cheverny[1]. C’erano delle varianti, oltre alla riduzione a meno di un terzo dell’insieme, cioè, come si è detto, all’ala destra. La principale variante era il portone d’ingresso, che imitava la Porta d’Ishtar di Babilonia come si vede nel Museo di Berlino. Inoltre, il piccolo maniero era coperto da una speciale membrana trasparente contenente pantagruelione, adatta contro il mare, contro la potenza delle sue onde, nonché per proteggere la costruzione dalla salsedine. Un piccolissimo giardino, coperto anch’esso di detta membrana – resistentissima, per giunta – si trovava prima della Porta d’Ishtar dell’entrata. Nel giardino c’era una piccola quercia d’Egitto e d’Arabia, detta balano, che i nostri due chiamarono balena o baleno, “In un baleno la balena del balano balenò” disse Guerrin. “Sozomene, autore del IV secolo” affermò Pantagruele quando gliene fu chiesta ragione “scriveva, nella sua Historia Ecclesiastica (Libro V, cap. XXI), che fu proprio un balano, chiamato persea, ad essere l’albero di Ermopolis, che s’inchinò dinnanzi al Bambin Gesù. In greco balanoV vuol dire ghianda”. Prima dell’albero c’era un elefante con un piccolo obelisco sopra, simile a quello della Minerva a Roma. Sulla cima dell’obelisco c’era una palla d’oro, un pomo d’oro, e l’elefante aveva la proboscide alzata. Sull’obelisco vi erano scritti con geroglifici dei passaggi dal Libro dei Morti egizio. Sopra il piccolo castello c’era un pennone con sopra il Vessillo di Arpocrate.

L’acqua era assicurata da prese nel mare e da desalinizzatori, oltre che da serbatoi che si riempivano dell’acqua piovana, mai veramente rara, dato il clima pienamente atlantico dell’isola. I giorni davvero belli non erano molti, perché pioveva spesso. La statua di Nettuno si trovava sulla più alta delle due piccole cime di Rockall. Era la riproduzione della statua della fontana di Nettuno che si trovava nella città di Berlino prima della Seconda Guerra Mondiale. Era intesa a propiziare il mare. Gli uccelli la sporcavano spesso, ma c’erano delle pompe meccaniche che la ripulivano, facendo cadere in mare il guano. Quest’ultimo fertilizzava il mare, che intorno era pieno di alghe, le quali a loro volta attiravano moltissimi pesci, per cui attorno allo scoglio il mare era pescosissimo. Delle lenze meccaniche si mettevano in moto per pescare, il resto veniva dalla terraferma per mezzo di vascelli aereo-navali. L’energia, infine, vi era garantita da una serie di generatori ad idrogeno, che estraevano l’idrogeno dall’acqua, ed intorno era tutto mare. In altri termini: non era per nulla un problema l’energia.

Nei sotterranei del piccolo castello vi era la Fontana del Tempio della Diva Bottiglia di Bacbuc. Purtroppo il Tempio, era stato situato sulla piccola isola di Tabor di cui parlò Verne ne L’isola misteriosa. Si tratta in realtà del Maria-Theresa Reef, sperduto nel Pacifico sud-orientale, lontanissima da qualsiasi rotta. Era un’isoletta di corallo, molto bassa, e, con l’innalzamento del livello dei mari, si fu costretta ad abbandonarla. Ora, però, Pantagruele, a sue spese complete, fece trasportare la Fontana contenuta nel Tempio di Bacbuc. Per accedere ai sotterranei vi era un portale di lega di rame e berillo, con su scritto a lettere cubitali d’oro: TRINK. Prima del Portale c’era la statua di Astrea. Il portale s’apriva cantando in un po’ di Quintessenza. Si cantava nella Lanterna con dentro la Quintessenza e il portale della Fontana s’apriva immantinente. Seguivano 108 gradini in discesa, che portavano alla caverna dove si trovava la Fontana. E’ importante precisare che si accede alla Fontana solo e soltanto con la Lanterna. La Fontana si trovava nel centro della caverna ed era circolare. Intorno alla Fontana vi erano sette colonne “che sono pietre, attribuite ai sette pianeti del cielo dagli antichi Caldei e Magi. Per la qual cosa, onde udire una più profonda Minerva, sulla prima colonna di zaffiro, sopra il capitello ed eretta sulla perpendicolare a baricentro di essa, c’era, fatta di piombo raffinato e prezioso assai, l’immagine di Saturno che tiene la falce; ed egli aveva ai suoi piedi una gru d’oro, smaltata artificialmente secondo i colori naturali che si ritrovano sull’uccello saturnino. Sulla seconda colonna di giacinto, verso sinistra, c’era Giove in stagno, recante sul petto un’aquila d’oro smaltata come al naturale. Sulla terza, Febo in oro purissimo, che tiene nella mano destra un gallo bianco. Sulla quarta, in bronzo di Corinto, Marte, con, ai suoi piedi, un leone. Sulla quinta, Venere in rame, della stessa maniera con cui Aristotele fece la statua di Atamante (…) con una colomba ai suoi piedi. Sulla sesta, Mercurio in idrargirio fisso, malleabile ed immobile, ed ai suoi piedi una cicogna. Sulla settima, la Luna, in argento, con ai suoi piedi un levriere” (Gargantua e Pantagruele, Libro V, cap. XLI).

Il giorno dopo l’arrivo, dopo aver visitato la Fontana occulta, i due furono invitati a cena da Pantagruele. La sala da pranzo, centrale, era illuminata da candele a profusione, oltre che da torce incerate. Non vi era luce elettrica, insomma e differenza. Una lunga tavola di diaspro arancione, coperta da una lastra grandissima d’ametista, si stagliava con sopra i candelabri di candele profumate, rilassanti. Soltanto due camerieri, più il cuoco, in cucina, erano l’unica servitù del piccolo maniero. Chiesero, seduti comodamente su delle poltrone, perché non cucinasse lui, Pantagruele, direttamente, ma Pantagruele rispose loro che l’unica cucina cui era interessato era quella di Geber. Poi così gli disse il Glorioso: “Perché mi hai mandato la pantagruelina che mi ha salvato nascosta in una Gallina?”. E Pantagruele: “Perché la Gallina è parte della simbologia del Mercurio”. “Perché, però, di cioccolato?” aggiunse Guerrin. “Perché si tratta di un emolliente nutritivo. Considerati i vostri problemi di cibo per la scarsissima situazione economica, ho ben pensato di farvi un pensierino”. “Grazie” risposero all’unisono i due. Nell’entrata, sul portale in stile cinese, della Biblioteca, c’era un acronimo in lettere d’oro. Il Glorioso ne chiese ragione a Pantagruele, che gli spiegò l’acronimo: “Si tratta di: AQUA, cioè ‘Album Quae Vehit Aurum’”. Un quadrato magico adornava una parete della Sala da Pranzo. C’era un acronimo in diaspro, ametista e smeraldo anche sul portale in stile arabo-normanno della Sala da Pranzo. Di nuovo il Glorioso ne chiese ragione, Pantagruele nuovamente spiegando la cosa: “Si tratta di: JUPITER, cioè ‘In Verbis Praesentibus Inveniens Terminum Exquisitum Rei’. “Ho notato” aggiunse il Glorioso “dei motti in Biblioteca, dove, tra l’altro, ho anche visto Il Libro Secreto di Artefio, Ermete svelato di Cyliani, Opera arcana di d’Espagnet, L’entrata aperta al chiuso palazzo del Re di Filalete, Trattato delle prime tre Essenze nonché I nove Libri della natura delle cose di Paracelo, il Dizionario Mito-Ermetico di Pernety, la Lettera Filosofica di Sendivogius. Inoltre, un misterioso Liber M. Ho letto anche il titolo di un Vangelo dei Cainiti”. “Del Liber M non posso dirti, ma di questo Vangelo perduto, citato da qualche Padre della Chiesa, posso dirti qualcosa. Nel 303 d. C., l’imperatore romano Diocleziano decretò che fossero arse le biblioteche cristiane, fra cui quella, molto importante, di Cesarea, fondata da San Panfilo”. “L’inventore dei panfili” aggiunse Guerrin “da taluni detto San Yacht”. “San Girolamo vi scoprì il Vangelo di Marco in ebraico. Ebbene, tutto è perduto, fuorché Marco in ebraico – un libro che ti consiglierei di leggere con attenzione, se tu avessi del tempo – e lo scritto apocrifo dei ‘Cainiti’, il Vangelo secondo Caino o Vangelo dei Cainiti. Questo libro, invece, non te lo consiglierei affatto. Ti dico in breve che tratta del dualismo e della supposta ‘rivelazione’ di Caino, considerato ‘buono’ invece del vero ‘buono’, cioè Abele. Si afferma l’esistenza del ‘Gemello’ (Tawm) di Cristo, ed in questo si precorre il Manicheismo, ma il suo lato malefico, e si fanno delle ‘profezie’ riguardo alla venuta del ‘Messaggero Finale’ del ‘Gemello’, detto anche ‘pavone’ (Taws). Si sottolinea come tale ‘Messaggero’ sarebbe ‘lebbroso’ o dalla ‘pelle pallida’, per l’esattezzza, cosa che può essere anche interpretata come ‘lebbra’. ‘Predicherà fra poveri lebbrosi’ e ‘costruirà un piccolo santuario’ vi si legge. Piccolo santuario dalla forma non specificata, probabilmente nel senso del tedesco hof”. “Molto interessante. Ti dicevo, però, che ho notato i motti sulle pareti della bella Sala. Di chi sono quei motti incorniciati, Pantagruele?”. “Sono di Huginus à Barma” rispose Pantagruele. “Tornando a questa Sala da Pranzo, cosa rappresenta quel quadrato di stagno con i numeri d’oro?” chiese nuovamente il Glorioso indicando col dito il quadrato. “Si tratta del quadrato magico di Giove” rispose Pantagruele. I numeri del quadrato erano, sull’asse orizzontale, dall’alto in basso: 16 – 3 – 2 – 13, prima fila; seconda fila: 5 – 10 – 11 – 8; terza fila: 9 – 6 – 7 – 12; quarta ed ultima fila orizzontale dall’alto: 4 – 15 – 14 – 1. Dall’altro lato della Sala, specularmene al quadrato magico, vi era un’immagine che, se i nostri l’avessero letta, avrebbero facilmente compreso a chi si riferiva quel quadrato magico. Si vedeva un’immagine con sopra scritto “JUPITER”. E’ l’immagine d’un uomo in abito sacerdotale intento a leggere in un libro aperto fra le mani, con una stella sul capo. Ma non poterono continuare la loro conversazione perché i due camerieri entrarono, portando vino. Portarono: Chateau Chalimy di Puerto Rico, Chateau Baguette bavarese, Boutillon d’Alsace della Svizzera italiana, Bell’Ilettellettinettelline della Carpazia, Talin d’Auvergne lusitano, Tarascquette Leblanc de Tarascon del Marocco, Pianti di Toscana, Greco di Tanfo campano, Barbieri di Figaro danese, Toccai ungherese, Toccasti cinese, Toccò indiano (dell’India), Caliente di Groenlandia svedese, Glaciale di Tanzania sudafricano, Petit Marnier (passito amaro delle Faer-Oer), Grand Circasse di Mongolia, Medium Circuit giavanese, Hermanaric de Naples argentino, Pomme d’Or à la Pice di Tahiti, Foie Chapollion-Chauviniste originario della Novaja-Zemlja, Elue du Dragon spagnolo, Eleuthérie de St. George californiano, Gouillon Total namibiano, Tête à Code kermandecchiano, Code à Tête kergueleniano. Infine Champagne australiano, del Sud-Ovest del West Australia per l’esattezza. Guerrin bevve tutto nel corno vichingo, per principio, nonostante le proteste che un enologo avrebbe potuto fare, ma che Pantagruele, nella sua squisita ospitalità, non avrebbe mai e poi mai fatto. Iniziò la cena, dove i nostri due, finalmente, potevano mangiare a quattro, a cinque, a sei palmenti. I vini che accompagnavano il tutto erano quelli citati più il raffinato bianco Guérmantin Lerouge. Né può esser dimenticato che il tutto fu sempre annaffiato da pantagruelina, vero nettare celeste al cui confronto il più eccelso dei vini pare birretta sciapa. S’iniziò con un gaspacho di crostacei al siluro della Loira, seguito da una suprema di piccione arrosto. C’era un pausa, in cui si discorreva amabilmente o si stava in nient’affatto ruvido bensì rorido aureo silenzio, per poi continuare la cena. Non si riporteranno tutte le discussioni. No signore, No! Di seguito si riporterà delle loro conversazioni soltanto quel che interessa per la narrazione[2]. Ma continuiamo con la cena, degna di Lucullo. Dopo la suprema di piccione arrosto, seguiva la polenta d’orzo, la polenta romana originale, dove l’orzo fu di seguito sostituito dal mais, ed è la polenta di oggi. Il mais, come tante cose della cucina cosiddetta “mediterranea”, viene dall’America e non è mediterranea per niente. La vera ed unica cucina mediterranea poteva dirsi quella greco-antica e romano-antica. Ma torniamo al pranzo pantagruelico – nel senso proprio del termine – dei nostri due.

Il pane che accompagnava il cibo era pane di Cappadocia, con il latte, e pane in forma di boleto cosparso di semi di papavero; vi erano, inoltre, normale pane di grano, bianco, e pane d’orzo. Ghiri arrostiti con salsa di miele, aglio ed olive, seguivano. Poi un’insalata di cavoli, lenticchie già cotte prima e sbucciate, fave, cipolle, lattuga. Involtini di foglie di vite riempiti di carne di volatile, con sugo di miele, olio d’oliva e spezie varie. Altra portata della stessa insalata. Tartare di formaggio di capra fresco alle erbe, coscia di maiale di latte, grigliato con budino nero; poi, lardo al cumino. Insalata di alghe e sushi seguiva, per stemperare. Ancora: scampi al cardamomo e aragosta alla pantagruelina. Coscia d’anatra con composta di mela cotogna. Broccoli bolliti con semplice olio d’oliva, per stemperare. Frittura di cosce di rana all’aglio di Spagna. Salmone affumicato al miele, con capperi e mela cotogna. Insalata di cavoli bianchi, peperoni piccanti ed acciughine, per staccare. Lasagne al limone con ripieno di scampi. Formaggio a piramide dell’antica Etruria. Crème brûlée alla confettura di pantagruelina. Ananas arrosto con crema pasticciera. Attiniti, cioè frittelle con sopra miele, nel nostro caso miele di pantagruelione. Sigaro di cioccolato al tabacco speziato. Cappuccino di caramello con budino alla vainiglia. “Placente”, cioè una schiacciata di pasta dolce a strati riempiti di ricotta dolcissima, stile la cassata siciliana, con dentro pezzetti di cioccolato – si trattava di un’aggiunta all’originale ricetta –, il tutto ricoperto di miele, miele di pantagruelione. Soufflé alla pantagruelina, digestivo, capace di far digerire ad un diabetico una mucca intera.

“Mio caro Pantagruele, non è che tu sia certo paramucillico, eterodattilo, omoteriaco, teroeterico, ortocollinico, orogenodattilo, dattilorico, orospondilo, eterospastico, echinospondilo, eterodermodattilo ed omostaticodinamico” gli diceva il Glorioso. “Non è mica artoartato” aggiunse Guerrin, che aveva studiato medicina per poi abbandonare. “Cioè artato ad arte” soggiunse il Glorioso. “Senz’arte né parte” continuò Pantagruele. “Meno male che c’è stato il soufflé finale” continuò Guerrin “sennò ci prendevamo una castroenterite. Per di più eterodattera”. “Vale a dire?” chiese Pantagruele. “Si tratta di un grosso mal di pancia quando si vedono troppe telenovelas di Veronica Castro o si ascoltano troppi discorsi di Fidel Castro mentre s’introducono dall’esterno datteri” spiegò il Glorioso. “Tutto è relativo” aggiunse Guerrin. “Siamo nei guai! Queste tue sconsiderate affermazioni, Guerrin, non potranno che suscitare la ferma opposizione, nonché incomprensione, da parte di chi vede la sua bestia nera nel relativismo”. “Relatività non è necessariamente relativismo” disse Pantagruele “inoltre, il grosso errore sta nell’aver preso come nemico il debole relativismo, mentre l’avversario vero è il nichilismo. Ora, il nichilismo non afferma affatto che ‘tutto è relativo’, il nichilismo maturo è un’orgia di tanti piccoli valorini proprio perché non c’è più IL Valore, IL Fundamentum. E condannare il mondo non riporterà il Fondamento al centro. Già, perché, in effetti, il nichilismo non è confutabile, questo è il punto. Ed anzi chi vuol farlo è in evidente malafede. Il nichilismo può esser evitato, combattuto, annientato solo e soltanto in un mondo di valori integri, là dove il senso dell’essere vi è profondo e perspicuo in una maniera come prima cosa non discorsiva e soltanto dopo anche discorsiva. In altre parole, si può solo eliminare, non refutare. Quando questo senso di comunanza con la vita, per un motivo o un altro, si è intaccato, la via è presa e si deve percorrere tutto il calvario. Anzi, chi vuole interromperlo con delle scuse, quegli è colui che vuol evitare la maturazione del male, conditio sine qua non della sua definitiva eliminazione”. “Ricordo un libro che lessi tempo fa, un vecchio libro di cinquant’anni fa, che conteneva una ‘fiaba molossica’ che trattava del nichilismo. Mi sono segnato su di un foglio quel passo, con i riferimenti precisi, e l’ho inserito non nel grosso libro, bensì nel libretto sulle piante allucinogene, gli unici miei averi oltre alle coperte, ai bicchieri ed al bastone. Leggo: ‘Una nave gigantesca attraversa la costellazione di Orione, ha le luci schermate, non è voluta da nessun Dio, ma nemmeno non voluta; non è accompagnata da nessun Dio, ma neppure ostacolata – diciamo pure: non è nota a nessun Dio. Nemmeno poi sappiamo di dove viene, ammesso che venga da qualche posto; verso quale meta si diriga, ammesso che si diriga verso qualche meta. Ci sono vari motivi che inducono a pensare che sia superfluo nominare la nave, perché, presto o tardi, si sarà dissolta nelle tenebre, come tutte le sue simili, e dunque sarà stato (…) come se non fosse mai stata. Tuttavia – e ciò è l’unica cosa della nave che ci è nota con sicurezza – tuttavia le pareti delle cabine sono tappezzate di regole che costituiscono l’ordinamento di bordo, cioè di regole che sono state sanzionate da qualcuno che a sua volta non è stato sanzionato; ma non si può negare che sono queste regole a permettere che a bordo la vita brulicante si svolga assolutamente senza intoppi. Si domanda: “Queste regole sono vincolanti?”’[3] Questo è il passo”. “E’ molto giusto, centra il problema” disse Pantagruele. “Col nichilismo non si scherza, è il più inquietante degli ospiti, che tu, Pantagruele, non vorresti mai alla tua tavola. E non ci si deve far ingannare dalle sue apparenze dimesse. Non so chi disse che la Bestia dell’Apocalisse non doveva per niente avere un aspetto ‘spaventoso’, poteva pure avere dei baffi ridicoli” aggiunse Guerrin. “Il nichilismo che divenne di moda nella metà del XX° secolo non era ancora maturo, perché vedeva ancora un ‘Fondamento’ contro il quale lottare. Il nichilismo maturo è quando quel fondamento semplicemente non c’è più, ed anche la religione ormai è un prêt-à-porter. Ora, o la religione sa ridare senso al fondamento e ad esso si richiama, oppure fa parole, è solo un’altra cosa nel nichilismo maturo, perché sarà digerita dal nichilismo maturo, che non è in grado di modificarlo nella sostanza. Il nichilismo non vieta per niente alla religione di esistere, non è il totalitarismo del XX° secolo, che, con i suoi gravissimi difetti, pur tuttavia reagiva alla mancanza di senso, che cercava di riempire con un succedaneo: lo ‘stato’, o il ‘partito’. La religione dovrebbe ridar senso alle cose, a tutte le cose, mentre vuol solo diventare un partito politico che cerca di occupare lo spazio lasciato libero dalla fine dei totalitarismi di partito. Vuole, insomma e differenza, spartire la torta, partecipare alla spartizione, non cambiare il gioco. Per ciò stesso ha fallito. E le polemiche lasciano il tempo che trovano nel mondo dell’indifferenza, che è, precisamente, il nichilismo maturo” disse il Glorioso. “OGGI” aggiunse Guerrin.

“Ma c’è qualcosa in più nella storia che hai riportato” disse Pantagruele. “Sì” continuò Guerrin “perché lascia intendere questo: che in definitiva il nichilismo è stato diffuso per distruggere la nave. Sì, perché quel che fa andare le cose sufficientemente bene nella nave sono quella massa di regole, che sanzionano, ma sono state dettate ed imposte da chi a sua volta non è sanzionato, né sanzionabile, e qui sta il bello. In altre parole: si tratta di una dittatura globale, la si chiami come si vuole, non totalitaria nel senso che non vuole “la totalità”, si è scordata della totalità, si è dimenticata del fondamento, anzi ha teorizzato che non ci può stare e che ognuno è ‘libero’ di scegliere ciò in cui credere, se vuol credere, o di non credere a nulla, se così gli va. Facendo questa mossa, l’Istituto della Pallacorda, i ‘Pallacordai’ si sono assicurati sin dall’inizio la vittoria, cosa mai compresa dai totalitaristi, che bramavano sempre la ‘totalità’, il ‘fondamento’, che più non ritrovavano nelle religioni e che per questo ricercavano concretamente in un qualcosa di materiale, in un idolo. Erano idolatri letteralmente. Ma i nichilisti non sono idolatri”. “L’idea che qualcuno abbia manomesso il destino della nave imponendo regole sanzionanti da parte di coloro che non sono sanzionabili contiene qualcosa in più. Cioè che chi così ha fatto ed agito sia stato consapevole di ciò che ha fatto. E, chiaramente, questo ‘qualcuno’ non è di quelli che sono apparsi sulla scena visibile del mondo, scrivendo ed imponendo quelle regole scritte sulle pareti delle cabine della nave interstellare” disse Pantagruele.

“Giusto” affermò il Glorioso “ma c’è ancora qualcosa in più. Che, cioè, la contraddizione tra le regole che sanzionano però imposte da chi non è sanzionato né sanzionabile sia una contraddizione voluta, posta in atto perché, prima o poi, allargandosi sempre di più lo spazio fra le due parti, la nave possa esplodere”. “Ciò si vede anche da un fatto ben espresso” aggiunse Pantagruele “da una recente pubblicazione che ho qui sotto mano e vengo a citare: ‘esistono forse nuovi soggetti, ma non esiste né deve esistere linguaggio teorico per definirli e difenderli, esistono strategie belliche razionalmente orientate, ma senza premesse giuridiche legittimanti’[4]. Si rendono conto costoro che, dicendo che un linguaggio teorico ‘non deve esistere’, che davvero questi nuovi soggetti non esistono? Detto altrimenti: che questi ‘nuovi soggetti’ sono nichilismo maturo?”. “In realtà” soggiunse il Glorioso “è il rifiuto della metafisica ad aver aperto la strada al nichilismo, oggi maturato”. “Per esempio” continuò Pantagruele “la domanda che si fa l’autore testé citato, cioè: ‘Entro quali termini la “natura” è ancora, o è mai stata, un oggetto “naturale”, cioè non predeterminato dall’uomo’[5] non può avere alcuna risposta se non metafisica”. “Ed in effetti” continuò il Glorioso “già le espressioni che hai citato indicano che chi le ha scritte rifiuta qualsiasi risposta metafisica, e pertanto la domanda rimarrà senza risposta. L’unica cosa che possono fare è la solita cosa, la solita solfa: riempire, stipare le cabine di regole, regolette, regoline, dando addosso ai poveracci come noi, che non possono difendersi”. “Multa-land” affermò Guerrin, che continuò dicendo: “Avete notato l’ossessione per le regolette, le multe, che sconquassa il nostro mondo della sedicente ‘libertà’? Non è un fenomeno casuale, ma discende direttamente dal discorso che avete fatto”. “Quanto alla visione del mondo in cui la Gallina rimanda al simbolismo del Mercurio” spiegò Pantagruele “quanto al mio mondo, esso ha senso se e solo se c’è una visione metafisica della ‘natura’, piena di signa e signaturæ, che provengono da Dio, secondo quanto Paracelso docebat”.

Ci fu allora una breve pausa, ma quanto si è riportato rende chiaramente l’idea di come Pantagruele unisse sempre le libagioni enormi e senza fine con discorsi filosofici. No, non era cambiato affatto, e il Glorioso si sentiva pienamente a casa, senza nessun nichilismo. Non sentiva nemmeno il bisogno di spiegare il “fondamento” o di spiegare perché lì si percepiva e nella “zona” era invece assente, cosicché loro erano stati costretti a formarsi una comunità per dar senso alla vita, con poche regole non scritte ma accettate da chi le volesse accettare. Questo modo era, infatti, l’unico possibile per trovare un po’ di senso nel mondo da cui veniva. Quanto a Guerrin, si adattò al mondo provvisto di senso con molta facilità.

Poi, così riprese Pantagruele, parlando di fronte ad un buon boccale di schiumante pantagruelina: “Caro il Glorioso, ti ho scelto perché non sei molto fortunato nelle cose economiche, ma sei molto fortunato in battaglia. Ora, ho bisogno di parlare a Gargantua per chiedergli del futuro dopo il chicken affaire”. “Chicken affaire…?!”. “Sì, ti ricordi la tua passata indagine su chi metteva la gallina l’11 settembre a N.Y. City?”. “Ah, già!”. “Bene. Desidero sapere cosa succede in futuro, in termini generali, non m’interessano i particolari o le cose specifiche. In altre parole: cosa ci attende ora? E solo Gargantua può saperlo, ma lui si è ritirato ad Avalon. Occorre ritrovarlo per potergli parlare. Come ben sai, dove stiamo è l’ultimo frammento di Hy Bresail e di Friesland ed Estotiland, vale a dire di terre mitiche: siamo sull’ultimo frammento, un piccolo scoglio, del mondo mitico rimasto su questa terra desolata. Ma siamo su di un frammento che è uno scoglio, tutto circondato dal tempestoso avverso nettuniano malefico Atlantico, nelle cui viscere i demoni d’Atlantide barriscono ed urlano. Sono i Fomori (o Fomorians, in inglese), che scorrazzano per l’Oceano, tra i resti delle Antiche Terre dell’Altro Mondo, Annwn. Solo di un vecchio amico fortunato in battaglia, che quindi con certezza tornerà, mi posso fidare. Accetti la missione?”. Il Glorioso si alzò, scattò sull’attenti con saluto militare, facendo schioccare i talloni subitaneamente, dicendo: “Sì, sarà fatto!”. Fu imitato da Guerrin, che disse: “Sì, signore! Sì!”. “Benissimo. Difatti, l’avventura sarà strana ed imprevedibile. C’è bisogno di uno fortunato in battaglia, cioè te. Sto sicuro che ritornerai. Avevi soltanto bisogno che la Gallina ti ridesse la memoria perduta. Domani stesso partirete per il passato. Purtroppo, l’accesso al Monte Epomeo è ostruito, sennò sarebbe stato facile. Dovete andare nel passato e verso le Americhe. Ho comunque il vascello adatto. Dalle Americhe del XVIII secolo, con le chiavi che avrete ricevuto dall’amico del Comandante Mark, potrete, sempre rimanendo nel Settecento, tornare al Monte Epomeo, quando i canali vi erano aperti ancora. Di lì andrete ad Avalon, o Shamballa, o Agarthi, là dove Gargantua si è rifugiato. E gli chiederete. Poi, mi farete sapere”.

“Una domanda, o sublime Pantagruele” disse Guerrin. “Lì dove si andrà dopo questo marchingegno di complicate situazioni, c’è per caso il Prete Gianni, Presbyter Johannes delle mie avventure di una volta, avventure che, tra l’altro, mi stanno pian piano tornando in mente? Dev’essere l’effetto della pantagruelina”. “Sì, mio caro. Lì c’è il Prete Gianni”. “Un’altra domanda. Come accidenti funziona il vascello?” continuò Guerrin. “E’ un gamaheu” rispose Pantagruele. “Gamaheu…?!”. “Già. L’uomo è un microcosmo che, come il Macrocosmo del qual è imago, ha in sé una parte mortale ed una immortale. Che abbia una parte immortale lo si legge nel librone del Glorioso, Libro Terzo”. Il Glorioso ritrovò il passo e lesse: “‘ (…) la nostra anima, quando il corpo dorme e le sue operazioni sono per tutto compiute, non essendovi più necessità alcuna di lei fino al risveglio, si prende libertà e va a rivedere la sua patria, che è il Cielo. Di là riceve insigne partecipazione della sua prima e divina Origine; e, contemplando quell’Infinita Intellettuale Sfera, il cui Centro è in ogni luogo dell’Universo e la Circonferenza in nessuno (che sarebbe Dio secondo la dottrina di Ermete Trismegisto), nella quale nulla accade, nulla diventa, nulla perisce, ed il tempo è sempre al presente, essa nota non solamente le cose di quaggiù, ma anche le future’, Gargantua e Pantagruele, Libro III, cap. 13”. “Ora” riprese Pantagruele “se l’anima può vedere il Divino lo può fare se e soltanto se ha in sé una scintilla di quella Divinità stessa, scintilla che così ritorna nella sua Celeste Patria. Ma c’è anche la parte mortale dell’anima stessa. Anch’essa è non corporea. Questo è il fondamento. Alla parte, sottile ma non immortale, dell’anima corrisponde, per il fondamentale Principio della Corrispondenza fra Microcosmo e Macrocosmo, nel Macrocosmo stesso, la ‘zona’ della cosiddetta ‘magia’, cui appartengono i vascelli-gamaheu. Esiste nella Natura un insieme di arcana, di characteri, di imagines. E’ possibile per così dire ‘trasferire’ tali arcana in e su dei ciottoli, detti gamaheu, ma pure su qualsiasi altro oggetto. Tale ‘trasferenza’ è possibile ‘passando’ per la parte sottile ma sottoposta al tempo. In tal modo si può manifestare questa realtà nel mondo sottoposto al tempo. Ma tale manifestazione rimarrà sottoposta al tempo. Ed ecco che tali ‘trasferenze’ hanno una durata determinata e si fanno per degli scopi specifici”.

Per finire, Guerrin chiese: “E’ un caso che andiamo nel XVIII secolo?”. “No. Ha una ragione precisa. Ma ora, o amici, è tempo che domani voi andiate. Vi lascio al meritato riposo, dopo lunghi viaggi, ed in preparazione di altri lunghi viaggi, nello spazio e nel tempo. Vi do il mio augurio come lo diede a noi tutti Bacbuc: ‘Andate amici, con la protezione di quell’Intellettuale Sfera il cui Centro è ovunque e cui Circonferenza in nessun luogo, che noi chiamiamo Dio’. Ed ancora: ‘Colui che trova tutto nell’Unità, che riconduce tutto all’Unità e che tutto vede nell’Unità, può avere il cuore saldo e restare in pace con Dio’ dice L’Imitazione di Gesù Cristo, 1, 3. Andate in pace, fratelli” disse Pantagruele.

Il giorno dopo, salutato con affetto il buon Pantagruele, i due salirono sul vascello che si diresse subitaneamente verso le Americhe, tuttavia muovendosi nello spazio ed insieme nel tempo, cosicché, quando giunsero sulle coste canadesi, era il XVIII secolo e ad attenderli sul molo c’era un amico del Comandante Mark. Il viaggio durò soltanto un giorno ed a sera erano già nel XVIII secolo. Quindi ci fu soltanto lo spazio per un pranzo, che il cuoco palermitano di Pantagruele, Eleuterio Agenore, aveva preparato: pasta rafferma bagnata e fritta semplicemente, croccante in un vassoio che l’aveva mantenuta stupefacentemente calda nel viaggio per il freddo Atlantico; baccalà con passole e patate, dove le passole sono uvetta passa bianca, ma molto grossa e consistente; infine, frittelle di ricotta, sia dolci che salate.

Così, giunsero rapidamente al porto, dove lasciarono il vascello temporale all’attracco, provvisto di un congegno di occultamento preso da Star Trek, o, per dir meglio, preso ai Klingon di Star Trek. Scesero sul molo. Una persona li attendeva.



[1] Cheverny imita Tin Tin e non viceversa. Sia detto con gran chiarezza…

[2] Stop! Non dite altro! State zitti! Zitti! Basta, la decisione è presa.

[3] Günther Anders: L’uomo è antiquato, Il Saggiatore 1963 (edizione tedesca 1956), pp. 314-315.

[4] (“Un buon futuro per la filosofia, una buona filosofia per il futuro”, di F. D’Agostini, in: Scenari del XXI Secolo, Appendice al Grande Dizionario Enciclopedico UTET 2005, p. 855).

[5] Ibid., p. 858.


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