OLANDA – BELGIO, REPORTAGE DI UN’ESTATE DI SFIDE 

Avete presente la fine del liceo? Quel senso di liberazione e smarrimento, img405/4008/attardesauparc3jj5.jpgaccompagnato da una prolungata scarica di adrenalina e dalla consapevolezza che una pagina significativa della tua vita si è definitivamente e irrevocabilmente chiusa? Sollievo, incredulità, incognita del futuro.

Erano anni che io e le mie due migliori amiche progettavamo l’estate del diploma: eravamo convinte di dover fare non una semplice vacanza, bensì LA vacanza: quella che si può fare solo alla fine del liceo, e con le migliori amiche di sempre. Per non smentire il significato del nostro viaggio, siamo partite due giorni dopo gli orali, senza aspettare risultati, senza farci prendere da improvvise nostalgie o rimorsi, senza la paura di andare troppo in fretta. Una specie di viaggio di iniziazione, o forse di addio all’adolescenza, prima di entrare in questa maledetta vita adulta piena di scelte e di università. Destinazione: Olanda-Belgio. Una specie di inter-rail facilitato dal fatto che, per arrivare ad Amsterdam, avremmo preso l’aereo, e da lì ci saremmo mosse dove ci andava. Niente sorveglianza, niente preoccupazioni, niente limiti, orari quasi assurdi (a partire da quelli dell’aereo), pochissimi soldi in tasca, ostelli di dubbia collocazione prenotati soltanto qualche giorno prima. Autogestione, insomma, e tanta voglia di vedere come ce la saremmo cavata.

La prima cosa che abbiamo potuto apprezzare di Amsterdam è stata l’aereoporto di Schiphol, che è di una grandezza davvero imbarazzante; ma, forse per l’ora tarda a cui è atterrato il nostro aereo, sembrava un gigante addormentato, sotto il quale scorrevano le velocità frenetiche della stazione ferroviaria. Una stazione nei sotterranei dell’aereoporto. Non è una cosa così eccezionale, ma io ancora non l’avevo vista da nessuna parte.

La prima cosa, invece, che abbiamo potuto assaporare della vita reale di Amsterdam sono stati i ragazzi che stavano davanti alla Station Centraal: aria decisamente poco raccomandabile e idioma incomprensibile. Incomprensibile quasi quanto il motivo che ci aveva spinto a prenotare tre posti letti in un ostello cristiano superaffollato, in cui l’arrivo in piena notte è stato a dir poco traumatico, se non altro per l’odore che impregnava la camerata da circa 20 posti letto, stipati in pochi metri quadrati. Ma, alla fin fine, il posto era tutt’altro che spiacevole. E poi, fuori dal finestrone sul mio letto c’era Amsterdam. Con la Magna Plaza, con il Palazzo reale dalle mura scure e la Nieuwekerk, sconsacrata come moltissime chiese in quello che sembra un paese senza fede; con le statue vicino alle quali scattarci foto stupidissime, con i mille canali che abbiamo attraversato in battello, con i segni di una storia cruenta che ha ucciso gli ebrei dello Jodenburt e Anna Frank; con il mercato dei fiori, coloratissimo, e il the i lecca-lecca i biscotti le caramelle i fiori di marijuana; con il Museo delle torture e il Sexmuseum, dove per 3 euro ti fanno vedere tutto quello che di erotico è mai stato inventato, sperimentato e fotografato. Amsterdam con il vecchio porto, le case chissà perché così storte e spioventi che ti chiedi come fanno a stare in piedi, e anzi ti immagini che la gente dentro ci abiti come Alice nel Paese delle Meraviglie. Amsterdam con i ponti, le dighe; i negozi di souvenir con gli immancabili zoccoli che adoro ma che non ho comprato perché qui sarebbero ridicoli, le bici che possono passare ovunque e davanti a tutto, i gatti grandi come tigri; gli immensi parchi e i centri commerciali, i bar della Coffee Company dove ubriacarci di caffé tra una scatoletta Rio Mare e l’altra. Amsterdam con il monumento di granito rosa per gli omosessuali e il Lesbian Info-point, con la stradina dietro al porto che è piena di coffee-shop che puzzano di fumo da sentirsi male e dove si regalano a poco prezzo sogni fatti d’erba, la Warmoestraat dove abitano i gay, il quartiere a luci rosse dove palazzine antiche ospitano vetrine rosse con donne in vendita che solo i turisti sembrano guardare.

Amsterdam dove fa buio alle 11 di sera in questa stagione, e dove non c’è niente di quella sregolatezza che ci aspettavamo: in questa città non c’è nulla di bello in modo sconvolgente, così come non c’è nessun inno al sesso libero e alla droga, all’ateismo e alla violenza. C’è una tranquilla accettazione dell’altro, dell’altrove e dell’altrui. Nei dintorni, c’è la vitale placidità di bucolici paesini coi mulini come Edam, Haarlem, Delft, c’è la piccola mondanità di spiagge sul Mare del Nord come Zandvoort e ci sono enormi centri di cultura e musei, anche se in Olanda sembra che la cultura sia davvero costosa come tutto il resto. Ma c’è anche il paradosso, lo stupore di trovare nella capitale il ristorante cinese più grande d’Europa e non lontano la maggior sinagoga del mondo.

Neanche la commerciale e politica Bruxelles può competere lontanamente con Amsterdam: né per l’atmosfera francese, né per i monumenti di incredibile maestosità gotica, i superbi palazzi di vetro dell’ONU, i caratteristici bar e gli squisiti manicaretti dei chioschi di strada, né tanto meno per la disorganizzatissima e orribile stazione. Quella di Amsterdam, invece, si regge sull’acqua su 9000 paletti di legno, come una città incantata. Come una città che non ha paura delle sfide.

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PS allego una foto dello Jodenburt, il quartiere ebraico di Amsterdam, con le case tipicamente storte, e uno scatto che ritrae le tre avventurose viaggiatrici in un parc 

  

M. Chiara Cantelmo

 

 (Continua)