In nova fert animus

mutatas dicere formas corpora

Ovidio

 

Se un giorno, per caso, vi imbatteste in una ragazza che piange, avreste tre possibili cose da fare. Se avete aspirazioni filantropiche, se lamentate che l’indifferenza sia il male dell’umanità e terrorizzati  rifuggite dalla spregevole massa, se temete che un confuso e perpetuo rimorso possa tormentare oltremodo la vostra coscienza, allora accorrerete impazienti dalla sventurata a offrirle le vostre cure. Ma se invece ritenete che la vostra vita sia più interessante della vita altrui, se indaffarati siete sottratti al comune sentire dal carnet dei vostri impegni o se, infine, predicate sardonici che ognuno ha quel che si merita, allora vi allontanerete rapidi dall’infelice di turno.Tanto la reazione, quanto la mancata reazione, implicano che la linea del rapporto si dipani da voi a lei. E se invece fosse lei a sconvolgere voi? Immaginate di fermarvi incuriositi dapprima, poi, turbati, indugiate e infine lasciate che l’evento vi penetri, insinuandosi lentamente tra i vostri pensieri. Vi scoprirete, a un tratto, abbandonati ad un vortice di meditazioni il cui centro oscuro vi attrae irresistibile.

Ora vi racconto quanto è bastato a sgretolare gli “idola” del signor Norman.  Un pomeriggio, appunto, era in via Cattaneo e costeggiava a passo svelto l’università. Amava fermare lo sguardo sulle pareti massicce dell’antico edificio, le ampie vetrate all’ombra degli archi e le statue di antenati impolverati e bruniti dalla storia offrivano ogni volta materiale nuovo alla sua immaginazione. L’atrio si apriva su un giardino frammisto di palme e ginestre, attraversato dall’odore prepotente delle zagare. Era di lunedì e il corso di letteratura francese si sarebbe tenuto nell’aula magna, dove l’uditorio avrebbe partecipato ad una lettura pubblica di Rabelais. In fondo al corridoio, seduta sulle scale una ragazza, le mani aperte offrivano un riparo al volto in lacrime. Vicino a lei dei libri, sparsi, mentre da sola consumava il suo pianto. Ecco che si apre il  corteo funebre degli esami - pensava, seguitando a camminare per raggiungere quanto prima l’aula. La solitudine disperata che abbracciava la ragazza china su se stessa lo aveva tuttavia trattenuto da quell’incedere rapido e, rallentato il passo, prese ad osservarla insistentemente. La folla confusa e disordinata che popolava il corridoio stava diradandosi, ma il signor Norman non ebbe ad accorgersene, il suo pensiero era come autonomo da tutte quelle contingenze. Non pensò nemmeno per un attimo ad intervenire, ad alleviare quel dolore solitario, eppure non poteva separare gli occhi da lei. A che giova strappare il frutto marcio, se il ramo ne è pieno? E poi, chi dice che dal male non possa nascere il bene? Era assorto in queste speculazioni, quando sentì una voce familiare ripetere il suo nome.Noi andiamo a mangiare qualcosa, vieni con noi? - disse Arbogast, accomodandosi il cappello di panno rosso. Esile nel corpo, compensava l’avarizia della natura con una risolutezza ostinata e con una generosa vitalità. Lo conosceva da qualche anno e sapeva che, nonostante si accompagnasse a colleghi affettati pronti ad esibire le proprie doti intellettive in discorsi esoterici sulle ultimissime squallide beghe di provincia inventariate con rossetti femminili, Arbogast era diverso, era determinato a riscattare le proprie origini. “Ma il corso di letteratura francese? - rispose il signor Norman, dopo un attimo di incertezza.Rabelais è stato già restituito alla storia, con buona pace di noi tutti. Ma perché non sei venuto…Mi sarò fermato qualche istante di troppo al caffè in piazza… A proposito, ho letto che al cinema si apre una rassegna dedicata ad Hitchcock questo fine settimana, dobbiamo andarci”, si affrettò ad aggiungere, intento a smorzare la curiosità insistente di Arbogast. Il signor Norman sapeva che il suo bizzarro compagno di studi era sempre pronto a mettere in pratica la lezione degli eroi di carta con cui era cresciuto, sotto le coperte, Sherlock Holmes, Maigret, Poirot, Dupin, sapeva la sua predilezione per il cinema e sapeva anche che il maestro del brivido era tra i suoi eletti.Si può fare, ma adesso vieni con noi? - riprese Arbogast, lasciando cadere le sue velleità deduttivo-investigative. Il corridoio, intanto, ricominciava ad animarsi. Come una ragnatela disordinata i cui fili si incontrano, s’incrociano e si separano, esso riprendeva l’aspetto consueto di crocevia mutevole e scomposto. Era percorso da un vociare indistinto e un unico  flusso di parole mescolate a risa, ora appena accennate ora invece incontenibili e vernacolari, l’attraversava. Il signor Norman gettò uno sguardo rapido alle scale, la ragazza era ancora piegata sui gradoni, ma ormai aveva interrotto il suo pianto. Avviatevi pure”- rivolgendosi ad Arbogast che attendeva ancora una risposta - “Devo fermarmi in biblioteca. Ci vediamo dopo in piazza”. Riprese allora ad osservare la ragazza, ora aveva raccolto i libri e fissava il vuoto. Il signor Norman pensava e ripensava, non sapeva dire cosa vedessero quegli occhi smarriti e assenti, né la ragione di quel mutamento inatteso. Aveva consumato le sue lacrime e ora, vinta dalla sua pena, si era abbandonata inerte alla vita? O forse un pensiero l’aveva attraversata, straniandola? E se invece tremula, fioca una fiammella avesse preso a schiarire timidamente le sue tenebre? Di nuovo un rumore sordo lo riportò al mondo circostante. Questa volta era la  vetrata che troneggiava maestosa sulle scale a richiamare la sua attenzione. Un uomo, sulla sessantina, un impiegato, i capelli radi sulle tempie e il viso smunto, aveva spalancato le ante del finestrone e si era affacciato, in attesa. Con il corpo proteso e l’espressione rigida, muoveva rapidi gli occhi come ad abbracciare con  un unico sguardo la vastità dell’orizzonte. I dolci fianchi dei colli che si stendevano pigri attorno alla città sfumavano nella brezza pomeridiana,  e più lontano ancora il cielo striato si perdeva nell’infinito. Il signor Norman ritornò sulla ragazza, ma il suo sguardo l’attraversava. Era come se lei fosse divenuta uno specchio capace di mostrare tutta la pietosa nudità dell’uomo. Adesso si era ricomposta, anche se il viso era ancora turbato. La bocca aveva preso una piega nuova e un’ombra si addensava in fondo ai suoi occhi. Mentre sistemava la giacca ed asciugava il naso ancora umido, il signor Norman cominciò a pensare che ogni cosa cambia, che tutto si trasforma, nulla perisce. L’inverno desolato e spento si muta in primavera e si arrende ai suoi profumi, e quello che prima era freddo e senza vita riprende a pulsare. Il velo spesso della notte si dirada e l’oscurità sconfinata e greve, che prima si era posata sulla vita, trascolora nel sole che scalda e illumina. Tutto si trasforma e ci trasforma. Ogni evento, ogni incontro, ogni istante ci cambia. Ogni parola, ogni sguardo, ogni lacrima ci allontana da quello che fino a qualche momento prima eravamo. Il tempo ci culla come un’onda che ogni cosa che accarezza, muta. Nulla è definito, assoluto, certo, tutto è mutevole e fragile ed in questo eterno fluire, in questo incessabile moto di forma in forma è la vita. Ormai il corridoio era vuoto e la ragazza senza nome non c’era più. Il signor Norman rimase ancora qualche istante, fermo, ad assaporare l’esito ultimo di quell’esperienza silenziosa eppure rivelatrice, poi si incamminò verso casa, pensando che le nostre curve sono scolpite e i nostri spigoli intagliati da chi incontriamo e da cosa viviamo, come cera tiepida e molle tra i petali del tempo. .. 

Di Nadia Arace