INTRODUCCION
En vísperas del siglo XXI, el mundo vive profundas transformaciones. En lo político, asistimos a la configuración de una nueva realidad internacional caracterizada por el fin de la guerra fría. En lo económico, los cambios tecnológicos modifican aceleradamente los esquemas de producción y consumo.
(Continua)
LA POESIA, AMOR DE LONH
Il primo romanzo di Marc Augé, sulla traccia dell’ “immaginario in fuga”
Nicolas Duprez è un professore universitario di successo, studioso di Rimbaud e delle “soggettività condivise”, che sparisce apparentemente nel nulla; lo cercano la pragmatica moglie Isabelle, l’onnipresente madre Amie e il vecchio amico Jean, chiamato a interpretare gli indizi nascosti in una trama da romanzo giallo. Eppure, il primo romanzo di Marc Augé non è semplicemente una prova narrativa: “La madre di Arthur”, infatti, riprende tematiche care all’antropologo, che non smentisce la sua utopia dell’individuo che si muove, turista in un pianeta di passaggio, libero da legami. Così, ogni racconto, per Augé, è un viaggio: viaggiano tutti i personaggi di questa vicenda, cercando di “incontrare o costruire se stessi, ricorrendo a ricordi, testimonianze, immaginazioni e attese”. L’uomo di Augé, intrappolato nel non-luogo contemporaneo, vuole reimparare a sentire il tempo, a realizzare di nuovo la realtà, e per farlo tenta la “messa a distanza” della poesia. In realtà, è un altro, il vero protagonista della storia: Arthur Rimbaud, il poeta della scomparsa per eccellenza, il “divino monello” –come lo definisce Sebastiano Vassalli nel suo saggio “Amore lontano”- che cercò la Veggenza dell’ignoto. Nella celeberrima lettera a Izambard, il giovanissimo Arthur ambisce a “indagare l’invisibile e ascoltare l’inaudito”, a conservare in sé la quintessenza della follia, per “trovare un verbo poetico accessibile a tutti i sensi”. “Bisogna farsi Veggente. Bisogna essere forti, essere nati poeti”. Ma il segreto della Veggenza, ribatte Augé, è solo il silenzio, l’assenza in cui l’io si scopre altro –così Nicolas scopre l’altro sé, e Jean si scopre al di fuori di sé-. La vera scomparsa è data dalla fuga dai legami che vincolano l’individuo alla normalità dei giorni: dai collanti della famiglia, del quotidiano, della Storia, Rimbaud non seppe affrancarsi fino in fondo, da Veggente si trasformò in Ottuso, e la sua stagione all’Inferno diventò il preludio dell’altro inferno, ordinario e definitivo, della normalità. Eppure, si era avvicinato a quei poteri soprannaturali, con cui aveva desiderato di “inventare nuovi fiori, nuovi astri, nuove carni”, e lo aveva fatto attraverso la poesia. Era stato il cantore provenzale Jufré Rudel, il primo a parlare della poesia come amor de lonh, che viene a colmare la distanza che esiste tra le cose e i loro riflessi, tra chi dice e la cosa nominata. La lontananza di cui il trovatore diceva è la stessa di Augé, quella “del ricordo, della memoria, dell’immaginazione, dell’incompiuto, dell’irrealizzabile”, rispetto alla quale solo la parola può darci un’immagine sfocata di noi stessi e dell’universo. Non per altro, come scrive Vassalli, “ogni storia incomincia da un nome, e chi lo conosce ha in pugno quella storia”: Marc Augé tesse così i fili del suo racconto, che procede per immagini indefinite e indecifrabili, proprio come la poesia. Allora, anche “La madre di Arthur” è, a modo suo, una poesia, un modo per “scrivere rivendicandone il gesto, trovando il tono giusto, il tono dello scoramento per vomitare un’epoca che non vale” più di quella da cui Rimbaud volle evadere, senza riuscirci. Per Vassalli, la parola è prova dell’esistenza non solo di noi stessi, ma anche di un Dio, che talora si fa sentire attraverso la voce di uomini come Rimbaud: se Arthur fosse stato ancora screanzato, aldilà del “ragionato sregolarsi di tutti i sensi”, avrebbe forse realizzato l’amore lontano e sarebbe stato vero Prometeo del “Dio della parola”.
A cura di M. Chiara Cantelmo
Pubblicato dalla rivista Notable numero 0 Ottobre 2006