MITOLOGIA MODERNA, DESTINO E RESPONSABILITA’
E’ una storia di passione e di interrogativi morali, il secondo romanzo dello scrittore senegalese Abasse Ndione: in Ramata, viene offerto al lettore un affascinante affresco sociale del Senegal moderno, nell’immagine emblematica della splendida protagonista, Ramata Kaba. Se nella prima opera narrativa, Vita a spirale, Ndione aveva scelto di rappresentare il male esistenziale e sociale nel mito della droga, ora sceglie una figura di donna bellissima, ricca, spregiudicata, infedele, che si muove tra i ricordi di un passato dai caratteri fortemente arcaico-rituali e un presente tutto proteso alla rincorsa dei miti del successo, del benessere, del piacere, secondo il modello occidentale. Questa istanza dicotomica è dominante in tutta la narrazione, che è infatti strutturata sull’aperto contrasto tra il Senegal delle tradizioni, dei riti e delle superstizioni, e il Senegal della modernità, del progresso, quello di cui è significativo esponente il ministro della giustizia Matar Samb, marito di Ramata. Due sono i fili conduttori della vicenda: da un lato, il personaggio di Ramata, che è grottescamente impegnata nella ricerca del piacere fisico, preclusole forse dall’infibulazione subita in gioventù; dall’altro, tutta la cornice che avvolge e integra i personaggi, talora come aura magica, talora come evento consequenziale di scelte personali, sempre come necessità fatale. Fatalmente –nel senso letterale del termine-, Ramata incontra il suo futuro marito; fatalmente, è la responsabile indiretta di un omicidio, ma soprattutto, ancor più fatalmente, trova unico appagamento proprio nell’uomo di cui ha ucciso il padre; infine, è la stessa fatalità che la conduce alla pazzia, come una moderna Madame Bovary, quando viene privata del suo amante e del piacere che lui le dona senza riguardo e senza intenzione. Per l’autore, il destino dispone fili che gli uomini tramano, secondo la propria moralità: ecco, quindi, sorgere la questione della soggettività etica e della responsabilità personale e collettiva. E’ morale vivere la passione fino in fondo, fino all’estremo, come fa Ramata? O è più morale vivere assolvendo ai ruoli socio-familiari imposti da un antico passato, come fanno innumerevoli personaggi? E ancora: qual è la responsabilità delle autorità nella corruzione di un paese frustato dalla povertà? L’autore, quasi fosse un naturalista europeo, regola la regia degli eventi, presenta i personaggi con ampie descrizioni dialogiche, fornisce digressioni storico-mitologiche precise, con intento quasi manzoniano, ma non esprime un giudizio perentorio ed evidente, velandolo con ironia e spietata consapevolezza nelle parole di un misterioso narratore interno. Per questo, tutto il racconto si chiude in sé spiralicamente, esattamente come nel romanzo precedente, e ha valore di mito, in quanto icona di una realtà, al contempo collettiva e individuale, quale è recepita in un’intera comunità umana, costituendone la base pratica e ideologica. Alla fine, sembra quasi che venga espresso proprio ciò che nei personaggi manca: una morale; ma essa è stentata, quasi scontata, sospesa, niente affatto risolutiva. D’altra parte, l’autore non teme di mettere in scena delitti e perversità di cui l’uomo, nel complesso, non risulta essere altro che spettatore, più o meno cosciente e più o meno attivo, così che ogni colpa diventa l’eco di un lontano imperscrutabile destino.
fonte rivista Notable articolo di M. Chiara Cantelmo







