GLI ALBERI DI NATALE SONO TRISTI. FINALE.
Quando mi svegliai era già pomeriggio inoltrato. Finii la bottiglia di whiskey, ne ammezzai una di vodka e mi vestii alla rinfusa. La testa mi girava. Presi la bottiglia di vodka e scesi in strada, ridendo nel vedere Spike sulla porta del negozio con la scopa in mano e lo sguardo minaccioso. Passai accanto ai negri della gang di SAMO, li salutai sollevando la bottiglia e sparii dietro l’angolo.
Quando entrai nel bar di Michel ero già totalmente sbronzo. Era una bella sensazione, provata chissà quante volte ma sempre maledettamente attraente. In quel bar mi sentivo come a casa, perchè era così tanto banale da apparire identico a tutti gli altri bar di quel genere. Le quattro pareti verde vomito contenevano un bancone di legno appiccicoso sulla sinistra, quattro o cinque tavoli sporchi e meschini sulla destra, un ventilatore monotono sul soffitto e le immancabili veneziane luride alle finestre. Il tutto condito da ogni specie di uomo possibile: si andava dal marito tradito al frocio in cerca di compagnia, dalla puttana da due lire all’artista senza ispirazione (categoria a cui appartenevo). Poi c’erano loro, la razza suprema: i puri e semplici alcolizzati, quelli cioè che bevono senza accampare scuse. Micheal, il barista, era un ometto nero assai strano, piccolo e tondo come una palla da tennis. Rimbalzava allegramente dietro il bancone servendo da bere alla feccia che si trovava davanti. Ne ero certo: era l’unico barista felice sulla faccia stanca del buon vecchio mondo. Tutti lo chiamavano Mic, abbreviandone il nome per renderlo più consono alla sua taglia.
Nella nebbia grigiastra intravidi uno sgabello libero, proprio davanti alla spina delle birre. Prima che potessi aprir bocca Mic rimbalzò verso di me e con il sorriso più felice di tutti i tempi mi piazzò davanti bottiglia e bicchiere. Lo guardai rimbalzare via verso altri clienti. Scossi la testa, non c’erano speranze. Poi guardai fisso bottiglia&bicchiere: erano la coppia più bella del mondo. E cominciai a bere.
Quando uscii da Mic, New York aveva acceso le sue luci. Si pavoneggiava consumando kilowatt su kilowatt di elettricità, ma sapeva rendersi desiderabile, sapeva come togliere il respiro. Un babbo natale di plastica stava tentando di scavalcare un balcone, chissà perchè non usava le stramaledette renne invece di faticare così. Alcuni cherubini di cristallo suonavano allegre melodie, per la felicità dei bamini. Non sopportavo quello spettacolo plastificato, odiavo quel consumismo sfrenato e quei sorrisi precotti. Mi infilai in un vicolo buio, lì il Natale non era ancora arrivato. Ero ubriaco, e quando vidi una negretta con due tette enormi nell’oscurità del vicolo, qualcosa cominciò a ingrossarsi sotto lo stomaco pieno di alcool. Tentai di abbordarla recitandole una mia poesia d’amore, ma la ragazzina tirò dritto. Poteva avere si e no diciotto anni, ed era impaurita dalla vista di un alcolizzato puzzolente come me. La colpii al volto con un destro degno di Frazier e la sostenni mentre cadeva priva di sensi. Il sangue che colava giù verso il decoltè mi tolse il respiro e la dignità.
La stuprai violentemente, strappandole i vestiti di dosso. Penetrai quel corpo inerme senza ritegno e senza rispetto. Senza esclusione di colpi. Mi sembrò che qualcosa si rompesse dentro la donna mentre la scopavo da dietro, e questo mi fece godere. Mi sentivo un animale felice che porta a termine il compito per cui è stato messo al mondo. L’alcool mi accarezzava la mente, e il mondo mi sembrava bellissimo. Sangue, sudore, sperma, lacrime si fondevano in un trionfo di liquidi. In cielo una falce di luna osservava con disprezzo. Quando ebbi finito, gli alberi di Natale mi sembrarono meno allegri. Lasciai cadere la donna sulla neve rossastra, "buon Natale, puttana", esclamai barcollando. Mentre me ne andavo soddisfatto due negri della gang di SAMO cominciarono a corrermi dietro urlando. Non ci giurerei, ma mi sembrò di sentire uno sparo. La paura mi fece correre dritto e veloce come quel cazzo di topo messicano di cui non ricordavo mai il nome.
Arrivai davanti a casa veloce come un fulmine. Prima che gli altri componenti della gang potessero capire cos’era successo, balzai sulla mia vecchia Oldsmobile marrone e partii a tutta birra. Uscendo dal quartiere ebbi la netta sensazione che non ci avrei rimesso più piede. Svoltai sulla Trentaduesima e vidi Jane camminare sculettando sul marciapiede. Mi fermai bruscamente e la feci salire. Voleva sapere perchè e da cosa scappavo. Mi inventai una balla, raccontai di una rissa fra ubriachi fuori dal bar condita con qualche insulto razziale. La vecchia Jane mi credette, o almeno fece finta di farlo, mentre la neve cominciava a cadere copiosamente. Sfiorai con la fiancata uno zampognaro, che bestemmiò in perfetto stile natalizio.
Ci trovammo all’improvviso fuori della città. Imboccai una strada secondaria, coperta di neve ma praticabile. Non sapevo dove andare, ma ciò che contava era mettere più miglia possibili fra me e la cazzata che avevo fatto. La paura aveva ferito la sbornia, e adesso mi rendevo conto di tutto. Immaginai la negretta con la faccia appoggiata sulla neve, resa rossastra dal suo sangue di vergine. Qualcosa si mosse dentro di me, e mi fece sentire una merda. Jane si era addormentata sul sedile al mio fianco, non era la prima volta che scappavamo da qualcosa. Ora nevicava un pò troppo forte per i miei gusti. La strada curvò all’improvviso, l’Oldsmobile continuò dritta verso il burrone e sparì fra gli abeti imbiancati.
Quando mi risvegliai, Jane piangeva accanto a me. La neve aveva invaso l’abitacolo, e l’aveva sommersa quasi fino al collo. Riuscii ad uscire dalle lamiere contorte e a tirarla fuori con la forza della disperazione. La situazione non era delle migliori. Le gambe di Jane erano come bloccate, quasi ibernate. Ci sarebbe voluto del buon whiskey scozzese per scongelarle.
La trascinai per qualche miglio nella neve fresca, poi le forze mi mancarono. Mi guardai intorno, mancava solo uno yeti del cazzo. Neve, neve neve e gli alberi innevati simili a minacciosi assassini rinseccoliti. Pensai al sangue della negretta sulla neve del vicolo, e mi afflosciai sulle gambe.
Ci sdraiammo abbracciati sulla neve freddissima. Gli abeti intorno a noi, senza decorazioni, sembravano adesso di una tristezza incredibile. Jane mi cercò con gli occhi bellissimi nel viso congelato, i miei la trovarono per un ultimo tacito sguardo. "Alcolizzato di merda", mi disse piangendo e ridendo. La lacrima cadde sulla neve fredda e morì con un sibilo. "Puttana", le risposi, stringendo le mani ghiacciate.
Immaginai tutti gli alberi di Natale del mondo, e vidi che si spengevano in silenzio.
Lassù, insieme a milioni di stelle, una falce di luna sorrideva alla morte.
GLI ALBERI DI NATALE SONO TRISTI
- fine -

..........cazzo....sarà stato uno stupratore alcolizzato di merda...però mi discpiace lo stesso!! Bellissima storia Duccio...è spietata...come lo è il Natale...
Inviato da krisisterika — 26 Oct 2006, 15:28
riesci a farmi entrare nelle storie...
bella storia, molto stile miller (che adoro).
veramente bravo duccio.
davvero questa mi e' piaciuta piu' di tutte le altre lette.
Inviato da Elemiah — 26 Oct 2006, 16:20
cazzo elemiah...stile miller...non aspiro a tanto...comunque grazie
grazie anche a te krisi per i complimenti..
Inviato da duccio — 26 Oct 2006, 17:39
merda...questa mi è piaciuta,sul serio!notevole...io invece non lo perdonerei dal punto di vista "stupratore"...anche se mi roicorda il buon vecchio duccio alcoolizzato amante di New York...
Inviato da fede — 26 Oct 2006, 18:07
O...ALCOLIZZATO E AMANTE DI NY SI...MA STUPARATORE ANCORA NO....ALMENO PER IL MOMENTO...BWA BWA BWAAAA (SI SCHERZA....)..
Inviato da DUCCIO — 26 Oct 2006, 18:34
Bella, bella storia, dai Toni(illustre calciatore) forti, dai toni che
colpiscono forte..anche troppo forte per me, ma innegabilmente...bella
storia.
La ragazza stuprata..sei te che l'hai voluta far sentire stuprata...
magari lei, nell'oscurità di quel vicolo, si sentiva così sola che
quello "stupro" se l'era cercato e sanguinante sulla neve, vedendolo
scappare, non lo aveva odiato..al massimo aveva odiato la sua fuga.
La soggettività...dipende sempre tutto dai punti di vista!
Uffa oggi hanno rimesso l'ora..sono le sei ed è già buio..speriamo, uscendo
di casa, di non trovare un personaggio come il tuo!!
Ciao Duccio
Inviato da L'illustre DdV — 29 Oct 2006, 18:47
Un altro capolavoro di prosa indiscussa
Inviato da Pottadiaccia — 30 Oct 2006, 08:16
Senza parole.... bellissimo... Se raccontare di alcool e morte ti viene sempre così, allora continua perché fai emozionare tantissimo...
Inviato da Py24 — 30 Oct 2006, 11:21
Ottimo racconto, scritto con l'ormai noto stile che ti contraddistingue. Complimenti.
PS Certo però che i tuoi racconti fanno sempre sbellicare dalle risate… gente che uccide per gioco, che muore alcolizzata, che uccide per un sorso d’acqua, che stupra una ragazzina e poi si sente una merda (e ci credo…). Allora seguita.
Inviato da il tuo amico polemico — 30 Oct 2006, 17:28
il prossimo parlerà di due dementi con una gazzetta sul vetro in tangenziale.
resteremo quà...
Inviato da duccio — 31 Oct 2006, 20:12
"la schioppettante prosa dI du' rasserena gli animi della civilta'.."
GIOBBE COVATTA 2006
Inviato da DISTE — 01 Nov 2006, 13:04