12 gennaio 2006 - Politica monetaria

Il muro di Maastricht peggio di quello di Berlino.
Gentile direttore,
ci siamo tutti esaltati dell'abbattimento del muro di Berlino, nessuno però considerò il nuovo muro che si stava preparando, quello di Maastricht, ben più scorretto, in quanto occulto. In riferimento alle "scorrette" intercettazioni telefoniche di Fassino, leggo che il "correttissimo" Violante afferma (intervista ""Nuove regole per il mercato" di Antonella Rampino, Stampa 9/1/06): "Non basta dimostrarci estranei a operazioni scorrette. Occorre cambiare tutte le leggi varate da questo governo, fissare regole etiche, per tenere ben separata la politica dagli affari". Appunto. Ma allora bisognerebbe abbattere il muro di Maastricht, "politicamente corretto" dal diritto di segretezza dell'art. 10.4 del protocollo SEBC (sistema europeo banche centrali): le motivazioni decisionali degli azionisti privati BCE e BCI, spacciate per istituti pubblici, non vengono infatti rese pubbliche affinché non si conosca l'iniquità "monopsonistica" del loro sporco mercato di soldi (monopsònio è termine tecnico caratterizzante il mercato in cui vi è un solo compratore (il cittadino che usa l'euro) di fronte a una pluralità di venditori (gli azionisti delle banche centrali). Ma Violante, a mio parere, non abbatterebbe alcun muro se andasse al governo, perché il suo discorso è ancora una volta solo meccanico.
Anche l'idea della cosiddetta moneta "unica" è "meccanica", in quanto il concetto di "unificazione" agisce "meccanicamente" sulla paura del cittadino in senso aggregativo. I nostri attuali politici, espertissimi nell'arte del pensiero puramente verbale" (in quanto pensano non per contenuti concettuali ma per parole meccanicamente influenti sul cittadino) hanno infatti cessato di essere natura: vivono in funzione della parola vuota. Niente di originario vi è in loro: nessun legame che li unisca alla sorgente dell'esperienza, nessuna ingenuità, nessun sentimento. Il loro paradosso consiste nel fatto che propongono l'"unione" pur non avendo in sé alcun esperimento del concetto di unione. Il politico è solo uno stratega della propria dialettica. Quando parla, domina a tal punto le parole da poterne fare ciò che vuole: poiché non è minimamente trascinato dai relativi contenuti spirituali (concettuali) del pensare. Ecco perché sa (incoerentemente) dirigerle secondo i propri capricci o calcoli: non medita, ma segue piani tanto astratti quanto artificiali e, concependo operazioni intellettuali, apre brecce nei concetti, fiero di rilevarne la debolezza, per accordare ad essi arbitrariamente altra solidità o senso. Della "realtà" non si cura questo alchimista concettuale: sa che essa dipende dai segni che la esprimono, e che di questi segni ciò che conta è padroneggiarli. Così nelle scuole, dalle elementari alle università, si insegna cos'è l'euro in quanto "unione", pensata da questi maghi neri di parole di aggregazione. Nella realtà l'euro non ha però unito alcunché, ed anzi, in Italia ha diviso anche gli italiani fra euroschiavi ed eurocrati, per i quali la moneta vale non come talento in corrispondenza a talenti (come dovrebbe essere) ma in quanto mezzo di potere per assoggettare i popoli. Storicamente l'euro fu deciso per evitare "gattopardianamente" il cambiamento di politiche economiche in Europa dopo il crollo del suo sistema monetario (settembre 1992), e lo si spacciò come parafulmine pro-Maastricht, esorcizzante la crisi europea.
Ma come qualunque altra moneta, l'euro non è di per sé né buono, né cattivo. Il problema di ogni moneta consiste e rimane nella risposta al quesito circa la titolarità della sua produzione. Tale titolarità o sovranità monetaria può appartenere solo al popolo, non a una setta ristretta di banchieri e di finanzieri, i cui obiettivi, personali e dell'insieme a cui appartengono, non corrispondono a interessi generali, come lo sviluppo economico e la crescita equilibrata della comunità, la quale accetta quella moneta stessa per regolare i propri debiti e i propri crediti. Infatti una moneta realmente funzionale al disegno di "unificazione" politica dell'Europa, non può non richiedere il cambiamento fondamentale nelle politiche economiche e monetarie del continente: il ritorno alla sovranità monetaria delle autorità politiche quali rappresentanti dei cittadini. Ma ciò renderebbe obsoleto tutto l'armamentario di Maastricht, e rischierebbe di ridisegnare la mappa del potere in Europa.
Invece, un euro - ostaggio dei banchieri e del particolarismo dei loro interessi - appare destinato a seguire la stessa sorte degli accordi di Maastricht: rivelarsi del tutto inadatto ad affrontare una situazione economica di crisi che si sta protraendo da anni e che non ammette vere soluzioni senza intervenire radicalmente su queste stesse regole così poco lungimiranti. In alternativa a tutto ciò, se i popoli europei decideranno di ripristinare la sovranità monetaria degli Stati, stabiliranno, altresì, la fine dell'euro ed il ritorno alle monete nazionali. In definitiva, chi vuole difendere l'euro, può solo (e deve) proporlo in un'ottica di alternativa agli accordi di Maastricht.
L'euro, se vuole sopravvivere, deve emanciparsi dalla cultura finanziaria tradizionale che l'ha fatto nascere. Queste cose scrivevo sotto il "voltone" (bacheca civica) di Castell'Arquato all'indomani dell'adozione dell'euro. E queste incominciano solo ora, dopo anni, ad essere percepibili.

