E' come un'angoscia che si gonfia e si riempie,
incontrollabile, dalla quale non mi riesco a nasconere, che non riesco ad evitare.. staccare
Si impossessa delle mie mani dei miei occhi delle mie gambe,
mi trascina in posti sconosciuti
impaurendomi,
e non capisco, non comprendo, non colgo non percepisco che cosa sia,
aumenta il mio respiro, moltiplica l'emozione dell'agitazione e la sua percezione,
tutto entra dentro di me violentandomi con forza raddoppiata,
intorno non c'è niente, solo cose momentaneamente inutili, indifferenti, fotografate e ferme
nel mondo immobile.
Dentro di me quella forza da' sempre più aria al mio affanno,
velocizza i miei movimenti sino ad arrivare lì,
nei meandri
sconosciuti
della follia
dove tutto è permesso, solo lì solo lì...
in quel posto senza pareti e finestre,
scalzo di regole, privo di senno, di ragioni e di torti,
un'unica essenza immersa in una sensazione evanescente,
sfumata come un ricordo, come
un volto
del passato
privo di orli e di bordature,
simile a una pennellata rossa su tela bianca, sfaldata, mossa, smossa dal rimosso,
un luogo svuotato dall'incomprensione e dal malessere,
che vive ed esiste sebbene non abbia nè forma nè materia,
implasmabile, intoccabile, che gode a fissarsi a picconate nel mio inconscio ignaro,
in quell'attimo, in quel fremito, si nasconde e si insinua ancora di più dentro di me
e mi confonde allontanandomi dal reale,
inbarcandomi su una foglia color dell'autunno abbandonata alla stessa follia del vento che fa sobbalzare e correre
il mio mezzo
un po' di qua' e un po' di la', con fantasia soffiata naturalmente, a suo piacimento,
disegnando cerchi scoordinati e linee tratteggiate, nell'aria, sua unica via,
e non posso più scendere, ormai sono
in volo
serpeggio e scodinzolo tra gli atomi grigi del mio cervello,
e mentre la nausea si fa spazio felicemente nello stomaco,
il mio
cuore
si libera dal mio corpo arrivando sino a
me
e
finalmente
posso smettere di ribellarmi, posso stare tranquilla,
andare, partire, con il cuore, il mio, nelle mani, restare sola con lui,
lasciandomi tutto il resto di me alle mie spalle,
felice anch'io della mia follia,
partendo per non tornare mai più,
felice di andare in quel posto e di poterlo chiamare casa...
Quelle mani grosse, pesanti, vissute, sfogliate dalle lunghe, spesse, pallide dita, quelle mani che gli sorreggevano e gli celavano il volto rosso e umido, quasi facendone da piedistallo, quelle mani che davano ad Enrico la posa attorta della sofferenza, la rappresentazione dell’afflizione nel dipinto ritratto dal più bravo dei realisti, con lui come modello, sì, quelle mani lo rendevano il soggetto più indovinato per la mostra del dolore, per la fiera dello sfinimento, per l’esposizione di una delle tantissime facce dell’amore. Quel ventaglio di carne che si posava sul suo viso era un qualche cosa di legittimo, di comprensibile. Sapevo quello che copriva. Quello che doveva sorreggere. Una pena che era troppo dura, troppo forte. Una sofferenza che l’aveva sfornito di copertura, di protezione, di carne, come quei platani e quegli olmi decidui di fine inverno che si scorgono dall’autostrada, disposti in modo geometrico, allineati nei campi l’uno dopo l’altro simili alle pedine di una scacchiera. I loro arti sono secchi e magri, il loro ventre è osseo, scheletrico, un’impalcatura sventrata percossa dal vento del giorno e della notte, sul corpo delle dita smagrite un grosso fardello, un anello gonfio di ramoscelli e foglie secche, un peso che loro sono obbligati a sorreggere, ed è l’unico simbolo rimasto di una vita passata, un unico occhio accecato quasi chiuso su un qualche cosa di svanito, di assente.
Guardo l’elegante fumo che segue taciturno e tranquillo il suo destino serpeggiante
Non ha strade, non ha uno spazio dove sospendersi, come la schiuma salina dell’onda frammentata, nello stesso modo delle note che vengono rubate e assorbite dall’atmosfera, mentre noi ci perdiamo con loro, cercandone la magia, per poi accorgerci che sono scomparse, ma non nel nostro cuore, non nella nostra emozione, come un palloncino pianto e perso salgono verso il cielo, come quel fumo amaro e acre che sento ancora nelle narici ma non vedo più, sono cose che ci sono, ma non vediamo, le sentiamo anche se non parlano, e sono così instabili, così traballanti, così sottili che basta perderne per un istante il senso che più non le abbiamo. Lo fa un po’ la musica, quando entra in tutta la sua ampiezza dentro di noi, e non ama restare ferma, dalle orecchie al cuore alla mente, ridiscende fino a sotto la pelle, ci chiude gli occhi, tela il suo incantesimo per tutto il corpo sino a rendere tutto un tutto, stregando il mondo che conosciamo, fondendo la finestra con il cielo, inglobando il letto nel pavimento, e non intende fermarsi dentro di noi, non si limita a confondere il nostro sentimento a mescolarlo a renderlo vivo e forte e doloroso, ci porta al di fuori, si prende cattura afferra quella parte che forse non abbiamo nemmeno, la modella e se la porta con se restituendocela solo quando le permettiamo di rientrare nella nostra anima. Un angolo del nostro io rimane attaccato alla melodia, silenzioso se ne sta lì se non lo cerchiamo, impolverato dalla quotidianità quasi morbosa della vita, ma se lo cogliamo ancora ci sentiamo finalmente rivivere, completi, a tratti ritmici…felici. Gratta e accarezza la sensibilità, dona quel che può donare, poi se ne va, anch’essa.
Ora che è tutto finito, ora che il posacenere conserva relitti contorti e fermi, gustati sino al midollo, ora che il silenzio avvolge fiero e superbo il rumore, mi viene in mente quello che mi hai chiesto, e penso di poter rispondere. Quelle cose che ci sono, che sentiamo, più forti di un pugno che si spacca e che scoppia nello stomaco senza preavviso, quel qualcosa di più profondo che fugge beffardo alla nostra comprensione altro non è che la speranza, che come la trama di fumo sbiadito dall’aria inquinatrice, che come quella musica che ora non odo più ma conservo gracile nel cuore, come se fosse quasi il frusciare delle ali di un gabbiano in volo, che come quel palloncino che adesso comincerà la discesa verso un campo di the d’arance, si sente, anche se non la vediamo, anche se non la conosciamo, è discesa anch’essa nei nostri cuori, nella nostra esistenza, nei nostri campi coltivati dal passato ed è l’unica salvezza certa che abbiamo, è quella la catena che si sta saldando tra di noi, che ci tiene insieme, anche se non la vediamo, sappiamo che c’è. Fiduciosamente attendiamo il suo continuo, bramando nel suo destino, sperando che almeno essa abbia uno spazio per posarsi, immobile, in noi.
