Ha una vocazione per certi versi storica, la scrittrice americana Tracy Chevalier, che ama ricostruire con pazienza e attenzione vicende che appartengono a passati lontani e vicini: sin dalla sua prima prova narrativa, La ragazza con l’orecchino di perla, l’autrice ha privilegiato infatti la voce di un personaggio (in questo caso, la serva Griet) totalmente immerso nella sua epoca, rendendolo espressione di un realistico spaccato di vita quotidiana. Se l’esordio avviene mettendo sulla scena una personalità artistica nota, il pittore seicentesco Vermeer, il secondo romanzo (Quando cadono gli angeli) è invece imperniato sulle vicissitudini delle famiglie vittoriane Coleman e Watherhouse, che non sono meno immerse nelle tradizioni, nella cultura, nei pensieri di quel mondo. La Chevalier, dunque, gestisce magistralmente salti temporali e psicologici, tanto che il terzo romanzo (La dama e l’unicorno) è stavolta ambientato nella Francia del XV secolo e ha per protagonista un creatore d’arazzi, in parallelo ideale con l’olandese Vermeer. Torna, dunque, il tema dell’arte e dell’ispirazione, che si caratterizza per il legame poetico tra l’artista e la sua musa; tuttavia, le opere d’arte sono testimoni della decadenza e delle corruzioni degli uomini che le circondano, così da subire le influenze delle loro frustrazioni e sotterfugi. Ancor più complessa è l’ambientazione fisica e spirituale del libro successivo, La vergine azzurra, che è strutturato sull’aperto dialogo passato-presente: mentre Isabelle vive nella Francia cinquecentesca delle persecuzioni religiose, Ella è una franco-americana che, alla ricerca delle sue origini, si imbatte nella drammatica storia della sua antenata francese. E’ chiaro, quindi, come il passato e il presente siano saldamente connessi a creare una rete di influssi e intrecci che si manifestano nelle azioni, nei caratteri e persino nei colori: è infatti l’intenso azzurro che compare nel titolo a rivelare misticamente e magicamente il legame esistente tra le due donne. Il messaggio è sempre lo stesso: l’arte, in quanto interprete di sentimenti e portatrice di bellezza, resiste allo sfacelo indotto dal tempo e contemporaneamente, però, assolve a questa funzione portando su se stessa i segni di quel tempo (basti pensare alla statua dell’angelo sulla tomba dei Watherhouse che, cadendo, conserverà sempre le tracce del danneggiamento subito). Nonostante quest’ambiguità, che è presente nell’arte come nell’esistenza umana, la visione della scrittrice è in qualche modo ottimistica, dato che ogni racconto finisce per essere un percorso di crescita e iniziazione; tale cammino ascendente –che appartiene all’autrice come ai suoi personaggi- culmina ne L’innocenza, con le parole di Blake che scuotono l’Inghilterra di fine settecento. Ma, in fin dei conti, il motore della narrazione è sempre una figura femminile, secondo l’arcaica concezione che la donna racchiude e dischiude la chiave di accesso ai mondi del passato e del futuro, rappresentando l’unica redenzione e purificazione possibile per l’artista che si accinge a creare la sua opera.
M.Chiara Cantelmo







