FIRMA ANCHE TU LA MORATORIA CONTRO LA PENA DI MORTE NEL MONDO
Legge morale, legge naturale, legge positiva, legge giuridica, legge etica. Legge giusta, legge ingiusta. Legge uguale per tutti.
Il concetto di legalità è uno dei perni della vita dello stato, sia esso una monarchia o una democrazia o una dittatura e, anzi, proprio la diversa percezione ed esercizio della legge distingue i vari tipi di governo; sin dall’antichità, d’altronde, è sorta e si è sviluppata la questione sull’origine della legge e sulla sua funzione. Se per le popolazioni più primitive essa era per lo più derivata da Dio e dai suoi ministri, col passare del tempo il dibattito si è arricchito grazie alla posizione giusnaturalista, che legava la vita naturale dell’uomo alla nascita della legge positiva. Per fare l’esempio più lampante, Hobbes parlava della relazione tra le leggi di natura e quelle civili, dal momento che le prime vengono trasformate da qualità umane a leggi effettive grazie al potere sovrano dello stato; perciò, pur essendo questi due tipi di legge facce della stessa medaglia, quelle civili talvolta limitano la libertà naturale degli uomini, così che essi possano alienare il proprio diritto nell’obbedienza allo stato, che garantisce loro la difesa e la giustizia. E’ uno stato-Leviatano, quello del filosofo seicentesco, che gode di un potere assoluto e prevaricante. Ma è lecito attribuire allo stato un simile potere, soltanto per garantire ai sudditi l’integrità fisica? Se la condizione naturale è quella del bellum omnium contra omnes, è invece più giusto che lo stato imponga se stesso?
Fortunatamente, dopo l’illuminismo, si sono fatte strada teorie più liberali e libertarie; oggi, nella nostra democrazia, si ritiene che la legge sia uno strumento comune per garantire la tutela e l’uguaglianza dei cittadini, che di quella legge sono a loro volta partecipi e, attraverso il referendum, creatori. Tuttavia, molto spesso numerosi casi giudiziari dimostrano come le leggi restino indietro rispetto all’evoluzione socio-culturale e non siano in grado di rispondere ad esigenze specifiche, trascurando di regolare alcuni aspetti della vita civile e risultando farraginose e incomplete, se non addirittura superficiali. L’atteggiamento più sensato sarebbe quello di non considerare la legge qualcosa di statico e immobile, uguale a se stesso, sottoponendola coraggiosamente a revisioni e miglioramenti.
Ma, al di là di questo, c’è un altro problema caratteristico della nostra concezione di legge: l’idea che essa corrisponda con la legge etico-morale o la legge naturale; è indubbio che nella formulazione delle leggi ci si imbatte spesso in problematiche etiche, come nel caso dell’aborto, ma è sbagliato identificare la legge con il difensore dell’ordine morale. Innanzitutto, perché non è sempre vero che l’etica sia universalmente accettata mentre, in una democrazia, vanno tutelate tutte le minoranze, differenze ed esigenze; in secondo luogo, perché non c’è niente di così amorale come la legge. Il mestiere dell’avvocato, soprattutto, è quanto di più lontano dalla moralità si possa immaginare: un avvocato difende indipendentemente colpevoli o innocenti, e si fa pagare per il suo servizio. E’ sacrosanto il diritto a difendersi, ma ammettiamo che è dura accettare che anche un colpevole, un criminale, possa farla franca grazie a un buon avvocato. Così come un avvocato non può permettersi moralismi e giudizi etici, quindi, non può farlo la legge; e infatti, è davvero giusto che tutti siano teoricamente uguali davanti alla legge, quando non possono esserlo nella vita quotidiana? E’ davvero giusto che la condotta di un uomo sia giudicata secondo leggi che altri uomini, guidati da principi differenti, hanno ritenuto valide? E chi ci dice che le leggi migliori siano quelli “naturali” (cioè che corrispondono a presunte caratteristiche e azioni proprie dell’umanità ) o, al contrario, quelle etico-morali (che giudicano, cioè, secondo categorie approssimative e in fondo soggettive di giusto-sbagliato)? C’è qualcosa di equo nel punire allo stesso modo crimini commessi con motivazioni e condizioni diverse? E ancora, il carcere è veramente uno strumento correttivo e rieducativo, o non è piuttosto troppo spesso l’ennesima maniera di dimostrare che è il più forte a vincere, e che il più debole è destinato alla mortificazione della propria personalità? E’ possibile che ci siano situazioni sociali, economiche e psicologiche che non lasciano altre alternative alla delinquenza? E in questo caso, cosa c’è di giusto nella legge che punisce invece di prevenire e intervenire su quei disagi, cosa c’è di legale in una giustizia che si veste di doveri etici che nulla hanno a che fare con la reale pratica della moralità?
M.Chiara Cantelmo
CINEMA E LETTERATURA MONDI A CONFRONTO
A chi di noi non è capitato di guardare un film tratto o liberamente ispirato a un libro che abbiamo letto (o non letto)? Quanti sono i remake di film che sono a loro volta remake di film che sono stati, tempo addietro, suggeriti da un racconto scritto? E quante di queste riproduzioni cinematografiche abbiamo trovato fedeli al testo? Quante ci hanno invece deluso?
Il cinema e la letteratura sono mondi artistici paralleli che vengono spesso chiamati a confrontarsi e influenzarsi a vicenda; infatti, sono molti gli scrittori che adoperano vere e proprie tecniche cinematografiche (basti pensare alla zoomata, largamente usata da Pirandello) e ancor di più i registi e sceneggiatori che decidono di riprodurre sul grande e piccolo schermo storie cartacee. Ma è giusto che questo avvenga? Degli attori in carne e ossa possono dare voce ai personaggi fittizi di un libro? Per capirlo, facciamo qualche esempio di film e relativi libri a cui sono ispirati.
I promessi sposi (1842) – Il grande romanzo italiano che ha cambiato per sempre la storia della nostra letteratura vanta almeno sei riproduzioni cinematografiche, quattro sceneggiati e varie parodie, di cui la più nota è forse quella del trio Marchesini-Solenghi-Lopez. L’ampio successo cinematografico e televisivo non ha però impedito alla sottoscritta di esclamare un sonoro “cheppalle” quando ha dovuto sciropparsi, a scuola, il romanzo che aveva già visto e rivisto in tutte le salse.I miserabili (1862) – Il libro di Hugo è un vero diluvio, difficile da digerire, di eventi storici minuziosamente descritti, che risultano molto più agevoli ma paradossalmente “romanzati” nel celeberrimo film TV a puntate di Dayan (2000), con Gérard Depardieu. E fu così che le masse conobbero la storia di Cosette e Jean Valjean, attraverso una produzione innegabilmente di alta qualità.Il libro della giungla (1894) – La raccolta di racconti di Kipling è stata messa in scena sin dal 1934, fino a ispirare una serie di cartoni animati e perdendo così molto del carattere iniziatico della narrazione originale. Per non parlare delle traumatiche scene di violenza animale che i film non potevano evitare.
E ora andiamo a qualcosa di più moderno:
Non ti muovere (2001) – Il romanzo della Mazzantini è ancor più enigmatico sullo schermo (2004) che sulla carta: anzi, riesce a raggiungere picchi di non intenzionale squallore che nel libro erano attenuati dalla poesia delle parole. Almeno Penelope Cruz è bravissima.
Io non ho paura (2001) – La storia di Ammaniti è una delle poche che risulta convincente e commovente sullo schermo (2003) come sulle pagine. Eccezionale.
Il codice Da Vinci (2003) – A mio avviso, l’unico caso in cui il film (2006) batte il libro: forse perché Dan Brown ha problemi di alfabetizzazione, mentre Tom Hanks è un mostro sacro; la macchina da presa ha avuto il potere di rendere il tutto più affascinante e coinvolgente, facendo apparire ancor più realistiche le presunte teorie propinate dal furbo scrittore.
Dunque, nella maggior parte dei casi, almeno secondo il mio modesto parere, il film tradisce o comunque falsa la storia, sacrificandola alle famose esigenze di copione. Perciò, il mondo di carta batte quello popolato dalle luci della ribalta, che è sottoposto inevitabilmente a leggi più spietate di marketing, pubblicità e visibilità. Per quanto mi riguarda, continuo a preferire il regno incorporeo e fantastico della lettura: come dice lo scrittore Vassalli, il cinema ha il potere di intrappolare la nostra fantasia di lettori in figure, persone e luoghi che non riusciremo mai più a dimenticare; l’immagine ha, purtroppo, più potere della parola. Infatti, ormai, leggendo I miserabili, chi riesce a immaginarsi Jean Valjean diverso da Depardieu?
E pensare che, quando la televisione non esisteva, erano i libri la vera finestra sul mondo…
M.Chiara Cantelmo
curiosità :il merchandise italiano negli anni '80 cartoni animati giapponesi:
Chi non ricorda il famoso programma per ragazzi Bim Bum Bam ? Le avventure di daitan 3, candy candy , Hello spank e tantissimi altri ? Bene navigando abbiamo scoperto un sito davvero carino a cui vale la pena dare un occhiata, di solito non amiamo pubblicizzare altri siti, ma come resistere al fascino degli album di figurine dei personaggi che hanno accompagnato gran parte della nostra infanzia?


Bene l indirizzo dove fare questo tuffo nel passato è :
che aggiungere? Buon divertimento
RELATIVISMO E LIBERTA' - Ovvero: perché la morale non è una prerogativa cattolica
Premetto che più che un articolo in senso tradizionale, questo è un commento strettamente personale: negli ultimi giorni, ho letto gli interventi su laicità e DICO e, ora che lo studio mi lascia un po’ di tregua (sono una maturanda), vorrei dire la mia. Sono sinceramente urtata da quello che ritengo essere uno dei luoghi comuni più dannosi e antichi nella storia dell’umanità: il legame indissolubile tra moralità e religione. Per esperienza personale, anche se forse non vi interessa, devo dire che ho avuto un’educazione cattolica molto forte, supportata in parte da una naturale predisposizione alla spiritualità, ma quando sono diventata un po’ più grande mi sono allontanata progressivamente dalla religione: ora non mi ritengo credente, né atea, né agnostica, ma semplicemente non mi riconosco in una religione e non credo che lo farò mai più. Un altro errore piuttosto comune in cui incorrono i credenti, quando incontrano una che parla come me, è ritenere che io sia una specie di giovane ribelle, che magari non crede nella chiesa o nella gerarchia o nei dogmi e cose simili. No! Non è giusto pensare che chi non crede lo faccia, 99 volte su 100, per superficialità o perché gli piace la bella vita; per quanto mi riguarda, è una scelta ragionata e supportata da una seria ricerca personale, che comunque continua. Anche da questa convinzione sbagliata, che collega ateismo e superficialità, dipende il grande luogo comune di cui sopra.
(Continua)






