I minori sono ovunque i primi soggetti di conflitti e violenze; la loro debolezza li rende facili prede di abusi e traffici vergognosi. Se molto di questo va imputato alla disattenzione e alla mancanza di scrupoli degli adulti, alla scarsità o fragilità delle tutele legislative, essi sono anche i primi a pagare per gli effetti perversi della globalizzazione.
L’Autore, a partire dalla propria esperienza nelle Filippine,indica il meccanismo attraverso cui l’economia globalizzata influisce sulla vita di milioni di famiglie e getta ombre sul futuro di un’intera nazione

Ogni giorno incontro personalmente le vittime della globalizzazione sulla strada, nei bar, negli slum. Si potrebbe quasi pensare che ci abbia fatto l’abitudine. Ma non è così: non è mai possibile abituarsi a certe cose, o non reagire a esse.
Recentemente sono stato in una delle molte prigioni da cui ho salvato dei minori detenuti e vi ho trovato due piccoli di 9 e 10 anni. Entrambi erano rinchiusi da due mesi in una minuscola cella insieme a criminali adulti e altri 35 bambini e ragazzi. Si stima che nelle carceri filippine 20mila minorenni siano nelle stesse drammatiche condizioni. Faccio riferimento in modo particolare alle Filippine, in quanto vi opero abitualmente, ma il loro esempio può applicarsi alla maggior parte delle nazioni in via di sviluppo, con uguali devastanti risultati sui minori. Per quanto possano sembrare temi lontani tra loro, vi è uno stretto rapporto tra la condizione dei piccoli carcerati filippini e il mercato globale.

Il «caso» Filippine - La globalizzazione è un movimento economico attraverso il quale nazioni e imprese si diffondono nel mondo, controllandone l’economia. Esse dominano sempre più l’agricoltura, la produzione di medicinali, le telecomunicazioni, i settori finanziari e manifatturieri, come pure i servizi. Nulla si salva dal loro potere e dalla loro influenza.
Allo stesso tempo esse lavorano per entrare in nuovi mercati, integrarli e dominarli, creando monopoli nella produzione e nella commercializzazione di beni e servizi. Questa forma di globalizzazione viene presentata come benefica per i Paesi poveri ma, al contrario, provoca maggiore povertà e i bambini ne sono le prime vittime.
L’esempio più chiaro di questo impatto negativo sui bambini si riscontra percorrendo le strade delle città nei Paesi in via di sviluppo. L’Unicef stima che 100 milioni di bambini nel mondo vivano sulla strada in condizioni disumane. Nelle Filippine, secondo le statistiche governative, dal 1991 al 1999 il numero dei bambini di strada è salito da 223mila a 1,5 milioni. In questi anni, il Paese ha liberalizzato l’economia, ridotto le tasse sulle importazioni, mentre un forte deficit commerciale ha portato al collasso i servizi sociali e alla chiusura di molte manifatture locali, con migliaia di disoccupati.
Nelle Filippine non c’è una vera assistenza sociale e chi è povero o ammalato rischia di morire, chi è disoccupato e affamato è costretto a mendicare, chi è senza casa deve vivere sulla strada o in alloggi di fortuna. Centinaia di migliaia di bambini vivono in scatoloni, su carretti o in tuguri inadatti persino per gli animali. Si nutrono di cibo trovato nella spazzatura, elemosinano agli angoli delle strade e sono venduti al mercato della prostituzione e del lavoro minorile a un livello mai raggiunto prima.

Il lavoro minorile - Si tratta di un fenomeno diffusissimo in questo Paese asiatico, con 1,2 milioni di minori coinvolti. L’Unicef e la società civile stimano che nelle Filippine da 60mila a 100mila bambini e giovani, a partire dagli 8 anni, siano sfruttati dall’industria del sesso che è diventata globale: qui come altrove arrivano ogni anno centinaia di migliaia di turisti per avere rapporti sessuali con minori.
Dal 1991 al 1999, l’economia filippina ha subito in modo massiccio l’influenza di un’economia mondiale che si è globalizzata a velocità sorprendente. L’accorpamento di grandi aziende ha dato vita a colossi produttivi e commerciali che ora dominano il pianeta e sono più ricchi di molte nazioni. Essi si pongono sovente al di sopra delle legislazioni locali imponendo leggi ad hoc e rendendo difficile ai Governi - anche quando questi siano di fatto intenzionati a farlo - qualsiasi intervento.

Globalizzazione contro i poveri - Questo avviene a causa di accordi commerciali sbilanciati, mediati dall’Organizzazione Mondiale del Commercio. Siglati con l’aiuto e sotto la pressione della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, tali accordi spesso hanno come risultato la creazione di una competizione ineguale, che fa scendere il costo delle materie prime e gli stipendi nei Paesi poveri dove le aziende trans-nazionali e il loro prodotti possono dominare i mercati.
Questa élite affarista globale investe dove può pagare stipendi più bassi, dove minore è la regolamentazione del lavoro e la tutela dell’ambiente.

Massimizzazione dei profitti - Le aziende trans-nazionali esistono per profitto, non sono agenti di sviluppo. Nelle Filippine operano 416 di queste aziende. Oggi in questo Paese, gli investimenti arrivano soprattutto da giapponesi (41% del totale) e americani (13%): insieme superano gli investimenti filippini, che rappresentano solo il 17%.
Queste aziende chiedono anzitutto tariffe e tasse basse e spesso le ottengono dai Governi che abbracciano la globalizzazione e che le ospitano. Tutto ciò porta a crescenti deficit di bilancio, e a farne le spese sono anzitutto l’istruzione e la sanità. I bambini sono i primi a soffrirne. I pesanti interessi sul debito estero contratto «per il bene del Paese» affossano l’economia. Quasi un terzo del bilancio nazionale filippino è destinato a risarcire le istituzioni finanziarie internazionali.

Salute ed educazione, prime vittime - La spesa per l’istruzione nelle Filippine è scesa dal 19,11% del bilancio nazionale nel 1999 al 16,06% nel 2003. Riguardo alla sanità, la spesa è calata dal 2,55% all’1,6%. Il budget per i servizi sociali si sono ridotti nello stesso periodo dal 26,52% al 22,2%. Il 40% delle famiglie sono oggi più povere e il rapporto della Banca Mondiale conferma che i poveri nelle campagne sono aumentati di 300mila unità tra il 1997 e il 2003. Questo dimostra come le aziende trans-nazionali non facciano nulla per arrestare la povertà, e questo perché i loro profitti sono reinvestiti nei Paesi d’origine, non sul posto.

Accordi commerciali ineguali - La globalizzazione dell’economia filippina è stata resa possibile dalla firma di accordi ineguali, che hanno aperto la porta a investitori stranieri e ad aziende globali che producono con il proprio marchio. Dall’inizio esse hanno tagliato i salari, licenziato personale, ridotto i benefici per i lavoratori e venduto i prodotti sotto costo. I prodotti locali sono stati via via estromessi dal mercato, aumentando la disoccupazione. Non appena queste aziende hanno ottenuto il monopolio sul mercato, hanno iniziato ad alzare i prezzi. Nel 2003, ogni giorno, una media di 186 lavoratori filippini sono rimasti disoccupati a causa della globalizzazione.

Migrazione, una piaga filippina -Con la diffusione della globalizzazione, la classe media perde la speranza di un futuro per i propri figli e quindi tende a emigrare nel ricco Nord del pianeta, dove si trova benessere in parte costruito sulla fatica del Sud povero. I loro figli sono ancora le vittime, in quanto vengono affidati a nonni e parenti lontani. Ne risultano famiglie divise e bambini con notevoli problemi psicologici. Gli emigrati inviano però denaro a casa: ben 14 miliardi di dollari di rimesse all’anno; ed è questo a tenere a galla l’economia filippina, non una benefica economia globalizzata.

Una lezione per i nostri tempi - Non possiamo permettere che non passi giorno senza che i diritti umani siano violati e non intervenire, ancor più quando le vittime sono bambini. Troppi sono gli indifesi davanti all’oppressione dei loro stessi Governi e delle forze della globalizzazione. Dobbiamo lavorare per proteggere i loro diritti a una vita giusta e stabile. Possiamo farlo aiutando i bambini a partecipare alle campagne globali per i diritti umani. Non faremo mai abbastanza per mettere in grado i bambini e i giovani di avere una voce e il diritto di appellarsi alla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, quando i loro diritti sono violati.
Dobbiamo continuare a lavorare per un mondo migliore di giustizia e pace, basato non sulla forza militare, sulla vendetta, sulla massimizzazione dei profitti, sullo sfruttamento e sull’avidità delle multinazionali. Abbiamo bisogno di costruire un mondo sicuro per i bambini, dove essi possano vivere con uguaglianza, dignità e felicità.

Testo e foto di Shay Cullen
missionario, candidato al Nobel per la Pace