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Nereo Villa

28 Aug, 2006

2 gennaio 2006 - Lo Stato dovrebbe emettere denaro senza avvalersi della banca centrale

Generale — Inviato da nv @ 11:04

Ho seguito su La7 la trasmissione "L'infedele" che trattava di economia. Non ho capito assolutamente niente, nonostante la presenza del noto economista Serge Latouche di cui conosco e condivido parecchi scritti. Mi sono accorto però che quando si parla di economia in TV si gioca sul fraintendimento e non si dicono le cose essenziali.
Ad esempio, ci si guarda bene dal parlare con cognizione di causa del dualismo Stato-banca. Il dualismo tra Stato e banca centrale (istituto di emissione monetaria) è infatti un'aberrazione da eliminare: lo Stato dovrebbe emettere il denaro in proprio, non devolvere a un altro e diverso soggetto giuridico (banca centrale, istituto di emissione) questa funzione, per poi farsi accreditare il denaro emesso.
Se lo emettesse in proprio, ne sarebbe proprietario originale (non creditore), senza che nulla fosse dovuto ad alcuno: non avrebbe alcun bisogno di farselo accreditare. Per farselo accreditare, del resto, dovrebbe dare in cambio qualcosa, oppure creare un debitore, perché non c'è credito senza un debito corrispondente. L'equivoco ha, secondo me, un'origine linguistica, in quanto nasce dall'abitudine all'uso delle espressioni "accreditare"-"addebitare" nei rapporti di conto corrente, bancario, e non bancario. La banca, se ricevo un bonifico, mi accredita il corrispondente importo, perché è tenuta a darmelo in denaro, se lo richiedo: quindi è un mio credito verso di essa, cui corrisponde il suo debito verso di me.
Ciò appunto perché i rapporti con la banca sono di credito e debito. Ma lo Stato che emette in proprio la propria moneta non genera questo tipo di rapporto, anzi non genera alcun rapporto, perché per il denaro che emette, niente deve, e niente è ad esso dovuto. Lo Stato crea il denaro dal nulla in forza della sua stessa sovranità e ne è proprietario a titolo originario.
Quando poi lo usa per pagare propri debiti come, per es., gli stipendi, non è che lo accrediti ai propri dipendenti, ma lo trasferisce loro in proprietà: dando a ciascuno di loro la somma che loro spetta, appunto, in proprietà, estinguendo così il proprio debito verso gli stessi. Questo sarebbe appunto l'esercizio della sovranità monetaria da parte della Repubblica. Spesso, specialmente da personaggi istituzionali, sindacali e da esponenti di partiti di sinistra, di destra e di centro, sento affermare il seguente principio di apparente logica ed equità sociale: pagare meno, pagare tutti, ed eliminare l'evasione fiscale.
A ben vedere, esso suggerisce una cosa apparentemente ovvia ma in realtà non vera, cioè che lo Stato abbia un fabbisogno [di tasse] oggettivo ed oggettivamente quantificato, sicché più sono i contribuenti, meno è la quota a carico di ciascuno di essi. Il presupposto è falso: il fabbisogno finanziario dello Stato non è quantificabile da fattori oggettivi, dato che - fino a prova contraria - lo Stato è percepibile come lo strumento con cui i governanti arricchiscono se stessi. I gestori del potere pubblico hanno infatti interesse al massimo prelievo possibile onde perseguire due obiettivi: 1°) massimizzare i loro profitti; 2°) minimizzare la libertà economica dei cittadini; cioè massimizzare la loro dipendenza dal sistema. Lo Stato prende ai cittadini il massimo possibile di tributi, come il pastore toglie alle pecore il massimo possibile della lana, perché è così che si arricchisce. Di nuovo, la politica è massimizzazione del profitto, identicamente all'impresa, solo che finge di non esserlo, e questa finzione ha un costo di inefficienza e di criminalità, ma ha anche un profitto di consenso e di pace sociale, che sono reali, e che funzionano, seppur ottenuti con l'inganno. Per esser più chiari, ciò che da' stabilità al regime interno, è il rapporto tra il prodotto interno lordo (PIL) e il prelievo fiscale. Più questo rapporto si avvicina al valore 1, più il regime ha in pugno il popolo. Perciò lo Stato si sforza verso questo valore 1 anche se per farlo deve scatenare la recessione, o mantenere il Paese o l'Unione Europea, nell'arretratezza, facendolo scivolare verso il Terzo Mondo.
E complementarmente fa sì che anche il piccolo risparmiatore abbia un rendimento intorno al tasso di svalutazione, e che il profitto dell'investimento si concentri nelle mani dei grandi capitalisti integrati nell'establishment (si pensi a quanto sono aumentate le tasse sul mattone, l'unico investimento redditizio e ragionevolmente sicuro a portata del risparmiatore). Il cittadino deve essere drenato anche del reddito, o della rendita da risparmio investito, in modo che dipenda dal governo, dal potere pubblico, dalla "redistribuzione", per tirare avanti.
Se si sottomette, tace, e magari paga le tangenti, riceve in via di "redistribuzione" una parte sufficiente di quello che gli è stato tolto in via fiscale. Se si ribella, vede ridursi o cessare la "redistribuzione" in suo favore. Ciò spiega perché il debito pubblico, malgrado ogni contraria dichiarazione, e malgrado tutte le cosiddette manovre, non è mai stato né mai verrà combattuto, bensì accuratamente coltivato. Al massimo verrà potato. Il debito pubblico è infatti per la classe politica non un male, ma all'opposto uno strumento potentissimo e facilissimo da usare per mantenersi al potere ed arricchirsi. Il debito pubblico, specificamente, va ad arricchire i padroni della banca centrale e ad aumentare il loro potere sulle istituzioni. Ovviamente tutto questo alla televisione non lo sentiremo mai dire, neanche da Latouche.


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