Analizzando LEONARDO DA VINCI: L’ultima cena img340/8513/ultimacenarz6.jpg  

 

L’opera fu realizzata a partire dal 1495, anno in cui Ludovico il Moro commissionò il dipinto a Leonardo da Vinci, già al servizio dello Sforza a Milano dal 1482, su  una delle pareti minori del refettorio nel convento domenicano di Santa Maria delle Grazie.L’affresco occupava tutta la parete di fondo, ma oggi ne vediamo solo il rettangolo contenente  “L’ultima cena”. La scena continuava anche in alto, tra gli archi contenenti le divise araldiche degli Sforza, e nella parte inferiore dove era simulato il pavimento.Nella costruzione dell’opera, Leonardo si impegnò in una rigorosissima prospettiva in modo che chi accedeva dall’ingresso, si trovasse di fronte a un ambiente reale che continuava nell’ambiente artificiale dell’Ultima cena. Determinante è anche sottolineare che in questa opera Leonardo, si distacca dalla tradizione iconografica prevalente nelle Cene dipinte a Firenze durante la seconda metà del quattrocento, di cui è esempio quella del Ghirlandaio nel convento di Ognissanti.(fig. 2) 

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(fig. 2)

Infatti Leonardo sceglie di rappresentare non l’atto della consacrazione del pane e del vino, ma il momento che segue immediatamente alle parole pronunciate da Cristo: “in verità, vi dico, uno di voi mi tradirà”. Ed è proprio questa frase, che scatena il turbamento degli apostoli.

La violenta emozione che si diffonde da un capo all’altro della composizione travolge il tradizionale allineamento simmetrico delle figure, che tendono ad avvicinarsi alla figura centrale del Cristo.

Tutta la composizione è scientificamente legata alla costruzione geometrica ed è infatti perfettamente divisibile in quadrati da cui sono tracciabili le diagonali che contengono e delimitano lo svolgimento della scena.

Tra questi si distingue bene la figura di Giuda (quarto da sinistra) che tiene con il braccio destro il sacchetto dei trenta denari ricevuti.

Ø                  Nel gruppo in piedi a sinistra si identificano gli apostoli Bartolomeo, Giacomo minore e Andrea. Bartolomeo poggia ambedue le mani sul tavolo  e si protende con il corpo come se non avesse capito bene e volesse sentire bene ciò che lo ha sconvolto e reso incredulo. Andrea solleva le mani quasi ad allontanare da sé i sospetti. Tutti e tre volgono lo sguardo verso Gesù. Giacomo con una mano si appoggia lievemente al braccio di Andrea e con l’altro tocca la spalla di Pietro nel gruppo vicino in una richiesta muta che allarga il dialogo e coinvolge il gruppo successivo.

Ø                  Nel secondo gruppo troviamo Giuda, Pietro e Giovanni, racchiusi in una composizione piramidale. Giovanni con le mani intrecciate poste sul tavolo si protende con espressione dolcemente assorta verso Pietro che gli parla all’orecchio formando con il proprio corpo una linea obliqua e parallela a quella creata dal ritrarsi del corpo di Giuda, che così fa spazio a Pietro. Quest’ultimo,chinandosi, si insinua tra i due. Un coltello, appena usato per tagliare il cibo durante la cena, spunta , impugnato da Pietro con la mano rovesciata , dietro la schiena di Giuda. 

Ø                  Nel terzo gruppo, Tommaso, Giacomo Maggiore e Filippo, collocati a destra del Cristo, formano una composizione inscrivibile in una piramide. Giacomo Maggiore, al centro, allarga le braccia con il gesto sincero di chi non avendo nulla da nascondere si offre a qualsiasi indagine. Dietro di lui, a sinistra, fa capolino incredulo Tommaso, con il tradizionale dito indagatore che lo contraddistingue; a destra, con la figura leggermente inclinata in avanti, Filippo porta le mani al petto in segno di innocenza.

Ø                  Il quarto gruppo, comprende gli apostoli Matteo, Simone e Taddeo. Matteo indica il Maestro con le braccia e si volge indietro verso gli altri due apostoli incredulo e disperato, cercando in essi conforto e interrogandoli su quanto hanno appena ascoltato. Qui il dialogo sembra esprimersi quasi esclusivamente con le mani: Taddeo risponde sollevandole con le palme all’insù e confermando anch’egli con la sua meraviglia e il suo sgomento di  essere totalmente estraneo al fatto.

Ø                  La figura centrale, cioè quella del Cristo è chiusa in un ideale Triangolo, espressione della Trinità divina, e assorta nell’istituzione dell’ Eucarestia. Cristo indica con le mani il vino e il pane sulla tavola in segno di sacrificio cui si appresta. La sua immobilità rappresenta quel “primo motore” da cui ogni azione scaturisce e verso il quale ritorna, dando vita a un complesso moto di gesti . 

L’ultima Cena nell’ultimo restauro ha guadagnato dei particolari che appaiono dotati di una luminosità e freschezza cromatica finora insospettate. Il colore è usato nei toni della luce. Luce le cui sorgenti sono una finestra reale del refettorio e le tre dipinte sul fondo, che si aprono su un cielo teso all’imbrunire.  

[a cura di Alessandro Romito]

Bibliografia: ZERI Federico; Leonardo: L’ultima cena, in Cento dipinti Rizzoli