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05 Settembre, 2007 10:30
Carmine di Sapio da Buongiorno Irpinia 3 agosto 2007
Carmine Di Sapio, 19 anni, Studente, di Avellino. Aspirazione: Lavorare nel Sociale. Tra le cause che hanno determinato il progressivo allontanamento dei cittadini dalla politica, Carmine cita la mancanza di trasparenza. Amministrare il territorio nazionale, come quello locale non informando adeguatamente la popolazione è valso solo ad alzare un muro tra la politica e la gente. Eppure il diciannovenne avellinese individua proprio nelle nuove generazioni la tessera da cui ripartire: “In una terra difficile, come la nostra dove nessuno ci regala niente, noi giovani possiamo contare solo sulle nostre forze. Perciò dobbiamo cominciare da noi stessi, se vogliamo che le cose cambino davvero. Di fronte alla concreta difficoltà di trovare un lavoro, per esempio, premesso che l’attuale classe dirigente non ci sta dando una mano, dovremmo aprire la mente ad ogni tipo di impiego e non pensare di rifiutare un lavoro, per esempio, perché non è adeguato alla laurea o alla specializzazione che abbiamo conseguito”. Intanto, Carmine ci spiega che la scuola dovrebbe essere ristrutturata proprio in funzione dell’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Dovrebbe, cioè, modellarsi in relazione all’evoluzione tecnologica, se si vuole promuovere una formazione che sia realmente una risorsa sia per chi cerca che per chi offre lavoro. Nonostante Carmine definisca “irruento” il rapporto con la sua famiglia, dove gli scontri si alternano ai momenti di comprensione, non manca di ringraziare i genitori per essere stati liberali, educandolo già da piccolo alle responsabilità e riconoscendogli fiducia. Non manca, infatti, di sottolineare che la società deve investire sui bambini cui la famiglia di appartenenza ha il dovere di trasmettere i tratti del futuro che vorremmo, a fronte di un ambiente sia sociale che fisico contraddistinto dalla violenza e dal sopruso dell’uomo sull’altro e dell’uomo sulla natura. In questa prospettiva, le istituzioni dovrebbero intervenire sul territorio proponendo strutture ricreative che siano pubbliche, piuttosto che private e quindi non accessibili a tutti. Malgrado nella realtà locale, dice Carmine, si registri il contrario, il tempo libero viene comunque impiegato dai ragazzi per fare aggregazione, perché esso “resta lo spazio della fantasia, quella stessa che ci fa calciare un pallone contro una porta fatta con due mattoni”. L’amore è per lui un percorso e le donne non sono che i massi che lo puntellano, “solo alla fine della strada troverai quella giusta, la più importante, procedendo masso dopo masso”. Critica la sua lettura del fonomeno della droga, che non è che il mezzo attraverso cui i potenti tengono a bada le coscienze, perché “narcotizzare le menti consente a chi governa di conservare più a lungo il potere, allontanando il momento del risveglio critico”. Così la televisione agisce sull’individuo imponendo un modello e omologando le diversità, mentre “bisognerebbe guardarla al contrario e capovolgere tutto quello che ci dice”. In merito alla globalizzazione, poi, ci ricorda che solo oggi se ne fa un gran parlare, dimenticando che l’Italia è stata “globalizzata” già sessanta anni fa. Infine, usa un’efficace metafora per spiegare la Storia e il valore del passato: “È un po’ come guardarsi allo specchio. Quello che è trascorso è ormai alle tue spalle, ma l’immagine riflessa ti mostrerà sempre ciò che ti porti dietro. Lo specchio ti consente di non dimenticare mai gli errori compiuti”.
A cura di Nadia Arace pubblicato su Buongiorno Irpinia 3 agosto 2007
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05 Settembre, 2007 10:22
Barbara Vegliante da buongiorno Irpinia del 3 agosto 2007
Barbara Vegliante, 27 anni, Laureata in Conservazione dei Beni Culturali Etno-Antropologici, di Mercogliano. Aspira a Realizzarsi nella vita.
“La parola politica racchiude tanti significati e rimanda ad altrettanti aspetti della vita quotidiana”, afferma Barbara, “così anche quando facevo un esame all’università o semplicemente affrontando un discorso mi sono resa conto di quanto diretto fosse il rapporto con la politica”. Benché non parteggi per uno schieramento definito, la ventisettenne si ispira ad una linea personalissima, che è la sintesi degli elementi migliori che le rispettive parti politiche offrono. Ci dice che l’impegno di suo padre, che per molto tempo si è dedicato in prima persona alla vita pubblica locale, ha inciso sul suo rapporto con la politica. È nell’ambito familiare che la giovane laureata ha trovato la sua prima amica, sua madre, e un modello da seguire, quello del padre, che ha sempre sostenuto le sue scelte, mentre invece più conflittuale è il rapporto con le sorelle, qui lo scontro è più interiore che esterno, nel senso che nasce dal “contrasto tra il rapporto che vorrei avere e quello che invece è stato costruito”. Quando ci parla di lavoro, Barbara si richiama all’altra grande questione, quella dell’inefficienza del sistema dell’istruzione in Italia: “Durante gli studi non veniamo preparati adeguatamente. La scuola prima e l’università poi dovrebbero costruire un ponte col mondo del lavoro e facilitare il nostro inserimento, trasmettendoci delle competenze concrete. Invece siamo impreparati all’esperienza sul campo. Nei diversi colloqui di lavoro che ho sostenuto, per esempio, mi hanno chiesto se sapessi compilare schede per la catalogazione di pezzi da esporre in un museo e purtroppo la mia risposta è stata negativa”. La grande passione per le arti ha sempre riempito il suo tempo libero, hip hop, pittura, recitazione, lettura sono le attività cui Barbara dedica gli spazi liberi della giornata. Una parte importante del suo tempo è occupata dagli affetti. Il rapporto d’amore è contemporaneamente terreno di scontro e di crescita, attraverso il confronto con l’altro si matura e ci si riappacifica con l’esterno. Di segno positivo è il suo rapporto con l’ambiente, essendo stata educata all’integrazione e all’interazione. “Mi piace fermarmi ad osservare la natura, perché nel vento, nei silenzi, nel paesaggio e negli animali che lo popolano trovo un senso di pace profonda. Il tessuto sociale è per me occasione di scambio, confronto, arricchimento, per questo motivo guardandomi indietro, dopo aver vissuto esperienze in altre città, mi rendo conto che la realtà del piccolo paese dove ho trascorso fino a qualche anno fa molto tempo era limitata e limitante”. La città di Avellino offre strutture dove si fa cultura “il centro sociale, come l’ex carcere borbonico spesso ospitano mostre. Inoltre disponiamo di un teatro cittadino. Ecco, piuttosto interverrei con una politica dei prezzi che incoraggiasse la partecipazione di noi giovani. Per quanto riguarda, invece, i locali avellinesi, devo rilevare che sono tutti omologati e non promuovono proposte alternative”. In merito al problema della tossicodipendenza, Barbara ci parla della necessità di fare informazione: “Un po’ di tempo fa ho partecipato ad un corso presso il S.E.R.T. di Avellino. Noi volontari avevamo il compito di informare gli studenti circa i danni devastanti che derivano dall’uso di droghe”. La televisione “va utilizzata correttamente, nel senso che nel flusso indistinto di informazioni che ci bombardano quotidianamente bisogna individuare solo quello che può servire alla nostra formazione. Inoltre invito tutti a spegnere il televisore a tavola, perché purtroppo questo potente mezzo di comunicazione ha il potere di impedire la comunicazione in famiglia”. La globalizzazione è un fenomeno che Barbara ha analizzato in occasione della sua tesi di laurea, che le ha consentito di operare un’indagine sull’hip hop e sulla figura del migrante. La crescente esigenza delle culture periferiche di affermare la propria identità per evitare di essere schiacciate da una globalizzazione culturale è oggi una realtà consolidata, “il nuovo sforzo, adesso, dovrebbe essere quello di armonizzare il locale col globale” continua Barbara. Infine ci racconta che durante gli anni della scuola non aveva un buon rapporto con la Storia, che “era una materia come un’altra, il cui studio era solo in funzione del voto in pagella. Crescere e guardare quello che succede intorno poi ti porta a pensare che noi siamo parte di tutto ciò che abbiamo letto nei libri, e altri leggeranno di noi. La Storia è il terreno della vita anche se spesso dimentichiamo che i nostri piedi ci si muovono sopra”.
A cura di Nadia Arace pubblicato su Buongiorno Irpinia del 3 agosto 2007
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02 Settembre, 2007 23:22
Rocco Fatibene da Buongiorno Irpinia del 27 luglio 2007
Rocco Fatibene, 28 anni, Laureato in Scienze della Comunicazione, aspirante giornalista, di Marzano di Nola.
“Non è frequente disporre di spazi dove poter esprimere le nostre idee” afferma Rocco “così anche un’intervista di questo tipo può suscitare una prima reazione di spaesamento. Trent’anni fa non era così, oggi nessuno più ci chiede quello che pensiamo, così lentamente ci siamo disabituati a manifestare le nostre opinioni”. Comincia così la chiacchierata con Rocco e naturale è il riferimento alla politica, che non è quella dei padri della Costituente. Essi sentivano la responsabilità di ricostruire l’Italia del dopoguerra, interpretando le esigenze di un popolo prostrato dal conflitto, “oggi invece fare il politico è un impiego come un altro, col vantaggio che la retribuzione è particolarmente allettante”. Quando parla di politica Rocco parla anche di lavoro, un binomio che a livello locale ha assunto proporzioni preoccupanti, per il clientelismo diffuso, ed insiste sulla necessità di operare una reale riforma delle università italiane, poco agganciate al mercato del lavoro, poiché sono questi fattori che incidono sulla difficile condizione che vivono i neolaureati in Italia e al Sud in particolare. In un sistema sociale che ricalca la “giungla”, dove l’esasperata corsa per arrivare prima e primi travolge ogni legame profondo, il giovane di Marzano di Nola ci spiega che la famiglia può offrire sostegno alla problematicità quotidiana, come anche i sentimenti, “l’amore è il luogo dove trovare e riporre quella stessa fiducia che ti lega ai tuoi familiari”. Rocco assegna molta importanza al territorio e alle radici, così la cultura lo rimanda al ricco patrimonio locale, che non è valorizzato adeguatamente dalla classe dirigente che lo amministra. L’errore, a suo avviso, è ignorare che insieme al rilancio del territorio si interverrebbe anche sul lavoro, dal momento che l’indotto economico innescato necessiterebbe di nuove assunzioni da impegnare nel suo ingranaggio. Quindi cita il caso dell’Umbria, un territorio che geo-morfologicamente presenta caratteristiche molto simili alle nostre, ed è come il nostro ricco di risorse e di storia. Qui la sinergia tra le forze politiche e la classe imprenditoriale ha consentito di operare un rilancio turistico, che è valso occupazione e miglioramento della qualità della vita. Il tempo libero è ancora una volta legato al territorio, “Mi piace” continua Rocco “impiegare quello di cui dispongo per fare escursioni. Quando posso, visito i luoghi che la provincia ospita e di cui, spesso, s’ignora l’esistenza. Per questa ragione sono convinto che sia necessario tutelare l’ambiente. In esso si fondono natura e cultura, attraverso esso si può intervenire sulla questione occupazionale. Inoltre l’ambiente custodisce una potenzialità sociale che non va ignorata. Può favorire l’integrazione e l’aggregazione, perché consente di rinfoltire i legami interpersonali, pensiamo agli effetti sulla socializzazione che deriverebbero dall’edificazione di un parco, piuttosto che di una discarica”. Il territorio e le strutture che dovrebbero valorizzarlo costituiscono, quindi, una preziosa riserva cui attingere, anche in relazione alla realtà del disagio giovanile, radicata, purtroppo, nella provincia. L’uso di sostanze stupefacenti è parte integrante del degrado sociale che vivono molti coetanei di Rocco, il quale ci spiega che mentre da una parte il ricorso alla droga rappresenta un vero e proprio strumento di accettazione dell’individuo ad opera del gruppo, l’esperienza, benché inutile, non va demonizzata: “ogni esperienza, infatti, porta con sé un valore didattico da cui non può essere separata, nel senso che ci aiuta a distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è”. Il rapporto che Rocco intrattiene con la televisione non è dei migliori, sostanzialmente non la guarda, dal momento che per vedere qualcosa di qualità bisogna attendere la tarda nottata. A partire nell’ultimo decennio la Tv ha perso, secondo il giovane laureato, la sua primitiva vocazione culturale. Se negli anni ’50 essa ha costituito il principale veicolo di formazione dei cittadini, a fronte di un massiccio analfabetismo, oggi il tubo catodico, definito da Rocco un vero e proprio “mezzo del demonio”, è artefice di un appiattimento culturale che passa attraverso una non proposta di contenuti. Questo fenomeno si integra con la tendenza mondiale all’uniformazione, perseguita anche attraverso la globalizzazione, mentre invece “bisognerebbe riconoscere i tratti della tipicità locale per conservarli”. Essi partecipano a costituire il passato dell’uomo, che va indagato per comprendere i rapporti tra causa e effetto. Rocco ritiene che il presente non è che l’effetto di cause che si ritrovano nel passato, per cui “i tanti perché che ci poniamo oggi e cui non riusciamo a rispondere affondano le loro radici nello ieri”.
A cura di Nadia Arace puubblicato su Buongiorno Irpinia del 27 luglio 2007
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02 Settembre, 2007 18:59
Alessio Bonazzi da Buongiorno Irpinia 27 luglio 2007
Alessio Bonazzi, 18 anni, Studente, Aspirante Giornalista, di Atripalda.Seppure giovane, Alessio mostra una sviluppata coscienza politica. Ha le idee chiare quando ci illustra che il senso primitivo della politica è quello di interpretare i bisogni della gente, come è suggerito dalla stessa etimologia greca del termine “da polis, politica significa città, quindi vivere tra i cittadini ed accoglierne le esigenze”. Oggi invece il diciottenne registra una gestione di fatto lontana dal popolo, sorda e priva di legami col territorio. La famiglia è il primo luogo di formazione dell’individuo, è qui che viene educato e se vogliamo condizionato nel suo modo di stare al mondo. La riflessione si allarga alla questione tanto dibattuta, sia in Parlamento che fuori, dei Dico. La discordanza che si registra presso l’opinione pubblica, continua il diciottenne, è l’effetto del concetto tradizionale di famiglia che ci è stato trasmesso dalla tradizione cattolica, ma nel concreto i Dico non rappresentano che l’impegno per il riconoscimento di alcuni diritti. Lucida anche la sua analisi circa la questione del lavoro, che dovrebbe rappresentare un mezzo per l’uomo, mentre allo stato attuale esso coincide con un agognato punto d’arrivo. Non è un caso, ci spiega, che un universitario scelga la facoltà da frequentare in base alle opportunità di lavoro che prospetta, piuttosto che seguire le proprie attitudini. Come la famiglia, anche lo studio contribuisce alla formazione dell’individuo e della sua coscienza politica, benché Alessio riscontri un diffuso disinteresse verso la cultura, demerito anche della scuola che non è capace di stimolare adeguatamente gli interessi dei ragazzi. Il tempo libero è uno spazio importante, che ciascuno deve ritagliarsi per coltivare interessi più o meno impegnati, “dopotutto esso ci consente di staccare dalle preoccupazioni di una vita precaria”. Ambivalente la sua concezione dell’amore, sentimento che semplifica e complica tutto allo stesso tempo, in quanto se è vero che il legame amoroso rasserena, relazionarsi con l’altro ed entrare in contatto col suo universo non è cosa sempre agevole. In merito all’ambiente fisico, Alessio ci racconta di una realtà locale complicata, gli spazi verdi sono praticamente inesistenti in centro, dove cemento e parcheggi stanno fagocitando tutto. Per quanto invece riguarda l’ambiente sociale, il giovane atripaldese riscontra un duplice fenomeno: provincialismo e tendenza ad etichettare da parte delle vecchie generazioni, solidarietà tra i coetanei che condividono la stessa condizione di mancanza di opportunità di svago. “Le strutture che la città offre sono per lo più private, per cui un ragazzo che vuole giocare a calcio, deve necessariamente pagare. Inoltre ad Avellino manca un vero centro sociale che promuova l’aggregazione e sia cogestito da ragazzi e istituzioni”. Il fenomeno della droga è talvolta la risposta al disagio sociale e il proibizionismo, almeno per quanto concerne quelle leggere, non è la soluzione ottimale, in quanto se da un verso non ne riduce il consumo, dall’altro aumenta i rischi per chi ne fa uso.
A cura di Nadia Arace da Buongiorno Irpinia 27 luglio 2007
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01 Settembre, 2007 09:48
FELICE CAPUTO DA BUONGIORNO IRPINIA 20 LUGLIO 2007
Felice Caputo, 22 anni, Studente in Scienze Politiche per le Relazioni Internazionali e Diplomatiche, di Aiello del Sabato. Aspirazione: ottenere il massimo dalla vita e raggiungere la serenità.
Come si evince dalla scelta del percorso universitario, Felice attribuisce molta importanza alla riflessione politica. Le sue idee sono chiare, dissente da quella attuale, che persegue gli interessi di poche lobbies, ma non per questo si rintana nella sfera isolata dell’utopia. Piuttosto ci dice che l’idealismo deve necessariamente tradursi in pragmatismo, perché per agire su questo meccanismo clientelare, e modificarlo, bisogna farne parte. In merito alla famiglia, il giovane ventiduenne prende atto dell’evoluzione della sua struttura tradizionale e, in virtù dell’allargamento del nucleo, chiarisce che tutte le persone che ne fanno parte dovrebbero essere tutelate giuridicamente. Felice assegna al mondo dei sentimenti un valore prezioso, attraverso l’amore l’individuo può conseguire la serenità, esso è esperienza di completamento e condivisione in senso lato. Di questi tempi, però, risulta estremamente difficile che un giovane possa progettare il proprio futuro, tra il precariato dilagante e il proliferare di contratti a tempo determinato. “Il lavoro non è il luogo della realizzazione personale, ma piuttosto lo strumento per conseguire ciò di cui si ha bisogno, benché l’attuale stato dell’occupazione in Italia non consenta a noi giovani di accedere facilmente a questo strumento”. Felice insiste sulla necessità e sul valore della cultura, chiave privilegiata per prendere consapevolezza del mondo che ci è intorno. Ma questa non si esaurisce nello “studio canonico, per intenderci, quello imposto dalla scuola dell’obbligo”, essa va ricercata nel complesso di interessi, dal cinema, ai libri, alla musica. Il tempo libero è perciò lo spazio in cui si realizza la natura dell’individuo, quindi Felice cita Nietzsche: “Chi non dispone di due terzi della sua giornata è uno schiavo, qualunque cosa sia per il resto: uomo di stato, commerciante, impiegato statuale, studioso”. La formazione culturale e la crescita individuale dovrebbero, secondo Felice, essere promossi dal basso, attraverso attività ricreative e artistiche da realizzare in luoghi di aggregazione. Ma le strutture e i servizi sia locali che nazionali non rispondono, continua Felice, alle esigenze dei cittadini e non godono di adeguati finanziamenti, poiché spesso questo genere di attività viene considerata futile. Al contrario, enorme spazio viene oggi accordato alla televisione che, secondo il giovane studente, è il mezzo di comunicazione di massa di maggiore portata. E proprio in virtù del forte potere di condizionamento che essa esercita sugli spettatori andrebbe curata con forte senso di responsabilità. Polemica, inoltre, la sua posizione in relazione al rapporto tra uomo e ambiente: “Siamo l’unica specie animale che distrugge il proprio habitat. Ne sfrutta le risorse indiscriminatamente, sordo all’importanza della sostenibilità. Il tessuto sociale” continua Felice “è invece segnato da un diffuso processo di omologazione al tratto che la società ci propone come vincente: l’individualismo”. Discorso, questo, che lo porta ad analizzare l’attuale linea guida cui s’ispira il sistema economico attuale, la globalizzazione, come promotrice appunto di questo aspetto del mondo occidentale presso i paesi in via di sviluppo. “Qui viene esportato il falso mito del progresso e imposto il modello dell’Ovest del pianeta, scorciatoia che consente alle elites dirigenti di conservare il proprio potere. La globalizzazione, intesa invece come opportunità di viaggiare più agevolmente, superando le frontiere dei particolarismi, responsabile essa stessa del mutamento della percezione dei confini del mondo andrebbe, piuttosto, articolata col locale, luogo delle radici e della diversità, perseguendo ciò che i tecnici definiscono Glocal”.
L’altro grande fenomeno sociale è la droga, oggi divenuta il bene di massa più commercializzato. La sua radicalizzazione e le proporzioni internazionali suggeriscono a Felice di riconoscere responsabilità dall’alto, a prescindere dalla libera scelta del singolo. Necessario, a suo avviso, praticare un percorso a ritroso prima di intervenire sul mercato della droga, interrogandosi sulle effettive ragioni che spingono un individuo a fare uso di sostanze stupefacenti.
La chiacchierata con Felice si chiude con una bella immagine: “Bisognerebbe approcciarsi alla Storia come fossimo dei nani sulle spalle di giganti”, quindi ci spiega che è la consapevolezza di ciò che è accaduto a consentirci di salire sulle spalle della Storia e a consegnarci la facoltà di aprire i nostri occhi verso orizzonti più ampi e lontani.
a cura di Nadia Arace pubblicato su Buongiorno Irpinia del 20 luglio 2007