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  <title>IL CLUB DELLE STORDITE</title>
  <link>http://blog.azpoint.net/blog/il_club_delle_stordite</link>
  <description>Nessun cuore ha mai provato sofferenza quando ha inseguito i propri sogni.

Paulo Coelho</description>
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    <item>
   <title>Paolo e Francesca</title>
   <description>&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;http://www.rossettiarchive.org/img/s75.r-2.era.repro.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;428&quot; height=&quot;550&quot; align=&quot;absMiddle&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Se mai in una vita futura dovessi decidere &amp;nbsp;fare la scengeggiatrice o la scrittrice, il mio primo film o romanzo &amp;nbsp;avrebbe per soggetto la storia di Paolo e Francesca. La storia di questi due malcapitati amanti, a mio avviso, racchiude nelle sue tragiche vicende un romanticismo ed una passione che potrebbe diventare&amp;nbsp;unica nel suo genere. Anche perch&amp;egrave; i due, &amp;nbsp;a differenza di Romeo e Giulietta o Tristiano e Isotta,&amp;nbsp; non sono personaggi nati dalla fantasia di uno scrittore ma sono&amp;nbsp;realmente esistiti. Il loro cuore ha veramente battuto l&amp;#39;uno per l&amp;#39;altra, i loro occhi hanno pianto lacrime vere, e hanno realmente il pagato&amp;nbsp;pegno del loro amore impossibile...&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sfortunatamente per&amp;ograve; di documenti storici che ci permettando di riscostruire la storia dei nostri protagonisti ce ne sono davvero pochi. pi&amp;ugrave; precisamente non vi &amp;egrave; nessuna traccia della relazione adulterina n&amp;eacute; dell&amp;#39;omicidio. Pare infatti che l&amp;#39;alleanza tra le due famiglie fosse cos&amp;igrave; vantaggiosa per entrambe, grazie a strategie politico-dinastiche complementari, che il fatto di sangue divent&amp;ograve; uno spiacevole contrattempo, messo a tacere il pi&amp;ugrave; presto possibile. Si pu&amp;ograve; anche azzardare che i patti tra le famiglie vennero saldati proprio&amp;nbsp;dall&amp;#39;omert&amp;agrave; sul fatto di sangue, a guardare l&amp;#39;inusitato silenzio degli archivi. Non si sa per esempio dove sia accaduto realmente il duplice omicidio: alcune ipotesi indicano la Rocca di Gradara, ma si tratta solo di congetture. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma a noi questo poco importa..&lt;img src=&quot;http://www.gradara.com/image/paolo_francesca.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;205&quot; height=&quot;211&quot; align=&quot;right&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Siamo nel 1275 e Guido da Polenta decise di dare la mano di sua figlia a Giovanni Malatesta (detto Giangiotto Johannes Zoctus - Giovanni zoppo) che lo aveva aiutato a cacciare i Traversari, suoi nemici. Il capostipite, Malatesta da Verucchio detto il Mastin Vecchio o il Centenario, concorda ed il matrimonio &amp;egrave; combinato. Fu detto a Guido:&lt;br /&gt;&lt;em&gt;&amp;quot;-...voi avete male accompagnato questa vostra figliuola, ella &amp;egrave; bella e di grande anima, ella non star&amp;agrave; contenta di Giangiotto...&lt;/em&gt; Messer Guido insistette: &lt;em&gt;- Se essa lo vede soltanto quando tutto &amp;egrave; compiuto, non pu&amp;ograve; far altro che accettare la situazione&amp;quot;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per evitare il possibile rifiuto da parte della giovane Francesca i potenti signori di Rimini e Ravenna tramarono l&amp;#39;inganno.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Un&amp;#39;altra versione della leggenda vuole che il matrimonio avrebbe dovuto avvenire realmente tra la giovane e Paolo, rimasto vedovo della prima moglie, ma una volta che Giangiotto vide la ragazza se ne innamor&amp;ograve;&amp;nbsp;perdutamente &amp;nbsp;e decise di tenersela per se...&lt;br /&gt;Mandarono a Ravenna Paolo il Bello &lt;em&gt;&amp;quot;piacevole uomo e costumato molto&amp;quot;&lt;/em&gt;, fratello di Giangiotto. Francesca l&amp;#39;aveva visto &lt;em&gt;&amp;quot;...fu una damigella di l&amp;agrave; entro, dimostrato da un pertugio d&amp;#39;una finestra a madonna Francesca, dicendole - madonna, quegli &amp;egrave; colui che dee esser vostro marito - e cos&amp;igrave; si credea la buona femmina, di che madonna Francesca incontamente in lui pose l&amp;#39;anima e l&amp;#39;amor suo...&amp;quot;&lt;/em&gt; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Francesca accett&amp;ograve; con gioia ed il giorno delle nozze, pronunci&amp;ograve; felice il suo &amp;quot;s&amp;igrave;&amp;quot; senza sapere che Paolo la sposava &amp;quot;solo &amp;quot; per procura . &lt;em&gt;&amp;quot;...non s&amp;#39;avvide prima dell&amp;#39;inganno, che essa vide la mattina seguente al d&amp;igrave; delle nozze levare da lato a s&amp;egrave; Giangiotto...&amp;quot;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Da qui la disperazione della povera donna...&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ma ben presto si rassegn&amp;ograve; al suo triste destino.&amp;nbsp;Giangiotto, per&amp;ograve;, passava poco tempo al fianco della moglie in quanto &amp;nbsp;svolgeva la sua carica di Podest&amp;agrave; nella vicina citt&amp;agrave; di Pesaro. Per una disposizione dell&amp;#39;epoca, riportata da Brunetto Latini, era proibito al Podest&amp;agrave; (per per maggior garanzia di equit&amp;agrave; doveva essere forestiero), di portarsi dietro la famiglia che poteva essere d&amp;#39;impiccio in caso di emergenza.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;Paolo, che aveva possedimenti nei pressi di Gradara, sovente faceva visita alla cognata e forse si rammaricava di essersi prestato all&amp;#39;inganno! Accadde cos&amp;igrave; che Paolo e Fracesca si innamorarono ma, con il loro comportamento (&amp;quot;e come si possono nascondere i sentimenti?&amp;quot; ) destarono pi&amp;ugrave; di un sospetto. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;http://www.letteraturaalfemminile.it/paolo_f2.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;439&quot; height=&quot;247&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Uno dei fratelli, Malatestino dell&amp;#39;Occhio, cos&amp;igrave; chiamato perch&amp;egrave; aveva un occhio solo &lt;em&gt;&amp;quot;ma da quell&amp;#39;uno vedeva fin troppo bene&amp;quot;&lt;/em&gt;, spiando, s&amp;#39;accorse degli incontri segreti tra Paolo e Francesca. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ed eccoci all&amp;#39;epilogo della nostra storia: un giorno del settembre 1289, Paolo pass&amp;ograve; per una delle sue solite visite e qualcuno (forse Malatestino &lt;em&gt;&amp;quot;quel traditor&amp;quot;&lt;/em&gt; o un servo &amp;nbsp&lt;img alt=&quot;;)&quot; src=&quot;http://blog.azpoint.net/plugins/smileys/icons/default/wink_smile.gif&quot; /&gt; avvis&amp;ograve; Giangiotto.&lt;br /&gt;Quest&amp;#39;ultimo che ogni mattina partiva per Pesaro&amp;nbsp; per far ritorno a tarda sera, finse di partire ma rientr&amp;ograve; da un passaggio segreto e ...mentre leggevano estasiati la storia di Lancillotto e Ginevra, &amp;quot;come amor li strinse&amp;quot; si diedero un casto bacio (questo &amp;egrave; quello che Dante fa dire a Francesca! ) proprio in quell&amp;#39;istante Giangiotto apr&amp;igrave; la oporta e li sorprese.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Accecato dalla gelosia estrasse la spada, Paolo cerc&amp;ograve; di salvarsi passando dalla botola che sitrovava vicino alla porta ma, si dice, che il vestito gli si impigliasse in un chiodo, dovette tornare indietro e, mentre Giangiotto lo stava per passare a fil di spada, Francesca gli si par&amp;ograve; dinnanzi per salvarlo ma...Giangiotto li fin&amp;igrave; entrambi.&lt;br /&gt;Dante mette gli sventurati amanti all&amp;#39;inferno perch&amp;egrave; macchiati di un peccato gravissimo, ma li fa vagare assieme: oltre la pena, che non abbiano anche quella della solitudine eterna.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img src=&quot;http://www.tate.org.uk/collection/N/N06/N06228_9.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;432&quot; height=&quot;512&quot; align=&quot;absMiddle&quot; /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
   <link>http://blog.azpoint.net/blog/il_club_delle_stordite/archive/2007-09-08/29197_paolo_e_francesca.htm</link>
      <pubDate>Sat, 08 Sep 2007 22:17:11 +0200</pubDate>   
  </item>
    <item>
   <title>I viceré - capitolo V</title>
   <description>&lt;p&gt;5. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Ogni altro interesse ced&amp;eacute; come per incanto dinanzi all&amp;#39;universale inquietudine per la salute pubblica, giacch&amp;eacute; della notizia portata da don Giacinto, sulle prime smentita, poi confermata, non fu possibile pi&amp;ugrave; dubitare quando, di l&amp;igrave; a qualche giorno, non si parl&amp;ograve; pi&amp;ugrave; di casi sospetti a Siracusa, ma del divampare del morbo a Noto. &lt;/p&gt;Il duca, deliberato di tornarsene a Palermo prima che le cose incalzassero e la via fosse chiusa, resist&amp;eacute; ostinatamente agli inviti del principe, il quale s&amp;#39;apparecchiava a partire pel Belvedere all&amp;#39;annunzio del primo caso in citt&amp;agrave;. L&amp;#39;anno innanzi, come nel &amp;#39;37, gli Uzeda erano scappati alla loro villa sulle pendici della montagna, e poich&amp;eacute; il colera non arrivava mai lass&amp;ugrave;, erano certi di liberarsene. Il principe, smessa a un tratto l&amp;#39;acredine, riparlava d&amp;#39;accordo e di unione, voleva tutti con lui al sicuro, tutti gli zii, tutti i fratelli. Quantunque non fosse tempo di trattar d&amp;#39;affari, nondimeno, per dimostrare al nipote d&amp;#39;aver preso a cuore i suoi interessi, il duca, prima di partire, rifer&amp;igrave; a Raimondo il discorso delle cambiali e lo esort&amp;ograve; a mettersi d&amp;#39;accordo col fratello. Raimondo lo ascolt&amp;ograve; distrattamente, e gli rispose quasi infastidito: &amp;laquo;Va bene, va bene; poi se ne parler&amp;agrave;...&amp;raquo; Anch&amp;#39;egli s&amp;#39;era mutato, ma al contrario di Giacomo, in peggio; era diventato nervoso, irascibile, verboso e di buon umore solo quando donna Isabella veniva al palazzo. I Fersa non sapevano ancora dove fuggire il colera: il principe consigliava loro di prendere in affitto una casa al Belvedere, per esser vicini; e a donna Isabella sorrideva molto quel partito, bench&amp;eacute; sua suocera preferisse rifugiarsi a Leonforte come l&amp;#39;altr&amp;#39;anno. &amp;laquo;Voi dove andrete?&amp;raquo; domandava a Raimondo; e il giovane che le si trovava sempre a fianco: &amp;laquo;Dove andrete voi stessa!&amp;raquo; Ella chinava gli occhi, con una severa espressione di biasimo, quasi offesa. &amp;laquo;E vostra moglie? Vostra figlia?&amp;raquo; &amp;laquo;Parliamo d&amp;#39;altro!&amp;raquo; Nonostante l&amp;#39;allarme cagionato dalla pestilenza, l&amp;#39;intrinsichezza delle due famiglie si strinse ancora pi&amp;ugrave; in quei giorni. Fersa, che era stato sempre lieto e superbo di venire al palazzo Francalanza, adesso godeva nell&amp;#39;esservi ricevuto con segni di particolare gradimento; non solo Raimondo, ma anche e forse pi&amp;ugrave; Giacomo dimostrava molto piacere in compagnia di lui e di donna Isabella: quando sua moglie and&amp;ograve; fuori la prima volta, dopo il lutto, egli volle che facesse loro una visita; la contessa, per desiderio del marito, accompagn&amp;ograve; la cognata. Da sola, Matilde forse non sarebbe andata in casa di quella donna. Non voleva chiamare gelosia il sentimento che le ispirava: se Raimondo, galante con tutte, stava attorno a costei che tutti gli uomini accerchiavano, non era gi&amp;agrave; meraviglia; ella stessa non ne riceveva continue proteste di calda amicizia?... Pure, tutte le volte che donna Isabella l&amp;#39;abbracciava e la baciava, ella doveva farsi forza per non sottrarsi a quella dimostrazione d&amp;#39;affetto. Non sapeva bene rendersi conto della repulsione quasi istintiva che provava ogni giorno pi&amp;ugrave; forte; quando tentava di spiegarla a se stessa, l&amp;#39;attribuiva pi&amp;ugrave; che ad altro alla radicale diversit&amp;agrave; del loro carattere; alla leggerezza, all&amp;#39;affettazione, alla mancanza di schiettezza che le pareva scorgere in lei. Non l&amp;#39;aveva anch&amp;#39;ella udita lagnarsi, a mezze parole, con allusioni velate, dei parenti del marito e dello stesso marito; mentre ella vedeva bene, quasi invidiandola, la devozione portatale da Fersa, e udiva ripetere che la suocera la trattava meglio d&amp;#39;una figliuola? Andata a farle visita in compagnia della principessa, non pot&amp;eacute; accertarsene coi propri occhi? Donna Mara Fersa era una donna un po&amp;#39; all&amp;#39;antica, senza ombra d&amp;#39;istruzione, poco fine d&amp;#39;educazione anche; ma molto accorta, e semplice, alla mano come una buona massaia. Aveva sperato d&amp;#39;ammogliare il figliuolo a modo suo; ma questi, andato una volta a Palermo e vista l&amp;#39;Isabella Pinto, orfana di padre e di madre, l&amp;#39;aveva chiesta su due piedi, innamoratissimo, allo zio materno dal quale era stata educata. Nobilissima, la Pinto; ma senza dote; aveva per&amp;ograve; ricevuto un&amp;#39;educazione oltremodo signorile in casa dello zio facoltoso. I Fersa, invece, bench&amp;eacute; ammessi tra i signori, nascevano mediocremente; donna Ferdinanda, estimatrice ed amica di donna Isabella, li chiamava Farsa - &lt;em&gt;farsa tutta da ridere&lt;/em&gt; -; ma possedevano gran quantit&amp;agrave; di quattrini. Donna Mara, sulle prime, aveva tentato di opporsi a quel matrimonio; ma poich&amp;eacute; suo figlio era cotto dell&amp;#39;Isabella, e questa pareva pi&amp;ugrave; cotta di lui, aveva finalmente consentito. Cos&amp;igrave; la nuora palermitana, elegante, istruita e nobile, venne a mettere nella sua casa una rivoluzione, che ella sopport&amp;ograve; con molta buona grazia, per amore del figlio, comprendendo di non potersi opporre ai gusti ed anche alle fantasie dei giovani. Donna Isabella, chiamandola &amp;laquo;mamma&amp;raquo;, dimostrandole il rispetto che le doveva, pareva scontenta di lei, vergognosa della sua ignoranza e della sua semplicit&amp;agrave;. Era una cosa tanto sottile, che Matilde quasi incolpavasi di cattiveria, notandola: una specie di condiscendente compatimento verso le opinioni della suocera come per quelle di un bambino o d&amp;#39;un inferiore; una impercettibile esagerazione d&amp;#39;obbedienza, una cert&amp;#39;aria di sacrifizio che pareva volesse ispirare l&amp;#39;altrui compianto, ma che riusciva molto antipatica alla contessa. Per altro, questa era sicura di non dover sopportare troppo a lungo la compagnia di lei. La necessit&amp;agrave; di sistemare gl&amp;#39;interessi poteva solo trattenere Raimondo in Sicilia, ma forse egli avrebbe affrettata la partenza per fuggire il colera. Gi&amp;agrave; alle prime voci di pestilenza, inquieta per la lontananza del padre e della bambina, ella gli aveva domandato che volesse fare; ma suo marito non si era ancora deciso. L&amp;#39;anno innanzi, in Toscana, udendo le notizie delle stragi di Sicilia, del pazzo terrore che regnava nell&amp;#39;isola, dello scioglimento d&amp;#39;ogni civile consorzio, aveva espresso la propria soddisfazione per essere lontano dalla &amp;laquo;selvaggia&amp;raquo; terra natale, dove, diceva, non lo avrebbero sicuramente capitato in tempo d&amp;#39;epidemia; pertanto ella era quasi sicura che sarebbero presto passati nel continente, prendendo con loro la bambina per via. Raimondo invece pareva esitante; se la pigliava, s&amp;igrave;, con la cattiva stella che lo aveva fatto cogliere dalla pestilenza nella trappola isolana, ma diceva di non potersi mettere in viaggio adesso che il male era scoppiato, anche per riguardo della gravidanza di lei. Frattanto il barone le scriveva da Milazzo di raggiungerlo lass&amp;ugrave;, poich&amp;eacute; il colera veniva dal Mezzogiorno, e di far presto a lasciar Catania, di non dar tempo alla gente spaventata di sbarrar tutte le strade. Cos&amp;igrave;, secondo che le notizie incalzavano, che le lettere del padre le facevano maggior premura, che il pericolo di restar divisa dalla sua bambina diveniva pi&amp;ugrave; grave, il cuore di lei si chiudeva, dal terrore, dall&amp;#39;ambascia, quasi ella fosse sul punto di perdere per sempre i suoi cari; allora esortava pi&amp;ugrave; caldamente Raimondo a prendere una decisione qualunque, ad andar subito via: &amp;laquo;Andiamo via!... Andiamo per adesso a casa mia! Non voglio lasciar sola Teresina... Saremo anche pi&amp;ugrave; lontani dal focolaio della peste...&amp;raquo; &amp;laquo;Ho da chiudermi in un paesuccio di mare, in tempo di colera? Per crepare come un cane? Bisognerebbe che fossi impazzito! Scrivi piuttosto a tuo padre e a tua sorella di portar qui la bambina.&amp;raquo; Il barone invece tempest&amp;ograve;, di risposta, che per niente avrebbe commesso quella sciocchezza, giacch&amp;eacute; il colera era alle porte di Catania, e ingiunse alla figlia di non perder tempo e anche di lasciar solo Raimondo se costui rifiutavasi di accompagnarla... Allora ella non seppe pi&amp;ugrave; che fare n&amp;eacute; chi ascoltare, smaniando all&amp;#39;idea di restar divisa dalla figlia e dal padre, non tollerando neppure d&amp;#39;abbandonare Raimondo, poich&amp;eacute; non poteva vivere lontana n&amp;eacute; dall&amp;#39;uno n&amp;eacute; dagli altri, in quella triste stagione. Il giorno che il duca, fatte le valige, part&amp;igrave; per Palermo, ella si vide perduta... Fino all&amp;#39;ultimo momento il principe aveva insistito presso lo zio affinch&amp;eacute; venisse con lui al Belvedere; il duca aveva continuato a rifiutare, adducendo gli affari che lo chiamavano alla capitale, la maggior sicurezza che c&amp;#39;era l&amp;igrave;. &amp;laquo;Non pensate a me,&amp;raquo; disse ai nipoti; &amp;laquo;io non correr&amp;ograve; pericolo, mettetevi piuttosto in sicuro voialtri...&amp;raquo; &amp;laquo;Vostra Eccellenza stia tranquillo anche per me; ho tutto pronto per andar via al primo allarme,&amp;raquo; rispose Giacomo. Rivolto al fratello, al quale aveva gi&amp;agrave; fatto un primo invito, ripet&amp;eacute;, in presenza di Matilde: &amp;laquo;Se volete venire anche voi, mi farete piacere.&amp;raquo; Raimondo non rispose. Voleva dunque davvero restar diviso da sua figlia? Poteva cos&amp;igrave; tranquillamente viverne lontano, nei terribili giorni che si preparavano? Matilde piangeva, scongiurandolo di non far questa cosa; egli le rispose, seccato: &amp;laquo;Non so ancora ci&amp;ograve; che far&amp;ograve;. A Milazzo non vado di sicuro.&amp;raquo; &amp;laquo;Lasceremo dunque sola quella creatura? Se impediranno il transito, se non potremo pi&amp;ugrave; vederla?&amp;raquo; &amp;laquo;Prima di tutto tua figlia non &amp;egrave; abbandonata in mezzo a una via, ma sta col nonno e la zia. Poi se quella testa dura di tuo padre m&amp;#39;avesse ascoltato, a quest&amp;#39;ora l&amp;#39;avrebbe portata qui, e saremmo pronti ad andarcene tutti insieme al Belvedere, dove non c&amp;#39;&amp;egrave; neppure l&amp;#39;ombra del pericolo... Insomma a Milazzo non vengo; gi&amp;agrave; si parla di casi sospetti a Messina. Vattene sola, se vuoi.&amp;raquo; E tutti gli Uzeda, quasi godendo dell&amp;#39;ambascia di lei, quasi per non lasciarla scappare dalle loro unghie, approvavano, dicevano che oramai ciascuno doveva restar dov&amp;#39;era. E suo padre la rimproverava acremente di ostinazione e d&amp;#39;egoismo, mentre ella credeva d&amp;#39;impazzire, sognando tutte le notti sogni spaventosi di lente agonie, di separazioni senza ritorno, di spietate torture; piangendo come morta la sua bambina, l&amp;#39;altra creatura che s&amp;#39;agitava nelle sue viscere; vedendo suo padre e Raimondo avventarsi l&amp;#39;uno contro l&amp;#39;altro... E un giorno terribile come una notte d&amp;#39;incubo il principe venne a dire che il primo caso s&amp;#39;era manifestato in citt&amp;agrave;, che le strade si chiudevano, che bisognava subito partire pel Belvedere, dove anche i Fersa sarebbero venuti... &lt;p&gt;La villa Francalanza, al Belvedere, era tuttavia nello stato in cui trovavasi tre mesi addietro, al momento della morte della principessa. L&amp;agrave; si riunirono, con la rispettiva servit&amp;ugrave;, la famiglia del principe ed i suoi ospiti, cio&amp;egrave; Chiara e il marchese, donna Ferdinanda, il cavaliere don Eugenio, Raimondo e sua moglie. Ferdinando non aveva voluto sentirne di lasciar le Ghiande: c&amp;#39;era rimasto pel colera dell&amp;#39;altr&amp;#39;anno, voleva restarci anche per quest&amp;#39;altro, dichiarando che nessun luogo offriva maggiori garanzie d&amp;#39;immunit&amp;agrave;. Don Blasco e il Priore don Lodovico erano gi&amp;agrave; scappati, con tutti i monaci di San Nicola, a Nicolosi. La villa degli Uzeda era tanto grande da capire un reggimento di soldati, non che gl&amp;#39;invitati del principe; ma come il palazzo in citt&amp;agrave;, a furia di modificazioni e di successivi riadattamenti, pareva composta di parecchie fette di fabbriche accozzate a casaccio: non c&amp;#39;erano due finestre dello stesso disegno n&amp;eacute; due facciate dello stesso colore; la distribuzione interna pareva l&amp;#39;opera d&amp;#39;un pazzo, tante volte era stata mutata. Altrettanto avevano fatto dell&amp;#39;annesso podere. Un tempo, sotto il principe Giacomo XIII, questo era quasi tutto un giardino veramente signorile; amante dei fiori, il principe aveva sostenuto per essi una delle tante spese folli che erano state causa della sua rovina: aveva fatto scavare un pozzo per trovare l&amp;#39;acqua, a traverso le secolari lave del Mongibello, fino alla profondit&amp;agrave; di cento canne; lavoro tutto di braccia, di colpi di piccone, durato qualcosa come tre anni. Trovata finalmente l&amp;#39;acqua, che un bindolo tirava su, egli giudic&amp;ograve; che la coltura della vigna poteva vantaggiosamente esser sostituita da quella degli agrumi: quindi sradic&amp;ograve;, in quel tratto del podere non ancora trasformato in giardino, tutte quante le viti per piantare aranci e limoni. Cos&amp;igrave; le spese sostenute da suo nonno per costruire il palmento e la cantina andarono perdute. Ma, venuta donna Teresa, ogni cosa fu messa nuovamente sossopra. I fiori essendo &amp;laquo;robe che non si mangia&amp;raquo;, rose e gelsomini furono divelti, i pilastri ridotti a mattoni, la serra trasformata in istalla pei muli; e il vino avendo maggior prezzo degli agrumi, i bei piedi d&amp;#39;aranci e di limoni, tirati su con tanta fatica, furono sacrificati alle viti. Rest&amp;ograve; appena quattro palmi di giardino, tra il cancello e la casa, e tanti piedi d&amp;#39;agrumi quanti bastavano a far la limonata d&amp;#39;estate. Cos&amp;igrave; tutte le somme buttate nel pozzo furon buttate nel pozzo davvero. Ora, appena giunto, il principe ricominciava anche qui l&amp;#39;opera innovatrice iniziata al palazzo. Per verit&amp;agrave;, egli non toccava il podere, giudicando, come la madre, che le rose tisicuzze arrampicate sull&amp;#39;inferriata e sui muri della villa bastassero pel godimento della vista e dell&amp;#39;olfatto, e che i cavoli, le lattughe e le cipolle stessero molto meglio nelle antiche aiuole fiorite: ma, chiamati i manovali, ordin&amp;ograve; che buttassero gi&amp;ugrave; muri e dividessero stanze e condannassero porte e forassero nuove finestre. Era d&amp;#39;eccellente umore e trattava benissimo i suoi ospiti; faceva una corte devota alla zia Ferdinanda, usava molte cortesie al fratello ed alle sorelle, al cognato marchese ed alla stessa cognata Matilde; naturalmente, considerata la stagione, nessuno parlava d&amp;#39;affari. Molto pi&amp;ugrave; contenta di lui era Lucrezia, poich&amp;eacute; i Giulente che in citt&amp;agrave; non avevano casa propria, possedevano una delle pi&amp;ugrave; graziose ville del Belvedere, e venuto lass&amp;ugrave; con la famiglia alle prime voci del colera, Benedetto passava e spassava ad ogni ora del giorno dinanzi al cancello dei Francalanza. Contentone era anche il marchese, e Chiara non capiva nella pelle, poich&amp;eacute; i sintomi della gravidanza si confermavano; marito e moglie s&amp;#39;angustiavano soltanto per non poter preparare il corredo del nascituro. La stessa donna Ferdinanda si mostrava pi&amp;ugrave; accostabile, addomesticata dall&amp;#39;ospitalit&amp;agrave; che il principe le accordava, contenta di poter risparmiare la spesa dell&amp;#39;affitto d&amp;#39;un villino, non quella del vitto, perch&amp;eacute; ciascuno degli ospiti ci stava a suo costo. Ma il pi&amp;ugrave; contento di tutti era il principino; mattina e sera nella vigna, nel giardinetto, a zappare, a trasportar terra, a costruire case di creta; poi, quand&amp;#39;era stanco di queste occupazioni, su a cavallo d&amp;#39;un asino o d&amp;#39;una mula a scorrazzare di qua e di l&amp;agrave;, e se il cameriere, o il fattore o le altre sue guide non lo lasciavano andare dove gli talentava, dava all&amp;#39;uomo le frustate che sarebbero toccate alla bestia. Solamente la vista del padre l&amp;#39;infrenava, perch&amp;eacute; il principe lo aveva educato a tremare a un&amp;#39;occhiata; ma tutti gli altri parenti lo lasciavano fare. La principessa lo contentava ad un cenno; la zia Ferdinanda contribuiva anche a viziarlo, come erede del principato; ma don Eugenio lo contristava, adesso, peggio che in citt&amp;agrave; con le sue lezioni. Il ragazzo, quando stava attento, comprendeva tutto, per&amp;ograve; il difficile era appunto che stesse tranquillo. &amp;laquo;Studia adesso, se no tuo padre ti metter&amp;agrave; in collegio!&amp;raquo; ammoniva lo zio; e infatti il principe aveva pi&amp;ugrave; d&amp;#39;una volta espresso l&amp;#39;intenzione di mandar via di casa il figliuolo, di metterlo o al collegio Cutelli fondato per educare la nobilt&amp;agrave; &amp;laquo;all&amp;#39;uso di Spagna&amp;raquo;, oppure al Noviziato dei Benedettini, dove i giovani che non volevano pronunziare i voti ricevevano un&amp;#39;educazione non meno nobile. Consalvo non voleva andare n&amp;eacute; all&amp;#39;uno n&amp;eacute; all&amp;#39;altro posto, e la minaccia era tale che egli si decideva a fare asteggiature e a recitare le declinazioni; in premio, don Eugenio lo conduceva con s&amp;eacute; per le campagne di Mompileri, dove, pochi giorni dopo il suo arrivo al Belvedere, aveva cominciato a fare certe gite misteriose. Circa due secoli prima, nel 1669, le lave dell&amp;#39;Etna avevano coperto, da quelle parti, un villaggetto chiamato Massa Annunziata del quale, pi&amp;ugrave; tardi, s&amp;#39;eran per caso trovate alcune vestigia. Ora don Eugenio, che dal commercio dei cocci non ricavava molti guadagni, aveva concepito, pensando sempre a un gran colpo capace di arricchirlo, il disegno d&amp;#39;iniziare una serie di scavi come quelli visti ad Ercolano e a Pompei, per discoprire il sepolto paesuccio ed arricchirsi con le monete e gli oggetti che avrebbe sicuramente rinvenuti. Il secreto era necessario, affinch&amp;eacute; altri non gli portasse via l&amp;#39;idea; perci&amp;ograve;, solo o accompagnato dal ragazzo, che andava per conto suo a caccia di lucertole e di farfalle, il cavaliere gironzava nei campi di ginestre e di fichi d&amp;#39;India sotto Mompileri, con antichi libri in mano, orientandosi per mezzo dei campanili di Nicolosi e di Torre del Grifo, studiando la posizione, pigliando misure, a rischio di farsi accoppare come untore dai mulattieri e dai pecorai che lo scorgevano in quelle attitudini sospette. Ma non bastava mantenere il secreto sull&amp;#39;idea; bisognava anche spender molti quattrini per tradurla in atto. Un giorno perci&amp;ograve; don Eugenio chiam&amp;ograve; il principe in disparte e gli comunic&amp;ograve; con gran mistero il suo disegno, chiedendogli di anticipargli le spese degli scavi. &amp;laquo;Vostra Eccellenza scherza, o dice davvero? Scavar la montagna, per trovar che cosa? Scodelle dell&amp;#39;altr&amp;#39;ieri e qualche pezzo di rame? Bisognerebbe esser matti!...&amp;raquo; Indirettamente, il principe dava del matto a lui stesso con quella risposta che non si sarebbe mai sognato di rivolgere al duca o a donna Ferdinanda. Ma don Eugenio, in famiglia, godeva poca considerazione per le stramberie commesse a Napoli e soprattutto per l&amp;#39;assoluta mancanza di quattrini... Il cavaliere non riparl&amp;ograve; pi&amp;ugrave; della sua idea. Mutata via, deliber&amp;ograve; di scrivere al governo perch&amp;eacute; facesse gli scavi a spese dell&amp;#39;erario e con la speranza che affidassero a lui la direzione. Il principino respir&amp;ograve; liberamente, perch&amp;eacute; le lezioni furono interrotte: appena finito di desinare, don Eugenio si chiudeva in camera sua, a lavorare alla memoria, e non si vedeva pi&amp;ugrave; per tutta la sera, mentre gli altri chiacchieravano o giocavano. A poco a poco una societ&amp;agrave; numerosa s&amp;#39;era venuta raccogliendo in casa del principe: tutti i signori rifugiati al Belvedere, tutti i personaggi ragguardevoli del luogo venivano alla villa Francalanza, dove, con un trattamento d&amp;#39;acqua e anice, il principe si faceva fare la corte. C&amp;#39;era mezza Catania, al Belvedere, e gli Uzeda, che in citt&amp;agrave; erano molto severi, facevano adesso larghe concessioni, atteso il luogo e la stagione, ricevendo gente di minuscola od anche di nessuna nobilt&amp;agrave;, tutti coloro che donna Ferdinanda derideva o disprezzava, dei quali storpiava i nomi o ai quali assegnava bislacche armi parlanti: gli Scilocca, che chiamava &amp;laquo;Si loca&amp;raquo;; i Maurigno che si facevano dare del &amp;laquo;cavaliere&amp;raquo; e che la zitellona chiamava &amp;laquo;cavalieri a piedi&amp;raquo;; i Mongiolino che, discendendo da fornaciai arricchiti, dovevano portare nello scudo tegoli e mattoni. Solo i Giulente, di quella casta dubbia, non venivano alla villa, per via del figliuolo; ma il principe, quando incontrava Benedetto, o suo padre, o suo zio, al casino pubblico, rivolgeva loro la parola molto affabilmente; e il giovane, che non aveva interrotto la corrispondenza con Lucrezia, le riferiva tutto contento quelle amabili dimostrazioni. Ma la gioia invece di scemare accresceva l&amp;#39;abituale distrazione della ragazza: ella chiedeva notizie ai vedovi della salute delle mogli defunte, scambiava le persone, non rammentava nulla; una sera fece ridere tutta la societ&amp;agrave; domandando allo speziale del Belvedere che aveva una sorella in convento: &amp;laquo;E vostra sorella monaca con chi &amp;egrave; maritata?...&amp;raquo; Il tema obbligato di tutti i discorsi erano naturalmente le notizie della citt&amp;agrave; dove il colera si diffondeva, lentamente per&amp;ograve;, senza divampare con la forza spaventosa dell&amp;#39;anno innanzi. Poi ciascuno dava notizie dei parenti e degli amici rifugiati qua e l&amp;agrave; pel Bosco etneo: la cugina Graziella, che era alla Zafferana, mandava biglietti o ambasciate coi carrettieri quasi tutti i giorni, per sapere come stavano i cugini, e dir loro come stava ella stessa e il marito, e salutarli caramente, e mandar regali di frutta e di vino; la duchessa Radal&amp;igrave; Uzeda, dalla Tardaria, non scriveva, perch&amp;eacute; il duca, nel trambusto dell&amp;#39;improvvisa scappata, era diventato furioso. La pazzia, nel ramo dei Radal&amp;igrave;, era una malattia di famiglia; il duca aveva dato nelle prime smanie tre anni innanzi, alla nascita del suo secondo figlio Giovannino. E la duchessa, fin da quel tempo, vistosi cadere sulle spalle il peso della casa, aveva rinunziato al mondo per tener luogo di padre ai figliuoli. Li voleva bene entrambi, ma le sue preferenze erano pel duchino Michele: non contenta dell&amp;#39;istituzione del maiorasco, lavorava a migliorare le propriet&amp;agrave;, faceva una vita di economie e di sacrifizi per lasciarlo ancora pi&amp;ugrave; ricco. Ella non dava ombra a nessuno degli Uzeda; la stessa donna Ferdinanda, che si credeva la sola testa forte, l&amp;#39;approvava. Al Belvedere, nonostante il colera, la zitellona s&amp;#39;occupava d&amp;#39;affari, appartandosi con gli uomini che se ne intendevano, parlando di mutui, d&amp;#39;ipoteche, di crediti da poter accordare, di fallimenti da temere; e mentre il principe di Roccasciano esponeva alla speculatrice i piani laboriosi coi quali costruiva pazientemente e lentamente l&amp;#39;edifizio della propria fortuna, la principessa sua moglie, di nascosto da lui, si giocava con Raimondo e con altri appassionati delle carte tutto quel che aveva in tasca. Il principe Giacomo vedeva qualche volta giocare senza metter fuori un baiocco, ma il pi&amp;ugrave; del tempo discorreva con quelli del paese. Venivano a fargli la corte il medico, lo speziale, i possidenti pi&amp;ugrave; grossi, la gente la cui ciera gli andava a verso, perch&amp;eacute; quanti tra i familiari della madre gli parevano iettatori erano stati da lui messi fuori. Non mancavano il vicario, il canonico, tutte le sottane nere del villaggio. Come in citt&amp;agrave;, la casa Uzeda era qui frequentata da tutto il clero regolare e secolare, per la sua fama di devozione, pel bene sempre fatto alla Chiesa. Il rifiuto del principe di riconoscere il legato alla bad&amp;igrave;a di San Placido non lo pregiudicava presso i Padri spirituali: in vita era umano che egli cercasse di tener per s&amp;eacute; la pi&amp;ugrave; parte della roba; cos&amp;igrave; pure aveva fatto sua madre; morendo, avrebbe poi largheggiato con la Chiesa per assicurarsi la salute dell&amp;#39;anima. Come capo della casa, egli aveva del resto la facolt&amp;agrave; di nominare i sacerdoti celebranti in tutte le cappellanie e benefizi fondati dai suoi antenati; l&amp;igrave; al Belvedere, specialmente, ce n&amp;#39;era uno molto pingue, quello del Sacro Lume. Un Silvio Uzeda, dolce di sale, vissuto un secolo e mezzo addietro, era stato sempre attorniato da preti e frati: i monaci del convento di Santa Maria del Sacro Lume l&amp;#39;avevano persuaso che la Madonna voleva sposarsi con lui. Ed egli non era entrato nei panni, dal contento. La tradizione narrava che avevano compito la cerimonia con tutte le formalit&amp;agrave;: lo sposo, dopo essersi confessato e comunicato, era stato condotto, in abito di gala, dinanzi alla statua di Maria Santissima, e il sacerdote gli aveva regolarmente domandato se era contento di sposarla. &amp;laquo;S&amp;igrave;!...&amp;raquo; aveva risposto l&amp;#39;Uzeda; poi la stessa domanda era stata fatta alla Regina del cielo; e per bocca del guardiano del convento, anche Ella aveva risposto s&amp;igrave;. Poi s&amp;#39;erano scambiati gli anelli: la statua portava ancora al dito quello dello sposo, il quale aveva naturalmente lasciato alla consorte tutti i suoi beni. Una lunga lite ne era seguita, non avendo voluto gli eredi naturali riconoscere il testamento del matto; finalmente, per via di transazione, s&amp;#39;era istituita nel convento, con met&amp;agrave; dei beni, una cappellania laicale, sulla quale gli Uzeda avevano esercitato il giuspatronato. Cos&amp;igrave; tutti i monaci venivano la sera a fare la corte al principe, discutevano con lui gli affari del monastero. Tra tutta quella gente egli papeggiava, sputava tondo, ascoltato come un Dio; dimenticava il resto della societ&amp;agrave;, le signore e le signorine che giocavano a tombola, o a spiegar sciarade, o combinavano escursioni per la montagna, e passavano il tempo cos&amp;igrave; allegramente che, senza le notizie del colera e i paesani armati per tener lontani i tardi fuggiaschi, nessuno avrebbe pensato che quelli fossero tempi di pestilenza. Solo la contessa Matilde, fra le comuni distrazioni, non riusciva a nascondere il proprio dolore. Ella era venuta via dalla citt&amp;agrave; quasi fuori di sentimento, tanto forte era stata la prova a cui l&amp;#39;avevano messa. Con l&amp;#39;animo pieno di spavento e di rimorso, sul punto di partire per la campagna, aveva riconosciuto che la pena meno sopportabile non le veniva pi&amp;ugrave; dalla lontananza della sua bambina, ma dal tradimento di Raimondo. Come poteva pi&amp;ugrave; metterlo in dubbio? La verit&amp;agrave; non le si era improvvisamente svelata, all&amp;#39;annunzio che egli andava al Belvedere, dove andava la Fersa? Perch&amp;eacute; mai, tanto insofferente di vivere in Sicilia, s&amp;#39;era rifiutato a partire pel continente, se non perch&amp;eacute; voleva restare vicino a colei? E aveva finto di non sapersi decidere, per aspettare che si decidesse quell&amp;#39;altra; ed aveva mendicato pretesti, e accusato il suocero, e cos&amp;igrave; bene temporeggiato che allo scoppio della pestilenza aveva fatto a modo suo!... N&amp;eacute; in quelle finzioni, in quelle menzogne, ella vedeva pi&amp;ugrave; la conferma dei brutti lati del suo carattere; esse non l&amp;#39;accoravano perch&amp;eacute; egli ne era stato capace: solo il pensiero che le aveva adoperate per amor di quell&amp;#39;altra era il suo cruccio. Che non amasse la figlia, che fosse ingiusto verso il suocero e prepotente, capriccioso, sgraziato, non le faceva nulla: ella non voleva che fosse d&amp;#39;altri! A Firenze, la gelosia di lei non aveva avuto oggetto determinato, o aveva continuamente mutato d&amp;#39;oggetto, poich&amp;eacute; egli faceva la corte a quante donne vedeva; ella stessa poi s&amp;#39;era fino ad un certo punto assicurata, giacch&amp;eacute;, galante a parole con le signore, la mutabilit&amp;agrave; e l&amp;#39;impazienza dei suoi desideri gli facevano preferire quell&amp;#39;altre, le donne che si pagano... Che vergognoso dolore era stato il suo nel vedersi ridotta al punto di doversene rallegrare! Eppure, ella invidiava ora le sofferenze passate, giudicando intollerabile l&amp;#39;idea di saperlo cos&amp;igrave; pieno d&amp;#39;un&amp;#39;altra da abbandonar la figlia in quei terribili giorni per starle vicino! Poi il suo cruccio cresceva, misurando la rapidit&amp;agrave; con la quale egli progrediva nella via del tradimento. A Firenze aveva messo un certo pudore nelle sue tresche; s&amp;#39;era quasi studiato, a momenti, di farsele perdonare, tornando ad ora ad ora buono con lei; adesso sfrenavasi fino a costringerla d&amp;#39;essere spettatrice dell&amp;#39;infamia. Questo, soprattutto, la feriva: che potessero essere cos&amp;igrave; tristi da darsi un simile convegno, sotto gli occhi di lei, mentre i cuori umani tremavano al pensiero della morte!... Che giorno, quello della fuga al Belvedere, per le vie arroventate dal sole, in mezzo a nugoli di polvere calda e soffocante! Ella era nella stessa carrozza con Chiara, Lucrezia e il marchese, e la vista delle cure che questi prodigava alla moglie faceva pi&amp;ugrave; acuto il suo dolore. Raimondo non s&amp;#39;era voluto metter con lei, l&amp;#39;aveva lasciata sola in quella corsa pei villaggi dove gente armata fermava ogni persona ed ogni veicolo, contrastando il passo; ma comprendeva ella nulla di tutto questo? Vedeva nulla sul suo cammino? Ella vedeva, con gli occhi della mente, Raimondo sorridente e felice a fianco di quella donna, come l&amp;#39;aveva visto in realt&amp;agrave; tante volte senza che la sua nativa fiducia la insospettisse! Ora per&amp;ograve; tutte le cose che non aveva saputo spiegare acquistavano un senso evidente: le lunghe uscite di Raimondo, le sue attese impazienti, il piacere che gli si leggeva negli occhi appena entrava colei, lo stesso misterioso istinto di repulsione che quella donna le aveva ispirato fin dal primo momento... Come doveva esser falsa e malvagia, se le dava il tenero nome d&amp;#39;amica e l&amp;#39;abbracciava e la baciava mentre le portava via il marito? Egli stesso non era falso altrettanto? Quante menzogne! Aveva anch&amp;#39;addotto la gravidanza di lei per non lasciar la Sicilia, e non s&amp;#39;accorgeva d&amp;#39;attentare in quel modo alla vita della creatura che ella portava in grembo!... Che giorno terribile! Nella carrozza scottante come un forno, al cui sportello s&amp;#39;affacciavano visi sospettosi di contadini brutali, piena del nauseante odore della canfora che Chiara e Lucrezia tenevavano alle narici contro la mefite, ella sentiva mancarsi il respiro. Non sapeva dov&amp;#39;era, dove andava; voleva gridare al cocchiere, alle compagne di viaggio: &amp;laquo;Tornate indietro!... Non voglio venire!&amp;raquo;; affrontar suo marito, buttargli in faccia il tradimento, scongiurarlo di non condurla vicino a quella donna, di non farla morire, di salvare la creatura che s&amp;#39;agitava nelle sue viscere, di ridar la pace al suo cuore, l&amp;#39;aria al suo petto. Aveva perduto i sensi, infatti, prima d&amp;#39;arrivare al Belvedere, non rammentava pi&amp;ugrave; come e quando fosse entrata alla villa... L&amp;igrave; era cominciata per lei una vita di trepidazione continua. Ad ogni istante aveva creduto di vedersi comparire dinanzi la Fersa: tutte le volte che Raimondo era andato fuori, aveva pensato: &amp;laquo;Adesso &amp;egrave; con lei...&amp;raquo; e il non vederla, il non udirne parlare, accresceva il suo spavento, lo rendeva pi&amp;ugrave; oscuro, le procurava non sapeva ella stessa quali orribili sospetti di cospirazioni ordite da tutti a suo danno. Aveva trovato, s&amp;igrave;, la forza incredibile di nascondere i suoi sentimenti per non insospettire il marito, per non dare buon giuoco ai nemici; ma il silenzio imposto a se stessa, rendendo pi&amp;ugrave; acuto il suo tormento, le aveva tolto il mezzo di saper nulla. Perch&amp;eacute; nessuno nominava quella donna? Perch&amp;eacute; non veniva alla villa, con tutti gli altri visitatori del principe? Dov&amp;#39;era andata a star di casa?... E intenta a vagliare le mille supposizioni paurose che l&amp;#39;inquieta fantasia le suggeriva, ella dimenticava il colera, quasi non pensava alla figlia lontana, quasi non s&amp;#39;accorgeva del silenzio di suo padre. Questi doveva volergliene, credere che avesse abbandonato la bambina per smania di divertirsi al Belvedere! Non le era accaduto sempre cos&amp;igrave;, che tutto quanto aveva fatto contro voglia per obbedire agli altri, le era poi stato addebitato, da tutti, come capriccio e come colpa? Non era ella una di quelle creature disgraziate che non riuscivano a nulla di bene, destinate a spiacere ad ognuno? Per&amp;ograve; non piangeva: non pianse neppure quando, invece del padre, le scrisse la sorella Carlotta, per dirle che Teresina stava bene e che erano tutti al sicuro. Non pianse, ma si sent&amp;igrave; vinta da una cupa tristezza che non riusc&amp;igrave; a nascondere. Raimondo stesso se ne accorse; le domand&amp;ograve;: &amp;laquo;Che scrive tua sorella?&amp;raquo; &amp;laquo;Nulla... che stanno tutti bene, che non corrono pericolo...&amp;raquo; &amp;laquo;Hai visto?... Quando io ti dicevo?...&amp;raquo; e le volt&amp;ograve; le spalle. Erano passate due settimane dal loro arrivo e ancora non aveva udito parlare della Fersa. La sera di quel giorno, appena cominci&amp;ograve; a venir gente, ella and&amp;ograve; a chiudersi nella sua camera. Stava male, non solo di spirito, ma anche fisicamente; la lunga agitazione travagliava alla fine anche il suo corpo. Era da un pezzo buttata sul letto, con gli occhi e la mente fissi nelle tristi visioni del passato, nelle paurose previsioni dell&amp;#39;avvenire, quando fu picchiato all&amp;#39;uscio. &amp;laquo;Cognata?...&amp;raquo; era la voce del principe. &amp;laquo;Che fate? Perch&amp;eacute; non venite gi&amp;ugrave;? C&amp;#39;&amp;egrave; molta gente, stasera... si giuoca...&amp;raquo; Ella levossi, s&amp;#39;acconci&amp;ograve; con mano tremante i capelli scomposti e discese. Certo, quell&amp;#39;altra era finalmente venuta! Certissimamente Raimondo le stava al fianco! La chiamavano per farla assistere a quello spettacolo e per goderne!... Guard&amp;ograve; rapidamente nel salone zeppo: non c&amp;#39;era. Per&amp;ograve;, aveva appena preso posto accanto alle cognate, che la ud&amp;igrave; nominare: qualcuno diceva: &amp;laquo;...la villetta affittata a donna Isabella...&amp;raquo; &amp;laquo;Un guscio di noce!&amp;raquo; rispose un altro. &amp;laquo;I Mongiolino ci stanno come le acciughe in un barile.&amp;raquo; Ella non comprendeva. &amp;laquo;Ma i Fersa dove se ne sono andati?&amp;raquo; Era proprio Raimondo che faceva questa domanda? Non sapeva dunque dov&amp;#39;era colei? &amp;laquo;Nella campagna di Leonforte; donna Mara ha preferito....&amp;raquo; Ella comprese a un tratto; la gola le si strinse convulsamente. Andata via senza dir nulla, travers&amp;ograve; la casa con gli occhi gonfi e il cuore tumultuante; giunta nella sua camera, cadde ai piedi dell&amp;#39;imagine della Vergine, scoppiando in pianto dirotto; pianto di gioia, di gratitudine di rimorso anche: poich&amp;eacute; ella aveva sospettato degli innocenti... Le parve di tornare da morte a vita; coi sospetti, cessarono i dolori dell&amp;#39;anima e quelli del corpo; partecip&amp;ograve; alla vita della famiglia, assapor&amp;ograve; finalmente la dolcezza del riposo. Anche le notizie del colera non le davano timore pei cari lontani; dopo le stragi dell&amp;#39;anno innanzi la pestilenza pareva non trovasse pi&amp;ugrave; dove apprendersi, serpeggiava qua e l&amp;agrave; senza forza. Alla villa Francalanza continuava la vita allegra; tutte le sere conversazione e giuoco. Raimondo era adesso il pi&amp;ugrave; assiduo alla tavola verde; quand&amp;#39;egli prendeva le carte, le poste aumentavano, il rischio cresceva. Molti s&amp;#39;alzavano, intendendo svagarsi e non lasciarvi la borsa; la principessa di Roccasciano, invece, non chiedeva di meglio, molte volte restava sola col conte a far la bazzica da dodici tar&amp;igrave;. Si nascondeva dal marito, il quale, come tutti i parsimoniosi, biasimava ogni specie di giuoco: amici compiacenti stavano alle vedette per farle un segno appena egli s&amp;#39;avvicinava; allora ella e il suo complice facevano sparire i gettoni, interrompevano la partita e si lasciavano sorprendere intenti a una scopa innocente. Raimondo ci si spassava, incitava la principessa al giuoco forte, la tirava in una stanza fuori mano dove restavano pi&amp;ugrave; a lungo a contendersi i quattrini, mettendo poi in mezzo, con l&amp;#39;aiuto di tutta la societ&amp;agrave;, il principe sospettoso. Matilde, sorridendo anche lei di quelle scene da commedia, giudicava tuttavia che suo marito facesse male a fomentare cos&amp;igrave; il vizio della principessa; ma non le bastava il cuore di rimproverarlo, tanto la rinata fiducia la faceva indulgente. Purch&amp;eacute; egli non la tradisse, che le importava del resto? Tra le signore che venivano alla villa, Raimondo pareva non apprezzarne alcuna; stava poco in loro compagnia, si dava tutto al giuoco: il giorno al casino, la sera in casa. Non che biasimarlo, pertanto, ella avrebbe quasi voluto spingerlo in quella via che lo distoglieva da un&amp;#39;altra infinitamente pi&amp;ugrave; dolorosa. Il cuor suo lo avrebbe voluto senza nessun vizio, solo amante di lei, della famiglia, della casa; ma lo prendeva com&amp;#39;era, anzi come lo avevano fatto, giacch&amp;eacute; ella addebitava quel che trovava in lui di men bello alla soverchia indulgenza, al cieco amore della madre. Lontano dalle carte, Raimondo s&amp;#39;annoiava. Se non poteva combinare una buona partita, smaniava contro la noia di quel villaggio, contro la conversazione dei villani, contro gli stupidi divertimenti della tombola e delle gite sugli asini. Ella poteva dirgli: &amp;laquo;Con chi te ne lagni? Non volesti venirci tu stesso?&amp;raquo; Per&amp;ograve; taceva, affinch&amp;eacute; egli non prendesse quelle parole come un rimprovero. Invece, vedendolo di cattivo umore, gli domandava dolcemente che avesse. &amp;laquo;Ho che mi secco, non lo sai?&amp;raquo; le rispondeva. &amp;laquo;Che vuoi farci!... Quando il colera cesser&amp;agrave; torneremo a Firenze... Perch&amp;eacute; non vai al casino?&amp;raquo; Egli non se lo faceva ripetere. A poco a poco, il giuoco diveniva indiavolato; nel giro di poche ore facevano differenze di centinaia d&amp;#39;onze. Nessuno, in casa, diceva nulla a Raimondo; il principe, gi&amp;agrave; pi&amp;ugrave; alla mano con tutti, pareva studiarsi di non pesare per nulla sul fratello. Un giorno questi, poich&amp;eacute; da Milazzo, per via del colera, tardavano a mandargli denari, gli chiese, in conto delle rendite ereditate, qualche centinaio d&amp;#39;onze: il principe mise la propria cassa a sua disposizione; egli torn&amp;ograve; ad attingervi a pi&amp;ugrave; riprese. Naturalmente, se il colera non finiva, non si poteva far nulla per la sistemazione dell&amp;#39;eredit&amp;agrave;; nondimeno, il principe ne parlava adesso direttamente al coerede, gli comunicava i propri disegni. Avevano dato a intendere ai legatari che erano stati trattati male dalla madre, ma la dimostrazione del contrario sarebbe stata facile e pronta. Gi&amp;agrave;, n&amp;eacute; Ferdinando n&amp;eacute; Chiara davano ascolto ai sobillatori; la stessa Lucrezia si sarebbe subito convinta del proprio torto. Quindi, per amore della pace, per mettere in chiaro ogni cosa, quantunque avessero ancora tanto tempo a pagar le sorelle, non era meglio togliersi al pi&amp;ugrave; presto quel peso di su le spalle? Avrebbero fatto un poco di economia per raccogliere le sedicimila onze occorrenti, giacch&amp;eacute; se Lucrezia doveva averne diecimila, a Chiara ne toccavano soltanto sei, dovendosi sottrarre le quattro da lei &amp;laquo;avute&amp;raquo; nel maritarsi. Prima, per&amp;ograve;, bisognava pagare i creditori, metter tutto in pulito. Frattanto, per guadagnar tempo, potevano intendersi loro due, circa la divisione. E a nessuno di quei ragionamenti del fratello, Raimondo trovava nulla da obiettare. &amp;laquo;Va bene, va bene,&amp;raquo; era la sua risposta. In mezzo a questa pace, piomb&amp;ograve; un bel giorno don Blasco da Nicolosi, a cavallo a un gigantesco asino della Pantelleria. Scappato con tutto il convento, il monaco non aveva messo fuori neppure il naso, nelle prime settimane, per paura di prendere il colera con l&amp;#39;aria che respirava; ma visto che per la campagna prosperavano uomini e bestie, rassicuratosi sul pericolo del contagio, udito finalmente che al Belvedere facevano baldoria, non stette pi&amp;ugrave; alle mosse. Arriv&amp;ograve; l&amp;igrave;, fra colazione e desinare, annunziandosi con grandi vociate perch&amp;eacute; nessuno gli apriva il cancello; visto poi il principino che gli veniva incontro con una bacchetta in mano la quale spaventava la cavalcatura, grid&amp;ograve; al ragazzo, come se volesse mangiarselo: &amp;laquo;Vuoi star fermo, che il diavolo ti porti?&amp;raquo; e entr&amp;ograve; finalmente nella villa esclamando: &amp;laquo;Non c&amp;#39;&amp;egrave; nessuno, qui dentro?... Che stillate?...&amp;raquo; Al principe che voleva baciargli la mano, spiattell&amp;ograve;: &amp;laquo;Lascia stare queste smorfie...&amp;raquo; e senza salutar nessuno, lo prese pel bottone dell&amp;#39;abito, lo trasse in disparte e gli domand&amp;ograve; a bruciapelo: &amp;laquo;&amp;Egrave; vero che tuo fratello si giuoca la camicia che ha indosso? Com&amp;#39;&amp;egrave; che puoi permettere una cosa simile?&amp;raquo; &amp;laquo;Vostra Eccellenza non conosce Raimondo?&amp;raquo; rispose il principe, stringendosi nelle spalle. &amp;laquo;Chi pu&amp;ograve; dirgli nulla? Provi Vostra Eccellenza a dissuaderlo...&amp;raquo; &amp;laquo;Io? Ah, io? A me importa un mazzo di cavoli di lui e degli altri! Questo &amp;egrave; il frutto dell&amp;#39;educazione che gli hanno data! E quell&amp;#39;altra buona a nulla di sua moglie? Tutto il giorno a grattarsi la pancia piena? E tua sorella? E quei pazzi? E tuo figlio?...&amp;raquo; Non risparmi&amp;ograve; nessuno: i discorsi di Chiara e del marchese relativi al corredo del nascituro gli fecero montare la mosca al naso, le notizie dei Giulente lo imbestialirono; ma quel che gli fece perdere il lume degli occhi fu la lettura del &lt;em&gt;Giornale&lt;/em&gt; &lt;em&gt;di Catania&lt;/em&gt; portato dal principe di Roccasciano nel pomeriggio, quando cominciarono a venire le prime visite. Subito dopo il bollettino del colera si leggeva in quel foglio: &amp;laquo;La generosit&amp;agrave; dei nostri cospicui patrizi non poteva mancare, in tempi tanto calamitosi, di venire in soccorso della sventura. L&amp;#39;Illustrissimo don Gaspare Uzeda duca d&amp;#39;Oragua, bench&amp;eacute; lontano dai suoi concittadini, pure ha fatto tenere al nostro Senato la somma di ducati cento da distribuirsi in soccorso dei pi&amp;ugrave; bisognosi...&amp;raquo; Cento ducati buttati via, per soccorrere i bisognosi? Dite piuttosto per fregola di popolarit&amp;agrave;! Cento ducati buttati a mare, quasi che quella bestia avesse molto da scialare? A furia di largizioni un bel giorno avrebbe battuto il... capo sul lastrone, come meritava la sua sciocchezza: bestia, bestione, tre volte bestionaccio!... Il monaco era talmente fuori della grazia di Dio, che quando Roccasciano gli chiese notizie di suo nipote don Lodovico, si volt&amp;ograve; come una furia: &amp;laquo;Di che nipote m&amp;#39;andate nipotando?... Non li conosco!... Li rinnego tutti quanti!...&amp;raquo; E preso anche quest&amp;#39;altro pel bottone della giacca, gli grid&amp;ograve; all&amp;#39;orecchio: &amp;laquo;Vedete un po&amp;#39; quel che fanno?... Non sono tre mesi che han perduta la madre, e intanto se la spassano, senza un riguardo al mondo!...&amp;raquo; Qualche giorno dopo ci fu la visita del Priore. Arriv&amp;ograve; in carrozza, riposato e sereno: salut&amp;ograve; ed abbracci&amp;ograve; tutti, volle entrare nella camera dov&amp;#39;era spirata la principessa, parl&amp;ograve; della pestilenza attribuendola al corruccio del Signore per le nequizie dei tempi. Tutti lagnavansi dell&amp;#39;ostinata siccit&amp;agrave;, perch&amp;eacute; in tre mesi di torrida estate non era caduta una goccia d&amp;#39;acqua: egli rifer&amp;igrave; d&amp;#39;aver disposto un triduo, a Nicolosi, e una processione per impetrare la pioggia; altrettanto consigli&amp;ograve; che facessero al Belvedere. &amp;laquo;Non bisogna stancarsi di pregare l&amp;#39;Altissimo. Solo la preghiera e la penitenza potranno indurre la Divina Clemenza a perdonare i peccatori.&amp;raquo; Poi annunzi&amp;ograve; che la cugina Radal&amp;igrave; gli aveva scritto per avvertirlo che, appena cessato il colera, voleva mettere il secondogenito Giovannino al Noviziato: provvedimento lodevole poich&amp;eacute;, col marito in quello stato, la povera duchessa non poteva badare all&amp;#39;educazione di entrambi i figliuoli. Il principe disse che anch&amp;#39;egli forse avrebbe fatto altrettanto per Consalvo. La principessa chin&amp;ograve; gli sguardi a terra, non osando replicare, ma non potendo soffrire di esser divisa dal suo bambino. Cos&amp;igrave; zio e nipote tornarono a venire, soli, in giorni diversi, incapaci di stare insieme, come cani e gatti. Per&amp;ograve; tutti riconoscevano che la colpa era di don Blasco: don Lodovico, con la sua natura veramente angelica, non avrebbe chiesto di meglio che far la pace; quell&amp;#39;altro invece non gli perdonava ancora l&amp;#39;assunzione al priorato. Comunque, la scissura era dispiacevole: gli amici di casa, i frequentatori del convento ne parlavano con dolore. Non ne parlava affatto fra&amp;#39; Carmelo, il quale venne anch&amp;#39;egli a far visita alla principessa ed a portarle le prime nocciuole e le prime castagne. Non voleva parlare della nimist&amp;agrave; tra zio e nipote per amore della buona fama del convento, per rispetto ai Padri che, a suo giudizio, erano tutti buoni e bravi egualmente; ma in modo particolare per la venerazione che portava ai due Uzeda. Quei suoi sentimenti comprendevano tutta la parentela. Quando la principessa, in cambio della frutta che egli recava, gli faceva apprestare uno spuntino, il frate, sparecchiando rapidamente, esaltava la nobile casata, casata di signoroni come ce n&amp;#39;eran pochi. E la principessa gli voleva bene pel bene che egli dimostrava al piccolo Consalvo, per le carezze che gli faceva, per gli speciali regalucci che gli portava, singolarmente perch&amp;eacute;, narrandogli il Noviziato degli zii don Lodovico e don Blasco, gli diceva: &amp;laquo;Ce n&amp;#39;&amp;egrave; stati tanti degli Uzeda, a San Nicola! Ma Vostra Eccellenza non l&amp;#39;avremo! Vostra Eccellenza &amp;egrave; figliuolo unico, e non lo metteranno certamente al monastero!...&amp;raquo; Tutti i parenti, invece, tranne Chiara, che se avesse avuto un figliuolo se lo sarebbe cucito alla gonna, erano dell&amp;#39;opinione del principe, che per l&amp;#39;educazione e l&amp;#39;istruzione del ragazzo convenisse mandarlo fuori di casa. Don Blasco specialmente, alle monellate del pronipote, all&amp;#39;indulgenza della principessa, vociava: &amp;laquo;Ma come cresce, cotesto squassaforche!... Che educazione &amp;egrave; questa qui!...&amp;raquo; Donna Ferdinanda, quantunque giudicasse soverchia ogni istruzione, pure riconosceva anche lei che mettere il ragazzo in un nobile istituto sarebbe stato secondo le tradizioni della casa: tanto il collegio Cutelli quanto il Noviziato benedettino avevano visto molti di quegli antenati di cui ella leggeva e spiegava al nipotino la storia. Quando Consalvo era stanco di molestare le persone e le bestie, se ne veniva infatti dalla zitellona e le diceva: &amp;laquo;Zia, vediamo gli stemmi?&amp;raquo; Gli stemmi erano l&amp;#39;opera del Mugn&amp;ograve;s, illustrata con le armi delle famiglie di cui il testo ragionava; e donna Ferdinanda passava intere giornate leggendola e commentandola al nipotino. Gli aveva gi&amp;agrave; fatto un piccolo corso di grammatica araldica, spiegandogli che cosa volesse dire scudo &lt;em&gt;partito&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;diviso&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;inquartato&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;soprattutto&lt;/em&gt;; mettendo il dito adunco sul rame che rappresentava quello di casa Uzeda gliene faceva ogni volta la descrizione perch&amp;eacute; la mandasse a memoria: &amp;laquo;Inquartato, al primo e al quarto partito, d&amp;#39;oro all&amp;#39;aquila nera, linguata e armata di rosso, e fusato d&amp;#39;azzurro e d&amp;#39;argento; al secondo e al terzo diviso, d&amp;#39;azzurro alla cometa d&amp;#39;argento e di nero al capriolo d&amp;#39;oro; sopra il tutto d&amp;#39;oro con quattro pali rossi che &amp;egrave; d&amp;#39;Aragona; lo scudo contornato da sei bandiere d&amp;#39;alleanza.&amp;raquo; Poi gliene spiegava la formazione: la cometa voleva dire chiarezza di fama e di gloria; il capriolo rappresentava gli sproni del cavaliere. Lo stemma piccolo in mezzo al grande era quello dei Re aragonesi; gli Uzeda lo avevano ottenuto a poco a poco, non tutto in una volta: il primo palo al tempo di don Blasco II. &amp;laquo;Seruendo egli,&amp;raquo; la zitellona leggeva nel suo testo, &amp;laquo;all&amp;#39;inuitto Re don Giaime nella gverra ch&amp;#39;hebbe col conte Vguetto di Narbona e coi Mori nell&amp;#39;acquifto di Maiorca, non n&amp;#39;hebbe remvneratione uervna, perilche ritiratofi dal Real feruiggio fenne and&amp;ograve; coi fvoi al fuo Stato, et iui uedendo che il Re mandaua vna groffa fomma di denari alla Reina, con dvcento caualieri fvoi uaffalli in un celato paffo fi pvofe, et agvatando i real carriaggi gli tolse i denari e quanto di fopra portauano, mandando a dire al Re ch&amp;#39;era lvi obbligato di pagar prima i feruiggi perfonali, e doppo fodiffar gli appetiti della Reina: ma fdegnatofi di qvefte attioni il Re moffe contra di Blafco graue gverra, che per l&amp;#39;interpofitione di molti baroni piaceuolmente fi disftacc&amp;ograve;, et ottenne la baronia di Almeira nonch&amp;eacute; poteft&amp;agrave; di poter imporre alle fve Arme vn palo roffo d&amp;#39;Aragona.&amp;raquo; La zitellona gongolava, leggendo quella storia, e dopo averla letta la ripeteva al nipotino con linguaggio meno fiorito perch&amp;eacute; egli ne intendesse meglio il senso: &amp;laquo;Bel Re, quello, eh? che si faceva servire dai suoi baroni e poi non voleva dar loro niente! Ma la pensata di don Blasco Uzeda non fu pi&amp;ugrave; bella? &amp;quot;Ah, non date niente a me che ho combattuto per voi, e pensate invece a mandar regali alla Regina? Aspettate che vi accomodo io!...&amp;quot;&amp;raquo; La sua voce tremava di commozione nel ripetere la storia della rapina, e i suoi occhi furaci come quelli dell&amp;#39;antenato s&amp;#39;infiammavano della secolare cupidigia della vecchia razza spagnuola, dei Vicer&amp;eacute; che avevano spogliato la Sicilia. &amp;laquo;E gli altri pali?&amp;raquo; domandava il principino, che pendeva dalle labbra della zia meglio che se gli raccontasse le fiabe di &lt;em&gt;Betta Pelosa&lt;/em&gt; e della &lt;em&gt;Mamma Draga&lt;/em&gt;. La zitellona sfogliava rapidamente il libro e piombava sul passaggio cercato. &amp;laquo;A cagion di ci&amp;ograve; auuenne ch&amp;#39;il predetto Gonzalo de Vzeda, effendo eccellente cacciatore, fv inuitato dal Re Carlo di andare a caccia nei bofchi fvoi, il qvale inuito fv dal Gonzalo accettato, e mentre ognvno fi procacciaua e&amp;#39;l Re medefmo di fegvire i Daini, Cinghiali, e Lepri, and&amp;ograve; folo il Re appreffo vn groffo cinghiale, il quale aftvtamente fi trattenne nel corfo, ma perch&amp;eacute; il cauallo del Re fvriofamente di fopra gli correua, nel paffar impedito da quello, cafc&amp;ograve; con tvtto il Re in vn fafcio per terra, il qvale reft&amp;ograve; con vna gamba di fotto di cauallo, uedendo ci&amp;ograve; il cinghiale, f&amp;#39;auuent&amp;ograve; fopra il Re per vcciderlo, il qvale per non hauerfi potvto difbrigare fi difendeua folamente con vn pvgnale, e ne reftaua fenz&amp;#39;altro morto fi non che auuedvtofi da lvnge Gonzalo del pericolo del fuo Re, corfe per soccorrerlo, et al primo incontro vccife il cinghiale, e scendendo poi da cauallo, l&amp;#39;aivt&amp;ograve; poi a forgere e&amp;#39;l f&amp;egrave; montar fopra il fuo cauallo, e tvtta via il Re ringratiandolo e lodandolo il chiam&amp;ograve;: &amp;quot;Bon figlio!&amp;quot; perilche fvrono poi fempre i fignori di Vzeda chiamati dai Regi Siciliani col titolo di confangvinei, e portarono fovra l&amp;#39;arme l&amp;#39;Arme Regia di Aragona con tutti i fuoi poteri, come in effetto al prefente fpiegano, dicendo anche il cronista madrileno: &amp;quot;Los feruicios de los Vzedas fveron tantos, y tan buenos que por merced de los Reyes de Aragona hazian la mefmas armas que ellos...&amp;quot;&amp;raquo; Chi poteva pi&amp;ugrave; arrestare donna Ferdinanda, una volta cominciato? Ella non aveva un uditore pi&amp;ugrave; attento del ragazzo, gli voleva bene appunto per questo, giacch&amp;eacute; gli altri parenti le prestavano un orecchio distratto, badavano alle loro &amp;laquo;sciocchezze&amp;raquo;, o lavoravano ad offuscar lo splendore della casa, come quel volpone del duca amoreggiante coi repubblicani, come quella pazza da legare di Lucrezia che non voleva smetterla d&amp;#39;aspettare al balcone il passaggio del Giulente!... Solo fra tutti don Eugenio, quando non lavorava alla memoria per disseppellire la nuova Pompei, assisteva alla lettura del Mugn&amp;ograve;s, citava altri storici della famiglia. Allora fratello e sorella passavano a rassegna il lungo ordine di avi, recitavano la cronaca delle loro gesta, il secolare sforzo per afferrare e mantener la fortuna; i tradimenti, le ribellioni, le prepotenze, le liti continue che gli scrittori narravano velatamente, e che essi magnificavano. Artale di Uzeda, &amp;laquo;giornalmente dal suo castello con i suoi armigeri uscendo, signoreggiava tutto il paese&amp;raquo;; Giacomo, vissuto al tempo del Re Lodovico, &amp;laquo;domin&amp;ograve; Nicosia e ne fu alla perfine rimosso per i molti dazi che impose&amp;raquo;; don Ferrante, &amp;laquo;cognominato Sconza, che nel siculo idioma suona il medesimo che Guasta&amp;raquo;, perd&amp;eacute; tutti i suoi feudi, &amp;laquo;merc&amp;eacute; l&amp;#39;inobbedienza che us&amp;ograve; col suo Re; ne ottenne quindi il perdono, ma non per questo dimor&amp;ograve; nella fedelt&amp;agrave;, poich&amp;eacute; per sue cagioni si discost&amp;ograve; di bel nuovo della Regia obbedienza, e preso e condannato a morte ebbe per Grazia Sovrana salva la testa&amp;raquo;, don Filippo fu celebrato &amp;laquo;pel valore che mostr&amp;ograve; in favor del suo Re don Ferdinando contro al Re di Portogallo, di maniera, ch&amp;#39;essendo bandito della Corte per cagion d&amp;#39;omicidio, fu liberato e venne in Grazia del suo Re&amp;raquo;; Giacomo V &amp;laquo;perch&amp;eacute; aveva venduto suoi feudi a Errico di Chiaramonte, pretese poi ricuperargli dal poter di quello, e gli tent&amp;ograve; lite&amp;raquo;; Don Livio &amp;laquo;si delett&amp;ograve; di vendicarsi acerbamente degli oltraggi che gli furono fatti&amp;raquo;; ecc. ecc. Questi erano, per donna Ferdinanda, atti di valore e prove d&amp;#39;accortezza. N&amp;eacute; gli Uzeda avevano litigato coi sovrani e coi rivali soltanto, ma anche tra loro stessi: don Giuseppe, nel 1684, &amp;laquo;si cas&amp;ograve; con donna Aldonza Alcarosso, colla quale procre&amp;ograve; a don Giovanni e a don Errico, che per la morte dei loro padri innanzi l&amp;#39;avo pretesero succedergli negli Stati di quello e litigarono lungo numero d&amp;#39;anni innanzi la Regia Corte&amp;raquo;; don Paolo ebbe &amp;laquo;lunghe e criminose contese con suo padregno&amp;raquo;; Consalvo, conte della Venerata &amp;laquo;per la morte del padre fu spogliato dal suo zio, e per aver repudiato l&amp;#39;infertile moglie combatt&amp;eacute; alcuni anni con suo cognato&amp;raquo;; Giacomo VI &amp;laquo;cognominato Sciarra, che Rissa nel tosco idioma diremmo, non puoche differenze ebbe col padre&amp;raquo;. Consalvo III, &amp;laquo;cognominato Testa di San Giovanni Battista, dolor&amp;ograve; la fellonia dei figli che seguirono Federico conte di Luna, bastardo del Re Martino&amp;raquo;; ma il pi&amp;ugrave; terribile di tutti fu il primo Vicer&amp;eacute;, il grande Lopez Ximenes, &amp;laquo;che perdette l&amp;#39;animo dei suoi soggetti, per i vizi d&amp;#39;un figliuol naturale molto prepotente e di sciolti costumi: onde il padre, avendolo trovato reo et incorreggibile, con somma severit&amp;agrave; lo condann&amp;ograve; a morte, sentenzia che si sarebbe eseguita, se il Re don Ferdinando, che ritrovavasi in Sicilia, non avesse ordinato che non si effettuisse...&amp;raquo; Don Eugenio, di tanto in tanto, per edificazione del ragazzo, giudicava conveniente fare qualche dissertazione morale; donna Ferdinanda invece lodava tutto, ammirava tutto. Col tempo, con l&amp;#39;esercizio del potere, la razza battagliera erasi infiacchita: il secondo Vicer&amp;eacute;, sfidato a duello da un barone ribelle, &amp;laquo;non puose prudentemente orecchio all&amp;#39;invito che questo sconsigliato giovane avevagli fatto&amp;raquo;; la condotta dell&amp;#39;imbelle antenato, per la zitellona, era altrettanto lodevole quanto quella degli altri che avevano attaccato lite con tutti per niente. Ed a proposito di duelli, dove lasciare il famoso decreto di Lopez Ximenes? &amp;laquo;Aveva mandato bandi sopra bandi,&amp;raquo; narrava la zitellona al nipotino, &amp;laquo;per proibire le sfide; ma a chi diceva, al muro? Non gli davano retta! Ah, no? Allora fece una pensata; aspett&amp;ograve; il primo duello, che fu tra Arrigo Ventimiglia conte di Geraci e Pietro Cardona conte di Golisano, e confisc&amp;ograve; tutti i loro beni: glieli tolse, hai capito?&amp;raquo; &amp;laquo;E chi se li prese?&amp;raquo; &amp;laquo;Tornavano al Re,&amp;raquo; spieg&amp;ograve; don Eugenio; &amp;laquo;ma poi la faccenda s&amp;#39;accomod&amp;ograve;: Ventimiglia se ne and&amp;ograve; fuori Regno, e Cardona regal&amp;ograve; al Vicer&amp;eacute; il suo castello della Roccella, per ottener perdono...&amp;raquo; A furia di simili &lt;em&gt;pensate&lt;/em&gt;, il Vicer&amp;eacute; venne per&amp;ograve; in uggia a tutto il mondo, tanto che il Parlamento mand&amp;ograve; deputazioni in Spagna perch&amp;eacute; il sovrano lo rimovesse dal posto: opera dei baroni invidiosi e birbanti a giudizio della zitellona -, ma lui pi&amp;ugrave; fino di loro, che fece? Offr&amp;igrave; al Re un dono di trentamila scudi, e cos&amp;igrave; rest&amp;ograve; al suo posto; per poco, per&amp;ograve;. Era naturale che non lo potessero soffrire, giacch&amp;eacute; nessun altro aveva tanta potenza, tanta ricchezza e tanta nobilt&amp;agrave;. C&amp;#39;erano stati prima molti altri governatori della Sicilia che tenevano il luogo del Re, ma si chiamavano Presidenti del Regno, o Vicer&amp;eacute; non proprietari, e dovevano consultare Sua Maest&amp;agrave; prima di eleggere qualcuno alle cariche di Mastro Giustiziere, d&amp;#39;Ammiraglio, di Gran Siniscalco, ecc.; e non potevano dare feudi o &lt;em&gt;burgensatici&lt;/em&gt; che oltrepassassero la rendita di onze duecento castigliane, n&amp;eacute; somme di denaro superiori a duemila fiorini di Firenze; era loro egualmente proibito di nominare i castellani di Palermo, Catania, Mozia, Malta, ecc., ecc., mentre l&amp;#39;Uzeda esercitava lo stesso preciso potere del Re, potendo, come diceva il rescritto: &amp;laquo;emanar leggi durature &lt;em&gt;a suo piacere&lt;/em&gt;, condonare la pena di morte, conferire dignit&amp;agrave;, far &lt;em&gt;tutto ci&amp;ograve; che avrebbe fatto lo stesso Re&lt;/em&gt;, esercitare tutti gli atti &lt;em&gt;riserbati alla suprema regal&amp;igrave;a ed alla regia dignit&amp;agrave;&lt;/em&gt;, ancorch&amp;eacute; avessero ricercato un mandato SPECIALE O SPECIALISSIMO...&amp;raquo; Chi poteva dunque star loro a fronte? Che avevano da invidiare alle famiglie pi&amp;ugrave; nobili di Napoli e di Spagna? Si gloriavano perfino d&amp;#39;una santa in cielo: la Beata Ximena. Era vissuta tre secoli e mezzo addietro; maritata dal padre, per forza, al conte Guagliardetto, terribile nemico di Dio e degli uomini, aveva ottenuto la conversione del colpevole e compiuto grandi miracoli in vita e dopo morte: il suo corpo, portentosamente salvato dalla corruzione, conservavasi in una cappella della chiesa dei Cappuccini!... E come, sfogliando il volume per vedere gli altri stemmi, quelli dei Radal&amp;igrave;, dei Torriani, il ragazzo domandava alla zia perch&amp;eacute; non c&amp;#39;era quello della zia Palmi, la zitellona rispondeva, secco secco: &amp;laquo;Lo stampatore dimentic&amp;ograve; di mettercelo; ma &amp;egrave; cos&amp;igrave;: suo padre che, con una zappa in mano, pianta un piede di palma...&amp;raquo; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Verso la fine di settembre il colera crebbe d&amp;#39;intensit&amp;agrave;; il 25 il bollettino segn&amp;ograve; trenta morti, ma si diceva che fossero pi&amp;ugrave; e che gl&amp;#39;infetti superassero il centinaio e che qualche caso sparso inquietasse le campagne. Ci fu una nuova scappata di gente; la vigilanza al Belvedere era continua perch&amp;eacute; non entrassero i fuggiti da luoghi sospetti: contadini e cittadini, armati di schioppi, carabine e pistole, facevano la guardia in tutte le vie che mettevano capo al paesello, esercitando una specie di polizia arbitraria e inappellabile; e poich&amp;eacute;, ad ogni passaggio di fuggiaschi, avvenivano scene tra comiche e tragiche, Raimondo per vincer la noia - essendo il giuoco interrotto per quel nuovo spavento - gironzava spesso per i posti di guardia. Un giorno, saputosi che a M&amp;agrave;scali c&amp;#39;era gente ammalata di colera, i carri e le carrozze provenienti di l&amp;igrave; non furon lasciati passare. Mentre quelli del Belvedere intimavano il dietro-front con gli schioppi spianati, e gli emigranti facevano valere le loro ragioni, mostrando certificati, pregando, minacciando, gridando, Raimondo che se la godeva s&amp;#39;ud&amp;igrave; a un tratto chiamare: &amp;laquo;Don Raimondo!... Contino! Contino!...&amp;raquo; e guardatosi intorno vide due donne che dallo sportello d&amp;#39;una polverosa carrozza gli facevano cenni disperati. &amp;laquo;Donna Clorinda!... Voi qui?...&amp;raquo; Donna Clorinda era la vedova del notaio Limarra, famosa per l&amp;#39;allegria dimostrata in giovent&amp;ugrave; ed ora, nella maturit&amp;agrave; prossima al disfacimento, per la bellezza della figliuola Agatina, la quale, seguendo le orme della madre, aveva civettato, ragazza, con tutti i giovanotti che le si erano stropicciati alle gonne; maritata pi&amp;ugrave; tardi col patrocinatore Galano, gli procurava clienti d&amp;#39;ogni genere. Donna Clorinda, con un debole pei giovanotti nobili, era stata, pi&amp;ugrave; di dieci anni addietro, la prima conquista di Raimondo; lasciata la madre, egli aveva poi ruzzato con la figliuola, ma senza molto profitto, in verit&amp;agrave;, perch&amp;eacute; costei uccellava al marito; ammogliato egli stesso e andato via di Sicilia, le aveva perdute di vista. Adesso le due donne, ed anche il marito che se ne stava rannicchiato pi&amp;ugrave; morto che vivo in fondo alla carrozza, si mettevano sotto la sua protezione per ottenere un rifugio al Belvedere. Grazie a lui le lasciarono entrare; ma le difficolt&amp;agrave; ricominciarono subito dopo, giacch&amp;eacute;, avendo i fuggiaschi invaso ogni buco, non c&amp;#39;erano in paese altro che le stalle dove poter mettere nuova gente. Nondimeno, per donna Clorinda e l&amp;#39;Agatina, che incontravano un nuovo amico ad ogni pi&amp;egrave; sospinto, tutto il Belvedere si mise in moto, finch&amp;eacute; trovarono loro due camerette terrene, un poco fuori mano, ma con un piccolo giardinetto. Appena stabilite, ridussero una di quelle scatole a salottino da ricevere, e cominci&amp;ograve; subito l&amp;#39;andirivieni di tutta la colonia cittadina messa in rivoluzione da quell&amp;#39;arrivo. Donna Clorinda, che non s&amp;#39;arrendeva ancora, dava udienza a tutti; ma il posto accanto alla figliuola fu serbato a Raimondo. Per la libert&amp;agrave; che regnava in quella casa, pel buon umore delle due donne, anche i rimasti a bocca asciutta ci venivano a passare la sera meglio che al casino, giocando, ciarlando, cantando. E Raimondo, smessa la noia, smessa la mutria, non rincasava pi&amp;ugrave;, si faceva ancora una volta aspettare lunghe e lunghe ore dalla moglie triste ed inquieta pel rinnovato pericolo della pestilenza, pei sospetti che quel repentino cambiamento rievocava, accorata pi&amp;ugrave; tardi dalle allusioni con le quali donna Ferdinanda, il principe, le stesse persone di servizio le rivelavano gli antichi amori del marito. Poteva ella credere alla nuova tresca con la figlia dell&amp;#39;antica amante? Non era questo un peccato mortale, una mostruosit&amp;agrave; che la mente di lei rifiutavasi di concepire? Non doveva ella credere, piuttosto, che l&amp;#39;astio dei parenti contro Raimondo e lei stessa ordisse l&amp;#39;accusa maligna?... Bruscamente ritolta alla pace, ella tornava a struggersi, a lottare contro se stessa, contro i sospetti che la riassalivano non appena scacciati, a passar le lunghe notti autunnali tremando nell&amp;#39;attesa del ritorno di lui, a piangere per gli sgarbi coi quali egli rispondeva alle sue inquietudini. &amp;laquo;Perch&amp;eacute; resti fuori cos&amp;igrave; tardi? Ho paura per la tua salute...&amp;raquo; &amp;laquo;Non sono pi&amp;ugrave; libero di restar fuori quanto mi piace?&amp;raquo; &amp;laquo;Sei libero, s&amp;igrave;... Ma non andare in quella casa, tra quella gente che tuo fratello si vergogna di ricevere...&amp;raquo; &amp;laquo;Dove vado? Tra quale gente? Io vado al casino; vuoi anche spiarmi?&amp;raquo; No, ella gli credeva, voleva e doveva credergli. Ma perch&amp;eacute; pesavano su lei gli sguardi tra ironici e compassionevoli di tutta la famiglia e della servit&amp;ugrave;? Perch&amp;eacute; il discorso moriva in bocca alle persone alle quali ella s&amp;#39;avvicinava?... Una notte, dopo quattro mesi di siccit&amp;agrave;, scoppi&amp;ograve; un terribile temporale; il cielo scuro fu solcato da saette lucenti come spade, le strade si mutarono improvvisamente in fiumane limacciose, la grandine strosci&amp;ograve; sulle vetrate e sui tetti. Ella che aveva sperato di veder tornare Raimondo ai primi accenni dell&amp;#39;uragano, aspettava ancora tremante di paura. Non una voce, non un rumore di passi. Il temporale cess&amp;ograve; dopo un&amp;#39;ora, Raimondo non tornava ancora... Non gli altri maligni, ma egli stesso era bugiardo e incestuoso: poteva pi&amp;ugrave; dubitarne? Quella spudorata non l&amp;#39;aveva anche lei guardata arditamente in viso, in atto di sfida, quasi dicendole: &amp;laquo;Sono pi&amp;ugrave; bella di te, perci&amp;ograve; egli mi preferisce?...&amp;raquo; Ed era vero: la sua gelosia era tanto pi&amp;ugrave; umiliata, quanto pi&amp;ugrave; ella riconosceva di non piacere a suo marito, ora specialmente che la gravidanza inoltrata la disformava. Ma aveva egli veramente giurato di attentare alla vita dell&amp;#39;essere che ella portava in grembo, infliggendole torture sopra torture, lasciandola cos&amp;igrave;, nella notte oscura e tempestosa, con quello spasimo del peccato orribile, del nuovo tradimento, con l&amp;#39;anima piena di dolore e di vergogna e di spavento?... Egli rincas&amp;ograve; a mezzanotte, fradicio intinto, con gli abiti talmente fangosi come se si fosse rotolato nella mota. &amp;laquo;Maria Santissima!...&amp;raquo; esclam&amp;ograve; ella, giungendo le mani. &amp;laquo;Come ti sei conciato cos&amp;igrave;?&amp;raquo; &amp;laquo;Pioveva; sei sorda? Non hai sentito l&amp;#39;acqua?&amp;raquo; &amp;laquo;Ma la pioggia </description>
   <link>http://blog.azpoint.net/blog/il_club_delle_stordite/archive/2007-05-09/25811_i_vicer_-_capitolo_v.htm</link>
      <pubDate>Wed, 09 May 2007 18:42:45 +0200</pubDate>   
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   <title>I viceré - capitolo IV</title>
   <description>&lt;p&gt;4. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;laquo;Oggi non si mangia?&amp;raquo; Il principino moriva di fame. Da un pezzo l&amp;#39;ora del desinare non arrivava mai: un po&amp;#39; mancava il duca, un po&amp;#39; Raimondo, un po&amp;#39; lo stesso principe; quel giorno eran fuori tutti e tre, pi&amp;ugrave; Lucrezia e Matilde. E il ragazzo era la disperazione di tutta la casa: correva su e gi&amp;ugrave; dalla cucina alla scuderia, dalle stalle al giardino, inquietava la servit&amp;ugrave; vecchia e nuova intenta al lavoro.&lt;/p&gt;Come don Blasco aveva annunziato al Babbeo, tutti i servi protetti dalla principessa erano stati mandati via da Giacomo; invece i diseredati, quelli che per aver favorito il figliuolo avevano meritato l&amp;#39;avversione della madre, erano stati da costui riconfermati nel loro posto. Due sole eccezioni aveva fatto il principe: una a favore di Baldassarre e l&amp;#39;altra del signor Marco. Baldassarre, figliuolo d&amp;#39;una antica cameriera, allevato al palazzo e assunto giovanissimo all&amp;#39;ufficio di maestro di casa, sapeva fin da bambino il debole della famiglia, le rivalit&amp;agrave;, le avversioni e le man&amp;igrave;e; aveva perci&amp;ograve; badato esclusivamente al proprio servizio lodando tutti i padroni checch&amp;eacute; facessero o dicessero, tenendo in riga i suoi dipendenti che osavano mormorare dell&amp;#39;uno o dell&amp;#39;altro. Pertanto madre e figlio l&amp;#39;avevano ben visto entrambi, e il legato della principessa non gli procurava il congedo del principe. Quanto al signor Marco, lancia spezzata della morta, molti si meravigliavano che il figlio, da due mesi capo della casa, non se ne fosse ancora sbarazzato. Veramente, fin da quando la principessa era caduta inferma, l&amp;#39;amministratore aveva mutato tattica, prendendo con le buone il padrone nella previsione di doverlo presto servire; morta la madre, se non gli aveva proprio lasciato rubare il numerario, come diceva don Blasco, gli si umiliava certamente in tutti modi. Del resto, un procuratore come lui, che conosceva la casa da quindici anni, che sapeva le condizioni delle propriet&amp;agrave; e lo stato delle liti, non si poteva surrogare da un momento all&amp;#39;altro. &amp;laquo;Non si mangia pi&amp;ugrave;?... Che fate?... Voglio vedere!... Perch&amp;eacute; non allestite?... A me!&amp;raquo; In cucina, tolto di mano a Luciano, il credenziere, un coltello che questi stava nettando, il principino continu&amp;ograve; egli stesso l&amp;#39;operazione. &amp;laquo;Vostra Eccellenza, che fa mai!...&amp;raquo; Il nuovo cuoco, &lt;em&gt;mons&amp;ugrave;&lt;/em&gt; Martino, non sapeva come prenderlo. &amp;laquo;Se ne vada di sopra, ci lasci lavorare.&amp;raquo; &amp;laquo;L&amp;egrave;vati di torno! Voglio far io!&amp;raquo; Bisognava lasciarlo fare. Se lo contrariavano, diventava una furia: digrignava i denti, gridava come un ossesso, rovesciava quanto gli capitava fra le mani. In verit&amp;agrave; il principe educava severamente il figliuolo, non gliene passava nessuna liscia; ma, da un&amp;#39;altra parte, non scherzava neppure con le persone di servizio se queste, messe con le spalle al muro e perduta la pazienza, rispondevano male al padroncino. E giusto adesso, dopo la morte della principessa, il posto di cuoco, in casa Francalanza, era divenuto pi&amp;ugrave; importante di prima. Giacomo dava punti alla madre quanto a diffidenza e a vigilanza: teneva tutte le provviste sotto chiave, voleva conto delle cose pi&amp;ugrave; miserabili, degli avanzi, delle croste di pane; ma insomma la spesa giornaliera, non contando l&amp;#39;aumento per gli ospiti, era considerevole e il trattamento pi&amp;ugrave; lauto: mangiavano adesso quattro piatti; mentre ai tempi della madre se ne facevano tre per lei e per don Raimondo: gli altri dovevano contentarsi, nei giorni ordinari, d&amp;#39;una minestra e d&amp;#39;un po&amp;#39; di carne o di pesce. Anche quando Giacomo era diventato ricco della dote della moglie, la principessa, facendosi dare dal figlio la sua parte di spesa, aveva continuato a ordinare a modo suo, e il principe, fedele al proposito di mostrarlesi obbediente, era rimasto zitto. Cos&amp;igrave; pure egli non aveva potuto eseguire nel palazzo le modificazioni da lungo tempo disegnate; morta donna Teresa, prese finalmente le redini della casa, metteva ora ogni cosa sossopra. S&amp;#39;udivano fino in cucina i colpi di piccone dei muratori, il cigol&amp;igrave;o delle carrucole con le quali issavano i materiali dalla corte al piano di sopra; e i guatteri, occupati ad affettar patate e a sbatter uova, scambiavano fra loro osservazioni su quei lavori: &amp;laquo;Levano la scala dell&amp;#39;amministrazione per guadagnare spazio...&amp;raquo; &amp;laquo;Io non avrei chiuso un pezzo della terrazza.&amp;raquo; &amp;laquo;Il padrone per&amp;ograve; deve dar conto a suo fratello, essendo eredi tutt&amp;#39;e due.&amp;raquo; &amp;laquo;Ma il palazzo &amp;egrave; del principe! Il contino ha un solo quartiere...&amp;raquo; Il principino adesso non perdeva una parola del discorso. &amp;laquo;Il contino scapper&amp;agrave; subito fuori via... Non &amp;egrave; fatto per star qui...&amp;raquo; Il lavoro delle salse li faceva tacere tratto tratto. Luciano, con una strizzatina d&amp;#39;occhio, disse dopo un pezzo al compagno: &amp;laquo;Ricomincia, eh?&amp;raquo; &amp;laquo;Lascialo fare! Quello &amp;egrave; un vero signore!&amp;raquo; E Luciano chin&amp;ograve; il capo, in segno d&amp;#39;approvazione ammirativa. Erano tutti pel conte, in cucina, come nelle anticamere, come nelle scuderie; perch&amp;eacute; il padrone giovane non rassomigliava al maggiore, tanto era dolce di comando e largo di mano. &amp;laquo;Signore davvero, di modi e di pensieri. Non come l&amp;#39;&lt;em&gt;amico&lt;/em&gt;...&amp;raquo; &amp;laquo;L&amp;#39;&lt;em&gt;amico&lt;/em&gt; &amp;egrave; volpe vecchia... com&amp;#39;era l&amp;#39;&lt;em&gt;amica&lt;/em&gt;...&amp;raquo; &amp;laquo;Che dite?&amp;raquo; domand&amp;ograve; il principino. &amp;laquo;Niente, Eccellenza!&amp;raquo; rispose il cuoco; e v&amp;ograve;lto ai dipendenti: &amp;laquo;Lavorate!&amp;raquo; ingiunse, &amp;laquo;senza tante ciarle...&amp;raquo; &amp;laquo;Ah, non vuoi dirmelo?&amp;raquo; &amp;laquo;Ma che cosa, Eccellenza, se parlano cos&amp;igrave;, a vanvera?&amp;raquo; &amp;laquo;Ah, non vuoi dirmelo?&amp;raquo; A un tratto, udendo la carrozza che entrava nel cortile, Consalvo scapp&amp;ograve; a vedere. Tornavano finalmente le zie Lucrezia e Matilde andate alla bad&amp;igrave;a di San Placido. Il ragazzo, dimenticati la cucina e il cuoco, corse a raggiungerle di sopra, nella camera della madre, per vedere se gli portavano nulla. La contessa Matilde gli diede infatti un cartoccio di dolci; ma la zia Lucrezia neppure gli bad&amp;ograve;, con tanta animazione teneva un discorso alla principessa: &amp;laquo;Piangeva, capisci!... Abbiamo voluto parlare con la Badessa, che ci ha confermato ogni cosa; &amp;egrave; vero, Matilde?... Che modo &amp;egrave; questo!... Le messe per nostra madre...&amp;raquo; &amp;laquo;Sst...&amp;raquo; La principessa fece un segno alla cognata di tacere, per riguardo del ragazzo. &amp;laquo;Mamma, oggi non si mangia pi&amp;ugrave;?...&amp;raquo; domand&amp;ograve; costui. &amp;laquo;Se tuo padre non &amp;egrave; ancora venuto!... Va&amp;#39;, va&amp;#39; a vedere se arriva.&amp;raquo; Il principino comprese che lo mandavano via. A sei anni, era curioso pi&amp;ugrave; di don Blasco. I maneggi dello zio monaco, il continuo complottare che si faceva in quella casa, avevano destato di buon&amp;#39;ora la sua attenzione: dopo la morte della nonna, s&amp;#39;accorgeva, dal contegno dei parenti, dai discorsi dei servi, che l&amp;#39;avevano con suo padre, chi per una ragione e chi per un&amp;#39;altra, ma che nessuno ardiva prendersela direttamente con lui. Egli comprendeva tante altre cose: che la zia Ferdinanda non poteva soffrire la zia Matilde; che tra questa e suo marito c&amp;#39;erano dissapori: comprendeva e taceva, fingendo di non accorgersi di nulla, per non incorrere nella collera di nessuno. Infatti, lo zio don Blasco dava solenni scappellotti, la zia Lucrezia giocava anche lei a pizzicargli il braccio, specialmente quando egli andava a rovistarle la camera; ma specialmente suo padre, sempre burbero, gliene dava, alle volte, di quelle che radevano il pelo. Pertanto egli non se la diceva molto con lui, mentre invece non poteva stare lontano dalla mamma. Donna Ferdinanda, veramente, gli usava molte preferenze; ma nessuno come la principessa scusava i difetti del monello. Rabbrividendo, cadendo in convulsione se qualcuno le si metteva troppo dappresso, ella vinceva la man&amp;igrave;a dell&amp;#39;isolamento soltanto per amore dei figli, si stringeva al petto e baciava furiosamente il suo Consalvo anche quanto non era troppo netto, e con tanto maggior impeto quando pi&amp;ugrave; si difendeva da ogni altro contatto. Da un pezzo, nata la sorellina Teresa, le carezze non erano tutte per lui; nondimeno, solo la principessa riusciva ad ottenere qualche cosa da Consalvo con le buone, per amore. &amp;laquo;Va&amp;#39;, va&amp;#39; a vedere se il babbo &amp;egrave; tornato...&amp;raquo; Il principe Giacomo rientrava in quel momento. Aveva una ciera pi&amp;ugrave; aggrottata del solito, e neppure salut&amp;ograve;, entrando; Lucrezia ammutol&amp;igrave;, alla sua vista. Egli domand&amp;ograve; se il duca era rincasato, e udendo che no, diede ordine che servissero in tavola appena giunto lo zio. Poi se ne and&amp;ograve; a chiudersi nel suo scrittoio col signor Marco. Consalvo rest&amp;ograve; un poco senza saper che fare, esitando tra il ritorno in cucina e una visita ai manovali. Invece, visto che la zia Lucrezia riprendeva a parlare con la mamma, sal&amp;igrave; nella camera di lei. Gli aveva proibito di entrarci perch&amp;eacute; adesso studiava il disegno d&amp;#39;acquarello e non voleva toccate le sue cose, specialmente pel pericolo che scoprissero le lettere di Benedetto Giulente; invece, i pezzi di colore, i piattelli da stemperare, i pennelli, la gomma, facevano gola al ragazzo. E nessuna raccomandazione o minaccia serviva a Lucrezia; se reclamava, le toccavano soprammercato i rimproveri del fratello diventato intrattabile dopo la lettura del testamento; talch&amp;eacute; il monello, quando carpiva l&amp;#39;occasione, faceva man bassa in camera della zia. Salito dunque lass&amp;ugrave;, a quell&amp;#39;ora che era sicuro di non essere sorpreso, il principino cominci&amp;ograve; a rovistare sul tavolino, in mezzo ai disegni, nella cartiera, nel comodino. Dov&amp;#39;erano nascoste le cose del disegno? Forse nelle cassette pi&amp;ugrave; alte di quell&amp;#39;armadio, dov&amp;#39;egli non arrivava. Intanto, dal cortile, s&amp;#39;ud&amp;igrave; la campana che annunziava l&amp;#39;arrivo del duca. Egli continu&amp;ograve; a guardarsi intorno, a cercare febbrilmente sotto il letto, sotto l&amp;#39;armadio, nella specchiera. Questa era una piccola tavola ricoperta di tela ricamata: sollevatone un lembo, apparve la cassetta. L&amp;igrave; dentro, in mezzo ai vecchi pettini, a scatole vuote di pasta di mandorle, c&amp;#39;era un fascio di carte annodate con un nastro rosso. Consalvo disfece il nodo e sciorin&amp;ograve; le lettere. Improvvisamente Lucrezia apparve sull&amp;#39;uscio. &amp;laquo;Ah!...&amp;raquo; grid&amp;ograve;, e slanciarsi sul nipote ed allungargli un ceffone fu tutt&amp;#39;uno. Il ragazzo cacci&amp;ograve; uno strillo cos&amp;igrave; acuto, come se lo stessero scannando. &amp;laquo;T&amp;#39;ho detto mille volte di non toccare le cose mie! Non &amp;egrave; possibile serbare pi&amp;ugrave; nulla! Sono ridotta come se fossi in piazza...&amp;raquo; Accorse Vanna, la cameriera, agli urli disperati, ma aveva appena cominciato: &amp;laquo;Signorina... lo lasci andare...&amp;raquo; che apparve il principe. &amp;laquo;E per questo alzi le mani sul bambino?&amp;raquo; &amp;laquo;Se non posso essere ubbidita!... Se non sono padrona di serbare uno spillo!...&amp;raquo; Egli sollev&amp;ograve; Consalvo da terra, lo prese per mano e disse, lentamente, guardandola bene in viso: &amp;laquo;Un&amp;#39;altra volta, se t&amp;#39;arrischi di toccare mio figlio, ti piglio a schiaffi; hai capito?&amp;raquo; Ella rimase un momento come stordita. Visto uscire il fratello, corse a un tratto alla porta, la chiuse sbattendola violentemente e non rispose pi&amp;ugrave; a nessuno dei servi che venivano a chiamarla pel desinare. Dov&amp;eacute; salire il duca a scongiurarla di aprirgli; alle raccomandazioni, alle ammonizioni dello zio, finalmente proruppe: &amp;laquo;E che pazienza! Sono due mesi che mi tratta cos&amp;igrave;!... Perch&amp;eacute; l&amp;#39;ha con me? Pel testamento di nostra madre? Fa&amp;#39; cos&amp;igrave; per giocar di prima? Ha dunque ragione lo zio don Blasco?... Ha sentito, ha sentito Vostra Eccellenza, che ha fatto adesso?&amp;raquo; &amp;laquo;Che ha fatto?&amp;raquo; &amp;laquo;Non vuol riconoscere il legato alla bad&amp;igrave;a di San Placido!... Abbiamo trovato Angiolina che piangeva e la Badessa che gettava fuoco e fiamme!... Vuol far lui tutte le carte, e ci tratta poi cos&amp;igrave;, d&amp;#39;alto in basso, per avvilirci tutti quanti...&amp;raquo; &amp;laquo;Piano!... Basta, per ora...&amp;raquo; il duca tornava a raccomandarsi, per amor della pace. &amp;laquo;Basta!... Vieni a desinare, per ora... Ti prometto che poi gli parler&amp;ograve; io...&amp;raquo; &lt;p&gt;Raimondo non era ancora rientrato quando tutta la famiglia, con l&amp;#39;assistenza di don Mariano, prese posto a tavola. Lucrezia aveva gli occhi ancora rossi, teneva il capo chino, non diceva una parola; ma il principe, fattosi improvvisamente sereno in vista, rivolgeva cortesie allo zio duca. Tutti i giorni cos&amp;igrave;: dopo lunghe ore di mutria, di silenzi, di voltate di spalle al sopravvenire dei fratelli e delle sorelle e pi&amp;ugrave; della cognata Matilde, egli smetteva a tavola la ciera accigliata, per corteggiar lo zio. Non era la prima volta che il desinare cominciava senza Raimondo, e al malumore di Lucrezia faceva riscontro, quel giorno, un pensiero molesto sulla fronte di Matilde. Non le facevano festa, in quella casa. Il principe, donna Ferdinanda, don Blasco, un po&amp;#39; anche la cugina Graziella, dovevano trovare in lei colpe imperdonabili, se la punzecchiavano assiduamente, se la trattavano senza riguardi; ma ella perdonava le mancanze di riguardo e gli sgarbi fatti a lei; non soffriva quelli che toccavano a suo marito. Forse era questa la sua grande colpa: l&amp;#39;amore che portava a Raimondo!... Lo amava fin da quando lo aveva visto, da prima ancora; fin da quando, fidanzata per lettera a quel conte di Lumera del quale suo padre, superbo d&amp;#39;imparentarsi coi Vicer&amp;eacute;, le faceva lodi senza fine, ella aveva lavorato con la fantasia a rappresentarlo bello, nobile, generoso, cavalleresco come un eroe del Tasso o dell&amp;#39;Ariosto. E la realt&amp;agrave; aveva superato le sue stesse immaginazioni; tanto era fine, lo sposo suo, e leggiadro, ed elegante, e splendido; ed ella che non aveva conosciuto da vicino altri uomini, che s&amp;#39;era nutrita unicamente di sogni, di poesia, di fantasia alta e pura, gli aveva dato tutta l&amp;#39;anima, per sempre; lo aveva amato ancora nei suoi cari e idolatrato nella figlia n&amp;agrave;tale da lui. Ella non aveva altra idea della vita che quella espressa dalla vita sua propria, semplice e piana, tutta trascorsa in mezzo alla sorellina Carlotta, alla mamma loro, soave ed amara ricordanza, ed al padre, uomo di passioni estreme, amico o nemico fino alla morte degli altri uomini, ma cieco e folle d&amp;#39;amore per le sue figlie... Mentre ella adesso si voltava ogni tratto a guardar l&amp;#39;uscio della sala con l&amp;#39;ansiosa aspettativa dell&amp;#39;arrivo di Raimondo, la scena che aveva dinanzi le rammentava, con un effetto di vivo contrasto, un&amp;#39;altra indelebilmente fitta nella sua memoria. La sua memoria le rappresentava il desco familiare, nella grande stanza da pranzo della casa paterna, a Milazzo: la mamma, la sorella, ella stessa intenta ai racconti del padre, sorridenti con lui, con lui tristi o dolenti; il padre tutto loro, coi pensieri e con le opere; e un costante e quasi superstizioso rispetto per le antiche abitudini, e una pace patriarcale, un amore reciproco, una confidenza assoluta. Se ella si guardava ora intorno, che vedeva? La principessa timida e paurosa dinanzi al marito, il ragazzo tremante a un&amp;#39;occhiata del padre, ma superbo dell&amp;#39;umiliazione inflitta alla zia; Lucrezia e il fratello ancora freddi e sospettosi l&amp;#39;uno verso l&amp;#39;altra; il principe ostentante il buon umore col duca dopo una giornata d&amp;#39;accigliato silenzio... Ella neppure sospettava le passioni che dividevano quella famiglia, il giorno che vi era entrata come in un&amp;#39;altra famiglia sua propria: tanto pi&amp;ugrave; grande era stato il suo stupore, il suo dolore, nel vedere di che sordo astio la ripagavano. Giudicavano, certo, che fosse indegna di Raimondo perch&amp;eacute; a lui inferiore: e nessuno quanto lei stessa lo poneva tanto alto; ma non le aveva giovato sentirsi e farsi umile dinanzi a lui e ad essi: l&amp;#39;astio non s&amp;#39;era placato. Allora ella aveva cominciato a comprendere le particolari passioni che, oltre all&amp;#39;orgoglio, animavano ciascuno di quegli Uzeda duri e violenti... La madre di Raimondo, per idolatria del figlio era gelosa di lei: riuscita ad ammogliarlo, ad assicurargli la dote, aveva umiliato la nuora, facendole sentire fin dal primo giorno la sua mano di ferro perch&amp;eacute;, pi&amp;ugrave; d&amp;#39;ogni altro, ella stessa sommessa dinanzi al beniamino; ma la sommessione idolatra, il cieco affetto della sposa, togliendole ogni pretesto d&amp;#39;incrudelire su lei, mettendo nuova esca al fuoco della sorda gelosia materna, l&amp;#39;aveva resa implacabile. Il fratello maggiore, non perdonando a Raimondo i suoi privilegi, non potendo rassegnarsi alla concorrenza che la famiglia di lui faceva alla propria, rovesciava il suo rancore sulla cognata. Tutti gli altri erano stati senza piet&amp;agrave; per l&amp;#39;intrusa, o in odio alla principessa che l&amp;#39;aveva voluta in quella casa o in odio a Raimondo che la madre proteggeva. Cos&amp;igrave; ella s&amp;#39;era vista bersaglio di quei parenti ai quali era venuta con animo confidente e cuore affezionato; e lo scoprire che il loro astio era tanto acre contro di lei quanto contro Raimondo, invece di attenuare aveva inacerbito la sua pena; poich&amp;eacute; perduta d&amp;#39;amore pel marito, ella soffriva e gioiva in lui e per lui... In quello stesso momento che il principe pareva non veder la cognata o, se volgevasi dalla sua parte, smessa a un tratto la ciera gioconda, le mostrava un viso contegnosamente chiuso, peggio che se fosse una estranea, ella non soffriva tanto di quell&amp;#39;ostentata freddezza, quanto della trascuranza da tutti dimostrata verso suo marito. Il desinare progrediva come se egli non dovesse venire pi&amp;ugrave;, nessuno chiedeva di lui. Lucrezia teneva ancora il capo chino sul desco, la principessa badava a suo figlio, il principe parlava dello stato delle campagne, dei prezzi delle derrate, dei pericoli del colera; il duca discuteva della guerra d&amp;#39;Oriente; e solamente un estraneo, don Mariano, diceva tratto tratto: &amp;laquo;E Raimondo?... Non si vede pi&amp;ugrave;!... Che gli &amp;egrave; successo?&amp;raquo; Allora, come per virt&amp;ugrave; dell&amp;#39;eco, quella domanda si ripercoteva nel pensiero di lei: &amp;laquo;Non si vede pi&amp;ugrave;!... Che gli &amp;egrave; successo?...&amp;raquo; Perch&amp;eacute; mai tardava tanto? Perch&amp;eacute; la lasciava sola tra quegli estranei indifferenti od ostili? &amp;laquo;I russi resistono ancora... un osso duro da rodere... Napoleone ne seppe qualcosa...&amp;raquo; Di nuovo assorta in pensieri pi&amp;ugrave; gravi e molesti, ella udiva brani di frasi, parole di cui non afferrava il senso. Da quanto tempo la lasciava sola, Raimondo! Da quanto, da quanto!... Ella rammentava assiduamente la prima pena che le aveva inflitta, tanto tempo addietro. Buono con lei nei primi tempi del matrimonio, durante il viaggio di nozze ed il soggiorno di Catania, appena giunto a Milazzo dove erano andati per affari, per vedere il padre e la sorella di lei, egli aveva dichiarato di non aver preso moglie per vivere in quella bicocca, per incappare nella tutela del suocero dopo essere uscito da quella della madre. Certo, ella non credeva che la vita nella sua cittadella natale potesse allettarlo molto; certo, lo avrebbe seguito dovunque gli sarebbe piaciuto condurla; nondimeno quel brusco giudizio intorno a cose e persone care al cuor suo le aveva procurato un senso d&amp;#39;angustia indimenticabile. Egli voleva lasciare per sempre la Sicilia, andarsene a vivere a Firenze; n&amp;eacute; la contraria volont&amp;agrave; della madre gli era d&amp;#39;ostacolo; alla moglie, che per non discostarsi troppo dai suoi gliela rammentava esortandolo ad obbedirla, rispondeva bruscamente: &amp;laquo;Lasciami fare a modo mio.&amp;raquo; Ed ella, s&amp;igrave;, aveva riconosciuto le sue ragioni. La Sicilia, la Toscana, qualunque parte del mondo dove sarebbero stati insieme felici, non doveva esser tutt&amp;#39;uno per lei? Il dispotico divieto della suocera poteva avere maggior peso per lei del desiderio del marito? E quel desiderio non era forse legittimo; il suo Raimondo non era chiamato a figurare in mezzo alla societ&amp;agrave; pi&amp;ugrave; eletta di una grande citt&amp;agrave;? Giovani e ricchi, non sarebbero stati dovunque segno dell&amp;#39;invidia di tutti?... Ed ella non aveva perseverato nei tentativi di resistenza anche per un&amp;#39;altra ragione, pi&amp;ugrave; grave. Raimondo, del quale perdonava, anzi voleva ignorare i modi un po&amp;#39; bruschi, l&amp;#39;insofferenza della contraddizione, tutti i piccoli difetti di un figliuolo troppo vezzeggiato, si mostrava qual era anche col suocero. Il carattere di costui essendo pure molto forte, un dissenso poteva sorgere da un momento all&amp;#39;altro. Sulle prime, il barone aveva fatto una vera festa al genero, trattandolo quasi come la principessa, sedotto anche lui dalla grazia fine del giovane, inorgoglito dalla fortuna di essersi imparentato coi Francalanza; ma Raimondo aveva risposto a tante prevenzioni zelanti, a tante cure affettuose mostrandosi malcontento di tutto, in quella casa, ripeteva ogni quarto d&amp;#39;ora: &amp;laquo;Come si fa a vivere qui?...&amp;raquo; Il barone aveva da lui la procura per amministrare le propriet&amp;agrave; date alla figlia, e in questa amministrazione intendeva seguire i criteri e i sistemi antichi, dei quali sapeva la bont&amp;agrave;; Raimondo invece, per occupar gli ozi di Milazzo, quando non passava le intere giornate giocando al casino con gli scapati presto conosciuti, si faceva render conto dal suocero dei suoi provvedimenti, per biasimarli, per suggerir quelli che, a suo giudizio, bisognava adottare. In questa materia, egli dimostrava un&amp;#39;assoluta ignoranza degli affari, una stravaganza di concetti molto simile a quella del fratello Ferdinando: il barone ne rideva, egli se l&amp;#39;aveva a male. Le parti s&amp;#39;invertivano quando il barone gli chiedeva conto dell&amp;#39;impiego dei capitali dotali: allora egli biasimava certe operazioni bislacche del genero, e questi dichiarava al suocero che non ci capiva nulla. Spesso, in quei dibattiti, alle uscite vivaci di Raimondo il barone faceva un visibile sforzo per contenersi, per non dargli sulla voce; allora Matilde interveniva, mutava soggetto al discorso, componendo il lieve screzio coi sorrisi prodigati egualmente alle due persone che pi&amp;ugrave; amava al mondo. Il suo grande dolore fu perci&amp;ograve; nell&amp;#39;accorgersi che, se voleva vederle in pace, le conveniva evitare che stessero a lungo insieme. Decisa cos&amp;igrave; a secondare il desiderio del marito, ella lo aveva seguito a Firenze, ma quest&amp;#39;ultima risoluzione di Raimondo era stata causa della pi&amp;ugrave; viva opposizione del barone che voleva vicina la figlia e, giudicando troppo costosa la stabile dimora in una grande citt&amp;agrave;, consigliava piuttosto brevi viaggi. Raimondo gli aveva risposto seccamente che quel consiglio era stupido, perch&amp;eacute; i viaggi appunto costano un occhio del capo; e lasciando in asso il suocero aveva dichiarato alla moglie, con brutte parole, troppo dure, ingiuste anche, di non voler pi&amp;ugrave; soffrire l&amp;#39;ingerenza di lui negli affari propri. Allora, per vincere l&amp;#39;opposizione del padre, ella aveva dovuto ricorrere all&amp;#39;espediente di cui s&amp;#39;era avvalsa tante volte, bambina: dirgli che il disegno di vivere un pezzo in Toscana era caro a lei stessa e pregarlo di farla contenta!... &amp;laquo;Quattrini e vite sprecate!... La guerra a tanta distanza...&amp;raquo; Mentre il duca continuava a sviscerare la questione d&amp;#39;Oriente ed a proporre combinazioni diplomatiche, tutti si volsero verso l&amp;#39;uscio d&amp;#39;entrata. La contessa sussult&amp;ograve;, sperando che fosse suo marito; s&amp;#39;avanzava invece cerimoniosamente don Cono Canal&amp;agrave;: &amp;laquo;Sia pro a ciascuno!... Ma non veggio il contino?...&amp;raquo; Cos&amp;igrave;, cos&amp;igrave; a Firenze, in una citt&amp;agrave; dove, non che un parente, non aveva da principio neppure una conoscenza, ella era rimasta lunghissime ore, tanti e tanti giorni ad aspettarlo invano. L&amp;igrave; aveva pianto le sue prime lacrime, quando s&amp;#39;era vista trascurata; l&amp;igrave; s&amp;#39;era nascosta per piangere, giacch&amp;eacute; egli o la derideva per quella &amp;laquo;stupida&amp;raquo; affezione, o dichiarava di non voler essere &amp;laquo;seccato&amp;raquo;... Avevano un modo radicalmente diverso d&amp;#39;intendere la vita: mentre ella metteva innanzi tutto l&amp;#39;affetto di suo marito e le gioie della famiglia, e non desiderava se non prolungare al fianco di Raimondo, sia pure in altri luoghi, l&amp;#39;ineffabile felicit&amp;agrave; domestica provata da fanciulla; il giovane viziato dalle preferenze della madre e finalmente uscito dalla sua ferrea tutela, aspirava unicamente ai liberi piaceri mondani. E per questo, dicendo a se stessa che egli aveva il diritto di divertirsi, che non faceva poi nulla di male, che i gusti delle persone sono naturalmente diversi, ella aveva represso il proprio dolore, si era persuasa del proprio torto. Quasi premio di questa sua rassegnazione, aveva finalmente provato le ineffabili gioie della maternit&amp;agrave;, e allora, come per incanto i tempi felici della luna di miele parve tornassero, tra perch&amp;eacute; Raimondo divenne veramente migliore, tra perch&amp;eacute; ella stessa, assorta in soavi pensieri, in cure minute, pose meno mente alla vita di lui. Al padre, che la raggiunse in quell&amp;#39;occasione, ella pot&amp;eacute; mostrare un viso raggiante di gioia; felice con lei, il barone dimentic&amp;ograve; interamente le piccole liti avute col genero, torn&amp;ograve; a volergli bene come ai primi tempi... Tutti aspettavano un maschio, tranne lei stessa che, se avesse osato contrastare i desideri altrui e far differenze tra i figli, avrebbe preferita una bambina. Una bambina nacque infatti, e quando si tratt&amp;ograve; di battezzarla, quantunque ella e il padre avessero desiderato chiamarla come la loro cara perduta, riconobbero tuttavia la convenienza di darle il nome della principessa. Rammentava forse pi&amp;ugrave; la madre felice i trattamenti sgraziati della suocera e della parentela? Quell&amp;#39;angioletto venuto a ristringere il nodo che la univa a Raimondo, a dissipare le nubi che minacciavano il suo bel cielo, non parlava unicamente di pace e d&amp;#39;amore?... Ahim&amp;egrave;! Pi&amp;ugrave; presto che non credesse ella s&amp;#39;era accorta del proprio inganno. Gi&amp;agrave; da quando erano venuti a Firenze, la suocera non le aveva pi&amp;ugrave; scritto, n&amp;eacute; risposto alle sue lettere, n&amp;eacute; accennato a lei nelle lettere che mandava al figliuolo. Il silenzio continu&amp;ograve; durante la gravidanza, e dopo il parto comprese anche la bambina. Quando Teresina fu svezzata, Raimondo deliber&amp;ograve; di fare una corsa in Sicilia; e da quel viaggio ella ripromettevasi la fine dell&amp;#39;incomprensibile rancore della principessa; invece, ella ricominci&amp;ograve; a piangere allora... Donna Teresa Uzeda, non potendo prendersela con Raimondo per il trasferimento nella remota Toscana, ne aveva rovesciato la colpa sulla nuora; la sua gelosia e il suo odio si erano raddoppiati, le facevano una colpa perfino della nascita della bambina!... Come dimostrare a quella spietata il suo torto? Come persuaderla che suo figlio, contro il piacere di tutti, aveva voluto a forza fare quel che si era proposto? Ingenuamente, il barone non aveva detto che Raimondo era andato a Firenze per far piacere a Matilde?... Ella aveva cos&amp;igrave; apprestato, senza saperlo, una nuova arma alla suocera; per ottenere l&amp;#39;accordo fra il marito ed il padre, aveva scatenato quella furia contro se stessa... &amp;laquo;La zia di Vostra Eccellenza!&amp;raquo; Annunziata dal maestro di casa, mentre il desinare stava per finire, entrava adesso donna Ferdinanda. Tranne il duca, tutti si levarono; la contessa con gli altri; ma la zitellona salut&amp;ograve; tutti fuorch&amp;eacute; quest&amp;#39;ultima. Pochi minuti dopo sopravvenne don Blasco che per tutto saluto disse: &amp;laquo;Ancora a tavola?&amp;raquo; e non parve neppure accorgersi di Matilde... Che era mai, pensava ella, la ostentata trascuranza di costoro, a paragone della guerra mossale, anni addietro, dalla principessa? Non era bastato farsi da parte, non esprimere mai volont&amp;agrave;, n&amp;eacute; desideri, n&amp;eacute; opinioni: l&amp;#39;odio aveva trovato sempre ragioni di sfogarsi. Esso riversavasi ancora contro l&amp;#39;innocente bambina che aveva il doppio torto d&amp;#39;appartenere al sesso disprezzato e d&amp;#39;esser nata da quella madre; e poich&amp;eacute;, rassegnata personalmente a quei trattamenti, la madre sanguinava agli sgarbi fatti alla sua creatura, la principessa s&amp;#39;era messa a perseguitare con speciale accanimento la nipotina. Raimondo pareva non accorgersi di nulla, l&amp;#39;abbandonava pi&amp;ugrave; a lungo che a Firenze, non credendo di lasciarla sola poich&amp;eacute; ella restava &amp;laquo;in famiglia&amp;raquo;; e il tormento di quella vita era divenuto in breve cos&amp;igrave; acuto, che ella aveva sospirato il momento di tornarsene alla solitudine almeno tranquilla della sua casa di Firenze... &amp;laquo;Dov&amp;#39;&amp;egrave; quell&amp;#39;altro?...&amp;raquo; domand&amp;ograve; di botto don Blasco, sbuffante alle elucubrazioni politiche del fratello duca. &amp;laquo;Quell&amp;#39;altro&amp;raquo; doveva essere Raimondo; tutti lo compresero, rispondendo che non s&amp;#39;era visto, che forse era rimasto a desinare da qualche amico. &amp;laquo;Avrebbe potuto avvertire...&amp;raquo; osserv&amp;ograve; il principe. E quantunque quell&amp;#39;osservazione fatta con tono severo, senza riguardo per lei che era sua moglie, ferisse Matilde, un&amp;#39;altra voce ora le diceva: &amp;laquo;&amp;Egrave; vero! Ha ragione!...&amp;raquo; Ella stessa, tornata a Firenze, in quell&amp;#39;asilo che le era parso di pace e di felicit&amp;agrave;, non aveva forse pensato cos&amp;igrave;, quando aspettando lungamente, di giorno e di notte, il ritorno di Raimondo che la lasciava ormai quasi sempre sola, s&amp;#39;era sentita struggere d&amp;#39;ambascia e di paura, non sapendo che cosa gli fosse accaduto, temendo sempre, con l&amp;#39;inferma immaginazione, pericoli e disgrazie? Suo marito, invece, non voleva renderle conto della propria vita, quasi fosse ancora scapolo, quasi ella non avesse nessun diritto su lui, quasi la loro bambina non esistesse! Quella figlia che doveva ancora pi&amp;ugrave; stringerli insieme, che per lo meno doveva essere, nel dolore, il gran rifugio della madre, non solo pareva non dir nulla al cuore di Raimondo, ma non bastava neppure a confortare lei stessa, poich&amp;eacute; ella non poteva pi&amp;ugrave; scusare come nei primi tempi la condotta sempre pi&amp;ugrave; sfrenata del marito, poich&amp;eacute; non ignorava pi&amp;ugrave; che egli la trascurava per altre donne, e poich&amp;eacute; questa scoperta le faceva a un tratto sentire il coltello della gelosia... Ancora una volta, le passate sofferenze le erano parse nulla, paragonate a queste altre. Ella lo amava pi&amp;ugrave; che mai d&amp;#39;amore, per gli stessi difetti che gli aveva perdonati, per tutto quel che le costava; e le nuove, pi&amp;ugrave; brusche, pi&amp;ugrave; aperte dichiarazioni con le quali egli respingeva le preghiere di lei e derideva le sue lacrime e le faceva quasi una colpa dell&amp;#39;amor suo, la stringevano a lui sempre pi&amp;ugrave;. No, sua figlia non le bastava, la creaturina non poteva consolarla, nessuno al mondo poteva consolarla, ella doveva perfino nascondere le proprie torture al padre, scrivergli che era contenta e felice, perch&amp;eacute; egli non venisse a chieder conto a Raimondo di quella condotta, perch&amp;eacute; tra quei due uomini non scoppiasse la guerra!... E ancora una volta s&amp;#39;era messa a sperare nel ritorno in Sicilia; la terribile casa degli Uzeda le parve ancora una volta un&amp;#39;oasi, non avendovi almeno conosciuto il sospetto roditore come un verme. Quando da Catania scrissero a Raimondo di venir presto a casa, quando la stessa madre moribonda lo chiam&amp;ograve;, ella fece di tutto per indurlo a partire ma vedendolo sordo alla voce della morente, sordo alle stesse ragioni dell&amp;#39;interesse, restare a Firenze, l&amp;#39;angoscia di lei s&amp;#39;era esacerbata, tanto aveva dovuto credere potenti le ragioni, i legami che lo trattenevano... Giusto in quei giorni le sue viscere avevano avuto un nuovo fremito; ella era madre un&amp;#39;altra volta - fredda, cattiva madre, se non tripudiava a quella scoperta; ma come avrebbe potuto gioirne, quando il padre della sua creatura le cagionava tanta tristezza; quando, all&amp;#39;annunzio della nuova paternit&amp;agrave;, egli restava indifferente e quasi fastidito come per una nuova molestia?... Repentinamente, giunto il dispaccio che annunziava la morte della principessa, erano partiti, ed ella aveva tratto liberamente il respiro, chiedendo perdono al Signore della gioia che provava per causa d&amp;#39;una morte; ma l&amp;#39;implacata avversione dei parenti l&amp;#39;affliggeva ancora una volta come prova della insospettata malvagit&amp;agrave; umana; e adesso che Raimondo, senza rispetto per la memoria della madre, faceva ciarlare tutta la citt&amp;agrave; con la sua vita sbrigliata, ella domandava tra s&amp;eacute;, con lungo sconforto: &amp;laquo;Quando, dove avr&amp;ograve; pace?...&amp;raquo; Il desinare era gi&amp;agrave; finito e Lucrezia, la principessa e Consalvo s&amp;#39;erano gi&amp;agrave; levati di tavola, quando Raimondo rientr&amp;ograve;. Mostrava di esser molto allegro e d&amp;#39;aver buon appetito. Alla domanda del duca, rispose che gli amici lo avevano trattenuto, che non s&amp;#39;era accorto dell&amp;#39;ora tarda. &amp;laquo;Del resto, qui desinate spaventevolmente presto! Nei paesi civili non si va a tavola prima dell&amp;#39;ave!&amp;raquo; Il principe non rispose. Alzandosi da tavola mentre il fratello divorava la minestra serbata in caldo, disse al duca: &amp;laquo;Zio, vuol venire un momento con me?&amp;raquo; e lo condusse nel suo scrittoio. Stava di nuovo sull&amp;#39;intonato, come se dovesse stipulare un trattato. Chiuso a chiave l&amp;#39;uscio della stanza precedente, offerta una poltrona allo zio, egli stesso in piedi, cominci&amp;ograve;: &amp;laquo;Vostra Eccellenza mi scusi se la disturbo dopo tavola, ma dovendo parlare di affari importanti e non volendo portarle via il suo tempo...&amp;raquo; &amp;laquo;Ma che!...&amp;raquo; fece il duca, interrompendo il preambolo. &amp;laquo;Tu non mi disturbi affatto... Parla, parla pure...&amp;raquo; e accese un sigaro. &amp;laquo;Vostra Eccellenza pu&amp;ograve; vedere ogni giorno,&amp;raquo; riprese il principe, &amp;laquo;che vita fa Raimondo, e come, invece di darmi una mano a sistemar gli affari della successione, pensi a divertirsi lasciando tutto sulle mie spalle. Parlargli d&amp;#39;interessi &amp;egrave; inutile: o non mi d&amp;agrave; retta, o non capisce... o finge di non capire.&amp;raquo; Il duca approvava con un cenno del capo. Tra s&amp;eacute;, giudicava veramente un po&amp;#39; strane quelle lagnanze del nipote, che non avrebbe dovuto esser poi tanto scontento se il fratello non s&amp;#39;impacciava nelle quistioni dell&amp;#39;eredit&amp;agrave; e lo lasciava libero di fare a sua posta. E se Raimondo mostrava poca premura di partecipare agli affari, il fratello maggiore non ne aveva mostrata pochissima di renderne conto al coerede ed ai legatari? Non era forse quella la prima volta che egli teneva a qualcuno della famiglia un discorso di quel genere? &amp;laquo;Ora,&amp;raquo; continuava frattanto Giacomo, &amp;laquo;io credo prima di tutto conveniente, nell&amp;#39;interesse comune, che la divisione si faccia al pi&amp;ugrave; presto; in secondo luogo bisogna che tutti sappiano ci&amp;ograve; che ho saputo in questi giorni io stesso...&amp;raquo; &amp;laquo;Che cosa?&amp;raquo; &amp;laquo;Una bella cosa!&amp;raquo; esclam&amp;ograve;, con un sorriso amarissimo. E dopo una breve pausa, quasi a preparar l&amp;#39;animo dello zio alla dolorosa notizia: &amp;laquo;L&amp;#39;eredit&amp;agrave; di nostra madre &amp;egrave; piena di debiti...&amp;raquo; Il duca si cav&amp;ograve; il sigaro di bocca dallo stupore. &amp;laquo;Vostra Eccellenza non crede? E chi avrebbe potuto credere una cosa simile? Dopo che abbiamo sentito tanto lodare, da tutti, il modo ammirabile tenuto dalla felice memoria nel mettere in piano la nostra casa? Invece, c&amp;#39;&amp;egrave; un baratro!... Fin all&amp;#39;altr&amp;#39;ieri, non sospettavo ancora nulla. &amp;Egrave; vero che nei primi giorni dopo la disgrazia ebbi avviso di alcuni piccoli effetti sottoscritti da nostra madre, i possessori dei quali, durante la malattia, avevano pazientato oltre la scadenza; ma credevo naturalmente che fossero infime somme, di quei debitucci che tutti, in certi momenti, anche i pi&amp;ugrave; facoltosi, hanno bisogno di contrarre. Potevo sospettare che invece sono migliaia e migliaia d&amp;#39;onze, e che ogni giorno spunta un nuovo creditore, e che se continua di questo passo, il meglio dell&amp;#39;eredit&amp;agrave; se n&amp;#39;andr&amp;agrave; in fumo?...&amp;raquo; &amp;laquo;Ma il signor Marco...&amp;raquo; &amp;laquo;Il signor Marco,&amp;raquo; riprese il principe senza dar tempo allo zio di compiere l&amp;#39;obiezione, &amp;laquo;ne sapeva meno di me ed &amp;egrave; pi&amp;ugrave; sbalordito di Vostra Eccellenza. Vostra Eccellenza sa bene che carattere avesse la felice memoria, e come facesse in tutto di suo capo, e si nascondesse non solamente da coloro che dovevano essere i suoi naturali confidenti, ma da quegli stessi nei quali aveva riposto fiducia... Il signor Marco non ha notato nel suo scadenziere neppure la decima parte delle somme di cui adesso siamo debitori. Io non so che pasticci ci sieno sotto. S&amp;#39;immagini che esistono effetti scaduti da tre, da quattro anni, e anche da cinque!... Le confesser&amp;ograve; che, sul principio, ho temuto d&amp;#39;esser vittima, come tutti gli altri, d&amp;#39;una truffa spaventevole, d&amp;#39;aver a fare con un&amp;#39;associazione di falsari. Ho dovuto ricredermi: le firme sono l&amp;igrave;, autentiche. Debbo dunque supporre che il sistema di ricorrere al credito, di cui la felice memoria faceva una colpa tanto grave a nostro nonno, non le dispiacesse poi troppo... E il peggio &amp;egrave; di non poter sapere fin dove si estende il marcio! E questa &amp;egrave; la famosa amministrazione di cui abbiamo sentito tante lodi... Ma dice che dei morti non si deve parlare... e basta!... Ora io ho voluto informare Vostra Eccellenza, prima di tutto perch&amp;eacute; era questo il mio dovere; secondariamente perch&amp;eacute; Vostra Eccellenza ne tenga parola a Raimondo. Se questi debiti hanno da pagarsi, e purtroppo c&amp;#39;&amp;egrave; poca speranza del contrario, a ciascuno bisogna imputarne la sua parte. Io vorrei anche pregare Vostra Eccellenza di avvisare gli altri, perch&amp;eacute; sappiano che i loro legati saranno anch&amp;#39;essi gravati in proporzione...&amp;raquo; Il duca ricominci&amp;ograve; a scrollare il capo, ma con espressione diversa. I legatari lagnavansi d&amp;#39;aver avuto troppo poco; adesso bisognava dir loro che avevano anche meno! &amp;laquo;Perch&amp;eacute; non parli loro tu stesso?&amp;raquo; sugger&amp;igrave; al nipote. &amp;laquo;Perch&amp;eacute;?&amp;raquo; rispose il principe, col leggiero fastidio di chi ode rivolgersi una domanda oziosa. &amp;laquo;E non sa Vostra Eccellenza come sono, qui in casa? Chiusi, sospettosi, diffidenti? Crede Vostra Eccellenza che io non mi sia accorto di certi maneggi, che non abbia udito certe accuse sorde sorde?... Pare che l&amp;#39;abbiano tutti con me, specialmente quella testa pazza di Lucrezia!... Anche oggi non ha fatto una scena?...&amp;raquo; &amp;laquo;No, no...&amp;raquo; interruppe il duca; &amp;laquo;al contrario, t&amp;#39;assicuro. Si lagnava anzi del contrario, che tu l&amp;#39;abbia con lei, che non le parli mai...&amp;raquo; &amp;laquo;Io? E perch&amp;eacute; dovrei averla con lei?... Non ho parlato molto in questi giorni, &amp;egrave; vero: ma come vuole Vostra Eccellenza che avessi voglia di parlare, con queste belle notizie? Perch&amp;eacute; dovrei averla con lei, o con altri? Io ho pensato sempre ed ho detto che la cosa principale, nelle famiglie, &amp;egrave; la pace, l&amp;#39;unione, l&amp;#39;accordo!... &amp;Egrave; colpa mia se questo non fu possibile finch&amp;eacute; visse nostra madre? Vostra Eccellenza sa come fui trattato... meglio, molto meglio non parlarne!... Adesso, quantunque io sia stato spogliato, mi hanno udito esprimere una sola lagnanza? Ho detto primo di tutti: la volont&amp;agrave; di nostra madre sar&amp;agrave; legge! Invece, che cosa s&amp;#39;&amp;egrave; visto? Mutrie a destra e a sinistra, Raimondo che non vuole occuparsi d&amp;#39;affari quasi per punirmi d&amp;#39;avergli preso mezza eredit&amp;agrave;...&amp;raquo; &amp;laquo;No, per spassarsi...&amp;raquo; corresse il duca. &amp;laquo;Lo zio don Blasco,&amp;raquo; prosegu&amp;igrave; il principe, quasi non udendo l&amp;#39;osservazione, &amp;laquo;che ho sempre trattato con rispetto e deferenza, come tutti gli altri, istigare contro di me i legatari...&amp;raquo; &amp;laquo;Quello &amp;egrave; un pazzo!...&amp;raquo; &amp;laquo;O gli altri, dica Vostra Eccellenza, sono forse savi? Che vogliono, che pretendono? Di che m&amp;#39;accusano? Perch&amp;eacute; non vengono a dire le loro ragioni? Lucrezia ha parlato oggi con Vostra Eccellenza; sentiamo: che ha detto?...&amp;raquo; Quantunque deciso a non mantenere la promessa fatta qualche ora prima alla nipote, il duca, costretto dalla domanda, rispose, con un sorrisetto, per temperare quel che vi poteva essere di poco gradito nelle sue parole: &amp;laquo;Tu ti lagni d&amp;#39;esser stato spogliato; e invece spogliati si credono essi...&amp;raquo; Il principe rispose, con un sorriso pi&amp;ugrave; amaro del primo: &amp;laquo;Proprio, eh?... E come, perch&amp;eacute;?&amp;raquo; &amp;laquo;Perch&amp;eacute; avrebbero avuto meno di quel che gli spetta... perch&amp;eacute; c&amp;#39;&amp;egrave; la parte di vostro padre...&amp;raquo; Giacomo s&amp;#39;accigli&amp;ograve; un momento, poi proruppe, con mal contenuta violenza: &amp;laquo;Allora perch&amp;eacute; accettano il testamento? Perch&amp;eacute; non chiedono i conti? Mi faranno un piacere! Mi renderanno un servizio!&amp;raquo; &amp;laquo;Tanto meglio, allora...&amp;raquo; &amp;laquo;Che cosa credono che sia l&amp;#39;eredit&amp;agrave; di nostra madre? Facciamo i conti, sissignore; facciamoli domani, facciamoli oggi! Anzi, perch&amp;eacute; non si rivolgono ai magistrati?...&amp;raquo; &amp;laquo;Che c&amp;#39;entra questo?&amp;raquo; &amp;laquo;M&amp;#39;intentino una lite! Facciamo ciarlare il paese, diamo questo bell&amp;#39;esempio d&amp;#39;amor fraterno! Raimondo s&amp;#39;unisca a loro; mi accusino di aver carpito il testamento, ah! ah! ah!... Sono capaci di pensarlo! Conosco i miei polli, non dubiti! Questo &amp;egrave; il frutto dell&amp;#39;educazione impartita qui dentro, degli esempi che hanno dato, della diffidenza e del gesuitismo eretti a sistema...&amp;raquo; Era veramente concitato, parlava violentemente, aveva perduto la solenne compostezza dell&amp;#39;esordio. Il duca, buttato via il sigaro spento, riprendeva a scrollare il capo, quasi riconoscendo che alla fine fine non poteva dargli torto per quelle ultime argomentazioni. Per&amp;ograve;, levatosi dalla poltrona, messa una mano sulla spalla del nipote: &amp;laquo;C&amp;agrave;lmati, andiamo!&amp;raquo; esclam&amp;ograve;. &amp;laquo;Non esageriamo n&amp;eacute; da una parte n&amp;eacute; dall&amp;#39;altra. La roba &amp;egrave; l&amp;igrave;...&amp;raquo; &amp;laquo;Nessuno la tocca!&amp;raquo; &amp;laquo;Essi vogliono fare i conti, tu sei pronto a darli...&amp;raquo; &amp;laquo;Ora, all&amp;#39;istante!...&amp;raquo; &amp;laquo;E dunque l&amp;#39;accordo &amp;egrave; immancabile. Farete questi conti, vedrete se la divisione di vostra madre &amp;egrave; giusta o no; accomoderete tutto con le buone.&amp;raquo; &amp;laquo;Ora, all&amp;#39;istante!&amp;raquo; ripeteva il principe seguendo lo zio che s&amp;#39;avviava. &amp;laquo;Perch&amp;eacute; non hanno parlato prima? Non sono gi&amp;agrave; lo Spirito Santo per potere indovinare ci&amp;ograve; che mulinano nelle teste bislacche!&amp;raquo; &amp;laquo;C&amp;#39;&amp;egrave; tempo! c&amp;#39;&amp;egrave; tempo!...&amp;raquo; ripeteva il duca, conciliante, senza far notare al nipote la contraddizione in cui cadeva, avendo prima asserito di saper dei complotti. &amp;laquo;Non la pigliare cos&amp;igrave; calda! Parler&amp;ograve; con Raimondo, poi con gli altri; la roba &amp;egrave; l&amp;igrave;; vedrete che non ci saranno quistioni... A proposito,&amp;raquo; esclam&amp;ograve;, giunto all&amp;#39;uscio e voltandosi indietro, &amp;laquo;che cosa &amp;egrave; l&amp;#39;affare della bad&amp;igrave;a?&amp;raquo; &amp;laquo;Qual affare?...&amp;raquo; rispose il principe, stupito. &amp;laquo;Il legato delle messe... Le mille onze che non vuoi dare ad Angiolina...&amp;raquo; &amp;laquo;Le mille onze? Io non voglio darle?...&amp;raquo; esclam&amp;ograve; allora Giacomo. &amp;laquo;Ma non vede Vostra Eccellenza come sono tutti d&amp;#39;una razza, falsi e bugiardi? Io non le voglio dare? mentre invece il legato di nostra madre &amp;egrave; nullo, perch&amp;eacute; importa l&amp;#39;istituzione d&amp;#39;un beneficio, e le istituzioni di beneficio non reggono quando manca l&amp;#39;approvazione sovrana?...&amp;raquo; Nella Sala Gialla don Blasco rodevasi le unghie, sapendo quella bestia del fratello in confabulazione col nipote e non potendo udire i loro discorsi. Dalla contrariet&amp;agrave;, stronfiava, spasseggiava in lungo e in largo, non udiva neppure quel che dicevano intorno a lui. Era arrivata la cugina Graziella, la quale cicalava con la principessa, con Lucrezia e con donna Ferdinanda; meno con Matilde, per mostrar di partecipare ai sentimenti degli Uzeda verso l&amp;#39;intrusa. Aveva creduto di poter entrare anche lei in casa Francalanza, la cugina; di prendersi anzi il primo posto, come moglie del principe Giacomo, ma l&amp;#39;opposizione della zia Teresa aveva trionfato di lei e del giovane. Invece che &amp;laquo;principessa&amp;raquo;, s&amp;#39;era chiamata semplicemente &amp;laquo;signora Carvano&amp;raquo;, ma quantunque il cugino, presa la moglie che la madre gli destinava, si fosse posto il cuore in pace e paresse perfino aver dimenticato che fra loro due c&amp;#39;erano state un tempo parole tenere, ella aveva continuato a fare all&amp;#39;amore, se non con lui, con la sua casa. C&amp;#39;era venuta assiduamente, aveva stretto amicizia con la principessa Margherita e indotto il marito a fare anche lui la corte agli Uzeda, e tenuto a battesimo Teresina e dimostrato in ogni modo e in tutte le occasioni che le antiche fallite speranze non potevano intepidire in lei l&amp;#39;affezione verso tutti i cugini. Durante la malattia e dopo la morte di donna Teresa, specialmente, donna Graziella era quasi diventata una persona della famiglia; tutti i giorni e tutte le sere a prender notizie, a prodigar conforti, a suggerir consigli, a rendersi utile con le parole e con le opere. La principessa non solo non aveva ragione di esserne gelosa, poich&amp;eacute; Giacomo dimostrava tanta indifferenza verso la cugina che certe volte neppure le rivolgeva la parola e, smesso il tu, le dava del freddo voi; ma era perfino incapace di provare gelosia o qualunque altro sentimento per lei come per ogni persona, tanto la naturale indolenza e il bisogno d&amp;#39;isolamento e la soggezione in cui la teneva il marito la rendevano indifferente a tutto ed a tutti fuorch&amp;eacute; ai propri figli. Quel pomeriggio appunto, dopo tavola, la balia era venuta a dirle che la bambina tossicchiava un poco; cosa da nulla, certo; ma ella se n&amp;#39;era inquietata, e la cugina, trovata quella dispiacevole novit&amp;agrave;, faceva sfoggio della sua scienza medica, consigliando la somministrazione di polveri e di decotti alla figlioccia, assicurando per&amp;ograve; che il male non era grave, sgridando nondimeno la balia che aveva dovuto lasciare il balcone aperto. Raimondo, che d&amp;#39;ordinario scappava via appena finito di prendere un boccone, pareva volesse restare in casa, per suo piacere; e Matilde, tutta riconfortata, dimenticata a un tratto la tristezza di un&amp;#39;ora innanzi, lo seguiva con lo sguardo ridente. Era cos&amp;igrave; fatta che una parola, un nulla la turbavano e la rassicuravano: e chiedeva tanto poco per essere felice! Se egli fosse stato sempre cos&amp;igrave;, se avesse dedicato una parte del suo tempo alla famiglia, se avesse prodigato alla sua bambina le carezze che quella sera faceva al principino!... Questi, nel gruppo degli uomini, ripeteva le declinazioni al cavaliere don Eugenio, il quale s&amp;#39;era costituito suo maestro, tra gli applausi dei lavapiatti ad ogni risposta azzeccata; ma cominciando a confondersi, ad imbrogliarsi: &amp;laquo;E non lo tormentare pi&amp;ugrave;, povero bambino!&amp;raquo; esclam&amp;ograve; donna Ferdinanda. &amp;laquo;Qui, con la zia! Ti rompono la testa con tutte queste storie, eh? Rispondi loro: &amp;quot;Debbo forse fare il mastro di penna?&amp;quot;&amp;raquo; Don Eugenio, udendo disprezzare le belle lettere, rispose: &amp;laquo;Bisogna studiare, invece!... L&amp;#39;uomo tanto pi&amp;ugrave; vale quanto pi&amp;ugrave; sa! E poi bisogna che tu faccia onore al nome che porti; tra i tuoi antenati c&amp;#39;&amp;egrave; don Ferrante Uzeda, gloria siciliana!&amp;raquo; &amp;laquo;Don Ferrante?&amp;raquo; esclam&amp;ograve; la zitellona. &amp;laquo;Che fece don Ferrante?&amp;raquo; &amp;laquo;Come, che fece? Tradusse Ovidio dal latino, comment&amp;ograve; Plutarco, illustr&amp;ograve; le antichit&amp;agrave; patrie: templi, monete, medaglie...&amp;raquo; &amp;laquo;Aaah!... Aaah!...&amp;raquo; Donna Ferdinanda era scoppiata in una risata che non finiva pi&amp;ugrave;, che si risolveva in spruzzi di saliva tutto in giro. Il cavaliere rimase a bocca aperta, don Cono non sapeva che viso fare. &amp;laquo;Aaah!... Aaah!...&amp;raquo; continuava a ridere donna Ferdinanda. &amp;laquo;Don Ferrante! Aaah!... Don Ferrante sai che fece?...&amp;raquo; spieg&amp;ograve; finalmente, rivolta al nipotino. &amp;laquo;Teneva quattro mastri di penna, pagati a ragione di due tar&amp;igrave; il giorno, i quali lavoravano per lui; quando essi avevano scritto i libri, don Ferrante ci faceva stampare su il proprio nome!... Aaah! Che sapesse leggere, ci ho i miei bravi dubbi!...&amp;raquo; Allora s&amp;#39;impegn&amp;ograve; una gran discussione. Don Cono e il cavaliere sostenevano, a vicenda, che se l&amp;#39;antenato non aveva scritto materialmente le sue opere, ne aveva per&amp;ograve; dettato il contenuto; tanto &amp;egrave; vero che le accademie di Palermo, Napoli e Roma lo avevano annoverato tra i loro soci; ma la zitellona interrompeva: &amp;laquo;Fatemi il piacere!...&amp;raquo; intanto che la cugina, scrollando il capo, affermava che, veramente, gli studi non erano stati il forte dell&amp;#39;antica nobilt&amp;agrave;. &amp;laquo;Il forte?&amp;raquo; esclamava la zitellona. &amp;laquo;Ma fino ai miei tempi era vergogna imparare a leggere e scrivere! Studiava chi doveva farsi prete! Nostra madre non sapeva fare la propria firma...&amp;raquo; &amp;laquo;Era forse una bella cosa?&amp;raquo; obiett&amp;ograve; don Eugenio. &amp;laquo;Non mi parlare anche tu del progresso!&amp;raquo; salt&amp;ograve; su donna Ferdinanda. &amp;laquo;Il progresso importa che un ragazzo debba rompersi la testa sui libri come un mastro notaio! Ai miei tempi, i giovanotti imparavano la scherma, andavano a cavallo e a caccia, come avevano fatto i loro padri e i loro nonni!...&amp;raquo; E mentre don Mariano approvava, con un cenno del capo, la zitellona si mise a tesser l&amp;#39;elogio di suo nonno, il principe Consalvo VI, il pi&amp;ugrave; compito cavaliere dei suoi tempi. Aveva avuto una cos&amp;igrave; grande passione pei cavalli, che, d&amp;#39;inverno, ogni anno, si faceva costruire un passaggio coperto in mezzo alla pubblica via, affinch&amp;eacute; i suoi nobili animali restassero sempre all&amp;#39;asciutto. &amp;laquo;E le altre persone potevano passarci?&amp;raquo; domand&amp;ograve; il principino. &amp;laquo;Potevano passarci quando non era l&amp;#39;ora della passeggiata del principe,&amp;raquo; rispose donna Ferdinanda. &amp;laquo;Se usciva lui, tutti si tiravano da parte!... Una volta che il capitano di giustizia con la carrozza propria ard&amp;igrave; passar innanzi alla sua, sai che fece mio nonno? Lo aspett&amp;ograve; al ritorno, ordin&amp;ograve; al cocchiere di buttargli addosso i cavalli, gli fracass&amp;ograve; il legno e gli pest&amp;ograve; le costole!... Si facevano rispettare i signori, a quei tempi... non come ora, che d&amp;agrave;nno ragione agli scalzacani!...&amp;raquo; La botta era tirata al duca che rientrava in quel momento nella Sala Gialla insieme col principe. Don Blasco, interrotta finalmente la sua corsa, piant&amp;ograve; gli occhi addosso al fratello e al nipote. &amp;laquo;Che diavolo hai fatto?&amp;raquo; disse al principe. &amp;laquo;Nulla... avevo certe notizie da domandare allo zio...&amp;raquo; Sopravvennero in quel momento Chiara e il marchese. Lucrezia, ancora imbronciata, salut&amp;ograve; freddamente la sorella; ma costei non s&amp;#39;accorgeva di nulla, nervosa com&amp;#39;era, tutta piena d&amp;#39;una secreta idea. &amp;laquo;Margherita,&amp;raquo; sussurr&amp;ograve; alla cognata, in confidenza, &amp;laquo;questa volta credo sia per davvero!...&amp;raquo; Erano quelli i sintomi? Poteva ingannarsi? Tante volte aveva sperato d&amp;#39;apporsi e festeggiato invano l&amp;#39;avvenimento, che adesso non ardiva pi&amp;ugrave; annunziare apertamente la gravidanza se non prima la vedeva confermata. Poi, lasciata la principessa, prese a parte Matilde e ricominci&amp;ograve; a dirle: &amp;laquo;La levatrice n&amp;#39;&amp;egrave; certa! Tu che cosa provi?... Come ti sei accorta?...&amp;raquo; Matilde non l&amp;#39;udiva. Adesso che don Blasco non misurava pi&amp;ugrave; la sala da un&amp;#39;estremit&amp;agrave; all&amp;#39;altra, Raimondo aveva ricominciato l&amp;#39;armeggio dello zio monaco, non stava fermo un momento, chiedeva continuamente che ora fosse. Voleva andar fuori? Aspettava qualcuno? Ella era inquieta della sua inquietudine... Frattanto arrivavano nuove visite: la duchessa Radal&amp;igrave; e il principe di Roccasciano, donna Isabella Fersa col marito. L&amp;#39;entrata di quest&amp;#39;ultima mise sottosopra la societ&amp;agrave;: il principe, che ordinariamente non era molto galante con le signore, le and&amp;ograve; incontro fino nell&amp;#39;anticamera; Raimondo anche lui l&amp;#39;ossequi&amp;ograve; tra i primi. Ella portava, come sempre, un abito nuovo fiammante che Lucrezia esaminava ora con la coda dell&amp;#39;occhio, e la principessa, Chiara, tutte le altre, giudicavano a una voce elegantissimo. &amp;laquo;Manifattura di Firenze, &amp;egrave; vero, donn&amp;#39;Isabella?&amp;raquo; domand&amp;ograve; Raimondo. &amp;laquo;Si vede che vostro marito se ne intende, contessa!&amp;raquo; rispose ella indirettamente, volgendosi a Matilde. Don Mariano parlava della parata della Regina, di cui quel giorno era il natalizio; Fersa del colera, della quarantena di dieci giorni decretata allora allora contro le provenienze da Malta, della fiera di Noto rimandata, del pericolo che correva un&amp;#39;altra volta la Sicilia; e il vocione di don Blasco rispondeva: &amp;laquo;Questa &amp;egrave; l&amp;#39;impresa di Crimea! Il regalo dei fratelli piemontesi, capite?&amp;raquo; Il duca, quasi non comprendesse che l&amp;#39;allusione era diretta a lui, ripigliava il discorso della guerra interrotto a tavola, diceva che Cavour l&amp;#39;aveva sbagliata. La via era un&amp;#39;altra, raccogliersi, restarsene tranquilli, curare le piaghe del &amp;#39;48. Con lo stato indebitato fin agli occhi, come poteva pensare a fare nuovi debiti? &amp;laquo;&amp;Egrave; un principio d&amp;#39;economia politica...&amp;raquo; e qui, col tono d&amp;#39;autorit&amp;agrave; portato da Palermo, un discorsone che faceva inghiottire botti di veleno a don Blasco, lardellato com&amp;#39;era di citazioni giornalistiche e parlamentari, infettato da teorie liberalesche. Il principe, udendo Fersa esprimere ancora una grande paura del colera, scrollava il capo: &amp;laquo;Se a Napoli hanno ordinato di spargerlo un&amp;#39;altra volta...&amp;raquo; Come credeva alla iettatura, era incrollabile nell&amp;#39;opinione che il colera fosse un malefizio, un espediente di governo inteso a sfollare le popolazioni, a incutere un salutare timore nei superstiti. Dinanzi allo zio duca, sapendolo dell&amp;#39;opinione contraria, pi&amp;ugrave; &amp;laquo;progressista&amp;raquo;, cio&amp;egrave; che la peste venisse per correnti atmosferiche, taceva prudentemente; ma con Fersa si sbottonava, derideva le quarantene e tutti gli altri amminnicoli fatti per darla a bere ai gonzi. &amp;laquo;Non date retta a queste malinconie!&amp;raquo; diceva frattanto Raimondo a donn&amp;#39;Isabella, a fianco della quale s&amp;#39;era seduto. &amp;laquo;Andrete alla serata di gala?&amp;raquo; &amp;laquo;S&amp;igrave;, conte; abbiamo il palco.&amp;raquo; &amp;laquo;Che rappresentano?&amp;raquo; domand&amp;ograve; la principessa. &amp;laquo;L&amp;#39;&lt;em&gt;Elvira&lt;/em&gt; di Holbein e &lt;em&gt;Un&amp;#39;eredit&amp;agrave; in Corsica&lt;/em&gt; di Dumanoir. Peccato che voi non possiate sentire Domeniconi, principessa. Che artista! E che compagnia!&amp;raquo; Anche don Eugenio rammaricavasi di non poter recarsi al Comunale, per far sapere che, in qualit&amp;agrave; di Gentiluomo di Camera, era stato invitato nei palchi dell&amp;#39;Intendente. Ma egli aveva da concludere un affare, quella sera: la vendita di certe terrecotte &amp;laquo;importantissime&amp;raquo;, sulle quali avrebbe fatto un bel guadagno: aspettava anzi per questo il principe di Roccasciano, anche egli intenditore ed amatore di roba antica. &amp;laquo;S&amp;#39;ha un bel dire, quindicimila uomini,&amp;raquo; perorava il duca da canto suo. &amp;laquo;E se la guerra dura un altro anno? Altri due, altri tre anni? Bisogner&amp;agrave; mandar nuove truppe, far nuove spese, accrescere il deficit...&amp;raquo; &amp;laquo;A Messina aspettano l&amp;#39;arciduca Massimiliano.&amp;raquo; &amp;laquo;Verr&amp;agrave; anche da noi?&amp;raquo; Raimondo, a quella domanda di don Mariano, salt&amp;ograve; su come morso da una vespa: &amp;laquo;E che volete che venga a fare? Per vedere l&amp;#39;elefante di piazza del Duomo? Voialtri vi siete fitto in capo che questa sia una citt&amp;agrave;, e non volete capire che invece &amp;egrave; un miserabile paesuccio ignorato nel resto del mondo. Donn&amp;#39;Isabella, dite voi: quando mai l&amp;#39;avete udito nominare, fuori?...&amp;raquo; &amp;laquo;&amp;Egrave; vero, &amp;egrave; vero!...&amp;raquo; Ella agitava con moto graziosamente indolente il ventaglio di madreperla e merletti, dando ragione a Raimondo contro il paese nativo; e la contessa Matilde non sapeva perch&amp;eacute; la vista di quella donna, le sue parole, i suoi gesti, le ispirassero una secreta antipatia. Forse perch&amp;eacute; l&amp;#39;udiva approvare il sentimento di Raimondo che ella perdonava al marito ma biasimava negli altri? Forse perch&amp;eacute; scorgeva in tutta la persona di lei, nella ricchezza immodesta degli abiti, nell&amp;#39;eleganza degli atteggiamenti, qualcosa di studiato e d&amp;#39;infinto? Forse perch&amp;eacute; tutti gli uomini le si mettevano intorno, perch&amp;eacute; ella li guardava in un certo modo, troppo ardito, quasi provocante? O perch&amp;eacute;, una volta al suo fianco, Raimondo non si moveva pi&amp;ugrave;, pareva non volesse pi&amp;ugrave; andar fuori, non aspettar pi&amp;ugrave; nessuno?... Ingolfato nel suo tema prediletto, egli parlava adesso a vapore, enumerando tutti i vantaggi della vita nelle grandi citt&amp;agrave;, interrompendosi tratto tratto per domandare a donn&amp;#39;Isabella: &amp;laquo;&amp;Egrave; vero o no?&amp;raquo; oppure: &amp;laquo;Parlate voi che ci siete stata!...&amp;raquo; ripigliando a descrivere la grande societ&amp;agrave;, gli spettacoli sontuosi, i piaceri ricchi e signorili. E donna Isabella a chinare il capo, ad aggiungere argomenti: &amp;laquo;Quando vedremo, per esempio, le corse fra noi?&amp;raquo; Giusto in quel momento, don Giacinto entr&amp;ograve; nella sala. Era cos&amp;igrave; turbato in viso e si capiva cos&amp;igrave; chiaramente che portava una cattiva notizia, che ognuno tacque. &amp;laquo;Non sapete?&amp;raquo; &amp;laquo;Che cosa?... Parlate!...&amp;raquo; &amp;laquo;Il colera &amp;egrave; scoppiato a Siracusa!...&amp;raquo; Tutti lo circondarono: &amp;laquo;Come! Chi ve l&amp;#39;ha detto?&amp;raquo; &amp;laquo;Mezz&amp;#39;ora fa, alla farmacia Dimenza... Notizia sicura, viene dall&amp;#39;Intendenza!... Colera di quello buono: fulminante!...&amp;raquo; Subito, come se l&amp;#39;annunziatore lo portasse addosso, la conversazione si sciolse in mezzo ai commenti spaventati, alle esclamazioni dolenti: Raimondo accompagn&amp;ograve; gi&amp;ugrave; alla carrozza donna Isabella dandole il braccio; don Blasco vociava, in mezzo alla scala, sotto il naso del duca che andava a verificar la cosa: &amp;laquo;Il regalo dei &lt;em&gt;fratelli&lt;/em&gt;!... Ah, Radetzky, dove sei?... Ah, un altro Quarantanove!...&amp;raquo; &lt;/p&gt;</description>
   <link>http://blog.azpoint.net/blog/il_club_delle_stordite/archive/2007-05-09/25808_i_vicer_-_capitolo_iv.htm</link>
      <pubDate>Wed, 09 May 2007 18:26:26 +0200</pubDate>   
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    <item>
   <title>I vicerč - capitolo III</title>
   <description>&lt;font face=&quot;Book Antiqua&quot; size=&quot;3&quot;&gt;&lt;p&gt;3. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Da quel giorno, don Blasco non ebbe pi&amp;ugrave; pace. A lui come a lui, che l&amp;#39;eredit&amp;agrave; andasse spartita in un modo piuttosto che in un altro, importava meno d&amp;#39;un fico secco; ma fin da quando egli era entrato al convento, non avendo pi&amp;ugrave; affari propri, la sua costante preoccupazione era stata di ficcare il naso in quelli degli altri. Ragazzo, egli aveva visto i bei tempi di casa Uzeda, quando suo padre, il principe Giacomo XIII, spendeva e spandeva regalmente, con venti cavalli in istalla, uno sciame di servitori e un&amp;#39;intera corte di lavapiatti che prendevano posto alla tavola imbandita giorno e notte.&lt;/p&gt;&lt;/font&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;p&gt;Allora, il futuro Cassinese non aveva udito altri discorsi fuorch&amp;eacute; quelli delle straordinarie ricchezze di suo padre, dei grandi feudi che possedeva, delle rendite che riscoteva da mezza Sicilia; e glien&amp;#39;era naturalmente venuta una smania di godimenti, un&amp;#39;ingordigia di piaceri che ancora non sapeva precisare egli stesso; quando un bel giorno fu messo al noviziato di San Nicola e poi costretto a pronunziare i voti. Tutte quelle ricchezze erano del fratello primogenito: a lui non toccava altro che la dotazione di trentasei onze l&amp;#39;anno indispensabile per entrare nella ricca e nobile bad&amp;igrave;a!... Si scialava, veramente, a San Nicola, forse meglio che in casa Francalanza. Il convento, immenso, sontuoso, era agguagliato ai palazzi reali, a segno che c&amp;#39;eran le catene distese dinanzi al portone; e le rendite di cui godeva, circa settantamila onze l&amp;#39;anno, bastavano appena ad una cinquantina tra monaci, fratelli e novizi. Ma il lauto trattamento e l&amp;#39;allegra vita e la quasi assoluta libert&amp;agrave; di fare quel che gli piaceva, non dissiparono dal cuore del monaco il cruccio per la violenza patita; tanto pi&amp;ugrave; che gli altri fratelli cadetti, il secondogenito Gaspare duca d&amp;#39;Oragua e lo stesso Eugenio, restavano al secolo, con pochi quattrini, in verit&amp;agrave;, ma con la possibilit&amp;agrave; di procacciarsene; liberi del tutto, a ogni modo, e padroni di vestirsi secondo la moda, non costretti a portar la tonaca che pesava a don Blasco pi&amp;ugrave; che a un servo la livrea. L&amp;#39;acrimonia del Benedettino, il suo dolore per le perdute ricchezze, la sua invidia contro i fratelli, il suo rancore contro il padre, si sfogarono quindi con l&amp;#39;esercizio quotidiano d&amp;#39;una censura acerba e inesorabile su tutta la parentela. Egli ebbe tanto pi&amp;ugrave; campo di sfogarsi quanto che, venuti i nodi al pettine, distrutta in poco tempo la fortuna del padre, il principino Consalvo VII fu ammogliato a quella Teresa Ris&amp;agrave; che entr&amp;ograve; a far da padrona in casa Uzeda. Secondo le tradizioni di famiglia, premendo d&amp;#39;assicurare la continuazione del ramo primogenito e pi&amp;ugrave;, in quelle speciali circostanze, di ristorare le sconquassate finanze con una grossa dote, Consalvo fu accasato a diciannove anni, quando don Blasco non aveva ancora pronunziato i voti; ma fin da quel momento il novizio concep&amp;igrave; contro la cognata una particolare avversione che cominci&amp;ograve; a manifestarsi pi&amp;ugrave; tardi, ad ogni momento, per tutto ci&amp;ograve; che ella fece e che non fece. Il barone di Ris&amp;agrave; di Niscemi, padre della sposa, era venuto a Catania dall&amp;#39;interno dell&amp;#39;isola per dar marito alle due uniche sue figliuole, alle quali, da principio, voleva spartire egualmente le sue grandi ricchezze; ma quando la maggiore, Teresa, fu proposta al principe di Mirabella, futuro principe di Francalanza, gli Uzeda gli fecero intendere che, quantunque falliti, essi non avrebbero dato Consalvo VII alla figlia d&amp;#39;un semplice barone contadino, se costei non avesse colmato coi quattrini la distanza che la separava da un discendente dei Vicer&amp;eacute;. Tanto il barone che la ragazza riconobbero che questo era giusto; per&amp;ograve;, dando il padre quattrocentomila onze, cio&amp;egrave; quasi tutto a Teresa e spogliando la minore Filomena che trov&amp;ograve; poi per caso da maritarsi col cavaliere Vita e rest&amp;ograve; sempre in freddo con la sorella, pretese, d&amp;#39;accordo con la figliuola, che il matrimonio fosse contratto col regime della comunione dei beni e che a lei toccasse dirigere la baracca. Aveva quasi trent&amp;#39;anni, la promessa; dieci pi&amp;ugrave; di Consalvo VII, essendo nata nel 1795, e non avendo potuto trovare per molto tempo un partito conveniente; il suo carattere, gi&amp;agrave; forte, s&amp;#39;era inasprito nella lunga attesa del matrimonio, e dalla grande ricchezza, dalla potenza quasi feudale esercitata dal padre nel paesetto nativo le veniva un bisogno di comando, d&amp;#39;autorit&amp;agrave;, di supremazia che ella volle esercitare nella sua nuova casa. Il principe Giacomo XIII dovette piegarsi a quelle dure condizioni per evitare il fallimento e la liquidazione; e cos&amp;igrave; tanto suo figlio quanto egli stesso furono costretti a lasciar le redini in mano alla moglie e nuora. Donna Teresa salv&amp;ograve; infatti la casa, ma vi esercit&amp;ograve; un potere tirannico al quale si piegarono tutti, dal primo all&amp;#39;ultimo, fuorch&amp;eacute; don Blasco. Senza paura n&amp;eacute; di Dio n&amp;eacute; del diavolo, il monaco la fece costante bersaglio della sua pi&amp;ugrave; violenta opposizione. Se ella restrinse certe spese, la accus&amp;ograve; di disonorar la famiglia con la sua tirchieria; se continu&amp;ograve; a spendere in altre cose come prima, le rinfacci&amp;ograve; di volerla portare all&amp;#39;ultima rovina; ascoltando gli altrui consigli, ella fu una bestia incapace di pensare col proprio cervello; se fece da s&amp;eacute;, rest&amp;ograve; pi&amp;ugrave; bestia di prima, accoppiando la presunzione alla bestialit&amp;agrave;. I quattrini che aveva portato in dote che erano? Una miseria! Quando quella miseria puntell&amp;ograve; e fortific&amp;ograve; la pericolante baracca, divenne il prezzo col quale ella compr&amp;ograve; il titolo di principessa. La sua nobilt&amp;agrave; era della quinta bussola, non solo incapace di stare a paragone con quella sublime degli Uzeda, ma neppur degna d&amp;#39;uno dei loro lavapiatti, di quei nobilucci morti di fame che vivevano facendo quasi da servitori ai gran signori. Ella non pot&amp;eacute; ordinare un abito alla sarta, n&amp;eacute; comprare un cappellino o un paio di guanti, senza che il monaco criticasse l&amp;#39;occasione della spesa, la qualit&amp;agrave; dell&amp;#39;oggetto e la scelta del negozio. Ma don Blasco non risparmiava neppure gli altri parenti; non il padre, che aveva prima ingoiato un patrimonio e adesso era ridotto a vivere dell&amp;#39;elemosina della nuora, non il fratello che aveva lasciato portare i calzoni alla moglie, mentre egli portava invece... &amp;laquo;Santa prudenza! santa prudenza! aiutami tu!...&amp;raquo; esclamava allora, tappandosi violentemente la bocca, dicendone pi&amp;ugrave; con quelle reticenze che non con un lungo discorso, confermando in tal modo le ciarle sparse sul conto della cognata, spiattellando poi in tutte sillabe il nome che conveniva a costei quando, morti i due principi padre e figlio nello stesso anno, la principessa rest&amp;ograve; sola, e molto pi&amp;ugrave; libera di prima, che era stata liberissima. Ella lo lasciava cantare. Le grida del monaco non le potevano impedire di fare in tutto e per tutto quel che le pareva e piaceva. E don Blasco si dannava l&amp;#39;anima, vedendo le sue stravaganze e le sue pazzie. Il primogenito, in tutte le case di questo mondo, &amp;egrave; il prediletto, va bene? L&amp;igrave;, invece, era odiato! Chi era il preferito? Il terzogenito! Da secoli e secoli, il titolo di conte di Lumera era appartenuto, con tutti gli altri, al capo della casa: adesso, per puro capriccio, per una pazzia furiosa, toccava a quel Raimondo che era stato educato come un &amp;laquo;porco&amp;raquo;! E il secondogenito, a cui neppure il Re avrebbe potuto togliere il suo titolo vitalizio di duca d&amp;#39;Oragua, era invece chiuso a San Nicola!... La storia di don Lodovico rassomigliava molto a quella di don Blasco, con questa differenza, tuttavia: che mentre don Blasco era cadetto del cadetto, Lodovico aveva dinanzi a s&amp;eacute; soltanto il principe, e come duca d&amp;#39;Oragua avrebbe potuto sperare, se non dalla madre, almeno da qualche zio i quattrini occorrenti a portar con decoro quel titolo. Poich&amp;eacute; era inteso che un altro Uzeda, in questa generazione, doveva entrare a San Nicola, la ragione e la tradizione designavano il terzogenito, Raimondo; ma donna Teresa, per far passare la propria volont&amp;agrave; su tutte le leggi umane e divine, invert&amp;igrave; l&amp;#39;ordine naturale, e avendo preso a proteggere Raimondo sopra gli altri fratelli, lo lasci&amp;ograve; al secolo facendolo conte, e cominci&amp;ograve; invece a lavorare perch&amp;eacute; il duchino Lodovico sentisse la vocazione. Nessuno, quindi, pot&amp;eacute; dare al ragazzo, in presenza di lei, il titolo che gli spettava; fin dalla puerizia egli fu vestito della nera tonaca benedettina; come balocchi non ebbe altro che altarini, piccole pissidi e aspersori e ogni altra sorta di oggetti sacri. Quando la mamma gli domandava: &amp;laquo;Tu che vuoi divenire?&amp;raquo; il bambino fu avvezzo a rispondere: &amp;laquo;Monaco di San Nicola.&amp;raquo; A questa risposta gli toccavano carezze e promesse di carlini, di svaghi, di passeggiate in carrozza; se talvolta egli osava rispondere: &amp;laquo;Non so...&amp;raquo; donna Teresa gli pizzicottava il braccio tanto forte da farlo piangere finch&amp;eacute; gli strappava la risposta obbligata. Il confessore di lei, frattanto, il Domenicano Padre Camillo, lavorava a quel risultato educando il ragazzo alla cieca obbedienza clericale, mortificandone in ogni modo i sensi e la fantasia, dandogli la paura dell&amp;#39;Inferno, facendogli intravedere le letizie del Paradiso. Per meglio riuscire nell&amp;#39;intento, la principessa non mise presto il ragazzo al noviziato: lo tenne in casa fino ai quindici anni. Erano i tempi delle rigide economie, dei creditori affollati nelle stanze dell&amp;#39;amministrazione, dei debiti estinti a poco a poco; talch&amp;eacute;, dove don Blasco aveva udito parlare continuamente dei tesori che in parte erano colati sotto i suoi propri occhi, Lodovico non intese se non querimonie, minacce di gente che rivoleva il suo, l&amp;#39;eterno ritornello della madre esagerante a bello studio quelle strettezze: &amp;laquo;Siamo rovinati! Non c&amp;#39;&amp;egrave; come fare! Non ci rester&amp;agrave; pi&amp;ugrave; nulla!&amp;raquo; E mentre al palazzo Francalanza la principessa lavorava di lesina e prodigava le pi&amp;ugrave; efficaci dimostrazioni della miseria in cui erano ridotti, raccogliendo fiammiferi spenti per riaccenderli dall&amp;#39;altro capo, rivendendo le sue vesti smesse prima di farsene una nuova; ella poi descriveva a Lodovico il monastero dei Benedettini come un luogo di eterna delizia, dove la vita passava, senza cure dell&amp;#39;oggi e senza paure del domani, tra lauti conviti, sontuose cerimonie, gaie conversazioni e scampagnate gioconde. E quando finalmente Lodovico entr&amp;ograve; novizio a San Nicola pot&amp;eacute; riconoscere che la madre aveva detto la verit&amp;agrave;, perch&amp;eacute; il corno dell&amp;#39;abbondanza pareva rovesciarsi continuamente sul monastero e la vita vi scorreva facile e lieta. Il giovane che usciva dalla ferrea tutela della principessa e del confessore, apprezzava pi&amp;ugrave; specialmente la libert&amp;agrave;, la quasi licenza che vedeva regnar nel convento; talch&amp;eacute; egli si persuase della convenienza, stillatagli fin da bambino, di entrare in quell&amp;#39;Ordine. Tuttavia, prima di pronunziare i voti, esit&amp;ograve; un momento, comprendendo sul punto di compierlo la gravezza del sacrificio che gl&amp;#39;imponevano, fatto accorto da don Blasco dei raggiri materni; ma, oltre che egli non prestava molta fede al monaco, del quale conosceva l&amp;#39;implacabile critica, quella stessa terribile severit&amp;agrave; della madre alla quale egli era impaziente di sfuggire lo fece rinunziare, spaventato, ad ogni tentativo di aperta ribellione Padre don Lodovico s&amp;#39;accorse del giuoco di cui era stato vittima troppo tardi, quando vide che le miserie lamentate dalla madre erano mentite, e che il posto a cui lo avevano costretto a rinunziare toccava al fratello Raimondo. Ma non era pi&amp;ugrave; tempo di tornare indietro: lo scapolare e la cocolla gli sarebbero pesati sulle spalle fino alla morte. La ribellione, lo sdegno e l&amp;#39;odio scatenatisi nell&amp;#39;animo suo furono tanto pi&amp;ugrave; violenti di quelli provati dallo zio, quanto meno egli era capace, per il lungo abito della finzione e della mortificazione, di sfogarsi a parole come don Blasco. Nulla trapel&amp;ograve; dei sentimenti che gli ribollivano in cuore: egli rest&amp;ograve; dinanzi alla madre riverente e sommesso come prima, prodig&amp;ograve; dimostrazioni d&amp;#39;affetto veramente fraterno a quel Raimondo che godeva del posto usurpato; conferm&amp;ograve;, con una vita esemplare, la vocazione per lo stato monastico. Mentre don Blasco, grossolano, ignorante, avido di godimenti materiali, gozzovigliava coi peggiori monaci, giocava al lotto come un disperato per arricchire e portava tanto di coltello sotto i panni; don Lodovico, pi&amp;ugrave; fine, pi&amp;ugrave; istruito e soprattutto pi&amp;ugrave; accorto, pi&amp;ugrave; padrone di s&amp;eacute;, fu additato come raro esempio di virt&amp;ugrave; ascetiche, come arca di dottrina teologica. Mentre lo zio, per vendicarsi del perduto potere mondano, pretendeva spadroneggiare nel convento, vociando contro l&amp;#39;Abate e il Priore e i Decani e i Cellerari, bestemmiando San Nicola e San Benedetto e tutti i loro celesti compagni, il nipote parve mettere ogni cura nel farsi da parte, non nutrire altra ambizione fuorch&amp;eacute; quella di studiare... In cuor suo egli smaniava di prender la rivincita. Poich&amp;eacute; si trovava per sempre chiuso l&amp;agrave; dentro, voleva arrivare, presto, prima d&amp;#39;ogni altro, ai gradi supremi. Ai Benedettini, infatti, c&amp;#39;era un regno da conquistare: l&amp;#39;Abate era una potenza, aveva non so quanti titoli feudali, un patrimonio favoloso da amministrare: le antiche Costituzioni di Sicilia gli davano il diritto di sedere tra i Pari del Regno! Don Lodovico volle pervenire a quel posto nel pi&amp;ugrave; breve tempo possibile; compresa qual era la via da tenere, non se ne discost&amp;ograve; d&amp;#39;una linea: nessuno pot&amp;eacute; mai rimproverargli il pi&amp;ugrave; piccolo trascorso, nessuno lo pot&amp;eacute; mai trascinare nei tanti partiti in cui si dividevano i monaci: appartato, quasi sempre chiuso in biblioteca, si guadagnava simpatie con l&amp;#39;umilt&amp;agrave; del contegno, con l&amp;#39;obbedienza prestata ai maggiori ed anche agli eguali, con la stretta osservanza della Regola, con la fama di dottrina in brev&amp;#39;ora acquistata. Cos&amp;igrave; era stato eletto Decano a ventisette anni; ma, portato in palma di mano dall&amp;#39;Abate e da quasi tutti i monaci, egli si attir&amp;ograve; l&amp;#39;odio pi&amp;ugrave; acre e violento dello zio. Assetato di potere, don Blasco voleva anch&amp;#39;egli esser Priore ed Abate; ma la vita scandalosa, il carattere violento, l&amp;#39;ignoranza supina gli rendevano, se non impossibile, per lo meno difficilissimo l&amp;#39;appagamento di quell&amp;#39;ambizione, tanto che non prima di quarant&amp;#39;anni era stato Decano; veder dunque a quel posto il nipote &amp;laquo;col guscio ancora in... capo&amp;raquo; lo fece uscir fuori dalla grazia di Dio. E la lotta tremenda scoppi&amp;ograve; alla morte del Priore Raimo, nei primi di quell&amp;#39;anno 1855. Che uno degli Uzeda, i cui antenati erano stati tanto benemeriti del convento, dovesse occupare la carica vacante, era fuori contestazione; ma don Blasco pretendeva lui la dignit&amp;agrave;, n&amp;eacute; credeva che quel &amp;laquo;gesuita&amp;raquo; del nipote potesse sognarsi di contrastargliela: quando seppe che quel &amp;laquo;porco&amp;raquo; gli faceva la concorrenza e ardiva mettersi di fronte allo zio, manc&amp;ograve; poco non gli pigliasse un accidente. Ci&amp;ograve; che gli usc&amp;igrave; di bocca contro Lodovico fu cosa da attirare i fulmini sulla cupola di San Nicola e da incenerire il convento con tutti i suoi abitanti; il meno che gli disse fu &amp;laquo;ruffiano del Capitolo, vuotapitali dell&amp;#39;Abate e figlio di non so chi...&amp;raquo; Don Lodovico lo lasci&amp;ograve; dire, edificando l&amp;#39;intero monastero con l&amp;#39;umilt&amp;agrave; opposta alla violenta aggressione dello zio. Era troppo sicuro del fatto suo: l&amp;#39;elezione di don Blasco, il quale aveva seminato figliuoli in tutto il quartiere e manteneva tre o quattro ganze, fra cui la famosa Sigaraia, ed era tanto ignorante e prepotente, giudicavasi da tutti impossibile: sul nipote aveva il solo vantaggio dell&amp;#39;et&amp;agrave;, ma questo non era tale da compensare tutti i suoi enormi difetti. A maggioranza strabocchevole fu eletto don Lodovico; da quel giorno don Blasco divent&amp;ograve; una bestia contro quel &amp;laquo;porco gesuita&amp;raquo; e quella &amp;laquo;...&amp;raquo;, quella &amp;laquo;...&amp;raquo; della principessa, alla quale fece naturalmente una nuova, pi&amp;ugrave; grave, imperdonabile colpa del calcio assestatogli da quel &amp;laquo;gesuita porco&amp;raquo;. N&amp;eacute; gli altri nipoti che il monaco adesso difendeva in odio alla morta, eccitandoli a rifiutare il testamento, avevano goduto mai le sue buone grazie. Bastava gi&amp;agrave; che fossero figli di colei ch&amp;#39;egli considerava come sua personale nemica; ma poi, ai suoi occhi, avevan torti particolari tutti quanti, a cominciar da Chiara e da suo marito. La gran colpa di quest&amp;#39;ultimo consisteva nell&amp;#39;esser stato scelto dalla principessa come genero e d&amp;#39;aver voluto bene a Chiara nonostante l&amp;#39;avversione dimostratagli dalla ragazza; anzi appunto per ci&amp;ograve; don Blasco ci aveva sguazzato, potendo scagliarsi a un tempo contro di lui che voleva &amp;laquo;ficcarsi per forza&amp;raquo; in casa Uzeda, contro la principessa che voleva &amp;laquo;violentare&amp;raquo; la figlia e contro la nipote &amp;laquo;sciocca e pazza tanto&amp;raquo; da rifiutare un partito &amp;laquo;come quello!...&amp;raquo; Resistendo alla madre, Chiara veramente avrebbe dovuto riscuoter lodi e incoraggiamenti dallo zio monaco; ma don Blasco era fatto cos&amp;igrave;, che quando qualcuno gli dava ragione egli mutava opinione per dargli torto. Il fidanzamento era stato perci&amp;ograve; tutt&amp;#39;una guerra violenta fra cognato e cognata, tra zio e nipote ed anche tra madre e figlia, giacch&amp;eacute; la principessa ne aveva fatto anche qui una delle sue. Per lei, come per tutti i capi delle grandi famiglie, i figliuoli desiderabili ed amabili non potevano essere se non maschi: le femmine non sapevano far altro che mangiare a ufo e portar via parte della roba di casa, se andavano a marito. Questa idea salica, molto ben radicata nel suo cervello, ammetteva veramente qualche eccezione - ella stessa, per esempio - ma verso la prole era la sola che la guidasse. Fra gli stessi maschi, tuttavia, ella non ne aveva considerati due egualmente. In vita, aveva quasi odiato il primogenito e idolatrato Raimondo; ma l&amp;#39;odiato era l&amp;#39;erede del titolo, il futuro capo della casa; e il preferito, nonostante il sacrificio di Lodovico, un semplice cadetto: pertanto ella aveva messo d&amp;#39;accordo il rispetto alla tradizione feudale e la soddisfazione della sua personale volont&amp;agrave; deliberando, senza dirne nulla, di dividere le sue ricchezze ai due fratelli, cio&amp;egrave; defraudando il primogenito, che avrebbe dovuto aver tutto, e favorendo l&amp;#39;altro che non avrebbe dovuto aver nulla. Degli altri due, Lodovico era stato quasi soppresso per dar posto a Raimondo, mentre Ferdinando aveva potuto vivere fin ad un certo punto libero e a modo suo. Verso le donne, invece, ella aveva nutrito un pi&amp;ugrave; profondo e uniforme sentimento di repulsione e quasi di sprezzo, lavorando a impedire che &amp;laquo;rubassero&amp;raquo; i fratelli. Angiolina, la maggiore, era stata condannata alla vita claustrale fin dalla nascita, per una colpa imperdonabile commessa nel venire al mondo. Dopo un anno di matrimonio, donna Teresa era vicina a partorire: aspettava un maschio, il primogenito, il principino di Mirabella, il futuro principe di Francalanza: ella non solo l&amp;#39;aspettava, ma non ammetteva che non venisse. Nacque invece una femmina: la madre non le perdon&amp;ograve; pi&amp;ugrave;. Fin da quando la tolse dalle fasce la vest&amp;igrave; da monachella: la bambina non parlava ancora che fu portata ogni giorno alla bad&amp;igrave;a di San Placido: a sei anni fu chiusa l&amp;igrave; dentro &amp;laquo;per educazione&amp;raquo;, a sedici la mite e semplice creatura, ignara del mondo, soggiogata dalla volont&amp;agrave; materna e dagli stessi impenetrabili muri del monastero, si sent&amp;igrave; realmente chiamata a Dio: in tal modo mor&amp;igrave; Angiolina Uzeda e rest&amp;ograve; Suor Maria Crocifissa. Chiara, venuta subito dopo e rimasta in casa, aveva provato peggio il rigore materno; n&amp;eacute; la principessa l&amp;#39;aveva lasciata al secolo per paura del biasimo con cui la gente avrebbe considerato il sacrifizio di due figliole; bens&amp;igrave; per esercitare ella stessa sulla ragazza una vigilanza e un&amp;#39;autorit&amp;agrave; pi&amp;ugrave; severa e pi&amp;ugrave; forte di quella che la Badessa esercita in una bad&amp;igrave;a. &amp;laquo;Ma da una pazza come mia cognata,&amp;raquo; soleva dire don Blasco, &amp;laquo;e da una bestia come mio fratello, che cosa doveva venir fuori? Una bestiona arcipazza, naturalmente!&amp;raquo; E che s&amp;#39;era visto, infatti? S&amp;#39;era visto che fin a quando la madre l&amp;#39;aveva tenuta in un pugno di ferro, questa figliuola aveva sempre chinato il capo, rispettosa e obbediente; il giorno poi che la principessa, trovato quello stupido del marchese di Villardita il quale s&amp;#39;offriva di sposare la giovane per niente, s&amp;#39;era persuasa di maritarla, ella aveva detto di no, di no, di no: cose veramente dell&amp;#39;altro mondo!... Il marchese, vista la ragazza di tanto in tanto, sotto lo scialle, in chiesa, se n&amp;#39;era innamorato, e la principessa, risolutissima a dargli la figliuola, lo aveva ammesso in casa; ma, scoraggiato dalla fredda accoglienza e dalle ostinate repulse di Chiara, persuaso da parenti ed amici che faceva una pazzia a sposar per forza chi non lo voleva, egli si sarebbe ritirato in buon ordine, se donna Teresa, che quando pigliava partito neppure il diavolo la faceva andar indietro, non gli avesse ingiunto di rimanere al suo posto. Cos&amp;igrave;, quand&amp;#39;egli rivedeva la ragazza, seduta in un angolo, a capo chino, col fazzoletto in mano, aveva voglia di mettersi a piangere anche lui, &amp;laquo;quel vitello&amp;raquo;, diceva don Blasco, &amp;laquo;tanto tenero di cuore da innamorarsi del faccione lungo di mia nipote!&amp;raquo; Chiara, infatti, non era una bellezza, e la madre, dapprima per dissuaderla dal matrimonio, poi per indurla ad accettare quel partito, le ripeteva tutti i santi giorni: &amp;laquo;Che non ti guardi allo specchio? Non vedi quanto sei brutta? Chi vuoi che ti pigli?...&amp;raquo;, ma Chiara, di rimando: &amp;laquo;Nessuno, tanto meglio! Se Vostra Eccellenza non voleva maritarmi? Mi lasci stare in casa!...&amp;raquo; Di prima impressione come tutti gli Uzeda, Chiara non aveva voluto sentirne di quel promesso, per l&amp;#39;unica e sola ragione che era un poco pingue; ma, una volta preso quel partito, la cocciutaggine, ereditaria negli Uzeda molto pi&amp;ugrave; che l&amp;#39;impressionabilit&amp;agrave;, era stata la pi&amp;ugrave; potente ragione della resistenza opposta alla madre: fino all&amp;#39;ultimo momento, pertinace, ostinata, inflessibile, aveva detto che mai, mai, mai avrebbe sposato quella mezza botte, e inutilmente i fratelli, gli zii, il Padre confessore le avevano spiegato che, se non era magro, il marchese possedeva un cuor d&amp;#39;oro, e che la sposava senza dote pel bene che le voleva, e che in casa di lui sarebbe stata da regina perch&amp;eacute; era solo e straricco, e che se lasciavasi sfuggire quel partito, la madre poteva tornare alla prima idea di non maritarla, di lasciarla invecchiar zitellona: coi piedi al muro, ella aveva sempre risposto di no, di no e poi di no. La principessa dapprima le aveva tolto la parola, poi l&amp;#39;aveva strapazzata come una serva, poi l&amp;#39;aveva chiusa a chiave in un camerino buio, senza vesti, con poco cibo; poi l&amp;#39;aveva cominciata a picchiare con le mani nocchiute che facevano male, giurando di lasciarla morir etica, se non si piegava. E al marchese il quale, preso dagli scrupoli, veniva a restituirle la sua parola: &amp;laquo;Nossignore,&amp;raquo; diceva: &amp;laquo;ha da sposarti, perch&amp;eacute; cos&amp;igrave; voglio. Se lei &amp;egrave; degli Uzeda, io sono dei Ris&amp;agrave;! E vedrai che canger&amp;agrave;!...&amp;raquo; Ella sapeva com&amp;#39;eran fatti, tutti quegli Uzeda; quando s&amp;#39;incaponivano in un&amp;#39;idea, neanche a spaccargli la testa li potevan rimuovere; erano dei Vicer&amp;eacute;, la loro volont&amp;agrave; doveva far legge! Ma da un giorno all&amp;#39;altro, quando uno meno se l&amp;#39;aspettava, senza perch&amp;eacute;, cangiavano di botto; dove prima dicevano bianco, affermavano poi nero; mentre prima volevano ammazzare una persona, questa diventava poi il loro migliore amico... Fino all&amp;#39;ultimo momento, Chiara non aveva mutato: dinanzi all&amp;#39;altare, con due &lt;em&gt;campieri&lt;/em&gt; a fianco, due facce brigantesche scovate apposta dalla madre per incuterle spavento, era svenuta, e solo il prete di buona volont&amp;agrave; aveva udito il &amp;laquo;s&amp;igrave;&amp;raquo;; ma il domani delle nozze, quando la famiglia and&amp;ograve; a far visita agli sposi, o non li trovarono abbracciati che si tenevano per mano?... &amp;laquo;Cose da far trasecolare!&amp;raquo; gridava don Blasco. La gente di servizio, i famigliari, gli amici, scherzarono un pezzo tra loro sul mezzo che il marchese aveva adoperato per addomesticar la moglie: fatto sta che Chiara da quel giorno fu tutt&amp;#39;una cosa col marito, fino al punto che egli non pot&amp;eacute; tardare un quarto d&amp;#39;ora a rincasare senza che ella gli mandasse dietro tutta la servit&amp;ugrave;, fino ad essere gelosa dei suoi pensieri. E non ebbe pi&amp;ugrave;, in tutte le circostanze piccole e grandi, altra opinione che quella del marito; prima di dare una risposta, se le domandavano qualcosa, lo interrogava cogli occhi quasi temendo di non dire ci&amp;ograve; che egli stesso pensava; il suo unico e grande dolore era quello di non avere un figliuolo da lui, dopo tre anni di matrimonio, dopo avere annunziato quattro o cinque volte, per troppa fretta, la propria gravidanza; ma anche cos&amp;igrave; dimostrava il bene che voleva al suo Federico. La principessa glielo aveva dato per molte ragioni. Prima di tutto le era nata, dopo i quattro maschi, una terza figlia, quindi ella aveva ragionato o &amp;laquo;sragionato&amp;raquo;, a giudizio di don Blasco, cos&amp;igrave;: delle tre, la prima monaca, la seconda a marito, l&amp;#39;ultima in casa. Ora il marchese, innamorato della ragazza, prometteva non solo di prenderla senza dote, ma di prestarsi anche ad una piccola commedia. Se fermo proposito della madre era che la sostanza della casa non fosse intaccata dalle femmine, il suo orgoglio di principessa di Francalanza non poteva consentire che la gente vantasse la generosit&amp;agrave; del genero nel prendersi Chiara senza un baiocco, quasi togliendola all&amp;#39;ospizio delle trovatelle. Pertanto, nei capitoli matrimoniali ella aveva costituito alla figlia una rendita di dugent&amp;#39;onze annue: cos&amp;igrave; diceva l&amp;#39;atto registrato dal notaio Rubino e cos&amp;igrave; sapevano tutti; ma poi il marchese le aveva rilasciato un&amp;#39;&amp;agrave;poca, accusando ricevuta dell&amp;#39;intero capitale di quattromila onze, delle quali non aveva visto neppure tre denari! Ora don Blasco, il quale s&amp;#39;era gi&amp;agrave; messo contro al marchese pel matrimonio con Chiara, e contro Chiara per la repentina conversione dall&amp;#39;odio all&amp;#39;amore verso il marito, aveva fatto un torto estremo ad entrambi della finzione a cui s&amp;#39;eran prestati per obbedire a quella pazza da legare della cognata. Un altro torto pi&amp;ugrave; grosso, forse imperdonabile, essi avevano commesso non facendo valere i loro diritti all&amp;#39;eredit&amp;agrave; paterna. Infatti, secondo il Benedettino, la casa Uzeda non era interamente distrutta quando c&amp;#39;era entrata donna Teresa; e ad ogni modo, siccome le rendite delle propriet&amp;agrave; erano state riscosse anche nei tempi peggiori, bisognava che la principessa le conteggiasse, potendo dare a bere solo ai gonzi che esse fossero servite alle spese del mantenimento quotidiano. Avevano aiutato, invece, a pagare i debiti e a salvar le propriet&amp;agrave;; erano quindi confuse nel patrimonio ricostruito e andavano ascritte all&amp;#39;attivo del principe Consalvo VII. Costui, da quell&amp;#39;imbecille che era sempre stato, aveva potuto coronare la sua corta e stupida vita con quel pulcinellesco testamento, impostogli e dettatogli dalla moglie, col quale dichiarando distrutto il suo patrimonio per &lt;em&gt;disgrazie di famiglia&lt;/em&gt;, &amp;laquo;la grazia delle disgrazie!&amp;raquo;, lasciava ai figli, &amp;laquo;cose, cose da far recere i cani!...&amp;raquo;, l&amp;#39;affetto della madre; i figli, per&amp;ograve;, se non erano pi&amp;ugrave; imbecilli del padre, dovevano chiedere i conti, fino all&amp;#39;ultimo tornese. Il monaco era per questo andato assiduamente dietro ai nipoti, fuorch&amp;eacute; a Raimondo, al quale non rivolgeva la parola da anni ed anni per la ragione che era stato il beniamino della madre, incitandoli a farsi valere; ma nessuno, vivendo la principessa, aveva osato fiatare; ed egli li aveva a malincorpo scusati, attesa la soggezione a cui erano stati avvezzi da colei; ma quel marchese che le era soltanto genero, che non doveva quindi temerla, che era stato giuntato una prima volta nell&amp;#39;affare dei capitoli, fu per don Blasco l&amp;#39;ultimo dei minchioni non risolvendosi a parlar forte; e perch&amp;eacute; poi? di grazia, perch&amp;eacute;? Perch&amp;eacute; dichiarava d&amp;#39;aver sposato Chiara pel bene che le voleva, non per i quattrini che potevano venirgli!... La collera del monaco fu tale da procurargli uno stravaso di bile; ma, col tempo, egli s&amp;#39;era acchetato, aspettando la morte della cognata per riscendere in campo. Crepata costei, finalmente, e aperto quel bestiale testamento, il furioso Cassinese dimenticava adesso le bestialit&amp;agrave; di Federico e di Chiara per dar loro un nuovo assalto, per deciderli a muoversi. La morta, invece di dichiarare &amp;laquo;onestamente&amp;raquo; quant&amp;#39;era la parte del marito e dividerla &amp;laquo;equamente&amp;raquo; a tutti i figli, disponeva invece dell&amp;#39;intero patrimonio come di cosa propria! Non contenta di ci&amp;ograve;, defraudava i legittimari fingendo di assegnar loro una quota superiore alla legale, dando loro in realt&amp;agrave; &amp;laquo;quattro grani&amp;raquo;! Chiara, specialmente, era spogliata &amp;laquo;come in un bosco&amp;raquo;, giacch&amp;eacute; il testamento non diceva parola del legato del canonico Ris&amp;agrave;. Questo era un altro pasticcio combinato tempo addietro da donna Teresa. Tra gli altri argomenti per vincere la resistenza di Chiara e indurla al matrimonio col marchese, ella aveva ricorso a quello dei quattrini e, per non sciogliere i cordoni della propria borsa, tirato in ballo un suo zio, il canonico Ris&amp;agrave; di Caltagirone, il quale prometteva un legato di cinquemila onze a favore della pronipote se la ragazza avesse sposato il marchese di Villardita. Nell&amp;#39;atto era intervenuta donna Teresa per garantire l&amp;#39;assegno, a condizione che la somma si trovasse realmente nel patrimonio del canonico, il quale prometteva di lasciare ogni cosa a lei. Invece, due anni avanti il canonico era morto, dividendo la roba tra una sua perpetua e la principessa, e costei s&amp;#39;era allora rifiutata di riconoscere il patto stabilito: n&amp;eacute; il marchese, per rispetto, per disinteresse, aveva pensato di chiederne l&amp;#39;esecuzione. Don Blasco, adesso, poich&amp;eacute; neppure nel testamento la cognata s&amp;#39;era rammentata di quel suo obbligo, poich&amp;eacute; ella aveva combinato &amp;laquo;con arte infernale&amp;raquo; anche l&amp;#39;altra gherminella delle quattromila onze che Chiara non aveva ricevute e che doveva intanto conferire come se le avesse prese, andava tutti i giorni dal marchese per istigarlo contro la morta e gli eredi, incitandolo a reclamare: 1. la divisione legale; 2. l&amp;#39;assegno matrimoniale con tutti gli interessi arretrati; 3. la parte che veniva a Chiara dal padre; 4. il legato del canonico; dimostrandogli in quattro e quattr&amp;#39;otto che non le diecimila onze assegnate nel testamento, ma tre volte tante gliene venivano per lo meno. Il marchese, pure ascoltandolo, chinando il capo a tutto quel che diceva il monaco, perch&amp;eacute; con quel Benedettino benedetto la discussione era impossibile, esprimeva alla moglie il desiderio di non dar l&amp;#39;esempio di una lite in famiglia, d&amp;#39;aspettare quel che avrebbero fatto gli altri; e Chiara consentiva in queste come in tutte le altre opinioni del marito; in cuor suo dava per&amp;ograve; ragione allo zio, voleva che le attribuissero ci&amp;ograve; che le toccava, perch&amp;eacute;, gareggiando d&amp;#39;affetto con Federico, le doleva che egli dovesse sostener da solo il peso della casa; ma il marchese, da canto suo, protestava: &amp;laquo;Io t&amp;#39;ho presa per te e non per i tuoi denari! Anche se tu non avessi nulla, non m&amp;#39;importerebbe... Del resto, non vuol dire che rinunzieremo ai nostri diritti. Lasciamo prima fare a Lucrezia e a Ferdinando; io non voglio essere il primo a intentare una causa alla tua famiglia...&amp;raquo; Quel disinteresse, quel rispetto da lui dimostrato verso casa Uzeda, accrescevano la devozione e l&amp;#39;ammirazione di Chiara, la facevano uniformare ai suoi desideri con tanto maggior zelo, quanto che, giusto in quei giorni, votatasi per consiglio della Badessa di San Placido al miracoloso San Francesco di Paola, ella aveva di nuovo la speranza d&amp;#39;essere incinta. Cos&amp;igrave;, per difendere il marito da quella mosca cavallina di don Blasco, teneva fronte lei stessa allo zio, gli diceva: &amp;laquo;S&amp;igrave;, va bene; Vostra Eccellenza ha ragione, parla per amor nostro; ma il rispetto alla volont&amp;agrave; di nostra madre...&amp;raquo; &amp;laquo;Tua madre era una bestia,&amp;raquo; gridava il monaco, &amp;laquo;pi&amp;ugrave; di te!... Qual &amp;egrave; stata la volont&amp;agrave; di tua madre? Quella di rovinarvi tutti per amore di Raimondo e per odio di Giacomo! Pazza tu e lei! Manata di pazzi tutti quanti!...&amp;raquo; E montando pi&amp;ugrave; in bestia per le moine che marito e moglie si facevano tutto il giorno, specialmente all&amp;#39;ora del desinare, quando si servivano reciprocamente come in piena luna di miele e s&amp;#39;imbeccavano al pari di due colombi, il monaco scoppiava: &amp;laquo;Io non so veramente chi &amp;egrave; pi&amp;ugrave; bestia, fra voi due!..&amp;raquo; Tanto che una volta Chiara, presolo a parte, protest&amp;ograve;: &amp;laquo;Vostra Eccellenza mi dica quel che le piace, ma non tocchi Federico. Non tollero che se ne parli male&amp;raquo; &amp;laquo;Che tolleri e talleri mi vai contando?&amp;raquo; proruppe il monaco di rimando. &amp;laquo;O credi che la gente abbia dimenticato che prima non lo volevi neanche per cacio bacato e minacciavi piuttosto di lasciarti morire che sposar quel cocomero?...&amp;raquo; Cos&amp;igrave; la nipote volt&amp;ograve; le spalle allo zio; questi mand&amp;ograve; a farsi friggere la nipote e non mise pi&amp;ugrave; piede in casa di lei, dandosi ad altissima voce del triplice minchione per lo stupido interesse portato verso quel paio di animali. Ma erano giuramenti da marinaio; egli non poteva rassegnarsi a star zitto, gli coceva troppo che la volont&amp;agrave; della morta si compisse: e allora, aspettando un&amp;#39;occasione per tornare alla carica contro quelle bestie, cominci&amp;ograve; a prendersela con Ferdinando. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;A qualunque ora andasse a cercarlo, lass&amp;ugrave;, alla Pietra dell&amp;#39;Ovo, lo trovava, sempre solo, con la pialla o con la sega o con la zappa in mano, intento a lavorar da stipettaio o da giardiniere, in maniche di camicia, come un operaio o un contadino. Da bambino era stato cos&amp;igrave;, Ferdinando: taciturno, timido, mezzo selvaggio per la mala grazia con cui lo aveva trattato sua madre, costretto a svagarsi da solo, come meglio poteva, poich&amp;eacute; non gli toccava il regalo del pi&amp;ugrave; povero balocco. Era cresciuto quasi da s&amp;eacute;, ingegnandosi a procacciarsi quel che gli bisognava, a cavarsi d&amp;#39;impiccio. Quando gli altri andavano a spasso, egli restava in casa, a sfasciar scatole di legno o di cartone per farne teatrini o altarini o casucce che regalava poi a chi glieli chiedeva, a Lucrezia specialmente, per la quale, come per una compagna di destino, sentiva molta affezione; e se talvolta lo cercavano perch&amp;eacute; c&amp;#39;eran visite, perch&amp;eacute; qualche parente voleva vederlo, egli scappava, si rintanava in certi pertugi dove nessuno riusciva a trovarlo, o si rifugiava nella bottega dell&amp;#39;orologiaio, suo grande amico, dal quale facevasi insegnar l&amp;#39;arte. Un giorno, per San Ferdinando, don Cono Canal&amp;agrave; gli regal&amp;ograve; il &lt;em&gt;Robinson Crusoe&lt;/em&gt;; egli lo divor&amp;ograve; da cima a fondo e rest&amp;ograve; sbalordito dalla lettura come da una rivelazione. Da quel momento la sua selvatichezza s&amp;#39;accrebbe; il suo unico e costante desiderio fu quello di naufragare in un&amp;#39;isola deserta e di provveder da s&amp;eacute; al proprio sostentamento. Cominci&amp;ograve; allora a fare esperimenti di coltura nel giardino e nella terrazza del palazzo, e gli venne il gusto della campagna, che la principessa assecond&amp;ograve;. Gli aveva messo il soprannome di Babbeo per quelle sue sciocche man&amp;igrave;e; ma comprendendo che favorivano i propri piani gli abbandon&amp;ograve;, alla Pietra dell&amp;#39;Ovo, prima la brulla &lt;em&gt;chiusa&lt;/em&gt; delle ginestre e dei fichi d&amp;#39;India, poi col tempo, maturando il suo piano della generale spogliazione a favore del primogenito e di Raimondo, tutto il podere, stipulando per&amp;ograve; un contratto in piena regola, col quale il figliuolo obbligavasi di pagarle cinquecent&amp;#39;onze l&amp;#39;anno sui frutti del fondo, restando a lui tutto il di pi&amp;ugrave;. Il contratto per donna Teresa fu un affare: innanzi tutto ella risparmi&amp;ograve; le trentasei onze annue del fattore, giacch&amp;eacute; Ferdinando and&amp;ograve; subito subito a stabilirsi l&amp;igrave; per coltivare da s&amp;eacute; l&amp;#39;isola che aveva acquistata; e poi assicurossi una rendita che il podere non dava. Il Babbeo faceva assegnamento sulle bonifiche per pagare le cinquecent&amp;#39;onze alla madre e restar padrone dell&amp;#39;avanzo; infatti, appena entrato in possesso, cominci&amp;ograve; a dissodare, a scavar pozzi, a strappar mandorli per piantar limoni, a sbarbicar la vigna per ripiantarci i mandorli, a sbizzarrirsi in una parola come aveva sognato. Il suo piacere, veramente, sarebbe stato pi&amp;ugrave; grande se avesse potuto far tutto da solo; ma costretto a chiamar zappatori e giardinieri, egli stesso lavorava con loro, a strappar erbacce, a portar via corbelli di sassi, a rimondar alberi, facendo anche da falegname, da muratore e da decoratore, perch&amp;eacute; una delle sue prime occupazioni era stata quella d&amp;#39;ingrandire ed abbellire la vecchia casa del fattore. Egli era felice facendo la vita dell&amp;#39;eroe che gli aveva acceso la fantasia, come se veramente fosse in un&amp;#39;isola deserta, a mille miglia dal mondo. Dormiva sopra una specie di cuccetta da marinaio, costruiva da s&amp;eacute; tavole e seggiole, e la casa pareva un arsenale dalla tanta roba che v&amp;#39;era sparsa; seghe, pialle, trapani, pulegge, zappe, picconi; e poi un assortimento di assi e di travi, e sacchi di farina per fare il pane, provviste di polvere, una scans&amp;igrave;a di libri, tutta la roba che un naufrago pu&amp;ograve; salvare dalla nave prima che questa si sfasci. Fin dal primo anno, per&amp;ograve;, egli non aveva potuto pagare interamente la rendita promessa alla madre; rest&amp;ograve; a dargliene una buona met&amp;agrave; che la principessa not&amp;ograve; regolarmente a suo debito. Poi, a furia di mutar colture, di porre in atto le novit&amp;agrave; di cui udiva parlare o che leggeva nei trattati d&amp;#39;agricoltura o che speculava da s&amp;eacute;, il frutto del podere gli si venne sempre pi&amp;ugrave; assottigliando tra mano. Colpa dei mercenari, diceva, che non eseguivano bene i suoi ordini, o dello scombussolamento delle stagioni; ma la madre lo canzonava, a posta, per incaponirlo in quella sua man&amp;igrave;a, e vi riesciva a meraviglia. E il frutto delle Ghiande scemava sempre pi&amp;ugrave;, non arrivava neppure alle cent&amp;#39;onze, nonostante che ad esclusione degli strumenti e di qualche libro egli non spendesse nulla per s&amp;eacute; e mangiasse frugalmente i prodotti dell&amp;#39;orto e della caccia e le rare volte che compariva al palazzo scandalizzasse perfino i servi, tanto era stracciato e unto e goffo nei panni vecchi di anni ed anni. Ma la principessa, deridendolo, lo lasciava fare, e segnava una dopo l&amp;#39;altra nel libro dell&amp;#39;avere tutte le somme che ogni anno egli le dava in meno. Esse formavano gi&amp;agrave; un discreto capitale che il Babbeo non sapeva dove prendere; il suo continuo timore era perci&amp;ograve; che la madre, stanca di non vedersi pagata, gli togliesse di mano il podere; e infatti la principessa pi&amp;ugrave; d&amp;#39;una volta lo aveva minacciato di questo. Il colpo maestro di costei, nel testamento, fu dunque l&amp;#39;assegnazione delle Ghiande a Ferdinando. Per lui quella propriet&amp;agrave; valeva pi&amp;ugrave; d&amp;#39;un feudo; a scambiarla per tutta l&amp;#39;eredit&amp;agrave; dei fratelli maggiori temeva di rimetterci. Come se non bastasse, c&amp;#39;era anche il condono degli arretrati che sommavano ormai a mille e cinquecento onze; talch&amp;eacute;, al colmo della soddisfazione, egli si credette trattato benissimo, oltre ogni speranza, e a don Blasco, il quale gli si metteva alle costole per indurlo a ribellarsi: &amp;laquo;Come?&amp;raquo; diceva, candidamente, lasciando di piallare o di rimondare. &amp;laquo;Non &amp;egrave; abbastanza quello che ho avuto?&amp;raquo; &amp;laquo;Ma ti tocca il triplo, per lo meno! Sei stato truffato con tutti gli altri! Ti tocca, in rate eguali con tutti gli altri, la parte di tuo padre, che &amp;egrave; il momento di rivendicare! E non sai che Giacomo non ti mand&amp;ograve; neppure a chiamare, il giorno della morte di tua madre?&amp;raquo; &amp;laquo;Non &amp;egrave; possibile!&amp;raquo; rispondeva Ferdinando, scandalizzato. &amp;laquo;E perch&amp;eacute;, poi?&amp;raquo; &amp;laquo;Per far sparire carte e valori! Scapp&amp;ograve; lass&amp;ugrave;, si mise a rovistolare tutta la villa: le cose si risanno! E poi ha fatto la commedia dei suggelli. Te ne accorgerai all&amp;#39;atto dell&amp;#39;inventario, anima vergine!&amp;raquo; Il monaco smaniava dall&amp;#39;impazienza per quest&amp;#39;inventario; ma il principe invece pareva non avere fretta di conoscere quel che c&amp;#39;era in casa, non parlava d&amp;#39;affari a nessuno dei fratelli e delle sorelle, neppure al coerede Raimondo, il quale da parte sua pensava a tutto, fuorch&amp;eacute; a chiedergliene conto. Nonostante il lutto, stava sempre fuori casa, al Casino dei Nobili, a ragionar di Firenze coi vecchi amici, a far la sua partita o a giudicare gli equipaggi che sfilavano nell&amp;#39;ora del passeggio. E don Blasco intronava le orecchie di Ferdinando di invettive contro il fratello. Era &amp;laquo;uno scandalo, una mancanza di rispetto alla morta calda ancora&amp;raquo;, la condotta di quello scapestrato che badava unicamente a spassarsi, che non era venuto a &amp;laquo;chiuder gli occhi alla madre&amp;raquo;, neppure per amor dei quattrini che ella gli voleva dare &lt;em&gt;brevi manu&lt;/em&gt;, &amp;laquo;rubandoli agli altri!...&amp;raquo; Ora il giorno che, cominciato finalmente l&amp;#39;inventario, risult&amp;ograve; che in cassa c&amp;#39;erano soltanto cinque onze e due tar&amp;igrave; di contanti, e un titolo di rendita di cento ducati, il monaco corse alle Ghiande come impazzito. &amp;laquo;Hai visto? Hai visto? Hai visto?... Che ti dicevo? Cinque onze! Tua madre non ne teneva mai meno di mille! E la rendita, la rendita! Fino a cinquemila ducati li sapevo io!... Capisci adesso! Hai visto come v&amp;#39;ha rubati il suo caro fratello? Quel ladro del signor Marco gli ha tenuto il sacco! Rubati! Rubati! Se non gridate, se non vi fate sentire, siete degni che vi sputino in viso.&amp;raquo; Non la finiva pi&amp;ugrave;, dimostrando al nipote, intontito dalle grida, la nuova magagna. Perch&amp;eacute; mai, dunque, Giacomo lasciava al suo posto il signor Marco, mentre aveva gi&amp;agrave; cacciato via tutti i servi protetti dalla madre, il cocchiere maggiore, il cuoco, tutti coloro ai quali ella aveva lasciato qualcosa? Quel &amp;laquo;porco&amp;raquo; del signor Marco, l&amp;#39;&amp;laquo;anima dannata&amp;raquo; della defunta, avrebbe dovuto esser preso &amp;laquo;a calci nel preterito&amp;raquo; appena la sua protettrice aveva chiuso gli occhi; invece perch&amp;eacute; mai, dopo due mesi, era ancora in servizio? Appunto perch&amp;eacute;, appena morta la padrona antica, s&amp;#39;era buttato &amp;laquo;vigliaccamente&amp;raquo; ai piedi del padrone nuovo, gli aveva consegnato ogni cosa, gli aveva lasciato &amp;laquo;rubare&amp;raquo; i valori che andavano &amp;laquo;a tutti&amp;raquo; o per lo meno &amp;laquo;al coerede!...&amp;raquo; E quella bestia di Ferdinando che faceva l&amp;#39;ingenuo, che non voleva credere a tante porcherie e si dichiarava grato alla madre pel condono delle mille e cinquecent&amp;#39;onze! Quasi che quello strozzato contratto tra madre e figlio non fosse stato immorale, quasi che la principessa non avesse a bella posta stabilito un canone superiore al frutto del podere per meglio impaniar quell&amp;#39;allocco!... Tuttavia, a furia di predicargli che gli toccava di pi&amp;ugrave;, che avrebbe potuto essere ricco pi&amp;ugrave; del doppio, pi&amp;ugrave; del triplo, il monaco sarebbe forse riuscito a scuotere il nipote se, come parlando male del marito a Chiara, non avesse commesso anche con Ferdinando una grave imprudenza. Rifiutando il testamento, chiedendo la divisione legale, Ferdinando temeva che le Ghiande andassero in mano ad altri, o che, per lo meno, egli dovesse spartirle coi fratelli; don Blasco, che gli dimostrava la possibilit&amp;agrave; di tenerle tutte per s&amp;eacute;, un giorno gli cant&amp;ograve;: &amp;laquo;E finalmente se perderai questo fondo, ne acquisterai in cambio un altro che varr&amp;agrave; centomila volte pi&amp;ugrave;!...&amp;raquo; &amp;laquo;Eccellenza no,&amp;raquo; rispose Ferdinando; &amp;laquo;come questo non ce n&amp;#39;&amp;egrave; altri in casa nostra...&amp;raquo; &amp;laquo;Le Ghiande?&amp;raquo; scoppi&amp;ograve; allora il monaco. &amp;laquo;Una terra che si chiamava le Ghiande? Buona veramente a buttarci una mandra di maiali? E che ci vengono, fuorch&amp;eacute; le ghiande? Ora specialmente che hai finito di rovinarla con le tue speculazioni pazzesche?&amp;raquo; Ferdinando, a sentirsi cos&amp;igrave; buttar gi&amp;ugrave; la terra e l&amp;#39;opera propria, ammutol&amp;igrave; e arross&amp;igrave; come un pomodoro; poi, ricuperata la voce, dichiar&amp;ograve;: &amp;laquo;Eccellenza, sa come dice il proverbio? Ne sa pi&amp;ugrave; un pazzo in casa propria che un savio nell&amp;#39;altrui!&amp;raquo; Allora il monaco, eruttata una buona quantit&amp;agrave; di male parole contro quel malcreato, non rifece pi&amp;ugrave; la via del suo &amp;laquo;porcile&amp;raquo; e si ridusse a porre l&amp;#39;assedio intorno a Lucrezia. L&amp;#39;aveva serbata per l&amp;#39;ultima, poich&amp;eacute;, se nutriva un&amp;#39;antipatia istintiva contro tutti i nipoti, era specialmente furioso contro questa qui. Come Chiara e Ferdinando, Lucrezia non ricordava una carezza della madre; ma dove Chiara aveva avuto da principio agli occhi del monaco il merito relativo della resistenza opposta alla principessa nell&amp;#39;affare del matrimonio, e Ferdinando quello d&amp;#39;essere andato via di casa, la nipote pi&amp;ugrave; piccola non aveva altro che torti, uno pi&amp;ugrave; capitale dell&amp;#39;altro. Sotto la sferza di donna Teresa, trattata con particolare durezza per esser nata quando costei non aspettava pi&amp;ugrave; altri figli, considerata come un&amp;#39;intrusa venuta a rubare parte della roba gi&amp;agrave; destinata ai due maschi, Lucrezia era cresciuta come &amp;laquo;una marmotta&amp;raquo;, diceva il Benedettino: tarda, taciturna, selvatica come Ferdinando, e sempre cos&amp;igrave; distratta che le sue risposte erano oggetto di risa per tutti fuorch&amp;eacute; per lo zio Blasco che se la mangiava viva. Asservendo e maltrattando la figlia, la principessa non dimenticava tuttavia lo scopo principale da raggiungere: cio&amp;egrave; di lasciarla zitellona in casa. Perci&amp;ograve; ella dimostrava assiduamente, quotidianamente a Lucrezia che il matrimonio non era fatto per lei; prima di tutto per la cattiva salute - e invece la ragazza stava benissimo; poi perch&amp;eacute; cos&amp;igrave; voleva il bene della casa - e le additava l&amp;#39;esempio di donna Ferdinanda; poi perch&amp;eacute;, senza quattrini, non avrebbe potuto mai trovare un partito conveniente - e l&amp;#39;eccezione del marchese Federico confermava la regola; e finalmente perch&amp;eacute;, quasi tutto questo non bastasse, era anche brutta - e qui diceva la verit&amp;agrave;. Quando la vedeva allo specchio, o le rare volte che la ragazza assisteva alle visite che venivano per la madre, costei esclamava: &amp;laquo;Ma come sei brutta, figlia mia!... Che disgrazia avere una figlia cos&amp;igrave; brutta, &amp;egrave; vero?&amp;raquo; L&amp;#39;argomento pi&amp;ugrave; persuasivo era nondimeno quello della povert&amp;agrave;: la roba apparteneva &amp;laquo;ai maschi&amp;raquo;; quando i fattori le portavano sacchi di quattrini, ella diceva a Lucrezia: &amp;laquo;Vedi questi? Sono tutti dei maschi...&amp;raquo; e se la ragazza alzava gli occhi alle mappe dei feudi appese nelle anticamere, la madre ripeteva: &amp;laquo;Che guardi? Sono le propriet&amp;agrave; dei maschi!&amp;raquo; Quando il discorso, presente la figlia, cadeva sui matrimoni, donna Teresa ammoniva: &amp;laquo;Di che parlate dinanzi alle ragazze?&amp;raquo; e a quattr&amp;#39;occhi le diceva che pensare al matrimonio era peccato mortale, da confessarsene: e il confessore, Padre Camillo, confermava in queste idee Lucrezia; poi la principessa ricominciava, fino alla saziet&amp;agrave;: &amp;laquo;Tu del resto non hai niente, devi restare in casa per forza: chi ti vorr&amp;agrave; sposare senza denari?&amp;raquo; Quanto a Chiara, era stata un&amp;#39;altra cosa: si era trovato uno che la prendeva con la sola camicia, perch&amp;eacute; la sapeva savia, timorata di Dio, obbediente alla madre. E addolcendo la pillola, la principessa si lasciava scappare di tanto in tanto: &amp;laquo;Se anche tu sarai come tua sorella, poi ti compenser&amp;ograve; altrimenti.&amp;raquo; Cos&amp;igrave; era cresciuta Lucrezia: costantemente mortificata e umiliata, segregata dal mondo pi&amp;ugrave; che nella bad&amp;igrave;a, invisa ai fratelli maggiori ed agli stessi zii, tiranneggiata un poco anche da Chiara che per avere cinque anni pi&amp;ugrave; di lei faceva la grande; unicamente voluta bene e protetta da Ferdinando, col carattere del quale s&amp;#39;accordava molto il suo. Il Babbeo aveva gi&amp;agrave; da badare a se stesso, non godendo troppe grazie in famiglia; ma dimostrava come poteva a Lucrezia il bene che le voleva. Maggiore appena d&amp;#39;un anno, egli gioc&amp;ograve; con lei, le diede i balocchi da lui stesso costruiti; pi&amp;ugrave; tardi, quando egli ebbe qualche nozione di lettere, quando apprese da s&amp;eacute; a disegnare, a far minuti lavorucci, comunic&amp;ograve; la sua scienza alla sorella per la quale non si faceva la spesa d&amp;#39;un maestro. Del resto la compagnia e la protezione di Ferdinando non fu la sola di cui god&amp;eacute; Lucrezia: ella ebbe anche quella di donna Vanna, una delle cameriere; e la principessa, sempre all&amp;#39;erta, non vide il pericolo che correva da questa parte. La servit&amp;ugrave;, in casa Francalanza, era pagata poco e avvezza a tremare dinanzi alla padrona; nondimeno raramente qualcuno andava via se non era congedato, perch&amp;eacute; tutti trovavano il mezzo di rifarsi moralmente e materialmente del cattivo trattamento. Il mezzo consisteva nel parteggiare segretamente per qualcuno dei figli o dei cognati contro la padrona, nel fomentare le ribellioni, nel far la spia: per questo v&amp;#39;erano altrettanti partiti, nel cortile, quante teste presumevano, su nel palazzo, di fare a modo proprio. Donna Vanna era dunque del partito delle &amp;laquo;signorine&amp;raquo;: come dapprima aveva incoraggiato la disperata resistenza di Chiara al matrimonio impostole, cos&amp;igrave; pi&amp;ugrave; tardi venne narrando a Lucrezia la storia della sorella per dimostrarle le durezze e le strambit&amp;agrave; della madre; e le mise in testa che anche lei doveva maritarsi, e le diede la coscienza dei suoi diritti e delle sue qualit&amp;agrave;. Non era vero che ella fosse povera: la principessa poteva disporre solamente della met&amp;agrave; della propria sostanza: l&amp;#39;altra met&amp;agrave; andava egualmente divisa fra tutti i figli: &amp;laquo;S&amp;#39;ha da fare cos&amp;igrave; per forza, perch&amp;eacute; &amp;egrave; scritto nella legge: perci&amp;ograve; questa parte si chiama &lt;em&gt;legittima&lt;/em&gt;...&amp;raquo; E Lucrezia l&amp;#39;ascoltava a bocca aperta, cercando di comprendere. Ella comprendeva pi&amp;ugrave; facilmente le adulazioni della cameriera che trovava recondite bellezze nella persona della padroncina, quando la vestiva o la pettinava: &amp;laquo;Com&amp;#39;&amp;egrave; ben formata Vostra Eccellenza!... Sembra una palma!... E queste trecce! Corde di bastimento!&amp;raquo; Poi concludeva: &amp;laquo;Ha da trovarsi uno che se la godr&amp;agrave;!...&amp;raquo; Cos&amp;igrave; accadde che, quando i Giulente vennero a star di casa dirimpetto al palazzo dei Francalanza, donna Vanna disse alla signorina: &amp;laquo;Vostra Eccellenza ha visto il signorino Benedetto? Guardi che bel ragazzo!&amp;raquo; Ella si mise a osservarlo dalla finestra, e fu del parere della cameriera. &amp;laquo;Vostra Eccellenza non s&amp;#39;&amp;egrave; accorta come la guarda?&amp;raquo; Lucrezia si fece rossa pi&amp;ugrave; d&amp;#39;un papavero, e da quel giorno i suoi occhi andarono spesso al balcone del giovanotto. Per&amp;ograve;, finch&amp;eacute; la principessa ebbe buona salute, la cosa non usc&amp;igrave; da questi termini e nessuno la sospett&amp;ograve;. Un brutto giorno donna Teresa, gi&amp;agrave; malandata, si svegli&amp;ograve; con un doloretto al fianco, del quale sulle prime non si cur&amp;ograve;, ma che un anno dopo doveva condurla al sepolcro. Quando la malattia della padrona aggravossi, e specialmente quando, per mutar d&amp;#39;aria, ella se ne and&amp;ograve; al Belvedere, sola, giacch&amp;eacute; Raimondo, il beniamino, stava a Firenze e gli altri figliuoli erano qual pi&amp;ugrave; qual meno tutti aborriti, allora, pi&amp;ugrave; libera, donna Vanna favor&amp;igrave; meglio l&amp;#39;amore della signorina; parl&amp;ograve; al giovanotto, port&amp;ograve; da una parte all&amp;#39;altra dapprima saluti, poi ambasciate e finalmente biglietti. In famiglia se ne accorsero, e tutti si scatenarono contro Lucrezia. I Giulente, venuti circa un secolo addietro a Catania da Siracusa, appartenevano a una casta equivoca, non pi&amp;ugrave; &amp;laquo;mezzo ceto&amp;raquo; cio&amp;egrave; borghesia, ma non ancora nobilt&amp;agrave; vera e propria. Nobili si credevano e si vantavano; ma questa loro persuasione non riuscivano a trasfondere negli altri. Da parecchie generazioni s&amp;#39;erano venuti imparentando con famiglie della vera &amp;laquo;mastra antica&amp;raquo;, ma avevano dovuto scegliere quelle ridotte a corto di quattrini, perch&amp;eacute; una ragazza nobile e ricca ad un tempo non avrebbe mai sposato un Giulente. Per giocare a pari coi baroni autentici avevano adottato tutti gli usi baronali: uno solo tra loro, il primogenito, poteva prender moglie; gli altri dovevano restar scapoli. L&amp;#39;abolizione del fedecommesso li aveva rallegrati, poich&amp;eacute; in casa loro non c&amp;#39;era: istituito il maiorasco, avevano tentato di ottenerlo, senza riuscirvi. Nondimeno tutto era andato egualmente al primogenito: don Paolo, il padre di Benedetto, era ricchissimo, mentre don Lorenzo non possedeva un baiocco: per questo, forse, trescava coi rivoluzionari. Benedetto, un po&amp;#39; per l&amp;#39;esempio dello zio, un po&amp;#39; pel soffio dei nuovi tempi, faceva anch&amp;#39;egli il liberale; teneva moltissimo alla sua nascita, ma combattendo la bigotteria della nobilt&amp;agrave; - quando la volpe non arriva all&amp;#39;uva! gridava la zitellona - e per questi suoi sentimenti, quantunque tutta la sostanza del padre dovesse un giorno spettargli, studiava per prendere la laurea d&amp;#39;avvocato. Quindi l&amp;#39;ira di don Blasco contro la nipote che s&amp;#39;arrischiava di fare all&amp;#39;amore senza chieder permesso a lui; e con chi? Con un Giulente, un liberale, un avvocato! Ora, dopo la lettura del testamento, dopo le difficolt&amp;agrave; opposte da Chiara, dal marchese e da Ferdinando alle sue sobillazioni, il monaco si rivolse a Lucrezia. Aveva maggiore speranza di riuscire con lei poich&amp;eacute;, per l&amp;#39;amore di Giulente, ella aveva interesse a ribellarsi alla famiglia; &amp;egrave; vero che gli toccava pel momento secondare o per lo meno fingere d&amp;#39;ignorare l&amp;#39;amoretto della nipote; ma pur di complottare e di metter zeppe e di farsi valere, don Blasco passava sopra a maggiori difficolt&amp;agrave;. Egli cominci&amp;ograve; dunque a dimostrare a Lucrezia il torto ricevuto, le ragioni da addurre, il furto di Giacomo appena morta la madre; e le rifece i conti e la stimol&amp;ograve; a mettersi d&amp;#39;accordo con Ferdinando, sull&amp;#39;animo del quale ella sola poteva, per contrastar poi, uniti, al fratello maggiore. Lucrezia, che all&amp;#39;opposizione dei parenti s&amp;#39;era impennata, come ogni Uzeda dinanzi alla contraddizione, ed aveva giurato a donna Vanna che avrebbe sposato Giulente a qualunque costo; udendo adesso il monaco parlarle dei suoi diritti, dimostrarle che ella era pi&amp;ugrave; ricca di quanto credeva, istigarla a far valere la propria volont&amp;agrave;, gli dava ascolto, diffidente, tuttavia, sospettosa di qualche raggiro. La notte prendeva consigli dalla cameriera; e poich&amp;eacute; donna Vanna la confortava a seguire il monaco, ella riconosceva, s&amp;igrave;, che sua madre l&amp;#39;aveva messa in mezzo, come tutti gli altri, a profitto di due soli, e chinava il capo agli argomenti che don Blasco le ripeteva; ma sul punto d&amp;#39;impegnarsi a dire il fatto suo a Giacomo, la paura l&amp;#39;arretrava. Era cresciuta con l&amp;#39;idea che egli fosse d&amp;#39;una pasta diversa, d&amp;#39;una natura pi&amp;ugrave; fine; mentre tutti i fratelli e le sorelle si davano del tu fra loro, al primogenito toccava del voi; e il principe che l&amp;#39;aveva sempre tenuta a distanza, guardandola d&amp;#39;alto in basso, adesso, dopo la lettura del testamento, mostravasi ancora pi&amp;ugrave; chiuso con tutti, ma specialmente con lei. Preparata a sostener la lotta per amore di Giulente, ella voleva riserbare le sue forze pel momento buono, non sciuparle per uno scopo che le pareva secondario. Benedetto le aveva fatto sapere che, appena laureato, voleva dire fra un paio di anni, avrebbe chiesto la sua mano; e che il duca d&amp;#39;Oragua, tanto amico di suo zio Lorenzo, li avrebbe sicuramente sostenuti; ma che frattanto bisognava aver pazienza e prudenza, studiare di non accrescere l&amp;#39;animosit&amp;agrave; degli Uzeda. Consultato intorno alla quistione del testamento, egli confermava il consiglio di non far nulla contro il principe; parte per le ragioni antiche, parte per non parere ingordo della maggiore dote di lei. &amp;laquo;Vede Vostra Eccellenza?&amp;raquo; commentava la cameriera, udendo queste lettere che la padroncina le comunicava. &amp;laquo;Vede Vostra Eccellenza quant&amp;#39;&amp;egrave; buono? Vuol bene a Vostra Eccellenza, non ai quattrini! Un altro che avesse uccellato alla dote, che cosa avrebbe risposto? &amp;quot;Facciamo la lite!&amp;quot;&amp;raquo; Egli era veramente un buon giovane, studioso, un po&amp;#39; esaltato, infiammato dalle dottrine liberali dello zio, bruciante d&amp;#39;amore per l&amp;#39;Italia: scrivendo alla ragazza le diceva che le sue passioni erano tre: lei, la madre e la patria che bisognava redimere. Cos&amp;igrave; anche Lucrezia, dopo aver dato ascolto alle istigazioni di don Blasco, non faceva nulla di quel che voleva lo zio: anzi, una volta che costui fu pi&amp;ugrave; insistente, ella rispose: &amp;laquo;Perch&amp;eacute; non parla Vostra Eccellenza con Giacomo?&amp;raquo; Il monaco, a quest&amp;#39;uscita, divent&amp;ograve; paonazzo e parve sul punto di soffocare. &amp;laquo;Ho da parlar io, ah, bestia? ah, bestiona? Vi piacerebbe, bestioni, prender la castagna con la zampa del gatto? Ah, volevate che parlassi io!... E che cavolo vi pare che me n&amp;#39;importi, in fin dei conti, se vi spoglia, se vi mangia tutti quanti, brancata di pazzi, di gesuiti e d&amp;#39;imbecilli, oh?...&amp;raquo; &lt;/p&gt;&lt;p&gt;Parlare a Giacomo, prendere le parti di quei nipoti contro quell&amp;#39;altro, era veramente impossibile a don Blasco. Egli si sarebbe cos&amp;igrave; impegnato definitivamente, avrebbe preso realmente un partito, non avrebbe potuto pi&amp;ugrave; dar torto a chi prima aveva dato ragione, e viceversa; e questo era per lui un bisogno. Cos&amp;igrave; per esempio il principe, solo fra tutta la &amp;laquo;mala razza&amp;raquo; (come il Benedettino chiamava i suoi nei momenti d&amp;#39;esasperazione, cio&amp;egrave; quasi sempre), gli era stato dinanzi obbediente e sommesso, gli aveva dato ragione nella lotta contro la principessa; ora don Blasco, in cambio, gli rivoltava i fratelli e le sorelle. Ma il monaco non credeva di far male, cos&amp;igrave;; scettico e diffidente, sapeva che Giacomo s&amp;#39;era messo con lui non gi&amp;agrave; per affezione o per rispetto, ma per semplice tornaconto. Il principe Giacomo, infatti, aveva obbedito a sue proprie ragioni. Quasi non potesse perdonargli di non esser venuto a tempo, quand&amp;#39;ella l&amp;#39;aspettava e lo voleva, la principessa non aveva fatto festa al primogenito dei maschi, il quale aveva anche messo in pericolo, nascendo, la vita di lei. Invece di volergli tanto pi&amp;ugrave; bene quanto pi&amp;ugrave; lo aveva desiderato e quanto pi&amp;ugrave; le costava, donna Teresa gliene aveva voluto tanto meno. Alla nascita di Lodovico era rimasta ancora indifferente e crucciata; le sue viscere materne s&amp;#39;erano improvvisamente commosse per Raimondo. Cos&amp;igrave;, mentre tutti gli altri parenti che non eran &amp;laquo;pazzi&amp;raquo; come lei, o che eran pazzi altrimenti, avevano dato a Giacomo l&amp;#39;idea che egli fosse da pi&amp;ugrave; di tutti come primogenito, come erede del titolo, la principessa aveva riposto tutto il suo affetto, un affetto cieco, esclusivo, irragionevole, sopra Raimondo. E la protezione della madre era molto pi&amp;ugrave; efficace di quella del padre e degli zii; perch&amp;eacute;, mentre costoro davano a Giacomo, avido di quattrini, ingordo d&amp;#39;autorit&amp;agrave;, soltanto vane parole, Raimondo era colmato di regali, otteneva ragione su tutti, faceva legge dei propri capricci. Cos&amp;igrave; cominciarono le risse tra i due fratelli, e Raimondo, pi&amp;ugrave; piccolo, ne tocc&amp;ograve;; ma quando la principessa si vide dinanzi in lacrime il suo protetto, Giacomo assaggi&amp;ograve; le terribili mani di lei che lasciavano i lividi dove cadevano. Il ragazzo s&amp;#39;ostin&amp;ograve; un pezzo, fino a mutar la freddezza della madre in odio deciso; poi, accortosi di sbagliar via, mut&amp;ograve; tattica, divenne infinto, fece da spia a don Blasco, gust&amp;ograve; il piacere della vendetta nel vedere Raimondo picchiato dal monaco in odio alla cognata. Ma furono soddisfazioni mediocri e di corta durata: con gli anni la principessa chiuse a San Nicola il secondogenito, diede a Raimondo il titolo di conte; avara, anzi spilorcia, largheggi&amp;ograve; soltanto col beniamino; Giacomo non ebbe mai un baiocco, e i suoi abiti cadevano a brandelli quando l&amp;#39;altro pareva un figurino. Se Raimondo esprimeva un&amp;#39;opinione, subito era secondato, o per lo meno non deriso; Giacomo non pot&amp;egrave; disporre di nulla. Uno dei suoi pi&amp;ugrave; lunghi desideri era stato quello di far atto di padrone, in casa, riadattando a modo suo il palazzo: la madre non gli permise di muovere una seggiola. Ella stessa aveva lavorato a mutar l&amp;#39;architettura dell&amp;#39;edificio, il quale pareva composto di quattro o cinque diversi pezzi di fabbrica messi insieme, poich&amp;eacute; ognuno degli antenati s&amp;#39;era sbizzarrito a chiuder qui finestre per forare pi&amp;ugrave; l&amp;agrave; balconi, a innalzare piani da una parte per smantellarli dall&amp;#39;altra, a mutare, a pezzo a pezzo, la tinta dell&amp;#39;intonaco e il disegno del cornicione. Dentro, il disordine era maggiore: porte murate, scale che non portavano a nessuna parte, stanze divise in due da tramezzi, muri buttati a terra per fare di due stanze una: i &amp;laquo;pazzi&amp;raquo;, come don Blasco chiamava anche i suoi maggiori, avevano uno dopo l&amp;#39;altro fatto e disfatto a modo loro. Il pi&amp;ugrave; grande rimescolamento era stato quello operato da suo padre, il principe Giacomo XIII, quando costui non sapeva come buttar via i quattrini; e quella &amp;laquo;testa di zucca&amp;raquo; di donna Teresa, invece di pensare all&amp;#39;economia, non s&amp;#39;era divertita a sciuparne degli altri in altre bislacche novit&amp;agrave;?... Giacomo voleva anch&amp;#39;egli ritoccare la pianta della casa, ma la madre non gli lasci&amp;ograve; neanche attaccare un chiodo; e il Benedettino andava in bestia specialmente per questo; che il figliuolo sempre contrariato era tutto sua madre: autoritario, cupido, duro, almanacchista come lei; mentre quella papera preferiva Raimondo che non conosceva il valore del denaro, sperperava tutto quel che aveva, non s&amp;#39;intendeva d&amp;#39;affari, amava e cercava unicamente gli svaghi e i piaceri!... I due fratelli, quantunque avessero la stess&amp;#39;aria di famiglia, non si rassomigliavano neppure fisicamente: Raimondo era bellissimo, Giacomo pi&amp;ugrave; che brutto. Nella Galleria dei ritratti si potevano riscontrare i due tipi. Tra i progenitori pi&amp;ugrave; lontani c&amp;#39;era quella mescolanza di forza e di grazia che formava la bellezza del contino; a poco a poco, col passare dei secoli, i lineamenti cominciavano ad alterarsi, i volti s&amp;#39;allungavano, i nasi sporgevano, il colorito diveniva pi&amp;ugrave; oscuro; un&amp;#39;estrema pinguedine come quella di don Blasco, o un&amp;#39;estrema magrezza come quella di don Eugenio, deturpava i personaggi. Fra le donne l&amp;#39;alterazione era pi&amp;ugrave; manifesta: Chiara e Lucrezia, quantunque fresche e giovani entrambe, erano disavvenenti, quasi non parevano donne; la zia Ferdinanda, sotto pann</description>
   <link>http://blog.azpoint.net/blog/il_club_delle_stordite/archive/2007-05-07/25730_i_vicer_-_capitolo_iii_e_iv.htm</link>
      <pubDate>Mon, 07 May 2007 19:35:41 +0200</pubDate>   
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   <title>I vicerč - capitolo II</title>
   <description>&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Verso sera, mentre la servit&amp;ugrave; raccolta nel cortile commentava ancora la magnificenza del funerale, arriv&amp;ograve; dalla via di Messina il conte Raimondo con la contessa Matilde. Baldassarre, udendo il tintinn&amp;igrave;o delle sonagliere, si precipit&amp;ograve; gi&amp;ugrave; per lo scalone e arriv&amp;ograve; allo sportello della corriera giusto nel momento che questa arrestavasi e che il padrone saltava gi&amp;ugrave;. &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Verso sera, mentre la servit&amp;ugrave; raccolta nel cortile commentava ancora la magnificenza del funerale, arriv&amp;ograve; dalla via di Messina il conte Raimondo con la contessa Matilde. Baldassarre, udendo il tintinn&amp;igrave;o delle sonagliere, si precipit&amp;ograve; gi&amp;ugrave; per lo scalone e arriv&amp;ograve; allo sportello della corriera giusto nel momento che questa arrestavasi e che il padrone saltava gi&amp;ugrave;. &amp;laquo;Chi c&amp;#39;&amp;egrave;?&amp;raquo; domand&amp;ograve; il contino, troncando con voce breve le cerimonie di Baldassarre e mostrando le carrozze allineate nella corte. &amp;laquo;Visite pel signor principe, Eccellenza...&amp;raquo; e subito il maestro di casa prese l&amp;#39;aspetto grave e triste conveniente alla circostanza luttuosa. Il conte s&amp;#39;avvi&amp;ograve; per lo scalone senza curarsi della moglie n&amp;eacute; del bagaglio. Baldassarre, a capo chino, offerse il gomito alla signora contessa, ma ella smont&amp;ograve; senza appoggiarsi. &amp;laquo;Pi&amp;ugrave; bella che mai!&amp;raquo; giudicavan le donne che le si appressavano rispettosamente, &amp;laquo;quantunque un po&amp;#39; dimagrata, in verit&amp;agrave;...&amp;raquo; La moglie del portinaio osserv&amp;ograve; anche: &amp;laquo;Pare pi&amp;ugrave; afflitta lei del contino... E con che dolce voce pregava che portassero su le valige e i sacchi da notte, e rispondeva al: &amp;quot;Benvenuta, Eccellenza!&amp;quot; dei servi, informandosi della loro salute, domandando a Giuseppe se il suo bambino stava bene e a donna Mena se la sua figliuola s&amp;#39;era maritata!...&amp;raquo; Su, nelle anticamere, il principe e Lucrezia vennero incontro al fratello ed alla cognata. Raimondo si lasci&amp;ograve; baciare dalla sorella, e, stretta la mano che Giacomo gli tendeva, entr&amp;ograve; nella Sala Gialla, zeppa di gente al pari della Rossa, poich&amp;eacute;, tolto il divieto di lasciar salire i soli prossimi parenti, ora i cugini in quarto e in quinto grado, gli affini, gli amici venivano in processione a condolersi della gran disgrazia. Tutti, all&amp;#39;apparire della contessa Matilde, si levarono, ad eccezione di don Blasco e di donna Ferdinanda. Quest&amp;#39;ultima, quando la nipote le baci&amp;ograve; la mano, borbott&amp;ograve; un: &amp;laquo;Ti saluto&amp;raquo; freddo freddo; quanto a don Blasco, non le rispose neppure. Egli vociava, gesticolando: &amp;laquo;Vogliono il resto? Ah, vogliono il resto? Se vogliono il resto, non hanno da far altro che chiederlo!...&amp;raquo; L&amp;#39;incontro del Priore con Raimondo fu osservato da tutti: il Priore che stava seduto accanto a Monsignor Vescovo col Vicario e parecchi canonici, appena scorto il fratello s&amp;#39;alz&amp;ograve; e gli aperse le braccia: Raimondo si lasci&amp;ograve; abbracciare un&amp;#39;altra volta, ma quelle dimostrazioni d&amp;#39;affetto lo seccavano visibilmente. Poi il principe lo condusse via, e tutti ripresero i loro posti e i discorsi interrotti. In un gruppo di pezzi grossi dove c&amp;#39;erano, fra gli altri, il presidente della Gran Corte, il generale e alcuni senatori municipali, don Blasco continuava a fiottare contro i rivoluzionari e i quarantottisti che minacciavano d&amp;#39;alzar la coda. Non era bastata loro la famosa lezione spiegata da Satriano? Volevano il resto? Sarebbero stati immediatamente serviti! &amp;laquo;Ma la colpa pi&amp;ugrave; grande credete forse che sia dei sanculotti o di quel ladro di Cavour? &amp;Egrave; di quei ruffiani che per la loro posizione dovrebbero sostenere il governo e invece si mettono coi morti di fame!&amp;raquo; Egli l&amp;#39;aveva principalmente col fratello duca che s&amp;#39;era fitto in capo di fare il liberalone, lui, il secondogenito del principe di Francalanza! Il marchese di Villardita approvava, chinando la testa, giudicando per&amp;ograve; che i rivoluzionari, con o senza l&amp;#39;aiuto dei signori, sarebbero rimasti cheti almeno per un altro mezzo secolo: la citt&amp;agrave; portava ancora i segni della terribile repressione dell&amp;#39;aprile Quarantanove: non erano del tutto scomparse le tracce del fuoco e del saccheggio, e mezza popolazione piangeva i morti, i condannati all&amp;#39;ergastolo, gli esiliati. Il Priore, tornato a sedere accanto a Monsignore, nel gruppo delle tonache nere, deplorava anch&amp;#39;egli, a bassa voce, l&amp;#39;iniquit&amp;agrave; dei tempi per via della legge piemontese contro le corporazioni religiose; e don Blasco, nel crocchio opposto: &amp;laquo;Adesso fanno la guerra senza denari! Rubando la Chiesa di Cristo! E quel celebre d&amp;#39;Azeglio? Avete letto il suo sproloquio?...&amp;raquo; Dalla parte delle donne la principessa se ne stava in un angolo, un po&amp;#39; alla larga, per evitar contatti. Donna Ferdinanda, seduta vicino al principe di Roccasciano, parlava con lui d&amp;#39;affari, del raccolto, del prezzo delle derrate, mentre la principessa di Roccasciano raccontava alla baronessa C&amp;ugrave;rcuma un suo sogno, la madre che le era apparsa con tre numeri in mano: 6, 39 e 70, sui quali avea giocato dodici tar&amp;igrave; di nascosto del marito. Le ragazze Mortara e Costante, amiche di Lucrezia, parlavano d&amp;#39;abiti a quest&amp;#39;ultima, per divagarla, quantunque ella non desse loro ascolto e rispondesse a sproposito, com&amp;#39;era sua abitudine; ma la cugina Graziella teneva da sola animata la conversazione, rivolgendosi a tutti ed a ciascuno, passando da una sala all&amp;#39;altra chiacchierando d&amp;#39;abiti, di sarte, della Crimea, del Piemonte, della guerra, del colera. Stanca del viaggio, la contessa Matilde parlava poco, aspettando di ritirarsi nelle sue camere; don Cono, venuto a mettersele vicino, le recitava tutte le epigrafi da lui composte pel funerale: &amp;laquo;M&amp;#39;&amp;egrave; sovvenuto d&amp;#39;una variante; bramo il giudizio della contessa...&amp;raquo; E il cavaliere don Eugenio giudicava povert&amp;agrave; il lusso dei moderni funerali a paragone di quello di un tempo: &amp;laquo;Nel 1692 fu perfino emanato un bando, in via di prammatica, per impedire l&amp;#39;eccedente sfarzo delle cerimonie mortuarie!&amp;raquo; Tutti s&amp;#39;alzarono al sopravvenire di donna Isabella Fersa con suo marito don Mario e con Padre Gerbini: il Benedettino reggeva galantemente sul braccio un velo della dama. Questa baci&amp;ograve; tutte le Uzeda, fuorch&amp;eacute; la principessa, la quale, schivandosi, present&amp;ograve;: &amp;laquo;Mia cognata Matilde...&amp;raquo; Donna Isabella strinse forte la mano alla contessa e le si mise a sedere a fianco, sospirando: &amp;laquo;Che grande disgrazia! Ma bisogna fare la volont&amp;agrave; di Dio!... Siete stati a Firenze?... Anche noi ci fummo l&amp;#39;anno scorso; ma voialtri allora eravate a Milazzo... Una sola bambina finora?... Il conte aspetta un maschietto, naturalmente. Felice voi che avete una figlia: v&amp;#39;invidio, contessa, sapete...&amp;raquo; Padre Gerbini faceva intanto il giro delle signore, discorrendo a lungo con le pi&amp;ugrave; giovani e belle, dicendo loro cose galanti e proibite. Egli prendeva le morbide e bianche mani femminili, le teneva un poco fra le sue egualmente bianche e inanellate, poi le baciava. Vedendo rientrare il principe col fratello, lasci&amp;ograve; le dame per condurre Raimondo dinanzi alla Fersa. &amp;laquo;Il conte di Lumera... donn&amp;#39;Isabella Fersa, la pi&amp;ugrave; bella dama del regno...&amp;raquo; &amp;laquo;Non gli creda, dice a tutte cos&amp;igrave;...&amp;raquo; esclam&amp;ograve; ella sorridendo. &amp;laquo;Sono dolente di conoscerla,&amp;raquo; riprese, con altro tono di voce e stringendogli la mano, &amp;laquo;in questa triste circostanza...&amp;raquo; Sospir&amp;ograve; un poco, poi ricominci&amp;ograve;: &amp;laquo;Giusto, la contessa mi diceva che arrivate da Firenze...&amp;raquo; &amp;laquo;Direttamente. Ci siamo fermati appena a Messina.&amp;raquo; &amp;laquo;Per lasciar la bambina a vostro suocero. Avete fatto bene! Com&amp;#39;&amp;egrave; questa Milazzo?&amp;raquo; &amp;laquo;Non me ne parli.&amp;raquo; Per fortuna, egli ci stava il meno che poteva, sempre attirato a Firenze, dove aveva tante amicizie. Come egli citava i grandi nomi di Toscana, donna Isabella chinava ripetutamente il capo in atto affermativo: &amp;laquo;I Morsini, sicuro... i Realmonte...&amp;raquo; La contessa volgeva supplici sguardi al marito, quasi per dirgli: &amp;laquo;Portami via...&amp;raquo; ma Raimondo non cessava di parlare del suo tema favorito. Fersa gli s&amp;#39;avvicin&amp;ograve; un momento per stringergli la mano ed esprimergli il proprio rammarico. &amp;laquo;Tuo zio il duca arriva domani?&amp;raquo; &amp;laquo;Cos&amp;igrave; m&amp;#39;ha detto Giacomo.&amp;raquo; &amp;laquo;E del testamento?&amp;raquo; &amp;laquo;Non si sa nulla.&amp;raquo; Tra i discorsi di politica, di moda, di viaggi, quella domanda curiosa era sussurrata qua e l&amp;agrave;, e otteneva sempre la stessa risposta. Il presidente della Gran Corte, testimonio della consegna del testamento segreto fatta dalla principessa al notaio l&amp;#39;anno innanzi, non sapeva nulla intorno al contenuto della carta di cui aveva firmato la busta, e i figli della morta erano al buio peggio degli estranei. Forse, se Raimondo fosse venuto a tempo, quando sua madre lo aveva insistentemente chiamato, egli avrebbe saputo qualcosa; ma il conte, divertendosi a Firenze, aveva fatto orecchio da mercante, quasi non si trattasse dei suoi stessi interessi. Possibile, allora, che la principessa non si fosse confidata proprio a nessuno? a qualcuno dei cognati? a un uomo d&amp;#39;affari, almeno? Di botto don Blasco, lasciando in pace Cavour e la Russia: &amp;laquo;E allora, che sugo ci sarebbe stato?&amp;raquo; esclam&amp;ograve;. &amp;laquo;Cos&amp;igrave; fanno tutti coloro che ragionano, eh?... Ma in questa casa la logica era un&amp;#39;altra!... Nessuno doveva saper niente! tutto si doveva fare a &lt;em&gt;loro&lt;/em&gt; capriccio; sempre &lt;em&gt;chiusi&lt;/em&gt;, sempre &lt;em&gt;misteriosi&lt;/em&gt;, come se fabbricassero moneta falsa!&amp;raquo; Il presidente scrollava il capo con bonomia, per acquietare il monaco focoso; ma questi proseguiva: &amp;laquo;Volete sapere che dir&amp;agrave; il testamento? Domandatelo al confessore! Sissignori: al confessore!... Voi al confessore di che parlate? Dei peccati, eh? delle cose di coscienza?... Degli affari, naturalmente, incaricate gli avvocati, i notai, i parenti, s&amp;igrave; o no?... Qui invece il confessore scriveva il testamento: forse il notaio impartiva l&amp;#39;assoluzione!&amp;raquo; Alcuni sorridevano a quelle sparate, e le supposizioni avevano libero corso. Il presidente era sicuro, checch&amp;eacute; si dicesse in contrario, che l&amp;#39;erede sarebbe stato il principe, con un forte legato al conte; e il generale confermava: &amp;laquo;Sicuramente, l&amp;#39;erede del nome!&amp;raquo; ma il barone Grazzeri scrollava il capo: &amp;laquo;Se non andarono mai d&amp;#39;accordo?&amp;raquo; Don Mario Fersa, infatti, piano al cavaliere Carvano, manifestava la sua opinione, secondo la quale l&amp;#39;erede sarebbe stato Raimondo. Forse il contegno di lui durante la malattia della madre, il costante rifiuto di venire a vederla, potevano avergli un poco nociuto; ma la predilezione dimostrata dalla principessa a quel figliuolo era stata troppo grande perch&amp;eacute; in un momento ne andassero dispersi gli effetti. &amp;laquo;Non dimentichiamo,&amp;raquo; rammentava il cavaliere Pezzino, &amp;laquo;che la felice memoria non volle mai chiedere l&amp;#39;istituzione del maiorasco appunto per esser libera di fare a modo suo.&amp;raquo; Dunque si sarebbe proprio visto questa enormit&amp;agrave;? Il capo della casa diseredato? erede Raimondo che non aveva figli maschi? diseredato il principe che aveva gi&amp;agrave; nel piccolo Consalvo il successore?... I lavapiatti, come familiari della defunta, erano richiesti della loro opinione, ma essi che ne sapevano meno di tutti rispondevano evasivamente, per non far torto a nessuno. &amp;laquo;E gli altri figli? Ferdinando? Le donne?...&amp;raquo; La curiosit&amp;agrave;, bench&amp;eacute; contenuta ed espressa sotto voce, era vivissima. Il confessore, questo famoso Padre Camillo, non aveva parlato? &amp;laquo;Non c&amp;#39;&amp;egrave;, &amp;egrave; a Roma da parecchi mesi; e anche ci fosse, non parlerebbe: &amp;egrave; volpe fina...&amp;raquo; E tutti gli sguardi si volgevano naturalmente a Giacomo ed a Raimondo. Questi chiacchierava ancora con donna Isabella, e pareva che il testamento materno fosse l&amp;#39;ultimo dei suoi pensieri, anzi che egli ignorasse perfino la morte della madre; il principe invece aveva un aspetto pi&amp;ugrave; grave del consueto, quale conveniva alla tristezza di quei giorni; egli riceveva con espressioni di gratitudine le reiterate condoglianze delle persone che si congedavano. Alcune di queste per&amp;ograve; non riuscivano a trovarlo, andavano via senza poterlo salutare; e i familiari si guardavano con la coda dell&amp;#39;occhio, comprendendo. Egli aveva una folle paura della iettatura, attribuiva a una gran quantit&amp;agrave; d&amp;#39;individui il funesto potere; stava sulle spine in loro presenza, evitava di salutarli, con le mani in tasca. Ma il presidente della Gran Corte, appena alzatosi, se lo vide vicino: &amp;laquo;Se lo zio arriver&amp;agrave; domani, presidente, fisseremo per posdomani la lettura?&amp;raquo; &amp;laquo;Quando credete, principe mio! Sono agli ordini vostri!...&amp;raquo; &amp;laquo;Veramente...&amp;raquo; aggiunse, abbassando la voce, &amp;laquo;io non avrei tanta fretta... anzi mi parrebbe una sconvenienza verso la memoria di nostra madre... Ma sapete come succede quando si &amp;egrave; in molti... quando bisogna dar conto a tanti...&amp;raquo; E poich&amp;eacute; suo fratello il Priore se ne andava anche lui, insieme col Vescovo, li avvert&amp;igrave; entrambi, essendo Monsignore un altro dei testimoni. &amp;laquo;Fate, fate voialtri...&amp;raquo; disse il Priore, disinteressato. &amp;laquo;Che bisogno avete di me?&amp;raquo; Ma Giacomo protest&amp;ograve;: &amp;laquo;No, no; che vuol dire! Bisogna fare le cose in regola, per soddisfazione di tutti...&amp;raquo; Siccome annottava, molti andavano via. Padre Gerbini, quantunque il Priore avesse dato l&amp;#39;esempio, rest&amp;ograve; ancora un poco a cicalare con le signore; poi se n&amp;#39;and&amp;ograve; anche lui. Rest&amp;ograve;, sbraitando contro i rivoluzionari e la cognata morta, don Blasco, che rientrava sempre l&amp;#39;ultimo al convento. Adesso i servi accendevano le lampade; e con le finestre chiuse, il calore diveniva intollerabile nella sala. La contessa si sentiva mancare e non vedeva pi&amp;ugrave; il marito che aveva seguito donna Isabella nella Sala Rossa a discorrere di Parigi. Ancora una volta aveva accanto lo zio Eugenio e don Cono, i quali continuavano a sviscerare le antiche cronache cittadine e citavano con linguaggio fiorito roba latina. &amp;laquo;I funeri di Carlo V furono celebrati a presenza del Vicer&amp;eacute; Uzeda...&amp;raquo; &amp;laquo;La real cappella tolse luogo nel nostro Duomo, ove fu eretta un&amp;#39;altissima piramide ornata di busti e personaggi, fra i quali l&amp;#39;Italia, la Spagna, la Germania e l&amp;#39;India...&amp;raquo; &amp;laquo;Per lo appunto; anzi la epigrafe suonava cos&amp;igrave;: &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;em&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;India m&amp;aelig;sta sedet Caroli post funera Quinti...&amp;raquo;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt; &lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&amp;laquo;E il disvenamento del corsier favorito?&amp;raquo; &amp;laquo;Pei funerali di nostro nonno, alla pi&amp;ugrave; corta! Quando mor&amp;igrave; il principe nostro nonno, si sven&amp;ograve; il suo cavallo di coscia...&amp;raquo; &amp;laquo;Uso barbarico anzich&amp;eacute; no. Il nobile corsiere rigava di sangue la via, finch&amp;eacute; cadeva spirando l&amp;#39;ultimo fia...&amp;raquo; A un tratto don Cono esclam&amp;ograve;: &amp;laquo;Contessa, gran Dio!&amp;raquo; Tutti accorsero. Era pallida e fredda, con gli occhi rovesciati e le labbra dischiuse. Suo marito, accorso anche lui con donna Isabella, disse: &amp;laquo;Non &amp;egrave; nulla... la fatica del viaggio...&amp;raquo; E piano, quasi tra s&amp;eacute;, mentre la portavano via: &amp;laquo;Le solite smorfie!...&amp;raquo; &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Giorni di continue novit&amp;agrave;, quelli! Il domani, come s&amp;#39;aspettava, arriv&amp;ograve; il duca. Mancava da cinque anni, e nel primo momento la servit&amp;ugrave; e gli stessi parenti quasi non lo riconobbero: quand&amp;#39;era partito per Palermo aveva un bel collare di barba alla borbonica, adesso invece s&amp;#39;era lasciato crescere il pizzo che dava un altro carattere alla sua fisonomia. Tutti i nipoti gli baciarono la mano; egli s&amp;#39;inform&amp;ograve; della disgrazia e si scus&amp;ograve; per non esser venuto pi&amp;ugrave; presto; si scus&amp;ograve; anche, pel disturbo che gli dava, col principe, il quale gli aveva fatto preparare al terzo piano le stanze da lui occupate nella casa paterna prima di lasciarla. Ma il nipote protest&amp;ograve;: &amp;laquo;Vostra Eccellenza non mi disturba, mi aiuta... E in questo momento ho pi&amp;ugrave; bisogno dei suoi consigli...&amp;raquo; &amp;laquo;Sai nulla?&amp;raquo; &amp;laquo;Nulla!&amp;raquo; &amp;laquo;Tua madre non avr&amp;agrave; fatto, spero, una delle sue pazzie...&amp;raquo; &amp;laquo;Quel che ha fatto mia madre sar&amp;agrave; ben fatto!&amp;raquo; Fu cos&amp;igrave; stabilita la lettura pel domani, a mezzogiorno, e il signor Marco ebbe ordine d&amp;#39;avvertire il notaio, il giudice e i testimoni perch&amp;eacute; si tenessero pronti. Intanto la notizia dell&amp;#39;arrivo del duca s&amp;#39;era subito diffusa per la citt&amp;agrave;, e le prime visite gli furono annunziate che egli non s&amp;#39;era neppur riposato del viaggio. Venivano a cercarlo una quantit&amp;agrave; di persone che non si sapeva chi fossero: donna Ferdinanda, a udire i nomi annunziati da Baldassarre: Raspinato, Zappaglione, sgranava tanto d&amp;#39;occhi; don Blasco, da canto suo, soffiava come un mantice; ma il peggio fu verso sera, quando cominci&amp;ograve; una vera processione &amp;laquo;di tutti i sanculotti morti di fame&amp;raquo;, gridava il monaco al marchese, &amp;laquo;che hanno scroccato o vogliono scroccar quattrini a quell&amp;#39;animale di mio fratello!&amp;raquo; Mentre il duca dava udienza agli amici, l&amp;#39;Intendente Ramondino venne a far la sua visita di condoglianza al principe, il quale lo ricev&amp;eacute; nella Sala Rossa, insieme col marchese di Villardita e don Blasco. Questi, dimenticando che a San Nicola stavano per serrare i portoni, fece una terribile sfuriata contro l&amp;#39;agitazione dei quarantottisti; ma il rappresentante del governo, stringendosi nelle spalle, pareva non desse importanza ai sintomi di cui si buccinava: in verit&amp;agrave;, a Palermo avevano arrestato qualche facinoroso; ma, al fresco, le teste calde si sarebbero subito calmate. &amp;laquo;Perch&amp;eacute; non fate venire altra truppa? Perch&amp;eacute; non date un esempio?... Il bastone ci vuole: sante nerbate!&amp;raquo; Il monaco pareva inferocito; ma il capo della provincia stringevasi nelle spalle: bastavano i soldati della guarnigione; non c&amp;#39;era paura di niente! Del resto, pi&amp;ugrave; che sulle baionette, il governo faceva assegnamento sull&amp;#39;influenza morale dei benpensanti... L&amp;#39;elogio era diretto al principe, che se lo prese; ma don Blasco girava gli occhi stralunati come se, avendo un boccone di traverso, facesse sforzi violenti per inghiottirlo del tutto o vomitarlo. &amp;laquo;E il testamento della felice memoria?&amp;raquo; disse l&amp;#39;Intendente, curioso anche lui come tutta la citt&amp;agrave;. &amp;laquo;Sar&amp;agrave; aperto domani...&amp;raquo; Entr&amp;ograve; a un tratto il duca che strinse la mano all&amp;#39;Intendente e gli si mise a sedere a fianco. Allora don Blasco s&amp;#39;alz&amp;ograve; rumorosamente per andar via. E nell&amp;#39;anticamera, al marchese che lo accompagnava: &amp;laquo;Capisci?&amp;raquo; grid&amp;ograve;. &amp;laquo;Tutto il giorno coi sanculotti e adesso si strofina all&amp;#39;autorit&amp;agrave;! Son cose che mi rivoltano lo stomaco!... In questa casa non metter&amp;ograve; pi&amp;ugrave; piede!&amp;raquo; Anche donna Ferdinanda, nella stanza di lavoro della principessa, dov&amp;#39;era raccolto tutto il resto della famiglia e alcuni lavapiatti, fiottava contro il fedifrago; ma quando Baldassarre annunzi&amp;ograve;, sull&amp;#39;uscio, credendo che il duca fosse l&amp;igrave;: &amp;laquo;Don Lorenzo Giulente e suo nipote cercano del signor duca...&amp;raquo; &amp;laquo;Non se ne pu&amp;ograve; pi&amp;ugrave;!&amp;raquo; proruppe la zitellona arrossendo fin nel bianco degli occhi. &amp;laquo;&amp;Egrave; uno scandalo! Dovrebbe pensarci la polizia!&amp;raquo; Don Mariano, con aria costernata, esclam&amp;ograve;: &amp;laquo;Adesso anche il ragazzo!... &amp;Egrave; una cosa veramente dispiacevole!... Passi lo zio, che &amp;egrave; morto di fame; ma il nipote?...&amp;raquo; &amp;laquo;Il nipote?&amp;raquo; incalz&amp;ograve; la zitellona. &amp;laquo;Voi non sapete che la volpe, quando non pot&amp;eacute; arrivare all&amp;#39;uva, disse che era acerba?&amp;raquo; Lucrezia, impallidita, teneva gli occhi bassi, strappando la frangia della poltrona; il principino Consalvo, seduto vicino alla zia, domand&amp;ograve;: &amp;laquo;Perch&amp;eacute; l&amp;#39;uva?&amp;raquo; &amp;laquo;Perch&amp;eacute;?... Perch&amp;eacute; pretendevano il consenso reale all&amp;#39;istituzione del maiorasco! E non avendolo ottenuto si sono buttati coi sanculotti!... Il consenso reale!... Come se non ci fosse un certo articolo 948 nel Codice civile che canta chiaro!&amp;raquo; E sempre rivolta al ragazzo, il quale la guardava con gli occhi sgranati, recit&amp;ograve;, gestendo con un dito e cantilenando: &amp;laquo;Potr&amp;agrave; domandarsene l&amp;#39;istituzione (del maiorasco) da quegl&amp;#39;individui i di cui nomi trovansi inscritti sia nel &lt;em&gt;Libro d&amp;#39;oro&lt;/em&gt; sia negli altri registri di nobilt&amp;agrave;, da tutti coloro che sono nell&amp;#39;attuale legittimo possesso di titoli per concessione in qualunque tempo avvenuta, e finalmente &lt;em&gt;da quelle persone che appartengono a famiglie di conosciuta &lt;/em&gt;NO-BIL-T&amp;Agrave; &lt;em&gt;nel Regno delle Due Sicilie&lt;/em&gt;...&amp;raquo; &amp;laquo;Io credo che i Giulente sono nobili,&amp;raquo; disse Lucrezia, prima che la zia finisse e senza alzare gli occhi. &amp;laquo;Io credo invece che sono ignobili,&amp;raquo; ribatt&amp;egrave; secco donna Ferdinanda. &amp;laquo;Se possedevano documenti da far valere, avrebbero ottenuto l&amp;#39;approvazione reale.&amp;raquo; &amp;laquo;Nobili di Siracusa...&amp;raquo; cominci&amp;ograve; don Mariano. &amp;laquo;O Siracusa o Caropepe, se avevano i titoli non gli avrebbero negata l&amp;#39;iscrizione nel &lt;em&gt;Libro rosso&lt;/em&gt;!&amp;raquo; &amp;laquo;Il &lt;em&gt;Libro rosso&lt;/em&gt; &amp;egrave; chiuso dal 1813,&amp;raquo; annunzi&amp;ograve; don Eugenio col tono di chi d&amp;agrave; una notizia grave. Lucrezia era rimasta a capo chino, guardando per terra. Quando la zia pot&amp;eacute; credere d&amp;#39;averla ridotta al silenzio, la ragazza riprese: &amp;laquo;I Giulente sono nobili di toga.&amp;raquo; Un risolino fine fine della zitellona le rispose: &amp;laquo;Gli asini credono che la nobilt&amp;agrave; di toga sia paragonabile a quella di spada!... Che differenza passava tra i sei giudici del Real Patrimonio, don Mariano? I tre di cappacorta erano nobili... &lt;em&gt;nobili&lt;/em&gt;! e i tre di cappalunga, &lt;em&gt;giurisperiti&lt;/em&gt;... GIURISPERITI!... Adesso sapete com&amp;#39;&amp;egrave;?... Tutti i mastri notai si credono altrettanti principi!... Un tempo c&amp;#39;erano i baroni da dieci scudi, oggi ci sono quelli da dieci baiocchi...&amp;raquo; Allora la ragazza s&amp;#39;alz&amp;ograve; e and&amp;ograve; via. Donna Ferdinanda continuava a sorridere finemente, guardando la contessa Matilde. Frattanto il signor Marco faceva disporre ogni cosa nella Galleria dei ritratti per la lettura del testamento. Il principe era stato un poco esitante sulla scelta del luogo dove compiere la cerimonia: la Sala Rossa, discretamente addobbata, capiva poca gente: il Salone dei lampadari, vastissimo, non aveva altri mobili fuorch&amp;eacute; le lampade antiche pendenti dalla volta e gli specchi incastrati nelle pareti; la Galleria, invece, conciliava la grandezza con la sontuosit&amp;agrave;, perch&amp;eacute; era vasta come due saloni messi in fila, e arredata di divani e sgabelli e mensole e tripodi dorati, e finalmente pi&amp;ugrave; degna, per le generazioni d&amp;#39;avi pendenti in effige dai muri, della solennit&amp;agrave; che radunava i nipoti. Nel mezzo di quella specie di grande corridoio, l&amp;#39;amministratore generale fece disporre una gran tavola coperta da un antico tappeto e provveduta d&amp;#39;un monumentale calamaio d&amp;#39;argento. Intorno alla tavola dodici seggioloni a bracciuoli aspettavano i testimoni e gl&amp;#39;interessati: quello del principe, pi&amp;ugrave; alto, volgeva la spalliera al grande ritratto centrale del Vicer&amp;eacute; Lopez Ximenes de Uzeda, a cavallo e in atto di frenare la bestia con la sinistra e d&amp;#39;appuntar l&amp;#39;indice destro al suolo come dicendo: &amp;laquo;Qui comando io!...&amp;raquo; Torno torno, in alto e in basso, quanto la parete era lunga, quant&amp;#39;erano larghi i vani tra finestra e finestra nella parete di contro, una moltitudine d&amp;#39;antenati: uomini e donne, monaci e guerrieri, vescovi e dottori, dame e badesse, ambasciatori e vicer&amp;eacute;, di faccia, di profilo e di tre quarti; vestiti d&amp;#39;acciaio, di velluto, d&amp;#39;ermellino; col capo coronato d&amp;#39;alloro, o chiuso negli elmi, o coperto dai cappucci; con scettri e libri e bacoli e spade e fiori e mazze e ventagli in mano. Il giorno stabilito, prima del notaio, del giudice e dei testimoni e d&amp;#39;ogni altro parente, spunt&amp;ograve; don Blasco, rodendosi le unghie. Entrato che fu, si mise a girare per la casa ficcando gli occhi dappertutto, con le orecchie erte come un gatto, con le narici aperte quasi a fiutare la preda. Subito dopo apparve donna Ferdinanda; e la servit&amp;ugrave;, gi&amp;ugrave; nella corte, osservava che i cognati della morta, pei quali il testamento non aveva nessun interesse, erano pi&amp;ugrave; impazienti di conoscerlo che gli stessi figliuoli. Ma ormai la curiosit&amp;agrave; di tutti era divenuta insofferente e quasi nervosa: i lavapiatti, sopraggiungendo per aiutare il principe al ricevimento, scambiavano esclamazioni: &amp;laquo;Oramai ci siamo! Fra qualche mezz&amp;#39;ora!...&amp;raquo; Il Priore venne con Monsignor Vescovo, riprotestando che la propria presenza era inutile; il principe ripet&amp;eacute; che voleva tutti. Il giudice col notaio Rubino arriv&amp;ograve; nello stesso tempo che il marchese con la moglie e don Eugenio. Poi il presidente della Gran Corte col principe di Roccasciano, altri testimoni; poi la cugina Graziella col marito, poi ancora la duchessa Radal&amp;igrave;, poi i parenti pi&amp;ugrave; lontani, i Grazzeri, i Costante, poi l&amp;#39;ultimo testimonio, il marchese Motta: ma Ferdinando non si vedeva ancora. E don Blasco, pigliando pel bottone del soprabito il marchese, gli diceva: &amp;laquo;Scommettiamo che hanno dimenticato un&amp;#39;altra volta d&amp;#39;avvertirlo?&amp;raquo; L&amp;#39;attesa fu penosa. Nessuno parlava pi&amp;ugrave; del testamento, ma tutti gli sguardi erano rivolti alla cartella del notaio. I pi&amp;ugrave; indifferenti, tuttavia, parevano il conte Raimondo che chiacchierava con le signore e il principe che parlava col presidente d&amp;#39;una causa relativa alla dote della moglie. Mentre il fratello minore, per&amp;ograve;, saltava da un discorso all&amp;#39;altro con grande disinvoltura, il principe faceva lunghe pause, durante le quali i suoi occhi si fissavano, corrugati, e un pensiero molesto gli velava la fronte. Quando finalmente Ferdinando spunt&amp;ograve;, stralunato, assonnato, come caduto dalle nuvole, fu uno scandalo: mentre perfino la servit&amp;ugrave; era gi&amp;agrave; vestita di nero, egli portava ancora l&amp;#39;abito di colore, e a don Blasco il quale gli diceva: &amp;laquo;Che diavolo hai fatto?&amp;raquo; rispondeva, balbettando: &amp;laquo;Scusate... scusate... non ci pensavo pi&amp;ugrave;...&amp;raquo; All&amp;#39;invito del principe, passarono tutti nella Galleria: il principe, il duca, il conte, il marchese, il cavaliere, il signor Marco, il giudice col notaio e i quattro testimoni presero posto alla tavola; gli altri sederono sui divani tutt&amp;#39;intorno: la principessa appartata in un angolo; donna Ferdinanda con Chiara e la cugina Graziella da una parte; Lucrezia con la duchessa e la contessa Matilde da un&amp;#39;altra: il Priore, seduto sopra uno sgabello, incroci&amp;ograve; le mani in grembo e alz&amp;ograve; gli sguardi al soffitto con moto di rassegnata indifferenza; don Blasco, appoggiato in piedi allo stipite della finestra centrale, dominava l&amp;#39;adunanza come uno spettatore diffidente dinanzi a una prova di prestigio. &amp;laquo;Vostra Eccellenza permette?&amp;raquo; domand&amp;ograve; il notaio, e ad un gesto d&amp;#39;assenso del principe cav&amp;ograve; dalla cartella un plico sul quale tutti gli occhi si fermarono. Accertata l&amp;#39;incolumit&amp;agrave; dei suggelli, riscontrate le firme, egli apr&amp;igrave; la busta e ne tolse un quadernetto di due o tre fogli. Dopo un breve scambio di cerimonie col giudice, questi, in mezzo a un religioso silenzio, cominci&amp;ograve; finalmente la lettura: &amp;laquo;Io, Teresa Uzeda nata Ris&amp;agrave;, principessa di Francalanza e Mirabella, vedova di Consalvo VII, principe di Francalanza e Mirabella, duca d&amp;#39;Oragua, conte della Venerata e di Lumera, barone della Motta Reale, Gibilfemi ed Alcamuro, signore delle terre di Bugliarello, Malfermo, Martorana e Caltasipala, cameriere di S. M. il Re (che Dio sempre feliciti). In questo giorno 19 di marzo dell&amp;#39;anno di grazia 1854, sentendomi sana di mente ma non di corpo, raccomando l&amp;#39;anima mia a Nostro Signore Ges&amp;ugrave; Cristo, alla Beata Vergine Maria ed a tutti i gloriosi Santi del Paradiso e dispongo quanto segue: I miei amati figli non ignorano che nel giorno in cui entrai in casa Francalanza ed assunsi l&amp;#39;amministrazione del patrimonio, tali e tante passivit&amp;agrave; oberavano la sostanza del mio consorte, che essa poteva considerarsi, anzi era effettivamente distrutta ed alla vigilia di venire smembrata tra i molteplici suoi creditori. Spinta pertanto dall&amp;#39;affetto materno che mi spronava a sacrificarmi pel bene dei miei figli amatissimi, io mi accinsi fin da quel giorno all&amp;#39;opera del riscatto, la quale &amp;egrave; durata quanto tutta la mia vita. Assistita dai consigli prudenti di ottimi amici e parenti, coadiuvata dall&amp;#39;opera intelligente del signor Marco Roscitano, mio amministratore e procuratore generale, con l&amp;#39;aiuto della Divina Provvidenza alla quale ne rendo tutte le grazie del mio cuore, io oggi mi trovo di avere non solamente salvata ma anche accresciuta la sostanza della casa...&amp;raquo; Il signor Marco, al passaggio che lo riguardava, aveva chinato rispettosamente il capo. Don Blasco, sempre in piedi, mut&amp;ograve; posto: lasciata la finestra si mise dietro al giudice, in modo non solamente da udir meglio ma da verificare con l&amp;#39;occhio la fedelt&amp;agrave; della lettura. Il principe teneva le braccia incrociate sul petto e il capo un po&amp;#39; chino; Raimondo batteva un piede, guardando per aria, seccato. &amp;laquo;Di tutta questa sostanza io sono l&amp;#39;unica e sola donna e padrona, s&amp;igrave; per la parte che rappresenta la mia dote in essa investita, s&amp;igrave; perch&amp;eacute; il rimanente &amp;egrave; frutto dei miei capitali parafernali e dell&amp;#39;opera mia, come ne fa ampia e piena fede il testamento del benamato mio sposo Consalvo VII, il quale dice cos&amp;igrave;...&amp;raquo; Il giudice sost&amp;ograve; un momento per osservare: &amp;laquo;Credo che possiamo saltare questo passo...&amp;raquo; &amp;laquo;Infatti... &amp;Egrave; inutile,&amp;raquo; risposero parecchie voci. Il principe invece, sciolte le braccia, protest&amp;ograve;, guardando in giro: &amp;laquo;No, no, io desidero che le cose si facciano in piena regola... Leggete tutto, di grazia.&amp;raquo; &amp;laquo;...il quale dice cos&amp;igrave;: &amp;quot;Sul punto di rendere a Dio l&amp;#39;anima mia, non avendo nulla da lasciare ai miei figli, perch&amp;eacute;, come essi un giorno sapranno, il nostro patrimonio avito fu distrutto in seguito a disgrazie di famiglia, lascio ad essi un prezioso consiglio: di obbedir sempre alla loro madre e mia diletta sposa, Teresa Uzeda, principessa di Francalanza, la quale, come si &amp;egrave; finora sempre ispirata al bene della nostra casa, cos&amp;igrave; continuer&amp;agrave; per l&amp;#39;avvenire a non avere altra mira fuorch&amp;eacute; quella di assicurare, col lustro della famiglia, l&amp;#39;avvenire dei nostri figli benamati. Faccia il Signore che ella sia ad essi conservata per mille anni ancora, e il giorno che all&amp;#39;Onnipotente piacer&amp;agrave; ridarmela compagna nella vita migliore, seguano i miei figli fedelmente le sue volont&amp;agrave; come quelle che non potranno esser dirette se non al loro bene ed alla loro fortuna.&amp;quot; &amp;laquo;I miei cari figli, adunque,&amp;raquo; continuava la testatrice &amp;laquo;non potranno dare miglior prova della loro affezione e rispetto verso la memoria del padre loro e mia, se non scrupolosamente rispettando le disposizioni che io sono per dettare e i desideri che esprimer&amp;ograve;. Io nomino pertanto...&amp;raquo; tutti gli occhi si fermarono sul lettore, don Blasco chinossi ancora un poco per meglio vedere lo scritto, &amp;laquo;eredi universali...&amp;raquo; e le labbra del principe ebbero a un tratto un&amp;#39;impercettibile contrazione &amp;laquo;di tutti i miei beni, esclusi quelli che intendo siano distribuiti nel modo qui appresso indicato, i miei due figli Giacomo XIV principe di Francalanza e Raimondo conte di Lumera...&amp;raquo; Il giudice fece una breve pausa, durante la quale il Vescovo e il presidente scrollarono il capo, guardandosi, in atto di stupore approvativo. Il principe, incrociate di nuovo le braccia, aveva ripreso l&amp;#39;atteggiamento da sfinge; soltanto era un poco pallido; Raimondo pareva non accorgersi dei sorrisi di congratulazione che gli rivolgevano; donna Ferdinanda, con le labbra cucite, passava a rassegna i progenitori pendenti dalle pareti. &amp;laquo;Intendo per&amp;ograve;,&amp;raquo; riprese il lettore, &amp;laquo;che nella divisione tra i due fratelli suddetti restino assegnati al principe Giacomo i feudi della famiglia Uzeda da me riscattati, e spettino a Raimondo conte di Lumera le propriet&amp;agrave; di casa Ris&amp;agrave; e quelle che in progresso di tempo furono da me acquistate. Il palazzo avito toccher&amp;agrave; al primogenito; ma mio figlio Raimondo avr&amp;agrave; l&amp;#39;uso, vita natural durante, del quartiere di mezzogiorno e annesso servizio di stalla e scuderia.&amp;raquo; Con ripetuti cenni del capo, il presidente e Monsignore continuavano ad esprimere la loro approvazione; si ud&amp;igrave; anche il marchese mormorare: &amp;laquo;Giustissimo.&amp;raquo; La cugina, ammutolita pel quarto d&amp;#39;ora, girava rapidamente gli sguardi dall&amp;#39;uno all&amp;#39;altro, come non sapendo che pesci pigliare. La lettura continuava: &amp;laquo;Usando successivamente del mio diritto di fare la divisione agli altri miei figli legittimari, e volendo dare a ciascuno di essi una prova della mia particolare affezione, assegno a ciascuno di essi, in compenso dei diritti di legittima, altrettanti legati superiori alla quota che loro spetterebbe per legge, nel modo qui appresso descritto. Eccettuo innanzi tutto quelli entrati in religione, pei quali richiamo confermo e completo le disposizioni da me prese al tempo della loro professione, e cio&amp;egrave;: Primo: in favore del mio diletto figlio Lodovico, in religione Padre Benedetto della Congregazione Cassinese, decano nel convento di San Nicola dell&amp;#39;Arena in Catania, la dotazione di onze 36 (dico trentasei) annue, assegnategli con atto del 12 novembre 1844. Secondo: in favore di mia figlia primogenita Angiolina, in religione Suor Maria Crocifissa, monaca nella bad&amp;igrave;a di San Placido in Catania, come segno di particolare soddisfazione e gradimento per l&amp;#39;obbedienza osservata nel contentare il mio desiderio di vederla abbracciare lo stato monastico, completo la mia disposizione del 7 marzo 1852, ordinando che si prelevi dalla massa dei beni la somma di onze 2000 (due mila), valore del fondo denominato la Timpa, posto nel Bosco etneo, contrada Belvedere, ordinando che coi frutti di esso immobile siano celebrate tre messe quotidiane dentro la chiesa della predetta bad&amp;igrave;a di San Placido, e precisamente nell&amp;#39;altare del Crocifisso, dovendo tale celebrazione aver principio in seguito alla morte della predetta mia figlia Suor Maria Crocifissa, e intendendo che durante vita della stessa i frutti si debbano da lei percepire, a titolo di livello, vitaliziamente. Cessando di vivere essa mia figlia, ordino che l&amp;#39;amministrazione resti affidata alla Madre Badessa, pro tempore, della prefata bad&amp;igrave;a, alla quale superiora intendo che resti conferita la facolt&amp;agrave; di eleggere i sacerdoti celebranti, e non ad altri. Venendo poi agli altri miei figli per eseguire la divisione legittimaria, lascio al mio benamato Ferdinando...&amp;raquo; e Ferdinando, che era stato a seguire il volo delle mosche, si volt&amp;ograve; finalmente verso il lettore, &amp;laquo;la piena ed assoluta propriet&amp;agrave; del latifondo denominato le Ghiande, situato in contrada Pietra dell&amp;#39;Ovo, territorio di Catania, perch&amp;eacute; conosco l&amp;#39;affezione particolare che egli porta a questa terra da me concessagli in affitto con atto del 2 marzo 1847. E perch&amp;eacute; detto mio figlio abbia una prova speciale del mio affetto materno, intendo che gli siano condonati, come infatti gli condono, tutti gli arretrati della rendita da lui dovutami su detto latifondo in virt&amp;ugrave; dell&amp;#39;atto sopracitato, a qualunque somma essi arretrati siano per ascendere al momento dell&amp;#39;aperta successione.&amp;raquo; Testimoni e lavapiatti, con gesti e sguardi e sommesse parole, esprimevano una sempre crescente ammirazione. &amp;laquo;Restano cos&amp;igrave; le mie due care figlie Chiara, marchesa di Villardita, e Lucrezia; a ciascuna delle quali, affinch&amp;eacute; esse lascino la propriet&amp;agrave; immobiliare ai loro fratelli e miei eredi, voglio che sia pagata, sempre a titolo di legittima, la somma di 10.000 (dico diecimila) onze...&amp;raquo; quasi tutti adesso si voltarono verso le donne con espressione di compiacimento, &amp;laquo;tre anni dopo l&amp;#39;aperta successione e con gli interessi, dal giorno dell&amp;#39;apertura, del cinque per cento; restando naturalmente inteso che mia figlia Chiara debba conferire la sua dotazione di duecento onze annuali di cui ai suoi capitoli matrimoniali. Inoltre come prova di gradimento per le nozze da lei contratte con mio genero il marchese Federico Riolo di Villardita, le lascio tutte le gioie da me portate in casa Uzeda, che si troveranno a parte inventariate e descritte; intendo che quelle avite di casa Francalanza, da me riscattate dalle mani dei creditori, restino, durante vita della mia diletta figlia Lucrezia, a quest&amp;#39;ultima; ma poich&amp;eacute; essa ben conosce che lo stato maritale non &amp;egrave; confacente n&amp;eacute; alla salute n&amp;eacute; al carattere di lei, voglio che ella ne goda a titolo di semplice depositaria, e che alla sua morte vengano divise in eguali porzioni tra il principe Giacomo e il conte Raimondo miei eredi universali come sopra. Provvisto in tal modo all&amp;#39;avvenire dei miei figli amatissimi, passo all&amp;#39;assegnazione delle seguenti elemosine e legati pii da pagarsi dai miei eredi summentovati, e cio&amp;egrave;: A Monsignor Reverendissimo il Vescovo Patti, onze cinquecento, una volta tanto, perch&amp;eacute; le distribuisca ai poveri della citt&amp;agrave; o perch&amp;eacute; ne faccia celebrare altrettante messe a sacerdoti bisognosi della diocesi, secondo stimer&amp;agrave; conveniente nella sua alta prudenza...&amp;raquo; Monsignore si mise a scrollare il capo, a dimostrazione di gratitudine, di ammirazione, di rimpianto, di modestia ad un tempo; ma soprattutto d&amp;#39;ammirazione secondo che il giudice leggeva le pietose disposizioni dei paragrafi seguenti: &amp;laquo;Alla cappella della Beata Ximena Uzeda, nella chiesa dei Cappuccini in Catania, onze cinquanta annuali, per una lampada perpetua ed una messa ebdomadaria da celebrarsi pel riposo dell&amp;#39;anima mia. Alla chiesa dei Padri Domenicani in Catania, onze venti annue per elemosina e celebrazione di altra messa ebdomadaria come sopra. Alla chiesa di Santa Maria delle Grazie in Patern&amp;ograve; onze venti come sopra. Ed alla chiesa del monastero di Santa Maria del Santo Lume al Belvedere, onze venti come sopra. Spetter&amp;agrave; inoltre ai miei eredi osservare l&amp;#39;istituzione dei seguenti legati, in favore dei creati che mi hanno fedelmente servita ed assistita durante il corso delle mie infermit&amp;agrave;, e cio&amp;egrave;: Eccettuo innanzi tutto il mio amministratore e procuratore generale signor Marco Roscitano, i cui eccellenti servigi non potendo essere paragonati a quelli d&amp;#39;un servo, non sono da compensare con moneta.&amp;raquo; Il signor Marco era diventato rosso come un pomodoro: o per le lusinghiere parole, o perch&amp;eacute; non gli toccava altro che parole. &amp;laquo;Lascio a lui pertanto gli oggetti d&amp;#39;oro, le tabacchiere, spille ed orologi pervenutimi dall&amp;#39;eredit&amp;agrave; di mio zio materno il cavaliere Ris&amp;agrave;, il cui elenco si trover&amp;agrave; fra le mie carte; e faccio obbligo di coscienza ai miei eredi di continuare ad avvalersi dell&amp;#39;opera sua, non potendo essi trovare persona che meglio di lui conosca lo stato del patrimonio e delle liti pendenti, e che possa spendere maggior interesse per il loro meglio.&amp;raquo; Il principe pareva sempre non udire, con le braccia conserte e lo sguardo cieco. &amp;laquo;Tra i creati, lascio al mio cameriere Salvatore Cerra due tar&amp;igrave; al giorno, vitaliziamente; altrettanti alla mia cameriera Anna Lauro. La somma di onze cento si paghi, una volta tanto, al mio maestro di casa Baldassarre Crimi, e di onze cinquanta al cocchiere maggiore Gaspare Gambino, e di onze trenta al cuoco Salvatore Briguccia. Come piccoli ricordi ai miei amici destino inoltre: L&amp;#39;orologio grande con miniature e brillanti del fu mio consorte, al principe Giuseppe di Roccasciano; la carabina del fu mio suocero a don Giacinto Costantino; il bastone col pomo d&amp;#39;oro cesellato a don Cono Canal&amp;agrave;; i tre anelli di smeraldo a ciascuno dei tre testimoni del presente testamento solenne, escluso il principe di Roccasciano suddetto. Indistintamente poi a tutti i miei congiunti: cognati, nipoti, cugini, ecc., si paghino onze dieci ciascuno per le spese del corrotto. Fatto al Belvedere, scritto da persona di mia confidenza sotto la mia dettatura, da me letto, approvato e firmato. &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Teresa Uzeda di Francalanza&amp;raquo; &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Gi&amp;agrave; qualche minuto prima che il giudice abbassasse il foglio, don Blasco, lasciando la spalliera, aveva dato segno che la lettura stava per finire; e agli ultimi passi i gesti approvativi ed ammirativi, le scrollate di capo di ringraziamento erano stati generali; ma appena la voce del lettore si spense, il silenzio fu, per un istante, cos&amp;igrave; profondo che si sarebbe sentito volare una mosca. A un tratto il principe, spinta indietro la sua seggiola: &amp;laquo;Grazie a voi, signori ed amici; grazie di cuore...&amp;raquo; cominci&amp;ograve;, ma non fin&amp;igrave;; ch&amp;eacute; i testimoni, alzatisi anch&amp;#39;essi, lo circondarono, stringendogli le mani, stringendo le mani a Raimondo, rallegrandosi con tutti: &amp;laquo;Non c&amp;#39;era veramente bisogno della lettura!... Si sapeva bene che la felice memoria non avrebbe... Un modello di testamento!... Che saggezza! Che testa!...&amp;raquo; Monsignore, specialmente, approvava: &amp;laquo;Non ha dimenticato nessuno! Tutti possono essere contenti...&amp;raquo; E Ferdinando, Chiara, Lucrezia, tutti e tutte ricevevano la loro parte di congratulazioni mentre il notaio e il giudice compivano le formalit&amp;agrave; del verbale. Ma don Blasco, che appena finita la lettura aveva ripreso a rodersi le unghie con pi&amp;ugrave; fame di prima, gironzolando intorno intorno come un calabrone, acchiapp&amp;ograve; Ferdinando mentre il presidente gli stringeva la mano e lo trasse nel vano di una finestra: &amp;laquo;Spogliati! Spogliati! Siete stati spogliati! Spogliati come in un bosco!... Rifiutate il testamento, domandate quel che vi tocca!&amp;raquo; &amp;laquo;Perch&amp;eacute;?&amp;raquo; disse il giovane, attonito. &amp;laquo;Perch&amp;eacute;?&amp;raquo; proruppe don Blasco guardandolo nel bianco degli occhi, quasi volesse mangiarselo vivo, quasi non potesse entrargli in mente l&amp;#39;idea di una sciocchezza come quella del nipote, d&amp;#39;una ingenuit&amp;agrave; tanto balorda. &amp;laquo;Per questo!&amp;raquo; e gi&amp;ugrave; una mala parola da far arrossire gli antenati dipinti; poi, voltate le spalle a quel pezzo di babbeo, corse dietro al marchese: &amp;laquo;Rovinati, spogliati, messi nel sacco!&amp;raquo; gli spiattellava, ficcandogli quasi le dita negli occhi. &amp;laquo;Divisione legittimaria? E come fa i conti?... Se accettate cotesto testamento, siete gli ultimi...&amp;raquo; e gi&amp;ugrave; un&amp;#39;altra mala parola. &amp;laquo;I conti ve li faccio io, in quattro e quattr&amp;#39;otto! E per te la collazione dell&amp;#39;assegno che non avesti! E neppure una parola sul legato di Caltagirone! Dichiara che rifiuti, seduta stante!&amp;raquo; Il marchese, sbalordito da quella furia, balbett&amp;ograve;: &amp;laquo;Eccellenza, veramente...&amp;raquo; &amp;laquo;Che veramente e falsamente mi vai...? O credi che a me ne entri qualche cosa?... Io dico pel vostro interesse, bestia che sei!&amp;raquo; &amp;laquo;Parler&amp;ograve; a mia moglie...&amp;raquo; rispose il marchese; ma allora il monaco, guardatolo un momento fisso, lo mand&amp;ograve; a carte quarantotto come quell&amp;#39;altro babbaccio, e si diresse verso la marchesa. Questa era con tutte le altre signore che facevano cerchio a donna Ferdinanda: la zitellona non esprimeva il proprio parere, non rispondeva al cicaleccio degli astanti: &amp;laquo;Il giusto!... Tutti trattati bene!... Un modello di testamento...&amp;raquo; E la cugina Graziella alla principessa: &amp;laquo;Le male lingue volevano dire che la zia avesse diseredato tuo marito! Come se il bene che voleva a Raimondo potesse impedirle di riconoscere in Giacomo il capo della casa, l&amp;#39;erede del titolo!&amp;raquo; La duchessa Radal&amp;igrave;, invece, con aria tra stupita e costernata, confessava a don Mariano: &amp;laquo;Non l&amp;#39;avrei mai creduto! Eredi tutti e due? E allora la primogenitura dove se ne va? Le case hanno proprio da finire?...&amp;raquo; Ma la principessa, imbarazzatissima, non osava rispondere, non lasciava con gli occhi il principe. Questi, nel gruppo degli uomini che non cessavano di ripetere: &amp;laquo;Che saggezza! Che previdenza!&amp;raquo; dichiarava con voce grave: &amp;laquo;Ci&amp;ograve; che ha fatto nostra madre &amp;egrave; ben fatto...&amp;raquo; mentre il Priore ripeteva a Monsignore: &amp;laquo;La volont&amp;agrave; della felice memoria sar&amp;agrave; certo legge per tutti...&amp;raquo; e solo Raimondo pareva stufo dei rallegramenti, insofferente delle strette di mano congratulatorie. Ma gi&amp;agrave; Baldassarre, spalancato l&amp;#39;uscio di fondo, entrava seguito da due camerieri che reggevano due grandi vassoi di gramolate e di paste e di biscotti. Il principe cominci&amp;ograve; a servire i testimoni; il maestro di casa si diresse dalla parte delle signore. &amp;laquo;Rubati del vostro! Spogliati! Ridotti in camicia!&amp;raquo; diceva frattanto don Blasco alla nipote Chiara che era riuscito ad agguantare. &amp;laquo;Per favorire quello scapestrato che neppur si diede la pena di venirla a vedere prima che crepasse! E quell&amp;#39;altra villana ch&amp;#39;&amp;egrave; venuta a ficcarsi qui dentro!&amp;raquo; Il monaco fulminava di sguardi rabbiosi la contessa Matilde. &amp;laquo;Vi lascerete rubare cos&amp;igrave;? Qui bisogna agire subito, spiattellare chiaro e tondo che rifiutate il testamento, che chiedete quel che vi viene...&amp;raquo; &amp;laquo;Io non so, zio...&amp;raquo; &amp;laquo;Come non sai?&amp;raquo; &amp;laquo;Parler&amp;ograve; a Federico...&amp;raquo; Allora il monaco usc&amp;igrave; fuori dei gangheri: &amp;laquo;E andate un poco a farvi pi&amp;ugrave; che benedire, tu, Federico, tutti quanti siete, compreso io, pi&amp;ugrave; bestia di tutti che me ne prendo!... Qui!&amp;raquo; ordin&amp;ograve; a Baldassarre che andava a servire la contessa, e presa una gramolata, la bevve d&amp;#39;un sorso, per temperar la bile che gli saliva alla gola. Suo fratello don Eugenio, zitto zitto, si ficcava a pugni nelle tasche paste e biscotti, ne masticava a due palmenti, ci beveva su bicchieri di Marsala, non acqua inzuccherata, come uno che non &amp;egrave; certo di far colazione. Ci&amp;ograve; nonostante badava ad approvare con grandi scrollate di capo Monsignor Vescovo, il quale, vedendo che il Priore don Lodovico rifiutava di rinfrescarsi a motivo che era vigilia, dichiarava al presidente: &amp;laquo;Un angelo! Tutto quel che &amp;egrave; interesse mondano non l&amp;#39;ha mai toccato! Vivo esempio di virt&amp;ugrave; evangelica...&amp;raquo; e il presidente, con la bocca piena: &amp;laquo;Famiglia esemplare!&amp;raquo; confermava; &amp;laquo;dello stampo antico!... Dove mettete quell&amp;#39;eccellente principe?&amp;raquo; E il principe, finalmente, ridottosi in un vano di finestra con lo zio duca: &amp;laquo;Ha udito Vostra Eccellenza?&amp;raquo; gli diceva con riso amaro. &amp;laquo;Quel che pareva impossibile &amp;egrave; vero!... La mia famiglia &amp;egrave; rovinata!...&amp;raquo; &amp;laquo;Non credevo neppur io!&amp;raquo; esclamava il duca. &amp;laquo;Che gli avrebbe fatto una posizione privilegiata tra i legittimari, s&amp;igrave;; ma coerede?&amp;raquo; &amp;laquo;E perfino il quartiere qui in casa!... per farmi un&amp;#39;onta! La casa dei nostri maggiori ha da servire ai Palmi!...&amp;raquo; &amp;laquo;Dev&amp;#39;esser contenta la Palmi!&amp;raquo; diceva ora la cugina Graziella alla duchessa. &amp;laquo;Suo marito coerede!... Il povero Giacomo costretto a dividere col fratello!... A me dispiace per quest&amp;#39;intrusa, che metter&amp;agrave; ancora un altro poco di superbia...&amp;raquo; Pesavano sulla contessa Matilde gli sguardi irosi o severi di don Blasco, della cugina, del principe. Tutte le volte che Baldassarre s&amp;#39;era diretto a lei per servirla, qualcuno aveva fatto cenno al maestro di casa di servire un&amp;#39;altra o un altro. E adesso rimaneva lei soltanto; ma donna Ferdinanda, fatto venire il principino Consalvo, se lo mise a sedere sulle ginocchia e chiam&amp;ograve;: &amp;laquo;Qui, Baldassarre...&amp;raquo; &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;</description>
   <link>http://blog.azpoint.net/blog/il_club_delle_stordite/archive/2007-05-06/25648_i_vicer_-_capitolo_ii.htm</link>
      <pubDate>Sun, 06 May 2007 16:21:57 +0200</pubDate>   
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   <title>I vicerč - capitolo I</title>
   <description>&lt;span style=&quot;font-size: 12pt; color: black; font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;Giuseppe, dinanzi al portone, trastullava il suo bambino, cullandolo sulle braccia, mostrandogli lo scudo marmoreo infisso al sommo dell&amp;#39;arco, la rastrelliera inchiodata sul muro del vestibolo dove, ai tempi antichi, i lanzi del principe appendevano le alabarde, quando s&amp;#39;ud&amp;igrave; e crebbe rapidamente il rumore d&amp;#39;una carrozza arrivante a tutta carriera; e prima ancora che egli avesse il tempo di voltarsi, un legnetto sul quale pareva fosse nevicato, dalla tanta polvere, e il cui cavallo era tutto spumante di sudore, entr&amp;ograve; nella corte con assordante fracasso. Dall&amp;#39;arco del secondo cortile affacciaronsi servi e famigli: Baldassarre, il maestro di casa, schiuse la vetrata della loggia del secondo piano intanto che Salvatore Cerra precipitavasi dalla carrozzella con una lettera in mano. &amp;laquo;Don Salvatore?... Che c&amp;#39;&amp;egrave;?... Che novit&amp;agrave;!...&amp;raquo; Ma quegli fece col braccio un gesto disperato e sal&amp;igrave; le scale a quattro a quattro. Giuseppe, col bambino ancora in collo, era rimasto intontito, non comprendendo; ma sua moglie, la moglie di Baldassarre, la lavandaia, una quantit&amp;agrave; d&amp;#39;altri servi gi&amp;agrave; circondavano la carrozzella, si segnavano udendo il cocchiere narrare, interrottamente: &amp;laquo;La principessa... Morta d&amp;#39;un colpo... Stamattina, mentre lavavo la carrozza...&amp;raquo; &amp;laquo;Ges&amp;ugrave;!... Ges&amp;ugrave;!...&amp;raquo; &amp;laquo;Ordine d&amp;#39;attaccare... il signor Marco che correva su e gi&amp;ugrave;... il Vicario e i vicini... appena il tempo di far la via...&amp;raquo; &amp;laquo;Ges&amp;ugrave;! Ges&amp;ugrave;!... Ma come?... Se stava meglio? E il signor Marco?... Senza mandare avviso?&amp;raquo; &amp;laquo;Che so io?... Io non ho visto niente; m&amp;#39;hanno chiamato... Iersera dice che stava bene...&amp;raquo; &amp;laquo;E senza nessuno dei suoi figli!... In mano di estranei!... Malata, era malata; per&amp;ograve;, cos&amp;igrave; a un tratto?&amp;raquo; Ma una vociata, dall&amp;#39;alto dello scalone, interruppe subitamente il cicaleccio: &amp;laquo;Pasquale!... Pasquale!...&amp;raquo; &amp;laquo;Ehi, Baldassarre?&amp;raquo; &amp;laquo;Un cavallo fresco, in un salto!...&amp;raquo; &amp;laquo;Subito, corro...&amp;raquo; Intanto che cocchieri e famigli lavoravano a staccare il cavallo sudato e ansimante e ad attaccarne un altro, tutta la servit&amp;ugrave; s&amp;#39;era raccolta nel cortile, commentava la notizia, la comunicava agli scritturali dell&amp;#39;amministrazione che s&amp;#39;affacciavano dalle finestrelle del primo piano, o scendevano anch&amp;#39;essi gi&amp;ugrave; addirittura. &amp;laquo;Che disgrazia!... Par di sognare!... Chi se l&amp;#39;aspettava, cos&amp;igrave;?...&amp;raquo; E specialmente le donne lamentavano: &amp;laquo;Senza nessuno dei suoi figli!... Non aver tempo di chiamare i figli!...&amp;raquo; &amp;laquo;Il portone?... Perch&amp;eacute; non chiudete il portone?&amp;raquo; ingiunse Salemi, con la penna ancora all&amp;#39;orecchio. Ma il portinaio, che aveva finalmente affidato alla moglie il piccolino e cominciava a capire qualcosa, guardava in giro i compagni: &amp;laquo;Ho da chiudere?... E don Baldassarre?&amp;raquo; &amp;laquo;Sst!... Sst!...&amp;raquo; &amp;laquo;Che c&amp;#39;&amp;egrave;?&amp;raquo; I discorsi morirono ancora una volta, e tutti s&amp;#39;impalarono cavandosi i berretti ed abbassando le pipe, perch&amp;eacute; il principe in persona, tra Baldassarre e Salvatore, scendeva le scale. &lt;/span&gt;&lt;p&gt;&lt;font color=&quot;#000000&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Non aveva neppure mutato di abito! Partiva con gli stessi panni di casa per arrivar pi&amp;ugrave; presto al capezzale della madre morta! Ed era bianco in viso come un foglio di carta, volgeva sguardi impazienti ai cocchieri non ancora pronti, intanto che dava sottovoce ordini a Baldassarre, il quale chinava il capo nudo e lucente ad ogni parola del padrone: &amp;laquo;Eccellenza s&amp;igrave;! Eccellenza s&amp;igrave;!&amp;raquo; E il cocchiere affibbiava ancora le cinghie che il padrone salt&amp;ograve; nella carrozza, con Salvatore in serpe: Baldassarre, afferrato allo sportello, stava sempre ad udire gli ordini, seguiva correndo il legnetto fin oltre il portone per acchiappare le ultime raccomandazioni: &amp;laquo;Eccellenza s&amp;igrave;! Eccellenza s&amp;igrave;!&amp;raquo; &amp;laquo;Baldassarre!... Don Baldassarre!...&amp;raquo; Tutti assediavano ora il maestro di casa; poich&amp;eacute;, lasciata la carrozza che scappava di corsa, egli rientrava nel cortile: &amp;laquo;Baldassarre, che &amp;egrave; stato?... E ora che si fa?... Don Baldassarre, chiudere?...&amp;raquo; Ma egli aveva l&amp;#39;aria grave delle circostanze solenni, s&amp;#39;affrettava verso le scale, liberandosi dagli importuni con un gesto del braccio e un &amp;laquo;Vengo!...&amp;raquo; spazientito. Il portone restava spalancato; tuttavia alcuni passanti, scorto lo straordinario movimento nel cortile, s&amp;#39;informavano col portinaio dell&amp;#39;accaduto; l&amp;#39;ebanista, il fornaio, il bettoliere e l&amp;#39;orologiaio che tenevano in affitto le botteghe di levante, venivano anch&amp;#39;essi a dare una capatina, a sentir la notizia della gran disgrazia, a commentare la repentina partenza del principe: &amp;laquo;E poi dicevano che il padrone non voleva bene alla madre!... Pareva Cristo sceso dalla croce, povero figlio!...&amp;raquo; Le donne pensavano alla signorina Lucrezia, alla principessa nuora: sapevano nulla, o avevano loro nascosto la notizia?... E Baldassarre, Baldassarre dove diamine aveva il capo, se non ordinava di chiudere ogni cosa?... Don Gaspare, il cocchiere maggiore, verde in viso come un aglio, si stringeva nelle spalle: &amp;laquo;Tutto a rovescio, qui dentro.&amp;raquo; Ma Pasqualino Riso, il secondo cocchiere, gli spiattell&amp;ograve; chiaro e tondo. &amp;laquo;Non avrete il disturbo di restarci un pezzo!&amp;raquo; E l&amp;#39;altro, di rimando: &amp;laquo;Tu no, che hai fatto il ruffiano al tuo padrone!&amp;raquo; E Pasqualino, botta e risposta: &amp;laquo;E voi che lo faceste al contino!...&amp;raquo; Tanto che Salemi, il quale risaliva all&amp;#39;amministrazione, ammon&amp;igrave;: &amp;laquo;Che &amp;egrave; questa vergogna?&amp;raquo; Ma don Gaspare, a cui la certezza di perdere il posto toglieva il lume degli occhi, continuava: &amp;laquo;Quale vergogna?... Quella d&amp;#39;una casa dove madre e figli si soffrivano come il fumo negli occhi?...&amp;raquo; Molte voci finalmente ingiunsero: &amp;laquo;Silenzio, adesso!&amp;raquo; Per&amp;ograve; quelli che s&amp;#39;eran messi troppo apertamente con la principessa avevano il cuore piccino piccino, sicuri di ricevere il benservito dal figlio. Giuseppe, in quella confusione, non sapeva che fare: chiudere il portone per la morte della padrona era una cosa, in verit&amp;agrave;, che andava con i suoi piedi; ma perch&amp;eacute; mai don Baldassarre non dava l&amp;#39;ordine? Senza l&amp;#39;ordine di don Baldassarre non si poteva far nulla. Del resto, neppure gli scuri erano chiusi su al piano nobile; e poich&amp;eacute; il tempo passava senza che l&amp;#39;ordine venisse, qualcuno cominciava ad accogliere un timore e una speranza, nella corte: se la padrona non fosse morta? &amp;laquo;Chi ha detto che &amp;egrave; morta?... Il cocchiere!... Ma non l&amp;#39;ha veduta!... Pu&amp;ograve; aver capito male!...&amp;raquo; Altri argomenti convalidavano la supposizione: il principe non sarebbe partito cos&amp;igrave; a rotta di collo, se fosse morta, perch&amp;eacute; non avrebbe avuto nulla da fare lass&amp;ugrave;... E il dubbio cominciava a divenire per alcuni certezza: doveva esserci un malinteso, la principessa era soltanto in agonia, quando finalmente Baldassarre affacciossi dall&amp;#39;alto della loggia gridando: &amp;laquo;Giuseppe, il portone! Non hai chiuso il portone? Chiudete le finestre della stalla e delle scuderie... Dite che chiudano le botteghe. Chiudete tutto!&amp;raquo; &amp;laquo;Non c&amp;#39;era fretta!&amp;raquo; mormor&amp;ograve; don Gaspare. E come, spinto da Giuseppe, il portone gir&amp;ograve; finalmente sui cardini, i passanti cominciarono ad accrocchiarsi: &amp;laquo;Chi &amp;egrave; morta?... La principessa?... Al Belvedere?...&amp;raquo; Giuseppe si stringeva nelle spalle, avendo perso del tutto la testa; ma domande e risposte s&amp;#39;incrociavano confusamente tra la folla: &amp;laquo;Era in campagna?... Ammalata da quasi un anno... Sola?... Senza nessuno dei figli!...&amp;raquo; I meglio informati spiegavano: &amp;laquo;Non voleva nessuno vicino, fuorch&amp;eacute; l&amp;#39;amministratore... Non li poteva soffrire...&amp;raquo; Un vecchio disse, scrollando il capo: &amp;laquo;Razza di matti, questi Francalanza!&amp;raquo; I famigli, frattanto, sbarravano le finestre delle scuderie e delle rimesse; il fornaio, il bettoliere, l&amp;#39;ebanista e l&amp;#39;orologiaio accostavano anch&amp;#39;essi i loro usci. Un altro crocchio di curiosi radunati dinanzi al portone di servizio, rimasto ancora aperto, guardavano dentro alla corte dove c&amp;#39;era un confuso andirivieni di domestici; mentre dall&amp;#39;alto della loggia, come un capitano di bastimento, Baldassarre impartiva ordini sopra ordini: &amp;laquo;Pasqualino, dalla signora marchesa e ai Benedettini... ma da&amp;#39; la notizia al signor marchese e a Padre don Blasco, hai capito?... non al Priore!... A te, Filippo: passa da donna Ferdinanda... Donna Vincenza? Dov&amp;#39;&amp;egrave; donna Vincenza?... Prendete lo scialle e andate alla badia... parlate alla Madre Badessa perch&amp;eacute; prepari la monaca alla notizia... Un momento! Salite prima dalla principessa che ha da parlarvi... Salemi?... Giuseppe, ordine di lasciar passare i soli stretti parenti... &amp;Egrave; venuto Salemi?... Lasciate ogni cosa; il principe e il signor Marco v&amp;#39;aspettano lass&amp;ugrave;, che c&amp;#39;&amp;egrave; bisogno d&amp;#39;aiuto. Natale, tu andrai da donna Graziella e dalla duchessa. Agostino, questi dispacci al telegrafo... e passa dal sarto...&amp;raquo; Secondo che ricevevano le commissioni, i servi uscivano, aprendosi la via in mezzo alla folla; passavano con l&amp;#39;aria affrettata di altrettanti aiutanti di campo tra i curiosi che annunziavano: &amp;laquo;Vanno ad avvertire i parenti... i figli, i cognati, i nipoti, i cugini della morta...&amp;raquo; Tutta la nobilt&amp;agrave; sarebbe stata in lutto, tutti i portoni dei palazzi signorili, a quell&amp;#39;ora, si chiudevano o si socchiudevano, secondo il grado della parentela. E l&amp;#39;ebanista la spiegava: &amp;laquo;Sette figliuoli, possiamo contarli: il principe Giacomo e la signorina Lucrezia che &amp;egrave; in casa con lui: due; il Priore di San Nicola e la monaca di San Placido: quattro; donna Chiara, maritata col marchese di Villardita: e cinque; il cavaliere Ferdinando che sta alla Pietra dell&amp;#39;Ovo: sei; e finalmente il contino Raimondo che ha la figlia del barone Palmi... Poi vengono i cognati, i quattro cognati: il duca d&amp;#39;Oragua, fratello del principe morto; Padre don Blasco, anch&amp;#39;egli monaco benedettino; il cavaliere don Eugenio e donna Ferdinanda la zitellona...&amp;raquo; Ogni volta che lo sportello si schiudeva per dar passaggio a qualche servo, i curiosi cercavano di guardare dentro il cortile; Giuseppe, spazientito, esclamava: &amp;laquo;Via di qua! Che diavolo volete? Aspettate i numeri del lotto?&amp;raquo; Ma la folla non si moveva, guardava per aria le finestre ora chiuse quasi aspettando l&amp;#39;apparizione della stampiglia coi numeri. E la notizia correva di bocca in bocca come quella d&amp;#39;un pubblico avvenimento: &amp;laquo;&amp;Egrave; morta donna Teresa Uzeda...&amp;raquo; i popolani pronunziavano Auzeda, &amp;laquo;la principessa di Francalanza... &amp;Egrave; morta stamani all&amp;#39;alba... C&amp;#39;era il principe suo figlio... No, &amp;egrave; partito da un&amp;#39;ora.&amp;raquo; L&amp;#39;ebanista frattanto, in mezzo a un cerchio di gente attenta come alla storia dei Reali di Francia, continuava a enumerare il resto della parentela: il duca don Mario Radal&amp;igrave;, il pazzo, che aveva due figli maschi, Michele e Giovannino, da donna Caterina Bonello, e apparteneva al ramo collaterale dei Radal&amp;igrave;-Uzeda; la signora donna Graziella, figlia d&amp;#39;una defunta sorella della principessa e moglie del cavaliere Carvano, cugina carnale perci&amp;ograve; di tutti i figliuoli della morta; il barone Grazzeri, zio della principessa nuora, con tutta la parentela; e poi i parenti pi&amp;ugrave; lontani, gli affini, quasi tutta la nobilt&amp;agrave; paesana: i Costante, i Raimonti, i C&amp;ugrave;rcuma, i Cugn&amp;ograve;... A un tratto s&amp;#39;interruppe per dire: &amp;laquo;To&amp;#39;! Guardate i lavapiatti che arrivano prima di tutti!&amp;raquo; &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Don Mariano Grispo e don Giacinto Costantino arrivavano, come ogni giorno all&amp;#39;ora della colazione, per far la corte al principe, e non sapevano niente: scorgendo la folla ed il portone chiuso, si fermarono di botto: &amp;laquo;Santa fede!... Buon Dio d&amp;#39;amore!...&amp;raquo; E a un tratto affrettarono il passo, entrarono interrogando costernati il portinaio che dava le prime notizie: &amp;laquo;Non mi sembra vero!... Un fulmine a ciel sereno!...&amp;raquo; Poi salirono per lo scalone con Baldassarre che risaliva anch&amp;#39;egli in quel punto dalla corte e faceva loro strada mormorando: &amp;laquo;Povera principessa!... Non pot&amp;eacute; superarla!... Il signor principe &amp;egrave; subito partito.&amp;raquo; Traversando la fila delle anticamere dagli usci dorati ma quasi nude di mobili, don Giacinto esclamava a bassa voce, come in chiesa: &amp;laquo;&amp;Egrave; una gran disgrazia!... Per questa famiglia &amp;egrave; una disgrazia pi&amp;ugrave; grande che non sarebbe per ogni altra...&amp;raquo; E piano anch&amp;#39;egli, don Mariano confermava, scrollando il capo: &amp;laquo;La testa che guidava tutti, che aggiust&amp;ograve; la pericolante baracca!...&amp;raquo; Introdotti nella Sala Gialla, si fermarono dopo qualche passo, non distinguendo nulla pel buio; ma la voce della principessa Margherita li guid&amp;ograve;: &amp;laquo;Don Mariano!... Don Giacinto!...&amp;raquo; &amp;laquo;Principessa!... Signora mia!... Com&amp;#39;&amp;egrave; stato?... E Lucrezia?... Consalvo?... La bambina?...&amp;raquo; Il principino, seduto sopra uno sgabello, con le gambe penzoloni, le dondolava ritmicamente, guardando per aria a bocca aperta; discosta, in un angolo di divano, Lucrezia stava ingrottata, con gli occhi asciutti. &amp;laquo;Ma com&amp;#39;&amp;egrave; avvenuto, cos&amp;igrave; a un tratto?&amp;raquo; insisteva don Mariano. E la principessa, aprendo le braccia: &amp;laquo;Non so... non capisco... &amp;Egrave; arrivato Salvatore dal Belvedere, con un biglietto del signor Marco... L&amp;igrave;, su quella tavola, guardate... Giacomino &amp;egrave; partito subito.&amp;raquo; A bassa voce, rivolta a don Mariano, intanto che l&amp;#39;altro leggeva il biglietto: &amp;laquo;Lucrezia voleva andare anche lei,&amp;raquo; aggiunse, &amp;laquo;suo fratello ha detto di no... Che ci avrebbe fatto?&amp;raquo; &amp;laquo;Confusione di pi&amp;ugrave;!... Il principe ha avuto ragione...&amp;raquo; &amp;laquo;Niente!&amp;raquo; annunziava frattanto don Giacinto, finito di leggere il biglietto. &amp;laquo;Non spiega niente!... E hanno avvertito gli altri... hanno dispacciato?...&amp;raquo; &amp;laquo;Io non so... Baldassarre...&amp;raquo; &amp;laquo;Morire cos&amp;igrave;, sola sola, senza un figlio, un parente!&amp;raquo; esclamava don Mariano, non potendo darsi pace; ma don Giacinto: &amp;laquo;La colpa non &amp;egrave; di questi qui, poveretti!... Essi hanno la coscienza tranquilla.&amp;raquo; &amp;laquo;Se ci avesse voluti...&amp;raquo; cominci&amp;ograve; la principessa, timidamente, pi&amp;ugrave; piano di prima; ma poi, quasi impaurita, non fin&amp;igrave; la frase. Don Mariano tir&amp;ograve; un sospiro doloroso e and&amp;ograve; a mettersi vicino alla signorina. &amp;laquo;Povera Lucrezia! Che disgrazia!... Avete ragione!... Ma fatevi animo!... Coraggio!...&amp;raquo; Ella che se ne stava a guardare per terra, battendo un piede, lev&amp;ograve; la testa con aria di stupore, quasi non comprendendo. Ma, come udivasi un frastuono di carrozze che entravano nel cortile, don Mariano e don Giacinto tornarono ad esclamare, a due: &amp;laquo;Che sciagura irreparabile!&amp;raquo; Arrivavano la marchesa Chiara col marito e la cugina Graziella: &amp;laquo;Lucrezia, la mamma!... Sorella!... Cugina!...&amp;raquo; Subito dopo entr&amp;ograve; la zia Ferdinanda, a cui le donne baciarono le mani, mormorando: &amp;laquo;Eccellenza!... Ha sentito?...&amp;raquo; La zitellona, asciutta asciutta, scrollava il capo; Chiara abbracciava Lucrezia piangendo; il marchese salutava mestamente i lavapiatti; ma la pi&amp;ugrave; commossa era donna Graziella: &amp;laquo;Non mi par vero!... Non volevo crederci!... Che si muore cos&amp;igrave;?... E il povero Giacomo? Dice che &amp;egrave; corso subito lass&amp;ugrave;?... Povero cugino!... Se almeno avesse potuto arrivare a chiuderle gli occhi!... Che dolore, non aver tempo di rivederla!...&amp;raquo; Udendo Chiara singhiozzare in seno alla sorella Lucrezia, esclam&amp;ograve;: &amp;laquo;Hai ragione, sfogati, poveretta! Mamma ce n&amp;#39;&amp;egrave; una sola!...&amp;raquo; Ella pareva tanto addolorata della disgrazia dei cugini da dimenticare perfino che la morta era sorella della sua propria madre. Si profferiva alla principessa; le diceva, traendola in disparte: &amp;laquo;Hai bisogno di nulla?... Vuoi che ti dia una mano?... Come sta la mia figlioccia?... Che ha lasciato detto il cugino?...&amp;raquo; &amp;laquo;Non so... Ha ordinato a Baldassarre il da fare...&amp;raquo; Baldassarre, infatti, andava su e gi&amp;ugrave;, mandando ancora messi, ricevendo quelli che tornavano dall&amp;#39;aver eseguito le ambasciate. Tutti i parenti, ormai, erano avvertiti: soltanto il famiglio mandato ai Benedettini venne a dire che Padre don Lodovico stava per arrivare, ma che Padre don Blasco non era nel convento. &amp;laquo;Va&amp;#39; dalla Sigaraia... a quest&amp;#39;ora sar&amp;agrave; da lei... Corri, digli che &amp;egrave; morta sua cognata...&amp;raquo; Don Lodovico arriv&amp;ograve; con la carrozza di San Nicola; e nella Sala Gialla tutti s&amp;#39;alzarono all&amp;#39;apparire del Priore. Chiara e Lucrezia gli andarono incontro, gli presero ciascuna una mano, e la marchesa, cadendo in ginocchio, proruppe: &amp;laquo;Lodovico!... Lodovico!... La nostra povera mamma!&amp;raquo; Tacevano tutti, guardando quel gruppo: la cugina, con gli occhi rossi, mormorava: &amp;laquo;&amp;Egrave; una cosa che strazia l&amp;#39;anima!&amp;raquo; Il Priore, chinatosi sulla sorella, la rialz&amp;ograve; senza guardarla in viso, e nel silenzio generale, rotto da brevi singhiozzi repressi, disse, alzando gli occhi asciutti al cielo: &amp;laquo;Il Signore l&amp;#39;ha chiamata a s&amp;eacute;... Chiniamo la fronte ai decreti della Provvidenza divina...&amp;raquo; e poich&amp;eacute; Chiara voleva baciargli la mano, egli si scherm&amp;igrave;: &amp;laquo;No, no, sorella mia...&amp;raquo; e la strinse al petto, baciandola in fronte. &amp;laquo;Perch&amp;eacute; si nasce!...&amp;raquo; esclam&amp;ograve; dolorosamente don Giacinto all&amp;#39;orecchio di don Mariano; ma questi, scrollando il capo, si fece innanzi con piglio risoluto: &amp;laquo;Basta adesso, signori miei!... I morti son morti, e il pianto non li risuscita... Pensate alla vostra salute, adesso, che &amp;egrave; l&amp;#39;importante...&amp;raquo; &amp;laquo;Coraggio, poveretti!...&amp;raquo; conferm&amp;ograve; la cugina Graziella, prendendo per mano le cugine, costringendole amorosamente a sedere; mentre il marchese baciava sua moglie in fronte, le asciugava gli occhi, le parlava all&amp;#39;orecchio, e donna Ferdinanda, poco portata alle scene patetiche, si metteva il principino sulle ginocchia. Il biglietto del signor Marco passava di mano in mano; il Priore manifestava anch&amp;#39;egli l&amp;#39;intenzione di partire per il Belvedere, ma i lavapiatti protestarono. &amp;laquo;Per far che cosa?... Angustiarsi per niente?... Se si potesse dar aiuto...&amp;raquo; &amp;laquo;Partirei io!&amp;raquo; soggiunse la cugina. &amp;laquo;Aspettiamo, piuttosto,&amp;raquo; propose il marchese. &amp;laquo;Giacomo mander&amp;agrave; certo a dire qualcosa...&amp;raquo; L&amp;#39;arrivo di un&amp;#39;altra carrozza fece infatti supporre che venisse qualcuno dal Belvedere. Era invece la duchessa Radal&amp;igrave;. Poich&amp;eacute; ella aveva il marito impazzato e non faceva visite a nessuno, il suo pronto accorrere intener&amp;igrave; pi&amp;ugrave; che mai la cugina, che la chiamava zia, quantunque non ci fosse parentela tra loro; ma il ritorno di donna Vincenza da San Placido segn&amp;ograve; il colmo della commozione. La cameriera non trovava parole per esprimere il dolore della monaca, giungeva le mani dalla piet&amp;agrave;: &amp;laquo;Figlia mia! Povera figlia!... Come una pazza, fa come una pazza!... E chiama: &amp;quot;Sorelle mie! Sorelle mie!...&amp;quot;&amp;raquo; Lucrezia piangeva anch&amp;#39;ella, adesso; Chiara disse tra i singhiozzi: &amp;laquo;Io vado alla bad&amp;igrave;a...&amp;raquo; &amp;laquo;Vostra Eccellenza far&amp;agrave; un&amp;#39;opera santa... Anche la Madre Badessa piangeva: &amp;quot;Povera principessa!... Degna serva di Dio!&amp;quot;&amp;raquo; La cugina s&amp;#39;offerse d&amp;#39;accompagnarla; ma poi, visto che la principessa non sapeva dove dar del capo: &amp;laquo;Resto piuttosto ad aiutar Margherita,&amp;raquo; disse a Chiara; e questa s&amp;#39;alz&amp;ograve;, mentre le raccomandavano: &amp;laquo;Baciala per me... e per me... Dille che domani andr&amp;ograve; a trovarla...&amp;raquo; E don Giacinto chiamava: &amp;laquo;Marchese, marchese!... accompagnate vostra moglie...&amp;raquo; In mezzo alla confusione, mentre la marchesa andava via col marito, spunt&amp;ograve; finalmente don Blasco, col faccione sudato che luceva e il tricorno in capo. Entr&amp;ograve; senza salutar nessuno, esclamando: &amp;laquo;L&amp;#39;avevo detto, eh?... Doveva finire cos&amp;igrave;!...&amp;raquo; Non gli risposero. Il Priore, anzi, chin&amp;ograve; gli occhi a terra quasi cercando qualcosa; donna Ferdinanda, per suo conto, pareva non essersi neppure accorta dell&amp;#39;arrivo del fratello. Il monaco si mise a passeggiare da un capo all&amp;#39;altro della sala, asciugandosi il sudore del collo e continuando a parlar solo: &amp;laquo;Che testa!... Che testa!... Fino all&amp;#39;ultimo!... Andare a crepare in mano di quell&amp;#39;imbroglione!... Io l&amp;#39;avevo profetato, ah?... Dov&amp;#39;&amp;egrave;?... Non &amp;egrave; venuto?... &amp;Egrave; lui il padrone, qui dentro!&amp;raquo; Poich&amp;eacute; nessuno fiatava, la cugina cred&amp;eacute; d&amp;#39;osservare: &amp;laquo;Zio, in questo momento...&amp;raquo; &amp;laquo;Che vuol dire, in questo momento?...&amp;raquo; rispose il monaco, piccato. &amp;laquo;&amp;Egrave; morta, Dio l&amp;#39;abbia in gloria!... Ma che s&amp;#39;ha da dire? Che ha fatto una gran cosa?... E Giacomo?... &amp;Egrave; andato?... &amp;Egrave; andato solo?... Perch&amp;eacute; non va nessun altro?... Ha proibito agli altri di andare?...&amp;raquo; &amp;laquo;No, Eccellenza...&amp;raquo; rispose timidamente la principessa. &amp;laquo;&amp;Egrave; partito appena saputa la notizia.&amp;raquo; &amp;laquo;Io volevo accompagnarlo...&amp;raquo; disse Lucrezia; ma allora il Benedettino salt&amp;ograve; su: &amp;laquo;Tu? Per far che cosa? Sempre voialtre femmine tra i piedi? Vi pare che sappiate sole aggiustare il mondo?... Dov&amp;#39;&amp;egrave; Ferdinando?... Non &amp;egrave; venuto ancora?&amp;raquo; Sopravvenivano in quel momento il cavaliere don Eugenio e don Cono Canal&amp;agrave;, altro dei lavapiatti. Don Cono entr&amp;ograve; in punta di piedi, quasi per paura di schiacciar qualcosa, e fermatosi dinanzi alla principessa esclam&amp;ograve;, gestendo col braccio: &amp;laquo;Immensa iattura!... Catastrofe immensurabile!... La parola spira sul labbro...&amp;raquo; mentre il cavaliere leggeva il biglietto del signor Marco. Frattanto don Blasco, girando come un trottolone, soffermavasi dinanzi agli usci, guardava in fondo alla sfilata delle stanze, pareva fiutasse l&amp;#39;aria, borbottava: &amp;laquo;Che fretta!... Che affezione!...&amp;raquo; ed altre parole incomprensibili. Nel crocchio dei parenti, ciascuno adesso diceva la sua: il Priore, a bassa voce, accanto alla duchessa ed alla zia Ferdinanda, parlava della &amp;laquo;dolorosa ostinazione&amp;raquo; della madre; ma tratto tratto, quasi pavido di far male discutendo anche rispettosamente la volont&amp;agrave; della morta, s&amp;#39;interrompeva, chinava il capo; la cugina era inquieta per la mancanza di notizie dal Belvedere: &amp;laquo;Giacomo avrebbe potuto mandar qualcuno!...&amp;raquo; Per questo don Eugenio offrivasi di salir lass&amp;ugrave;, se gli facevano attaccare una carrozza; ma allora la principessa, imbarazzata, confusa, non sapendo che fare, osserv&amp;ograve; all&amp;#39;orecchio della cugina: &amp;laquo;Non so... forse pu&amp;ograve; dispiacere a Giacomo...&amp;raquo; E donna Graziella intervenne: &amp;laquo;Aspettiamo un altro poco; forse il cugino torner&amp;agrave; egli stesso.&amp;raquo; Il Priore e la duchessa tornarono a domandare: &amp;laquo;Ferdinando? Non viene pi&amp;ugrave;?&amp;raquo; I lavapiatti corsero a interrogar Baldassarre; il maestro di casa rispose: &amp;laquo;Non ho mandato nessuno dal cavaliere, perch&amp;eacute; il signor principe m&amp;#39;ha detto che passava lui a chiamarlo.&amp;raquo; &amp;laquo;Sar&amp;agrave; andato anch&amp;#39;egli al Belvedere... Se no a quest&amp;#39;ora sarebbe qui.&amp;raquo; Per arrivare dalla Pietra dell&amp;#39;Ovo ci voleva a ogni modo del tempo; torn&amp;ograve; infatti prima dalla bad&amp;igrave;a la marchesa, alla quale la sorella monaca aveva consegnato un abitino della Madonna perch&amp;eacute; lo mettessero indosso alla morta. &amp;laquo;Toccante tratto di piet&amp;agrave; filiale!&amp;raquo; sussurr&amp;ograve; don Cono a don Eugenio. Nessun altro parlava, in quei momenti di commozione; solamente la cugina, asciugandosi gli occhi rossi, propose all&amp;#39;orecchio della principessa: &amp;laquo;Io vorrei profittare di questo momento per indurre lo zio Blasco a far pace con la zia Ferdinanda e con Lodovico. Che ne dici, Margherita?&amp;raquo; &amp;laquo;Come credi... se credi... fa&amp;#39; tu...&amp;raquo; E la cugina and&amp;ograve; in cerca del monaco. Non si trovava, era scomparso. Baldassarre, incaricato di rintracciarlo, lo scoperse in fondo alla casa, dinanzi all&amp;#39;uscio serrato che metteva nelle stanze della morta. Udendo rumor di passi, il monaco si volt&amp;ograve; di botto: &amp;laquo;Chi &amp;egrave; l&amp;agrave;?&amp;raquo; &amp;laquo;Aspettano Vostra Paternit&amp;agrave; nella Sala Gialla.&amp;raquo; Il Benedettino torn&amp;ograve; indietro, soffiando, e come la cugina, andandogli incontro con aria di mistero: &amp;laquo;Eccellenza,&amp;raquo; gli disse, &amp;laquo;venga ad abbracciare sua sorella... Lodovico le bacer&amp;agrave; la mano...&amp;raquo; egli le volt&amp;ograve; le spalle, esclamando forte, in modo che lo udirono sino nella corte: &amp;laquo;Non facciamo pulcinellate.&amp;raquo; Donna Graziella si strinse nelle spalle, con un gesto di rassegnazione dolente. E il monaco, scorto il marchese che era tornato con la moglie dalla bad&amp;igrave;a, l&amp;#39;and&amp;ograve; ad afferrare per un braccio e lo trascin&amp;ograve; nella Galleria dei ritratti: &amp;laquo;Che stai a far qui?... Perch&amp;eacute; non parti?... Quell&amp;#39;altro &amp;egrave; scappato...&amp;raquo; &amp;laquo;Per far che cosa, Eccellenza?&amp;raquo; &amp;laquo;E sarai sempre minchione?... Quell&amp;#39;altro &amp;egrave; scappato! A quest&amp;#39;ora fa scomparire ogni cosa!...&amp;raquo; &amp;laquo;Eccellenza!...&amp;raquo; protest&amp;ograve; il nipote, scandalizzato. Don Blasco lo guard&amp;ograve; nel bianco degli occhi, quasi volesse mangiarselo. Ma, come passava in fretta e in furia Baldassarre, gir&amp;ograve; sui tacchi, tonando: &amp;laquo;Ah, no? E andate un poco a farvi friggere, tutti quanti!...&amp;raquo; Finito di dar ordini alla servit&amp;ugrave;, Baldassarre aveva adesso un altro gran da fare, poich&amp;eacute; cominciavano a venire ambasciate dei parenti pi&amp;ugrave; lontani, degli amici, dei conoscenti che mandavano ad esprimere le loro condoglianze e a prender notizie dei superstiti. Il maestro di casa riceveva nell&amp;#39;anticamera dell&amp;#39;amministrazione le persone di riguardo, lasciando al portinaio i servitori; ma parecchi fra questi portavano i regali funebri: vassoi pieni di dolci, di forme di marmellata o di cioccolata, di frutta candite, di pan di Spagna, di bottiglie di moscato o di rosolio, e allora Baldassarre si faceva in quattro per riporre quella roba, e annunziare i doni ai padroni, e ringraziare i donatori, e dare udienza ai sopravvenienti. La cugina Graziella, con le chiavi delle credenze alla cintola, faceva da padrona di casa, per risparmiare la principessa; il cavaliere don Eugenio dava anch&amp;#39;egli una mano, e quantunque i lavapiatti che lavoravano come domestici protestassero: &amp;laquo;Lasciate fare a noi&amp;raquo;, egli vuotava i vassoi da restituire, trasportava la roba nella sala da pranzo e tratto tratto si ficcava in tasca una manata di dolci. Per la duchessa Radal&amp;igrave; che era andata via, non potendo lasciare a lungo il marito solo, dieci altre visite erano sopravvenute: il barone Vita, il principe di Roccasciano, i Giliforte, i Grazzeri, don Carlo Carvano, marito della cugina. Secondo che la giornata s&amp;#39;inoltrava, lettere e biglietti di condoglianza piovevano da tutte le parti: l&amp;#39;Intendente mandava a esprimere il suo dolore per il lutto d&amp;#39;una famiglia devota al Re ed alla buona causa; Monsignor Vescovo associavasi al dolore dei suoi cari figli; dall&amp;#39;Orfanotrofio Uzeda, dall&amp;#39;Ospizio dei Vecchi, dagli altri istituti di beneficenza che i Francalanza avevano fondato o sussidiato, venivano i rettori, i cappellani, una quantit&amp;agrave; di tonache nere, oppure i poveri ospitati; ma questi non eran lasciati salire ed esprimevano il loro rammarico al portinaio o al sotto-cocchiere. Il comandante della guarnigione, il presidente della Gran Corte, tutte le autorit&amp;agrave;, tutta la citt&amp;agrave; si condoleva con la famiglia. Gruppi di mendicanti aspettavano, con la speranza che avrebbero distribuito elemosine; molte persone domandavano con insistenza del signor Marco: udendo che ancora non era sceso dal Belvedere, alcuni andavano via per tornare pi&amp;ugrave; tardi; altri si mettevano a passeggiare su e gi&amp;ugrave; dinanzi alla casa, aspettando d&amp;#39;acchiapparlo al varco, pazientemente. I due cortili parevano una fiera, dalle tante carrozze allineate all&amp;#39;ombra: i cavalli, con le teste dentro le coffe, ruminavano raspando tratto tratto il selciato con l&amp;#39;unghia. Ad uno ad uno, poich&amp;eacute; imbruniva, arrivavano i servitori dei parenti, aspettando i padroni; e la conversazione della servit&amp;ugrave;, animatissima, aggiravasi intorno all&amp;#39;avvenimento ed alle sue conseguenze. Le donne, vedendo quella gran confusione, quell&amp;#39;andirivieni di gente, quel succedersi d&amp;#39;ambasciate e di lettere, compiangevano vivamente la principessa nuora: &amp;laquo;Povera signora! A quest&amp;#39;ora dev&amp;#39;essere sulle spine!...&amp;raquo; Infatti, ella soffriva d&amp;#39;una specie di malattia nervosa per la quale non tollerava di star pigiata tra la gente, di toccar cose maneggiate da altri: fortunatamente la cugina era l&amp;igrave; ad aiutarla. E alcuni facevano riflessioni filosofiche: &amp;laquo;Se invece d&amp;#39;oggi la madre del principe fosse morta sei anni addietro, la cugina, adesso, invece di aiutar la padrona, sarebbe lei la padrona qui dentro.&amp;raquo; Non era stato permesso dalla principessa vecchia, quel matrimonio, e il padrone aveva obbedito alla madre, sposando donna Margherita Grazzeri; per&amp;ograve;, bisognava dire la verit&amp;agrave;, la cugina s&amp;#39;era diportata benissimo: maritata col cavaliere Carvano, era rimasta affezionatissima alla zia che non l&amp;#39;aveva voluta per nuora, e aveva trattato come una vera sorella la moglie dell&amp;#39;antico suo innamorato. &amp;laquo;E il principe? Forse che pare si rammenti d&amp;#39;averle voluto bene in un certo modo?...&amp;raquo; Per tanto, molti lodavano l&amp;#39;opera della morta: ella aveva ben fatto ad opporsi a quel matrimonio, poich&amp;eacute; i due antichi innamorati s&amp;#39;eran messo il cuore in pace. &amp;laquo;Gran donna, la principessa! Basti dire che rifece la casa gi&amp;agrave; fallita!&amp;raquo; E tutti domandavano: &amp;laquo;A chi lascer&amp;agrave;?...&amp;raquo; Ma come saperne nulla se non si era confidata mai con nessuno, neppure coi figli?... &amp;laquo;Se ci fosse stato il contino Raimondo, per&amp;ograve;!...&amp;raquo; Allora i partigiani del principe, senza tanti riguardi: &amp;laquo;La roba dovrebbe andare al padrone, se quella pazza non ne avr&amp;agrave; fatta un&amp;#39;altra delle sue!...&amp;raquo; Infatti non aveva potuto soffrire il primogenito, prediligendo il contino Raimondo; e il contino, quantunque chiamato e richiamato dalla madre che sentiva vicina la propria fine, non s&amp;#39;era mosso da Firenze!... All&amp;#39;arrivo di fra&amp;#39; Carmelo, spedito dall&amp;#39;Abate di San Nicola per aver notizie di don Lodovico e di don Blasco, il discorso prese un&amp;#39;altra piega. Fra&amp;#39; Carmelo sapeva la via del palazzo dalle tante volte che ci aveva accompagnato don Lodovico novizio; e tutta la servit&amp;ugrave; lo conosceva e gli voleva bene, tant&amp;#39;era buono, con quel suo faccione che pareva scoppiare, grasso fin sulla nuca. &amp;laquo;Povera principessa!... Che gran disgrazia!&amp;raquo; Egli lodava la morta e rammentava i tempi del noviziato di Padre Lodovico, quando, conducendo a casa il ragazzo in permesso, le portava regalucci di frutta che la buona signora degnavasi di accettare. &amp;laquo;Alla mano con tutti!... Affezionata con tutti!... Povero Padre Lodovico! Deve aver pianto!&amp;raquo; Le donne esclamarono: &amp;laquo;Figuriamoci! Un santo come lui!...&amp;raquo; E fra&amp;#39; Carmelo: &amp;laquo;Un vero santo! Non c&amp;#39;&amp;egrave; monaci che gli possano stare a paragone. Non per nulla l&amp;#39;han fatto Priore a trent&amp;#39;anni!&amp;raquo; &amp;laquo;Suo zio don Blasco non gli somiglia?...&amp;raquo; disse improvvisamente il cocchiere maggiore, con una strizzatina d&amp;#39;occhi. &amp;laquo;&amp;Egrave; un&amp;#39;altra cosa. Tutti gli uomini possono esser formati a un modo?... Ma bravo anche lui!... Signore anche lui!...&amp;raquo; E giusto il discorso era a quel punto, quando un lontano rumore di carrozza con le sonagliere fece tacer tutti. Giuseppe, guardando dallo sportello, spalanc&amp;ograve; il portone: il carrozzino della mattina entr&amp;ograve; a rotta di collo e ne scesero il principe e il signor Marco che teneva una valigia in mano, mentre tutti si scoprivano e dalla loggia del piano nobile affacciavasi don Blasco. Il ritorno del capo della famiglia, nella Sala Gialla, produsse una nuova commozione: sospiri, singhiozzi, mute strette di mano. Il principe era sempre pallido e parlava a stento, con gesti larghi di sconforto: &amp;laquo;Troppo tardi!... Pi&amp;ugrave; nulla da fare!... Fino a iersera stava benissimo, mangi&amp;ograve; anzi con appetito due uova e bevve una tazza di latte... All&amp;#39;alba di stamani, improvvisamente, chiam&amp;ograve; e...&amp;raquo; e tacque, quasi non potendo proseguire. Il signor Marco, deposta la valigia, confermava: &amp;laquo;Impossibile prevedere questa catastrofe... Nel primo momento, speravo fosse soltanto una sincope... ma purtroppo la triste verit&amp;agrave;...&amp;raquo; Chiara e la cugina piangevano; il Priore deplorava specialmente che nessun sacerdote l&amp;#39;avesse assistita negli ultimi istanti; ma il signor Marco assicur&amp;ograve; che ella erasi confessata due giorni innanzi, che il Vicario Ragusa era arrivato in tempo a darle l&amp;#39;assoluzione; mentre il principe da canto suo riferiva: &amp;laquo;Abbiamo improvvisato una cappella ardente... tutti i fiori della villa... ne hanno mandati da ogni parte...&amp;raquo; &amp;laquo;E Ferdinando?&amp;raquo; domand&amp;ograve; Chiara &amp;laquo;Non &amp;egrave; venuto?... Ah!&amp;raquo; Egli si batt&amp;egrave; a un tratto la fronte. &amp;laquo;Dovevo passar io ad avvertirlo!... Me ne sono scordato!... Baldassarre!... Baldassarre!...&amp;raquo; Ma, sul pi&amp;ugrave; bello, don Blasco, il quale aveva tenuto d&amp;#39;occhio la valigia quasi ci fosse dentro roba di contrabbando, lo tir&amp;ograve; per la manica, domandando: &amp;laquo;E il testamento?&amp;raquo; Il principe, con un altro tono di voce, non pi&amp;ugrave; dolente, ma premuroso, pieno di scrupoli: &amp;laquo;Il signor Marco qui presente&amp;raquo; rispose, &amp;laquo;m&amp;#39;ha comunicato che le ultime volont&amp;agrave; di nostra madre sono depositate presso il notaio Rubino. Noi aspetteremo, se credete, l&amp;#39;arrivo di Raimondo e dello zio duca... Frattanto, abbiamo suggellato tutto quel che s&amp;#39;&amp;egrave; trovato, per renderne stretto conto, a suo tempo, a chi di ragione... Il signor Marco possiede per&amp;ograve; un documento che riguarda i funerali... Credo che di questo si debba dar subito lettura...&amp;raquo; E il signor Marco, tratto di tasca un foglio, lesse in mezzo a un profondo silenzio: &amp;laquo;In questo giorno, 19 maggio 1855, trovandomi sana di mente e non di corpo, io sottoscritta, Teresa Uzeda principessa di Francalanza, raccomando l&amp;#39;anima a Dio e dispongo quanto appresso. Il giorno che piacer&amp;agrave; al Signore chiamarmi con s&amp;eacute;, ordino che il mio corpo sia affidato ai Reverendi Padri Cappuccini affinch&amp;eacute; sia da essi imbalsamato e nella necropoli del loro cenobio custodito. Voglio che il funerale sia celebrato, con quel decoro che compete alla famiglia, nella chiesa dei detti Padri in segno della mia devozione alla Beata Ximena, nostra gloriosa parente, la cui salma nella loro chiesa si venera. Durante il funerale e dopo che il mio corpo sar&amp;agrave; imbalsamato, voglio, ordino e comando che esso sia vestito della tonaca delle Religiose di San Placido, e che alla cintura mi sia messa la corona del Santissimo Rosario donatami dalla mia diletta figlia Suor Maria Crocifissa il giorno della sua monacazione, e che sul petto mi sia posto il crocifisso d&amp;#39;avorio, memoria del mio amato consorte principe Consalvo di Francalanza. In segno di particolare penitenza ed umilt&amp;agrave;, espressamente impongo che il mio capo sia appoggiato sopra una semplice e nuda tegola: cos&amp;igrave; voglio e non altrimenti. Per la necropoli dei Cappuccini ordino che si costruisca una cassa a cristalli, dentro alla quale sar&amp;agrave; posto il mio corpo nel modo di cui sopra; essa avr&amp;agrave; una serratura con tre chiavi delle quali una rimarr&amp;agrave; a mio figlio Raimondo conte di Lumera, la seconda, in segno di speciale benevolenza pei servigi prestatimi, al signor Marco Roscitano, mio procuratore e amministratore generale, e la terza al reverendo Padre Guardiano di esso cenobio dei Cappuccini. Nel caso per&amp;ograve; che il detto signor Roscitano dovesse lasciare l&amp;#39;amministrazione della mia casa, ordino che la chiave passi all&amp;#39;altro mio figlio Lodovico, Priore nel monastero di San Nicola dell&amp;#39;Arena. Questa &amp;egrave; la mia volont&amp;agrave; e non altra. Teresa Uzeda&amp;raquo; &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Il signor Marco, che s&amp;#39;era rispettosamente inchinato al passaggio relativo alla sua persona, abbass&amp;ograve; il foglio; il principe disse guardando in giro gli astanti: &amp;laquo;Le volont&amp;agrave; di nostra madre sono leggi per noi. Sar&amp;agrave; fatto secondo ha prescritto.&amp;raquo; &amp;laquo;In tutto e per tutto...&amp;raquo; conferm&amp;ograve; il Priore, chinando il capo. Don Blasco, che soffiava come un mantice, non aspett&amp;ograve; neppure che l&amp;#39;adunanza si sciogliesse. Afferrato il marchese per un bottone del soprabito, esclam&amp;ograve;: &amp;laquo;Sempre pulcinellate?... Fin all&amp;#39;ultimo?... Per far ridere la gente?...&amp;raquo; E il signor Marco era appena salito al primo piano, nelle stanze dell&amp;#39;amministrazione contigue al suo quartierino, per dare ai dipendenti gli ordini opportuni, che le persone venute a cercarlo si presentarono a lui. Il ceraiolo di San Francesco veniva a offrire cera di prima qualit&amp;agrave;, lavorata all&amp;#39;uso di Venezia, a sei tar&amp;igrave;; il maestro Mascione portava una lettera dell&amp;#39;avvocato Spedalotti, il quale pregava il signor Marco di far eseguire la messa di requiem del giovane compositore; Brusa, il pittore, sollecitava l&amp;#39;appalto della decorazione pel funerale solenne della principessa... &amp;laquo;Come sapete che ci sar&amp;agrave; un funerale solenne?&amp;raquo; &amp;laquo;Per una signora come la principessa!&amp;raquo; &amp;laquo;Ripassate domani...&amp;raquo; E Baldassarre chiamava: &amp;laquo;Signor Marco! Signor Marco!... Il principe!...&amp;raquo; Ma nuovi postulanti sopravvenivano. Nessuno l&amp;#39;aveva ancor detto, ma si sapeva che la principessa di Francalanza non poteva andare all&amp;#39;altro mondo senza una gran cerimonia, senza un gran scialacquo di quattrini, e ognuno sperava di guadagnarne. Raciti, il primo violino del Comunale, voleva offrire la messa funebre di suo figlio; saputo che Mascione aveva ottenuto una lettera di Spedalotti, era corso a sollecitare la raccomandazione pi&amp;ugrave; valevole del barone Vita; Santo Ferro, che aveva la manutenzione del giardino pubblico, sperava gli commettessero la camera ardente, e poich&amp;eacute; Baldassarre, dal cortile, tornava a chiamare: &amp;laquo;Signor Marco! Signor Marco!... Il principe!...&amp;raquo; il signor Marco si sbarazz&amp;ograve; bruscamente dei postulanti: &amp;laquo;Ma andate al diavolo!... Ho altro da fare, adesso!&amp;raquo; &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Un formicaio, la chiesa dei Cappuccini nella mattina del sabato, che neppure il Gioved&amp;igrave; Santo tanta gente traeva a visitarvi il Sepolcro. Tutta la notte era venuto dalla chiesa un frastuono di martelli, d&amp;#39;asce e di seghe, e le finestre erano state abbrunate fin dal giorno precedente. A buon&amp;#39;ora, dinanzi alla folla curiosa che gremiva la terrazza e le scalinate, avevano inchiodato sulla porta maggiore il drappellone di velluto nero con frange d&amp;#39;argento, sul quale leggevasi a caratteri d&amp;#39;oro: &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;PER L&amp;#39;ANIMA DI DONNA TERESA UZEDA E RIS&amp;Agrave; PRINCIPESSA DI FRANCALANZA ESEQUIE &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Verso sedici ore, don Carlo Canal&amp;agrave;, col naso in aria, sotto la porta spiegava al principe di Roccasciano, tra le gomitate di quelli che entravano continuamente: &amp;laquo;Veda: all&amp;#39;esterno non giudicai conveniente... dilungarmi del soverchio.. Massima semplicit&amp;agrave;: &lt;em&gt;per l&amp;#39;anima&lt;/em&gt;... &lt;em&gt;esequie&lt;/em&gt;... Penso che nella sua concisione... per avventura...&amp;raquo; Ma gli urti, le pestate di piedi, le esclamazioni dei curiosi non gli consentivano di filare il discorso; la gente sbucava a torrenti da tutte le parti, sospingevasi in chiesa, calpestava i mendicanti venuti a mettersi accosto alle porte ed ai cancelli per far baiocchi. &amp;laquo;Sol esso il nome... onde i concetti, per avventura...&amp;raquo; Alla fine, don Cono si decise anch&amp;#39;egli ad entrare; ma, separato dal compagno, fu travolto, come un chicco di caff&amp;egrave; nel macinino, dal turbine umano che per il troppo angusto passaggio s&amp;#39;ingolfava nella chiesa. Essa era buia, pei veli delle finestre, pei manti neri che rivestivano le pareti e pendevano dalle arcate delle cappelle e si stendevano lungo il cornicione. Sopra una piattaforma alta sei o sette gradini dal pavimento e girata da una triplice fila di ceri, sorgeva il catafalco: una piramide tronca le cui quattro facce, tappezzate d&amp;#39;ellera e di mortella, portavano nel mezzo, disegnati a fiori freschi, quattro grandi scudi della casa di Francalanza. Al sommo della piramide, due angeli d&amp;#39;argento inginocchiati da una sola gamba aspettavano di reggere il feretro. Ad ogni angolo inferiore del catafalco, su tripodi d&amp;#39;argento, erano confitte quattro torce grosse quanto le stanghe, con uno scudo di cartone legato a mezz&amp;#39;asta; sei valletti con le livree del secolo XVIII, rosse, nere e dorate, impalati come statue, con le facce rase di fresco, reggevano ciascuno una delle antiche bandiere d&amp;#39;alleanza; dopo i valletti dodici prefiche, vestite di neri manti, coi capelli scarmigliati, stavano tutt&amp;#39;intorno al catafalco coi fazzoletti in mano, per asciugarsi le lacrime. Ma bisognava lavorar di gomiti, camminare sui piedi dei vicini, lasciarsi ammaccare le costole e pestare i calli e sudare una camicia prima d&amp;#39;arrivare a quell&amp;#39;apparato, intorno al quale una folla d&amp;#39;operai, di servi, di donnicciuole stava estatica ad ammirare, in attesa del corteo, il finto marmo della piattaforma, le urne di cartone scaglionate sui gradini, le lacrime di carta argentata gocciolanti dai veli neri: &amp;laquo;Una galanteria!... Una cosa mai vista!... Per questo sono signoroni!... Lasciate fare a loro!... E dodici &lt;em&gt;piangenti&lt;/em&gt;!... Neanche pel funerale del papa!... Ma il cadavere &amp;egrave; gi&amp;agrave; posto al colatoio per l&amp;#39;imbalsamazione.&amp;raquo; E Vito Rosa, il barbiere del principe, spiegava: &amp;laquo;Appena sceso dal Belvedere fu portato a palazzo e gli fecero girare gli appartamenti per l&amp;#39;ultima volta, come usano... Il cataletto era portato a spalla, senza stanghe... e tutta la parentela dietro, la servit&amp;ugrave; con le torce accese, come una processione!...&amp;raquo; Le comari esclamavano: &amp;laquo;E una tegola sotto il capo!... Che gli mancavano forse cuscini di velluto?... Anzi, questo &amp;egrave; per maggior penitenza, con la tonaca di San Placido: non capite?&amp;raquo; Ma la gente incalzava alle spalle e i discorsi s&amp;#39;interrompevano, i primi arrivati dovevano cedere il posto, se ne andavano sotto il palco dell&amp;#39;orchestra, eretto a ridosso dell&amp;#39;organo, con quattro ordini di panche e i manichi dei contrabbassi che spuntavano dal pi&amp;ugrave; alto, ma ancora vuoto; o giravano dalla parte opposta, verso la cappella della Beata Uzeda, tutta splendente di lampade votive; e si fermavano, una volta fuor della ressa, a guardare l&amp;#39;altare scavato dove si vedeva, attraverso un vetro, la cassa antica rivestita di cuoio, che racchiudeva il corpo della santa donna; poi tentavano tornare verso il centro della chiesa per leggere le iscrizioni attaccate agli altri altari; ma la folla era adesso compatta come un muro. Don Cono Canal&amp;agrave;, data un&amp;#39;occhiata all&amp;#39;apparato, aveva tentato tre o quattro volte, per conto suo, d&amp;#39;avvicinarsi a qualcuno degli epitaffi, ma non era riuscito a spingersi tanto innanzi da leggerli; e col capo rovesciato, il cappello ammaccato dai continui urtoni, i piedi pestati, la camicia in sudore, tangheggiava come una barca in mezzo alla tempesta. Con belle maniere, dicendo: &amp;laquo;Di grazia!... La prego!... Mi scusi!...&amp;raquo; arriv&amp;ograve; finalmente a tiro della prima tabella, dove leggevasi: &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;SOTTO MULIEBRI SPOGLIE CUORE GAGLIARDO PIETOSO ANIMO ELETTO MUNIFICO SPIRITO SVEGLIATO FECONDO ONNINAMENTE DEGNA DELLA MAGNANIMA STIRPE CHE LA FE&amp;#39; SUA &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&amp;laquo;Onninamente?....&amp;raquo; disse il barone Carcaretta che si trovava a fianco di don Cono. &amp;laquo;Che cosa significa?&amp;raquo; &amp;laquo;Importa &lt;em&gt;interamente&lt;/em&gt;, o vogliam dire &lt;em&gt;del tutto&lt;/em&gt;... Onninamente degna della stirpe... Come le piace questo concetto?...&amp;raquo; &amp;laquo;Eh, va bene; ma non capisco perch&amp;eacute; si divertano a pescar le parole difficili!&amp;raquo; &amp;laquo;Veda...&amp;raquo; spieg&amp;ograve; allora don Cono, insinuante: &amp;laquo;lo stile epigrafico tiene al sommo grado del nobile e del sostenuto... Io non potevo adoprare...&amp;raquo; &amp;laquo;Ah, l&amp;#39;avete scritta voi?&amp;raquo; &amp;laquo;Sissignore... ma non solo, veramente: di unita col cavaliere don Eugenio... Io ho curato sovra tutto la forma... Bramerei vedere le altre: temo non abbian preso un qualche abbaglio, in copiando...&amp;raquo; Ma la chiesa era talmente gremita che potevano appena fare due passi ogni quarto d&amp;#39;ora; e tutt&amp;#39;intorno la gente che non riusciva ad andare n&amp;eacute; avanti n&amp;eacute; indietro n&amp;eacute; a veder altro fuorch&amp;eacute; la cima della piramide, ingannava l&amp;#39;impazienza dell&amp;#39;attesa chiacchierando, dicendo vita, morte e miracoli della principessa: &amp;laquo;Adesso i suoi figli potranno respirare! Li ha tenuti in un pugno di ferro...&amp;raquo; &amp;laquo;I suoi figli: quali?...&amp;raquo; &amp;laquo;Costrinse don Lodovico, il secondogenito, a farsi monaco mentre gli toccava il titolo di duca; la primogenita fu chiusa alla bad&amp;igrave;a!... Se campava ancora ci avrebbe messo anche l&amp;#39;altra!... Marit&amp;ograve; Chiara perch&amp;eacute; questa non voleva maritarsi!... Tutto per amor d&amp;#39;un solo, del contino Raimondo...&amp;raquo; &amp;laquo;Ma il padre?...&amp;raquo; &amp;laquo;Il padre, ai suoi tempi, non contava pi&amp;ugrave; del due di briscola; la principessa teneva in un pugno lui e il suocero!...&amp;raquo; Per&amp;ograve; tutti riconoscevano che, se non fosse stata lei, a quell&amp;#39;ora non avrebbero avuto pi&amp;ugrave; niente. Ignorante, s&amp;igrave;; ma accorta, calcolatrice! &amp;laquo;&amp;Egrave; vero che non sapeva leggere n&amp;eacute; scrivere?&amp;raquo; &amp;laquo;Sapeva leggere soltanto nel libro delle devozioni e in quello dei conti!&amp;raquo; Frattanto don Cono avvicinavasi, a passo di formica, alla seconda iscrizione: &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;ORBATA DEL TUO FIDO CONSORTE NEL MORTALE VIAGGIO VECE FACESTI AL TUOI FIGLI DEL PADRE LORO. &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Prima ancora di scorgere i caratteri, don Cono che la sapeva a memoria, recit&amp;ograve; l&amp;#39;epigrafe al barone, fermandosi un poco a ciascuna parola, pi&amp;ugrave; a lungo ad ogni capoverso, gestendo con la mano come se spruzzasse acqua benedetta, per sottolineare i passaggi salienti: &amp;laquo;Ignoro se approvate questo concetto:&lt;em&gt; orbata... vece&lt;/em&gt; &lt;em&gt;facesti&lt;/em&gt;...&amp;raquo; Ma nuove ondate della folla lo divisero la seconda volta dal compagno. Veniva ora dalla terrazza e dalle scalinate un vasto sussurro, perch&amp;eacute; i rintocchi del mortorio annunziavano finalmente la partenza del corteo dal palazzo. Intorno alla casa Francalanza c&amp;#39;era sempre una fiera, per le tante carrozze aspettanti, pel tanto popolo fremente d&amp;#39;impazienza. Dal portone socchiuso vedevasi un&amp;#39;altra folla ragunata nei due cortili, uno sciame di servi con le livree nere che andavano e venivano, il maestro di casa senza cappello che s&amp;#39;affannava a dar ordini, la carrozza di gala a quattro cavalli che sarebbe servita da carro funebre. Quando finalmente le due pesanti imposte girarono sui cardini, tutte le teste si voltarono, tutte le persone s&amp;#39;alzarono sulle punte dei piedi. Veniva innanzi la fila dei frati Cappuccini con la croce, poi la carrozza funebre, dentro alla quale si vedeva il feretro di velluto rosso, fiancheggiata da tutta la servit&amp;ugrave; con le torce in mano; poi l&amp;#39;Ospizio Uzeda dei vecchi indigenti, tutti a testa nuda; poi le ragazze dell&amp;#39;Orfanotrofio coi veli azzurri pendenti fino a terra; poi tutte le carrozze di famiglia: altri due tiri a quattro, cinque tiri a due, e poi ancora un altro gruppo di gente: una quarantina d&amp;#39;uomini, la pi&amp;ugrave; parte barbuti, con le giubbe di velluto nero, anch&amp;#39;essi coi ceri in mano. &amp;laquo;Chi sono?... Di dove spuntano?...&amp;raquo; Erano i zolfai delle miniere dell&amp;#39;Oleastro chiamati apposta da Caltanissetta per l&amp;#39;accompagnamento della padrona: quest&amp;#39;ultimo accessorio finiva di sbalordire tutti quanti: ancora non s&amp;#39;era vista una cosa simile!... Ma gli equipaggi che s&amp;#39;avanzavano da ogni parte per mettersi in fila sbaragliavano la calca: tiri a quattro che venivano a prendere i primi posti, tiri a due che rinculavano scalpitando tra un fitto schioccar di fruste; e i curiosi, a rischio di lasciarsi pestare sotto i piedi delle bestie, li venivano riconoscendo dagli stemmi degli sportelli e anche dai cocchieri: &amp;laquo;Il duca Radal&amp;igrave;... il principe di Roccasciano... il barone Grazzeri... i C&amp;ugrave;rcuma... i Costante... non manca nessuno!...&amp;raquo; Di repente tutti si volsero a un lontano voc&amp;igrave;o: &amp;laquo;Che &amp;egrave;?... Che cos&amp;#39;&amp;egrave; stato?... La carrozza di Trigona!... Il cocchiere non vuole andare in coda, gli altri non cedono il posto... Ha ragione!... Questi sono soprusi!...&amp;raquo; Il cocchiere del marchese Trigona, appunto, quantunque guidasse un trespolo tirato da due ronzinanti, non voleva mettersi in coda dove c&amp;#39;erano le carrozze dei non nobili pi&amp;ugrave; belle della sua. E Baldassarre, tutto in sudore per la fatica sostenuta nell&amp;#39;ordinare il corteo, nel far rispettare le precedenze, s&amp;#39;avanzava per dar ragione al cocchiere, aprendosi a stento il varco tra la folla, allungando ceffoni ai monelli che gli si mettevano fra i piedi, ingiungendo: &amp;laquo;Largo!... largo!...&amp;raquo; mentre una buona met&amp;agrave; dell&amp;#39;accompagnamento s&amp;#39;era avviata. Il mortorio sonato da tutte le chiese della citt&amp;agrave; chiamava gente da ogni parte sul suo passaggio; ma specialmente il campanone della cattedrale sospingeva a frotte i curiosi. Sonava a morto solo pei nobili e i dottori, e il suo &lt;em&gt;nton&lt;/em&gt; &lt;em&gt;nton&lt;/em&gt; grave e solenne costava quattr&amp;#39;onze di moneta; talch&amp;eacute; la gente, udendo la gran voce di bronzo, diceva: &amp;laquo;Se n&amp;#39;&amp;egrave; andato qualche pezzo grosso!&amp;raquo; E ancora buon numero di carrozze, dopo quella di Trigona, aspettavano d&amp;#39;incamminarsi, che gi&amp;agrave; la testa del corteo fermavasi ai Cappuccini. Impossibile portare in chiesa la bara dalle scale. Non gi&amp;agrave; che pesasse molto, ch&amp;eacute; anzi era vuota; ma la ressa, sulle scale, cresceva, nessuno poteva andare n&amp;eacute; avanti n&amp;eacute; indietro, solo il cannone avrebbe potuto far luogo. Bisogn&amp;ograve; girare la situazione, aprire un varco fra la turma che gremiva la salita del Santo Carcere e di San Domenico e portare il feretro dal convento e dalla sacrestia: trascorse quasi un&amp;#39;ora prima che fosse posto sul catafalco. I sonatori avevano gi&amp;agrave; preso posto sul palco e sfoderato i loro strumenti, i frati accendevano con le canne lunghe i ceri dell&amp;#39;altar maggiore. E i curiosi stipati nella chiesa, continuando a parlar della morta, si rivolgevano insistentemente una domanda e si proponevano una quistione: &amp;laquo;Chi sar&amp;agrave; l&amp;#39;erede?..&amp;raquo; Nobili e plebei, ricchi e poveri, tutti volevano sapere che direbbe il testamento, come se la morta avesse potuto lasciar qualcosa a tutti i suoi concittadini. Aspettavano, al palazzo, l&amp;#39;arrivo del contino da Firenze e del duca da Palermo per leggere le ultime volont&amp;agrave; della principessa; e le opinioni, nel pubblico, erano diametralmente opposte: alcuni sostenevano che tutto sarebbe andato al contino; ma, quantunque la defunta odiasse il primogenito, era proprio possibile che lo diseredasse? &amp;laquo;Nossignore: tutto andr&amp;agrave; al primogenito: &amp;egrave; vero che non lo poteva soffrire, ma &amp;egrave; il capo della casa, l&amp;#39;erede del principato!...&amp;raquo; Un nuovo pigia pigia tronc&amp;ograve; di botto ogni discorso, infitt&amp;igrave; la folla in fondo alla chiesa: entravano le orfanelle del Sacro Cuore con le vesti verdi e gli scialletti bianchi; Baldassarre, tutto vestito di nero, le dirigeva verso l&amp;#39;altar maggiore, ingiungendo: &amp;laquo;Largo, largo, signori miei!...&amp;raquo; Un bambino, mezzo soffocato tra la calca, si mise a strillare; un mendicante, riuscito ad entrare, inciamp&amp;ograve; contro un gradino d&amp;#39;altare e cadde per terra. &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;BENEFICENTE COI DERELITTI L&amp;#39;OBOLO DELLA CARIT&amp;Agrave; TI FIA RESO CENTUPLICATO CON L&amp;#39;ESPIATORIE PRECI &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Don Cono declamava, a bassa voce, l&amp;#39;altra iscrizione al canonico Sortini che aveva pescato tra la folla: &amp;laquo;Conciliar l&amp;#39;invenzione del concetto con la venust&amp;agrave; della forma: difficolt&amp;agrave; precipua dello stile epigrafico... &lt;em&gt;L&amp;#39;obolo&lt;/em&gt;... &lt;em&gt;centuplicato&lt;/em&gt;... non so se mi appongo...&amp;raquo; Adesso l&amp;#39;altar maggiore era tutto una fiamma, dai tanti ceri; il movimento dei frati e dei sagrestani cresceva; sul palco della musica accordavano gli strumenti, un clarino sospirava, gli archetti stridevano, un contrabbasso borbottava; e Baldassarre, aiutato dai camerieri di tutta la parentela, vestiti di nero anch&amp;#39;essi, faceva disporre due file di sedie pei vecchi e le orfanelle: le sedie, tenute alte sulla folla, parevano navigare sul mar delle teste, e poich&amp;eacute; sempre nuova gente entrava a furia, la ressa era terribile. I fiati, l&amp;#39;odor di moccolaia, il caldo della giornata facevano della piccola chiesa una bolgia; alcune donne erano gi&amp;agrave; svenute, in due o tre punti si litigava fra chi voleva spingersi avanti e chi non voleva tirarsi indietro; ma nessuno si decideva ad andarsene; e negli angoli, lungo i muri, avanti agli altari, i curiosi, gli scioperati rifacevano la storia della morta e della famiglia, ne commentavano le stravaganze: &amp;laquo;La cassa con tre chiavi!... Sar&amp;agrave; tanto pi&amp;ugrave; difficile tornare a questo mondo!... E la tonaca e il rosario!... Tanta penitenza con un funerale da regina!&amp;raquo; A voce pi&amp;ugrave; bassa le male lingue aggiungevano: &amp;laquo;Dopo l&amp;#39;allegra vita!...&amp;raquo; Accanto alla pila dell&amp;#39;acqua santa, in mezzo a un crocchio di nobilastri invidiosi e a corto di quattrini, don Casimiro Scaglisi annunziava: &amp;laquo;E il principe? Non sapete che ha fatto il principe? Quand&amp;#39;ebbe la notizia della morte della madre, scapp&amp;ograve; al Belvedere senza far chiudere il portone, per avere il tempo d&amp;#39;arrivar solo alla villa, e senza avvertir Ferdinando alla Pietra dell&amp;#39;Ovo...&amp;raquo; Alcuni protestarono: don Casimiro conferm&amp;ograve;: &amp;laquo;Se ve lo dico io!... Per aver tempo di maneggiarsi, di far sparire carte e denari!&amp;raquo; Tutt&amp;#39;intorno scrollavano il capo: don Casimiro parlava cos&amp;igrave; per astio, giacch&amp;eacute; fin a tre giorni addietro era stato lavapiatti di casa Francalanza, ma fin da quando la principessa era andata in campagna, il principe non l&amp;#39;aveva pi&amp;ugrave; ricevuto, credendolo iettatore. &amp;laquo;Del resto, scusate,&amp;raquo; gli facevano osservare, &amp;laquo;che bisogno aveva mai il principe d&amp;#39;allontanare Ferdinando?&amp;raquo; &amp;laquo;Sissignori, fa la vita del Robinson Crusoe alla Pietra dell&amp;#39;Ovo, non s&amp;#39;occupa d&amp;#39;affari e in famiglia lo chiamano il Babbeo, col soprannome messogli da sua madre. Ma che vuol dire? Babbeo o no, il principe non voleva nessuno dei suoi tra i piedi!... Vi dico che lo so di sicuro!&amp;raquo; Un altro osserv&amp;ograve;: &amp;laquo;Non parlate male di Ferdinando; con le sue man&amp;igrave;e non fa male a nessuno; &amp;egrave; il migliore di tutta la casata.&amp;raquo; &amp;laquo;Tanto che non parrebbe dello stesso seme...&amp;raquo; rispose don Casimiro. &amp;laquo;Sst, sst! Siamo in chiesa,&amp;raquo; gl&amp;#39;ingiunsero. &amp;laquo;Passa don Cono.&amp;raquo; Don Cono adesso traversava la chiesa per leggere l&amp;#39;iscrizione posta sulla pila dell&amp;#39;acqua benedetta; come fu giunto vicino al crocchio, lo fermarono: &amp;laquo;Don Cono!... Don Cono!... Voi che avete la vista lunga; come dice lass&amp;ugrave;?&amp;raquo; E don Cono compit&amp;ograve;: &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;IN QUESTO TEMPIO OVE IL FRALE SI ACCOGLIE DELLA BEATA UZEDA CORROBORATE FIENO LE PRECI DALL&amp;#39;INTERCESSORA PARENTE &lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-family: &amp;#39;Book Antiqua&amp;#39;&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&amp;laquo;Bellissimo! Bravo!... Bene l&amp;#39;&lt;em&gt;intercessora&lt;/em&gt;...&amp;raquo; esclamarono in coro; ma un &amp;laquo;sst&amp;raquo; prolungato pass&amp;ograve; di repente di bocca in bocca: il maestro Mascione, appollaiato in cima al palco dell&amp;#39;orchestra, aveva picchiato tre colpi sul legg&amp;igrave;o; e le conversazioni morirono, tutte le teste si volsero verso i sonatori. In mezzo all&amp;#39;attenzione generale don Casimiro urt&amp;ograve; a un tratto col gomito i vicini, esclamando piano: &amp;laquo;Guardate! Guardate!&amp;raquo; Entrava in quel punto, protetto contro la folla dal servitore, il vecchio don Alessandro Tagliavia: nonostante l&amp;#39;et&amp;agrave;, reggeva ancora diritta l&amp;#39;alta persona e dominava la folla con la bella testa bianca e rosea, dagli occhi chiari com&amp;#39;acqua marina e dai baffi bionditi dal tabacco. Non potendo avanzare, guardava da lontano il catafalco, il palco della musica, le tabelle degli epitaffi; e intanto, nel silenzio fattosi come per incanto, l&amp;#39;orchestra intonava il preludio: un lungo gemito, suoni rotti in cadenza come da brevi singulti si diffondevano per la chiesa, e le &lt;em&gt;piangenti&lt;/em&gt; riprendevano a lacrimare, mentre i monaci, dinanzi all&amp;#39;altare, cominciavano le genuflessioni. Molti capi si chinarono, al sordo voc&amp;igrave;o sottentr&amp;ograve; un raccoglimento profondo. &amp;laquo;Guardate!...&amp;raquo; ripet&amp;eacute; don Casimiro, nel gruppo accanto alla pila. &amp;laquo;&amp;Egrave; venuto a dirle l&amp;#39;ultimo addio!&amp;raquo; Tutti avevano gli occhi fissi sul vecchio: il lavapiatti a spasso continu&amp;ograve;, interrompendosi quando l&amp;#39;orchestra taceva: &amp;laquo;Ed io che me lo rammento piangere come un bambino... come un disperato... quando la morta lo lasci&amp;ograve; per Felice C&amp;ugrave;rcuma... dopo quello che c&amp;#39;era stato fra loro!...Adesso lei &amp;egrave; a marcire al colatoio... Lui camper&amp;agrave; vent&amp;#39;anni ancora: una salute di ferro...&amp;raquo; A voce pi&amp;ugrave; bassa, mentre le trombe tratto tratto squillavano e le voci cantavano &lt;em&gt;Requiem aeternam dona eis&lt;/em&gt;, aggiunse: &amp;laquo;Ed ha la sua brava ragazza, in una villetta al Borgo... Tutte le sere le passa con lei!...&amp;raquo; Il vecchio tentava ancora di avvicinarsi ad una iscrizione; ma poich&amp;eacute;, principiata la messa, nessuno pi&amp;ugrave; si moveva, torn&amp;ograve; indietro. Giunto sulla porta della chiesa, colpendogli l&amp;#39;aria fresca la fronte, si calc&amp;ograve; il cappello sulla testa che non era ancor fuori. &amp;laquo;&lt;em&gt;Sic transit gloria mundi!&lt;/em&gt;...&amp;raquo; Per&amp;ograve;, passato il primo effetto della musica, le conversazioni andavano qua e l&amp;agrave; riappiccandosi; e Raciti, il primo violino del Comunale, borbottava in mezzo agli sconosciuti: &amp;laquo;Bell&amp;#39;apparato, non c&amp;#39;&amp;egrave; che dire; bella funzione!... La quistione &amp;egrave; di sapere chi pagher&amp;agrave;!&amp;raquo; Era furente, dopo che il signor Marco aveva preferito la messa di Mascione a quella di suo figlio; ma si consolava sparlando della casata: non c&amp;#39;era l&amp;#39;eguale per la stitichezza nel pagare; e Titta Caruso, il bollettinaio del teatro, ne sapeva qualcosa, costretto com&amp;#39;era ogni anno a far cento volte le scale del palazzo prima di vedersi pagato l&amp;#39;appalto del palchetto: oggi non c&amp;#39;era il principe, domani non c&amp;#39;era la principessa, un&amp;#39;altra volta mancava il signor Marco, poi erano tutti in campagna... &amp;laquo;Mio figlio Salvatore non voleva offrir loro la sua messa? Meglio sonarla gratis per le anime del Purgatorio; almeno se ne guadagna altrettanta salute all&amp;#39;anima!&amp;raquo; E volt&amp;ograve; le spalle, furioso, per andarsene, mentre intonavano il &lt;em&gt;Tuba mirum&lt;/em&gt; rubato al Palestrina!... Come lui, erano venuti in chiesa quanti eran corsi nei primi momenti al palazzo per offrire i loro servigi; ma i rimasti a mani vuote tiravano adesso in ballo le storie d&amp;#39;avarizia e d&amp;#39;intima spilorceria di quella famiglia il cui lusso era solo apparente: la principessa, una volta, non aveva fatto citare dinanzi al giudice il suo calzolaio perch&amp;eacute; le restituisse il prezzo di un paio di scarpe non riuscite di suo gradimento? E in cucina, il cuoco non aveva l&lt;/font&gt;&lt;/span&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;</description>
   <link>http://blog.azpoint.net/blog/il_club_delle_stordite/archive/2007-05-03/25462_i_vicer_-_capitolo_i.htm</link>
      <pubDate>Thu, 03 May 2007 16:03:05 +0200</pubDate>   
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